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The Secret of the Night

by Gaston Leroux · in Italian

IL SEGRETO DELLA NOTTE

I. ALLEGRIA E DINAMITE

“Barinia, il giovane straniero è arrivato.”

“Dov’è?”

“Oh, sta aspettando alla portineria.”

“Ti avevo detto di accompagnarlo nel salottino di Natacha. Non mi hai capito, Ermolai?”

“Mi perdoni, Barinia, ma il giovane straniero, quando ho chiesto di perquisirlo, come da sue istruzioni, si è rifiutato categoricamente.”

“Gli hai spiegato che tutti vengono perquisiti prima di essere ammessi, che è l’ordine, e che persino mia madre vi si è sottoposta?”

“Gliel’ho detto, Barinia; e le ho parlato di sua madre.”

“Cosa ha risposto?”

“Che lui non è sua madre. Si è arrabbiato.”

“Ebbene, fallo entrare senza perquisirlo.”

“Al capo della polizia non piacerà.”

“Fai come dico.”

Ermolai s’inchinò e tornò in giardino. La barinia lasciò la veranda, dove si era recata per questa conversazione con il vecchio servitore del generale Trebassof, suo marito, e rientrò nella sala da pranzo della datcha des Iles, dove l’allegro consigliere Ivan Petrovitch stava allietando i suoi divertiti compari con la sua ultima impresa al locale di Cubat. Erano una compagnia rumorosa, e certamente il meno tranquillo tra loro non era il generale, che curava su un divano la gamba che lo teneva ancora prigioniero dopo il recente attentato, rivelatosi fatale per il suo vecchio cocchiere e per i suoi due cavalli pezzati. Il racconto del sempre amabile Ivan Petrovitch (un uomo anziano, vivace, con la testa calva come un uovo) riguardava la sera precedente. Dopo essersi, come diceva lui, “rinfrescato la bocca” – poiché questi signori parlavano francese come la propria lingua e lo usavano tra loro per impedire ai servitori di capire – dopo aver inumidito la gola con un gran bicchiere di spumante rosato francese, esclamò:

“Vi sareste divertiti, Feodor Feodorovitch. Avevamo cantato canzoni sulla Barque* e poi i bohémien se ne erano andati con la loro musica e noi eravamo usciti sulla riva del fiume per sgranchirci le gambe e rinfrescarci il volto nel fresco dell’alba, quando arrivò una compagnia di cosacchi della Guardia. Conoscevo l’ufficiale al comando e l’ho invitato a venire con noi a bere alla salute dell’Imperatore da Cubat. Quell’ufficiale, Feodor Feodorovitch, è un uomo che se ne intende di annate e si vanta di non aver mai ingerito un bicchiere di qualcosa di volgare come il vino di Crimea. Quando ho nominato lo champagne, ha gridato: ‘Vive l’Empereur!’. Un vero patriota. Così siamo partiti, allegri come scolari. L’intera compagnia ci seguiva, poi tutti i commensali che suonavano piccoli fischietti, e anche tutti i servitori, in fila indiana. Da Cubat non volevo lasciare gli ufficiali compagni del mio amico alla porta, così ho invitato anche loro. Hanno accettato, naturalmente. Ma anche i sottotenenti avevano sete. Capisco la disciplina. Sapete, Feodor Feodorovitch, che sono un fautore della disciplina. Solo perché si è allegri in una mattina di primavera, la disciplina non deve essere dimenticata. Ho invitato gli ufficiali a bere in una saletta privata e ho mandato i sottotenenti nella sala principale del ristorante. Poi anche i soldati avevano sete, e ho fatto servire loro da bere nel cortile. Poi, parola mia, è nata una faccenda imbarazzante, perché a quel punto i cavalli nitrivano. I bravi cavalli, Feodor Feodorovitch, che volevano anch’essi bere alla salute dell’Imperatore. Ero preoccupato per la disciplina. Sala, cortile, tutto era pieno. E non potevo mettere i cavalli in stanze private. Ebbene, ho fatto portare lo champagne in secchi ed è nata la faccenda imbarazzante che avevo cercato tanto di evitare: un gran miscuglio di stivali e ferri di cavallo che è stata certamente la cosa più vivace che abbia mai visto in vita mia. Ma i cavalli erano i più gioiosi, e danzavano come se avessero una torcia sotto le narici, e tutti, parola mia! erano pronti a disarcionare i cavalieri perché gli uomini non la pensavano come loro riguardo alla rotta da seguire! Dalla nostra finestra ridevamo da crepare di fronte a quel miscuglio di stivali allungati e zoccoli danzanti. Ma i soldati alla fine hanno portato tutti i loro cavalli in caserma, con pazienza, perché la cavalleria dell’Imperatore è composta dai migliori cavalieri del mondo, Feodor Feodorovitch. E certamente ci siamo fatti una gran risata! Alla vostra salute, Matrena Petrovna.”

[* La “Barque” è un ristorante su una barca, tra le isole, vicino al Golfo di Finlandia, su una riva della Neva.]

Queste ultime parole graziose erano rivolte a Madame Trebassof, che scrollò le spalle dinanzi al corteggiamento indesiderato dell’allegro consigliere. Non si unì alla conversazione, se non per calmare il generale, che voleva mandare l’intero reggimento agli arresti, uomini e cavalli. E mentre i chiassosi ridevano dell’avventura, disse al marito con la voce consigliera della moglie premurosa:

“Feodor, non devi dare importanza a quello che dice quel vecchio pazzo di Ivan. È l’uomo più fantasioso della capitale quando ha bevuto champagne.”

“Ivan, certamente non hai fatto servire lo champagne in secchi ai cavalli”, protestò gelosamente il vecchio millantatore, Athanase Georgevitch. Era un avvocato, noto per le sue imprese a tavola, che vantava la reputazione di maggior bevitore della capitale, e si rammaricava di non aver inventato lui quella storia.

“Parola mia! E delle migliori marche! Avevo vinto quattromila rubli. Ho lasciato la festicciola con quindici copechi.”

Matrena Petrovna stava ascoltando Ermolai, il fedele servitore di campagna che indossava sempre, anche qui in città, la sua tenuta di nanchino fresco, la cintura di cuoio nero, i grandi pantaloni blu e gli stivali luccicanti come ghiaccio, il suo costume campagnolo nella casa di città del suo padrone. Madame Matrena si alzò, dopo aver accarezzato leggermente i capelli della figliastra Natacha, i cui occhi la seguirono fino alla porta, apparentemente indifferenti alle tenere manifestazioni dell’attendente del padre, il soldato-poeta Boris Mourazoff, che aveva scritto bellissimi versi sulla morte degli studenti di Mosca, dopo averli fucilati, per dovere, sulle loro barricate.

Ermolai condusse la sua padrona nel salotto e indicò una porta che aveva lasciato aperta, la quale conduceva al salottino davanti alla camera di Natacha.

“È lì”, disse Ermolai a bassa voce.

Ermolai non avrebbe avuto bisogno di dire nulla, a dire il vero, poiché Madame Matrena si era accorta della presenza di uno straniero nel salottino dall’atteggiamento straordinario di un individuo in una redingote color marrone bordata di finto astrakan, uguale a quella dei cappotti di tutti gli agenti di polizia russi e che rende gli agenti segreti riconoscibili a prima vista. Questo poliziotto era in ginocchio nel salotto, osservando ciò che accadeva nella stanza accanto attraverso la stretta fessura di luce nel cardine della porta. In questo modo, o in un altro, tutte le persone che desideravano avvicinarsi al generale Trebassof venivano tenute sotto osservazione senza che lo sapessero, dopo essere state prima perquisite alla portineria, una misura adottata dopo l’ultimo attentato.

Madame Matrena sfiorò la spalla del poliziotto con quella mano eroica che aveva salvato la vita al marito e che portava ancora le tracce della terribile esplosione dell’ultimo attentato, quando aveva afferrato a mani nude la macchina infernale destinata al generale. Il poliziotto si alzò e lasciò silenziosamente la stanza, raggiunse la veranda e si sdraiò su un divano, fingendo di dormire, ma in realtà osservando i vialetti del giardino.

Matrena Petrovna prese il suo posto allo spiraglio del cardine. Questa era la sua regola; dava sempre l’ultimo sguardo a tutto e a tutti. Vagava a ogni ora del giorno e della notte attorno al generale, come un cane da guardia, pronta a mordere, a gettarsi dinanzi al pericolo, a ricevere i colpi, a perire per il suo padrone. Questo era iniziato a Mosca dopo la terribile repressione, il massacro dei rivoluzionari sotto le mura di Presnia, quando i nichilisti sopravvissuti lasciarono dietro di loro un manifesto che condannava a morte il vittorioso generale Trebassof. Matrena Petrovna viveva solo per il generale. Aveva giurato che non gli sarebbe sopravvissuta. Perciò aveva una doppia ragione per proteggerlo.

Ma aveva perso ogni fiducia persino tra le mura della propria casa.

Erano accadute cose persino lì che sfidavano la sua cautela, il suo istinto, il suo amore. Non aveva parlato di queste cose se non al capo della polizia, Koupriane, che le aveva riferite all’Imperatore. Ed ecco ora l’uomo che l’Imperatore aveva mandato, come risorsa suprema, questo giovane straniero: Joseph Rouletabille, reporter.

“Ma è solo un ragazzino!” esclamò, senza affatto comprendere la faccenda, questa figura giovanile, dalle guance morbide e rotonde, gli occhi limpidi e, a prima vista, straordinariamente ingenui, gli occhi di un bambino. Vero è che, in quel momento, l’espressione di Rouletabille difficilmente suggeriva una profondità di pensiero sovrumana, poiché, lasciato in vista di una tavola imbandita di antipasti, il giovane appariva occupato unicamente a scavare con un cucchiaio tutto il caviale rimasto nei vasetti. Matrena notò la fresca rotondità delle sue guance, l’assenza di peluria sul labbro e nemmeno un accenno di barba, i capelli folti, con il ricciolo sulla fronte. Ah, quella fronte: la fronte era curiosa, con grandi protuberanze craniche sporgenti che si muovevano sopra le profonde arcate delle orbite mentre la bocca era impegnata – ebbene, si sarebbe detto che Rouletabille non mangiasse da una settimana. Stava demolendo una gran fetta di storione del Volga, contemplando allo stesso tempo con immenso interesse un’insalata di cetrioli alla crema, quando apparve Matrena Petrovna.

Egli volle scusarsi subito e parlò con la bocca piena.

“Mi scusi, madame, ma lo Zar ha dimenticato di invitarmi a colazione.”

Madame Matrena sorrise e gli strinse cordialmente la mano mentre lo invitava a sedersi.

“Ha visto Sua Maestà?”

“Vengo da lui, madame. È a Madame Trebassof che ho l’onore di parlare?”

“Sì. E lei è il signor…?”

“Joseph Rouletabille, madame. Non aggiungo ‘Al suo servizio’, perché non lo so ancora. È quello che ho detto poco fa a Sua Maestà.”

“E allora?” chiese Madame Matrena, piuttosto divertita dal tono che aveva preso la conversazione e dall’aria leggermente agitata di Rouletabille.

“Beh, allora, sono un reporter, vede. È quello che ho detto subito al mio editore a Parigi: ‘Non ho intenzione di immischiarmi in affari rivoluzionari che non riguardano il mio paese’, al che il mio editore ha risposto: ‘Non deve immischiarsi. Deve andare in Russia per fare un’inchiesta sullo stato attuale dei diversi partiti. Inizierà intervistando l’Imperatore’. Io ho detto: ‘Bene, allora si va’, e ho preso il treno.”

“E ha intervistato l’Imperatore?”

“Oh, sì, non è stato difficile. Pensavo di arrivare direttamente a San Pietroburgo, ma a Krasnoie-Coelo il treno si è fermato e il gran maresciallo di corte è venuto da me e mi ha chiesto di seguirlo. È stato molto lusinghiero. Venti minuti dopo ero al cospetto di Sua Maestà. Mi aspettava! Ho capito subito che si trattava ovviamente di qualcosa fuori dall’ordinario.”

“E cosa le ha detto?”

“È un uomo di autentica maestà. Mi ha rassicurato subito quando gli ho spiegato i miei scrupoli. Ha detto che non c’era motivo per me di immischiarmi nella politica della faccenda, ma di salvare il suo servitore più fedele, che era sul punto di diventare vittima del più strano dramma familiare mai concepito.”

Madame Matrena, pallida come un lenzuolo, si alzò in piedi.

“Ah”, disse semplicemente.

Ma Rouletabille, a cui nulla sfuggiva, vide la sua mano tremare sullo schienale della sedia.

Egli continuò, non sembrando aver notato la sua emozione:

“Sua Maestà ha aggiunto queste esatte parole: ‘Sono io che glielo chiedo; io e Madame Trebassof. Vada, monsieur, lei l’aspetta’.”

Egli tacque e attese che Madame Trebassof parlasse.

Lei prese una decisione dopo una breve riflessione.

“Ha visto Koupriane?”

“Il capo della polizia? Sì. Il gran maresciallo mi ha riaccompagnato alla stazione di Krasnoie-Coelo, e il capo della polizia mi ha accompagnato alla stazione di San Pietroburgo. Non avrei potuto essere accolto meglio.”

“Monsieur Rouletabille”, disse Matrena, che visibilmente si sforzava di riprendere il controllo, “io non sono dell’opinione di Koupriane e non sono” – qui abbassò la voce tremante – “dell’opinione che ha Sua Maestà. È meglio che glielo dica subito, così che lei non si penta di intervenire in una faccenda dove ci sono… dove ci sono… dei rischi… rischi terribili da correre. No, questo non è un dramma familiare. La famiglia è piccola, molto piccola: il generale, sua figlia Natacha (del suo precedente matrimonio), e io. Non potrebbe esserci un dramma familiare tra noi tre. Si tratta semplicemente di mio marito, monsieur, che ha fatto il suo dovere di soldato difendendo il trono del suo sovrano, mio marito che vogliono assassinare! Non c’è nient’altro, nessun’altra situazione, mio caro piccolo ospite.”

Per nascondere il suo turbamento iniziò a tagliare una fetta di vitello in gelatina e carote.

“Lei non ha mangiato, ha fame. È terribile, mio caro giovane. Vede, deve cenare con noi, e poi… dirà addio. Sì, mi lascerà tutta sola. Mi impegnerò a salvarlo tutta sola. Certamente, me ne occuperò io.”

Una lacrima cadde sulla fetta che stava tagliando. Rouletabille, che sentiva l’emozione di quella donna coraggiosa influenzare anche lui, si fece forza per non mostrarlo.

“Posso aiutarla un po’ comunque”, disse. “Monsieur Koupriane mi ha detto che c’è un profondo mistero. È la mia vocazione arrivare al fondo dei misteri.”

“So cosa pensa Koupriane”, disse, scuotendo la testa. “Ma se potessi arrivare a pensarlo per un solo giorno, preferirei essere morta.”

La buona Matrena Petrovna sollevò i suoi begli occhi verso Rouletabille, colmi delle lacrime che tratteneva.

Aggiunse rapidamente:

“Ma mangi ora, mio caro ospite; mangi. Mio caro ragazzo, deve dimenticare ciò che Koupriane le ha detto, quando sarà di nuovo in Francia.”

“Glielo prometto, madame.”

“È l’Imperatore che le ha causato questo lungo viaggio. Per quanto mi riguarda, non lo volevo. Ha davvero così tanta fiducia in lei?” chiese ingenuamente, fissandolo intensamente attraverso le lacrime.

“Madame, stavo proprio per dirglielo. Sono stato attivo in alcune questioni importanti che gli sono state riferite, e poi a volte al suo Imperatore è concesso leggere i giornali. Ha sentito parlare, anche (perché tutti ne parlavano, madame), del Mistero della Camera Gialla e del Profumo della Dama in Nero.”

Qui Rouletabille osservò Madame Trebassof e rimase molto mortificato dall’indubbia ignoranza che appariva sul suo volto franco riguardo sia alla camera gialla sia al profumo nero.

“Mio giovane amico”, disse lei, con voce sempre più esitante, “mi deve scusare, ma è da molto tempo che non ho più buoni occhi per leggere.”

Le lacrime, finalmente, le solcarono le guance.

Rouletabille non poté più trattenersi. Vide in un lampo tutto ciò che quella donna eroica aveva sofferto nel suo combattimento giorno dopo giorno con la morte che aleggiava. Prese le sue mani piccole e paffute, le cui dita erano sovraccariche di anelli, tremanti tra le proprie:

“Madame, non pianga. Vogliono uccidere suo marito. Ebbene, saremo in due almeno a difenderlo, glielo giuro.”

“Persino contro i nichilisti!”

“Sì, madame, contro tutto il mondo. Ho mangiato tutto il suo caviale. Sono suo ospite. Sono suo amico.”

Mentre diceva questo era così eccitato, così sincero e così buffo che Madame Trebassof non poté fare a meno di sorridere tra le lacrime. Lo fece sedere accanto a lei.

“Il capo della polizia ha parlato molto di lei. È venuto qui bruscamente dopo l’ultimo attentato e un fatto misterioso di cui le parlerò. Ha gridato: ‘Ah, abbiamo bisogno di Rouletabille per districare questa matassa!’. Il giorno dopo è tornato qui. Era stato a Corte. Lì, pare, tutti parlavano di lei. L’Imperatore desiderava conoscerla. È per questo che sono stati presi accordi tramite l’ambasciatore a Parigi.”

“Sì, sì. E naturalmente tutto il mondo lo ha saputo. Questo rende la cosa così vivace. I nichilisti mi hanno avvertito immediatamente che non sarei arrivato vivo in Russia. Questo, alla fine, è ciò che mi ha deciso a venire. Sono naturalmente molto contrario.”

“E come ha affrontato il viaggio?”

“Non male. Ho scoperto subito sul treno un giovane slavo incaricato di uccidermi, e ho raggiunto un accordo con lui. Era un giovane affascinante, quindi è stato facile.”

Rouletabille stava mangiando vivande strane che sarebbe stato difficile per lui nominare. Matrena Petrovna posò la sua mano grassoccia sul braccio di lui:

“Parla sul serio?”

“Molto seriamente.”

“Un bicchierino di vodka?”

“Niente alcol.”

Madame Matrena svuotò il suo bicchierino d’un fiato.

“E come lo ha scoperto? Come l’ha riconosciuto?”

“Per prima cosa, portava gli occhiali. Tutti i nichilisti portano gli occhiali quando viaggiano. E poi avevo un buon indizio. Un minuto prima della partenza da Parigi ho fatto andare un amico nel corridoio della carrozza letto, un reporter che avrebbe fatto qualsiasi cosa avessi detto senza nemmeno voler sapere perché. Ho detto: ‘Tu gridi all’improvviso e molto forte: “Ehi, ecco Rouletabille”’. Così ha gridato: ‘Ehi, ecco Rouletabille’, e tutti quelli che erano nel corridoio si sono voltati e tutti quelli che erano già negli scompartimenti sono usciti, eccetto l’uomo con gli occhiali. Allora ne sono stato certo.”

Madame Trebassof guardò Rouletabille, che divenne rosso come la cresta di un gallo ed era piuttosto imbarazzato per la sua vanità.

“Questo merita un rimprovero, lo so, madame, ma dal momento che l’Imperatore di tutte le Russie aveva desiderato vedermi, non potevo ammettere che un qualsiasi uomo con gli occhiali non avesse la curiosità di vedere che faccia avessi. Non era naturale. Appena il treno è partito mi sono seduto vicino a quest’uomo e gli ho detto chi pensavo fosse. Avevo ragione. Si è tolto gli occhiali e, guardandomi dritto negli occhi, ha detto di essere felice di fare due chiacchiere con me prima che accadesse qualcosa di spiacevole. Mezz’ora dopo l’entente-cordiale era firmata. Gli ho fatto capire che venivo qui semplicemente per lavoro come reporter e che c’era sempre tempo per fermarmi se fossi stato indiscreto. Alla frontiera tedesca mi ha lasciato per proseguire, ed è tornato tranquillamente alla sua nitroglicerina.”

“Anche lei è un uomo segnato, povero ragazzo mio.”

“Oh, non ci hanno ancora preso.”

Matrena Petrovna tossì. Quel “ci” la sopraffece. Con quale calma questo ragazzo che non conosceva da un’ora proponeva di condividere i pericoli di una situazione che suscitava pietà generale ma dalla quale i più coraggiosi si tenevano alla larga, per prudenza o per sgomento.

“Ah, amico mio, un po’ di questo ottimo manzo affumicato di Amburgo?”

Ma il giovane stava già versando birra bionda fresca.

“Ecco”, disse. “Ora, madame, sono in ascolto. Mi parli prima del primo attentato.”

“Ora”, disse Matrena, “dobbiamo andare a cena.”

Rouletabille la guardò con gli occhi sgranati.

“Ma, madame, cosa ho appena fatto?”

Madame Matrena sorrise. Tutti questi stranieri erano uguali. Perché avevano mangiato qualche antipasto, qualche zakouski, immaginavano che il loro ospite si sarebbe accontentato. Non sapevano come si mangia.

“Andremo in sala da pranzo. Il generale la sta aspettando. Sono a tavola.”

“Capisco che dovrei conoscerlo.”

“Sì, vi siete incontrati a Parigi. È del tutto naturale che, passando per San Pietroburgo, lei gli faccia visita. Lo conosce molto bene, così bene che le apre la sua casa. Ah, sì, anche la mia figliastra…” – arrossì un poco – “Natacha crede che suo padre la conosca.”

Aprì la porta del salotto, che dovettero attraversare per raggiungere la sala da pranzo.

Dalla sua posizione attuale Rouletabille poteva vedere tutti gli angoli del salotto, la veranda, il giardino e la guardiola all'ingresso. Nella veranda l'uomo con la redingote color marrone guarnita di finto astrakan sembrava dormire ancora sul divano; in uno degli angoli del salotto un altro individuo, silenzioso e immobile come una statua, vestito esattamente allo stesso modo, con una redingote marrone e finto astrakan, se ne stava con le mani dietro la schiena, apparentemente colpito da paralisi generale alla vista di un tramonto fiammeggiante che illuminava come una torcia le guglie dorate dei Santi Pietro e Paolo. E nel giardino e davanti alla guardiola altri tre vestiti di marrone vagavano come anime in pena sul prato o avanti e indietro all'ingresso. Rouletabille fece cenno a Madame Matrena, rientrò nel salottino e chiuse la porta.

«Polizia?» chiese.

Matrena Petrovna annuì con la testa e si portò l'indice alla bocca in modo ingenuo, come si farebbe per intimare silenzio a un bambino. Rouletabille sorrise.

«Quanti sono?»

«Dieci, si danno il cambio ogni sei ore.»

«Il che fa quaranta sconosciuti intorno a casa sua ogni giorno.»

«Non sconosciuti», rispose lei. «Polizia.»

«Eppure, nonostante loro, lei ha avuto la faccenda del bouquet nella camera del generale.»

«No, allora ce n'erano solo tre. È dopo la faccenda del bouquet che ce ne sono dieci.»

«Poco importa. È dopo questi dieci che lei ha avuto...»

«Cosa?» chiese lei ansiosa.

«Lo sa bene: il pavimento.»

«Sst.»

Lanciò un'occhiata alla porta, osservando il poliziotto statuario davanti al sole calante.

«Nessuno lo sa, nemmeno mio marito.»

«Così mi ha detto il signor Koupriane. Allora è lei che ha organizzato questi dieci agenti di polizia?»

«Certamente.»

«Bene, cominceremo subito con il mandare via tutta questa polizia.»

Matrena Petrovna gli afferrò la mano, sbalordita.

«Non penserà mica di fare una cosa del genere!»

«Sì. Dobbiamo sapere da dove viene il colpo. Lei ha quattro diversi gruppi di persone qui intorno: la polizia, la servitù, i suoi amici, la sua famiglia. Si sbarazzi prima della polizia. Non devono avere il permesso di varcare la sua soglia. Non sono stati in grado di proteggerla. Non ha nulla da rimpiangere. E se, dopo che se ne saranno andati, dovesse spuntare qualcosa di nuovo, potremo lasciare che il signor Koupriane conduca le indagini senza che debba preoccuparsi qui in casa.»

«Ma lei non conosce l'ammirevole polizia di Koupriane. Questi uomini coraggiosi hanno dato prova della loro devozione.»

«Madame, se fossi faccia a faccia con un nichilista, la prima cosa che mi chiederei su di lui sarebbe: "È uno della polizia?". La prima cosa che chiedo in presenza di un agente della sua polizia è: "Non sarà mica un nichilista?".»

«Ma non vorranno andarsene.»

«Qualcuno di loro parla francese?»

«Sì, il loro sergente, che è là fuori nel salone.»

«La prego di chiamarlo.»

Madame Trebassof entrò nel salone e fece un cenno. L'uomo apparve. Rouletabille gli porse un foglio, che l'altro lesse.

«Radunerà i suoi uomini e lascerà la villa», ordinò Rouletabille. «Tornerà al quartier generale della polizia. Dica al signor Koupriane che ho ordinato questo e che richiedo che ogni servizio di polizia intorno alla villa sia sospeso fino a nuovo ordine.»

L'uomo s'inchinò, sembrò non capire, guardò Madame Trebassof e disse al giovane:

«Ai suoi ordini.»

Uscì.

«Aspetti un momento», lo esortò Madame Trebassof, che non sapeva come prendere questa azione brusca e la cui ansia era davvero dolorosa da vedere.

Scomparve dietro l'uomo dal finto astrakan. Pochi istanti dopo ritornò. Sembrava ancora più agitata.

«Mi perdoni», mormorò, «ma non posso lasciarli andare via così. Sono molto contrariati. Hanno insistito per sapere in cosa abbiano fallito nel loro servizio. Li ho placati con del denaro.»

«Sì, e mi dica tutta la verità, madame. Lei ha ordinato loro di non allontanarsi troppo, ma di restare vicino alla villa per sorvegliarla il più da vicino possibile.»

Lei arrossì.

«È vero. Ma se ne sono andati, ciononostante. Dovevano obbedirle. Che cos'è quel foglio che ha mostrato loro?»

Rouletabille tirò fuori di nuovo il biglietto coperto di sigilli, segni e cabale che lui non comprendeva. Madame Trebassof lo tradusse ad alta voce: «Ordine a tutti gli ufficiali alla sorveglianza della Villa Trebassof di obbedire assolutamente al portatore. Firmato: Koupriane.»

«È possibile!» mormorò Matrena Petrovna. «Ma Koupriane non le avrebbe mai dato questo foglio se avesse immaginato che lei lo avrebbe usato per congedare i suoi agenti.»

«Evidentemente. Non gli ho chiesto consiglio, madame, stia certa. Ma lo vedrò domani e lui capirà.»

«Nel frattempo, chi veglierà su di lui?» esclamò lei.

Rouletabille le prese di nuovo le mani. Vide la sua sofferenza, preda di un'angoscia quasi prostrante. Ne ebbe pietà. Voleva darle immediata fiducia.

«Noi», disse.

Lei vide i suoi occhi giovani e chiari, così profondi, così intelligenti, la testa giovane ben fatta, il volto volitivo, tutto il suo ardore giovanile per lei, e questo la rassicurò. Rouletabille attese ciò che lei avrebbe potuto dire. Lei non disse nulla. Lo prese tra le braccia e lo abbracciò.

II. NATACHA

Nella sala da pranzo era il turno di Thaddeus Tchnichnikoff di raccontare storie di caccia. Era il più grande mercante di legname della Lituania. Possedeva immense foreste e amava Feodor Feodorovitch* come un fratello, poiché avevano giocato insieme per tutta l'infanzia, e una volta lo aveva salvato da un orso che stava per schiacciargli il cranio come si potrebbe far cadere un cappello. Il padre del generale Trebassof era governatore della Curlandia a quel tempo, per grazia di Dio e del Padreterno. Thaddeus, che aveva appena tredici anni, uccise l'orso con un solo colpo della sua lancia da caccia, e proprio in tempo. Stretti legami si strinsero tra le due famiglie grazie a questo evento, e sebbene Thaddeus non fosse né di nobili natali né un soldato, Feodor lo considerava suo fratello e provava per lui tale affetto. Ora Thaddeus era diventato il più grande mercante di legname delle province occidentali, con le sue foreste e anche con il suo corpo massiccio, il suo volto grasso e oleoso, il suo collo taurino e la sua pancia ampia. Lasciava tutto all'improvviso, tutti i suoi affari, la sua famiglia, appena apprendeva del primo attentato, per venire a restare al fianco del suo caro compagno Feodor. Lo aveva fatto dopo ogni attentato, senza dimenticarne uno. Era un amico fedele. Ma si tormentava perché non potevano andare a caccia all'orso come in gioventù. «Dove», chiedeva, «ci sono ancora orsi in Curlandia, o alberi, se è per questo, che si possano definire tali, cresciuti dai tempi dei granduchi di Lituania, alberi giganti che gettavano la loro ombra fin quasi ai margini delle città? Dove si trovano cose simili oggigiorno?» Thaddeus era molto divertente, poiché era lui, certamente, che li aveva tagliati via con sufficiente tranquillità e visti svanire nel fumo delle locomotive. Era ciò che veniva chiamato Progresso. Ah, la caccia perdeva il suo carattere nazionale, di certo, con i piccoli alberi di nuova crescita che non avevano avuto il tempo di crescere. E, inoltre, oggigiorno non si aveva tempo per la caccia. Tutta la selvaggina grossa era così lontana. Fortunati se si trovava il tempo di abbattere un paio di beccacce di primo mattino. A questo punto della conversazione di Thaddeus ci fu un brusio di chiacchiere tra i gentiluomini conviviali, poiché avevano tutto il tempo del mondo a disposizione e non riuscivano a capire perché dovesse essere così preoccupato di strappare un po' di tempo al mattino o alla sera, o a mezzogiorno, se è per questo. Lo champagne scorreva come un fiume quando Rouletabille fu introdotto da Matrena Petrovna. Il generale, i cui occhi erano sulla porta da qualche tempo, esclamò subito, come rispondendo a una battuta:

«Ah, il mio caro Rouletabille! Ti stavo cercando. I nostri amici mi hanno scritto che stavi venendo a San Pietroburgo.»

* In questa storia, secondo l'abitudine russa, il generale Trebassof è chiamato alternativamente con quel nome o con il nome di famiglia Feodor Feodorovitch, e Madame Trebassof con quel nome o il suo nome di famiglia, Matrena Petrovna. — Nota del traduttore.

Rouletabille si affrettò verso di lui e si strinsero la mano come amici che si incontrano dopo una lunga separazione. Il reporter fu presentato alla compagnia come un caro giovane amico di Parigi di cui avevano goduto tanto durante la loro ultima visita alla Città della Luce. Tutti chiesero le ultime novità di Parigi come di un caro conoscente.

«Come sta la gente al Maxim’s?» incalzò l'eccellente Athanase Georgevitch.

Anche Thaddeus era stato una volta a Parigi ed era tornato con una simpatia entusiasta per le demoiselles francesi.

«Vos gogottes, monsieur», disse, apparendo molto amabile e poggiando su ogni parola, con un'enfasi gutturale come è comune nelle province occidentali, «ah, vos gogottes!»

Matrena Petrovna cercò di zittirlo, ma Thaddeus insistette sul suo diritto di apprezzare il bel sesso lontano da casa. Aveva una moglie turgida e sentimentale, sempre in lacrime e pronta a ficcargli in gola le sue nozioni religiose.

Naturalmente qualcuno chiese a Rouletabille cosa pensasse della Russia, ma non aveva nemmeno aperto bocca per rispondere che Athanase Georgevitch la chiuse interrompendolo:

«Permettez! Permettez! Voi altri, della giovane generazione, cosa ne sapete? Bisogna aver vissuto a lungo e in tutti i suoi distretti per apprezzare la Russia al suo vero valore. La Russia, mio caro signore, è ancora un libro chiuso per voi.»

«Naturalmente», rispose Rouletabille, sorridendo.

«Bene, bene, alla sua salute! Ciò che vorrei farle notare innanzitutto è che è un buon acquirente di champagne, eh?» — e fece un enorme sogghigno. «Ma il bevitore più accanito che abbia mai conosciuto era nato sulle rive della Senna. L'ha conosciuto, Feodor Feodorovitch? Il povero Charles Dufour, morto due anni fa alla festa degli ufficiali della Guardia. Scommise alla fine del banchetto che avrebbe potuto bere un bicchiere di champagne alla salute di ognuno dei presenti. Erano sessanta a contarli. Cominciò il giro del tavolo e la faccenda andò a gonfie vele fino al cinquantottesimo uomo. Ma al cinquantanovesimo — pensi alla sfortuna! — lo champagne finì! Quel povero, quel caro, quell'eccellente Charles prese un bicchiere di vin doré che era nel bicchiere di questo cinquantanovesimo, gli augurò lunga vita, scolò il bicchiere d'un fiato, ebbe appena il tempo di mormorare "Tokay, 1807" e cadde morto! Ah, conosceva le marche, parola mia! E lo provò fino all'ultimo respiro! Pace alle sue ceneri! Chiesero di cosa fosse morto. Io sapevo che morì a causa dell'inappropriata miscela di sapori. Dovrebbe esserci disciplina in ogni cosa e non mescolanze promiscue. Un altro bicchiere di champagne e sarebbe stato a bere con noi questa sera. Alla sua salute, Matrena Petrovna. Champagne, Feodor Feodorovitch! Vive la France, monsieur! Natacha, figlia mia, devi cantare qualcosa. Boris ti accompagnerà con la guzla. A tuo padre farà piacere.»

Tutti gli occhi si voltarono verso Natacha mentre si alzava.

Rouletabille fu colpito dalla sua bellezza serena. Quella fu la prima impressione avvincente, un'impressione così forte da stupirlo, la perfetta serenità, la calma suprema, la tranquilla armonia dei suoi nobili lineamenti. Natacha aveva vent'anni. Pesanti capelli castani le circondavano la fronte ed erano annodati intorno alle orecchie, che erano seminascoste. Il suo profilo era netto; la sua bocca era forte e rivelava tra le labbra rosse e sode la perlacea regolarità dei denti. Era di media statura. Camminando aveva il passo libero e leggero delle fanciulle di alto lignaggio che, in tempi primordiali, calpestavano i fiori mentre passavano senza schiacciarli. Ma tutta la sua vera grazia sembrava concentrata nei suoi occhi, che erano profondi e di un blu scuro. L'impressione che faceva su chi la osservava era molto complessa. E sarebbe stato difficile dire se la calma che permeava ogni manifestazione della sua bellezza fosse il risultato di un controllo consapevole o della più perfetta disinvoltura.

Prese la guzla e la porse a Boris, che accennò alcuni accordi lamentosi preliminari.

«Cosa devo cantare?» chiese, sollevando la mano del padre dallo schienale del divano dove poggiava e baciandola con tenerezza filiale.

«Improvvisa», disse il generale. «Improvvisa in francese, per il nostro ospite.»

«Oh, sì», esclamò Boris; «improvvisa come hai fatto l'altra sera.»

Attaccò immediatamente un accordo in minore.

Natacha guardò con affetto suo padre mentre cantava:

«Quando giunge il momento che ci separa alla fine del giorno, quando l'Angelo del Sonno ti copre con ali d'azzurro; Oh, possano i tuoi occhi riposare da tante lacrime, e il tuo cuore oppresso avere calma; In ogni momento che abbiamo insieme, caro Padre, lascio che le nostre anime sentano un'armonia dolce e mistica; E quando i tuoi pensieri saranno volati verso altri mondi, oh, possa la mia immagine, almeno, annidarsi nei tuoi occhi che dormono.»

La voce di Natacha era dolce e il fascino ne era sottilmente pervasivo. Le parole, così come le pronunciava, sembravano avere tutta la qualità di una preghiera e c'erano lacrime in tutti gli occhi, eccetto in quelli di Michael Korsakoff, il secondo attendente, che Rouletabille valutò come un uomo dal cuore ruvido non molto aperto ai sentimenti.

«Feodor Feodorovitch», disse questo ufficiale, quando la voce della fanciulla fu svanita fondendosi con l'ultima nota della guzla, «Feodor Feodorovitch è un uomo e un glorioso soldato che può dormire in pace, perché ha lavorato per il suo paese e per il suo Zar.»

«Sì, sì. Lavorato bene! Un glorioso soldato!» ripeterono Athanase Georgevitch e Ivan Petrovitch. «Può ben dormire in pace.»

«Natacha ha cantato come un angelo», disse Boris, il primo attendente, con voce tremante.

«Come un angelo, Boris Nikolaievitch. Ma perché ha parlato del suo cuore oppresso? Io non vedo che il generale Trebassof abbia un cuore oppresso, per parte mia.» Michael Korsakoff parlò bruscamente mentre vuotava il suo bicchiere.

«No, è vero, non è così?» concordarono gli altri.

«Una giovane ragazza può augurare al padre un sonno piacevole, sicuramente!» disse Matrena Petrovna, con un certo buon senso. «Natacha ha commosso tutti noi, non è vero, Feodor?»

«Sì, mi ha fatto piangere», dichiarò il generale. «Ma prendiamo dello champagne per tirarci su il morale. Il nostro giovane amico qui penserà che siamo dei cuor di leone.»

«Mai pensarlo», disse Rouletabille. «Mademoiselle ha toccato profondamente anche me. È un'artista, davvero una grande artista. E una poetessa.»

«Viene da Parigi; lui se ne intende», dissero gli altri.

E tutti bevvero.

Poi parlarono di musica, con grande sfoggio di conoscenze riguardo alle cose operistiche. Prima uno, poi un altro andò al pianoforte e suonò qualche motivo che gli altri canticchiarono un po' all'inizio, poi gridarono in un coro festoso. Poi bevvero ancora, tra un perfetto fracasso di chiacchiere e risate. Ivan Petrovitch e Athanase Georgevitch attraversarono la stanza e baciarono il generale. Rouletabille vide intorno a sé grandi bambini che si divertivano con un'ingenuità incredibile e che bevevano in una maniera ancora più incredibile. Matrena Petrovna fumava sigarette di tabacco giallo incessantemente, alzandosi quasi continuamente per fare un rapido giro delle stanze e, dopo aver spronato la servitù a una maggiore vigilanza, sedeva e guardava a lungo Rouletabille, che non si muoveva, ma coglieva ogni parola, ogni gesto di ognuno lì presente. Infine, sospirando, si sedette accanto a Feodor e chiese come si sentisse la sua gamba. Michael e Natacha, in un angolo, erano immersi in una conversazione, e Boris li guardava con ovvia impazienza, continuando a strimpellare la guzla. Ma la cosa che colpì più di ogni altra la giovane immaginazione di Rouletabille fu il volto mite del generale. Non aveva immaginato il terribile Trebassof con un'espressione così paterna e comprensiva. I giornali di Parigi ne avevano stampato immagini temibili, più o meno autentiche, ma le arti della fotografia e dell'incisione avevano tagliato lineamenti vigorosi e rozzi di un funzionario che non conosceva pietà. Tali immagini erano in perfetto accordo con l'idea che naturalmente si aveva della figura dominante del governo a Mosca, l'uomo che, durante otto giorni — la Settimana Rossa — aveva fatto così tanti cadaveri di studenti e operai che le aule dell'Università e le fabbriche avevano aperto le loro porte invano da allora. I morti avrebbero dovuto risorgere affinché quei luoghi fossero popolati! Giorni di terribile battaglia dove in un quartiere o nell'altro della città non vi era altro che massacro o incendi, finché Matrena Petrovna e la sua figliastra, Natacha (tutti i giornali ne parlarono), si erano gettate in ginocchio davanti al generale e avevano implorato condizioni per gli ultimi dei rivoluzionari, alle strette nel quartiere di Presnia, e ne erano state rifiutate. «La guerra è guerra», era stata la sua risposta, con una logica inconfutabile. «Come potete chiedere pietà per questi uomini che non ne danno mai?» Si dica per i giovani delle barricate che non si arresero mai, e altrettanto si dica per Trebassof che necessariamente li fucilò. «Se avessi dovuto considerare solo me stesso», aveva detto il generale a un giornalista parigino, «avrei potuto essere gentile come un agnello con questi disgraziati, e così non sarei io stesso, ora, condannato a morte. Dopotutto, non capisco cosa mi rimproverino. Ho servito il mio padrone come un suddito coraggioso e leale, nient'altro, e, dopo i combattimenti, ho lasciato che altri stanassero i bambini che si erano nascosti sotto le gonne delle madri. Tutti parlano della repressione di Mosca, ma parliamo, amico mio, della Comune. Quello fu un lavoro che non avrei fatto, massacrare all'interno di un cortile una folla inerme di uomini, donne e bambini. Sono un soldato rozzo e fedele di Sua Maestà, ma non sono un mostro e ho i sentimenti di un marito e di un padre, mio caro monsieur. Dica questo ai suoi lettori, se le va, e non faccia altre congetture sul fatto se io sembri pentito di essere stato condannato a morte.»

Certamente ciò che sbalordiva Rouletabille ora era questa solida figura del condannato che appariva così tranquillamente godersi la vita. Quando il generale non favoriva l'allegria dei suoi amici, parlava con sua moglie e sua figlia, che lo adoravano e continuavano ad accarezzarlo, e sembrava perfettamente felice. Con i suoi enormi baffi brizzolati, il colorito rubicondo, gli occhi acuti e penetranti, sembrava il tipico padre viziato.

Il reporter studiò tutti questi tipi ampiamente differenti e fece le sue osservazioni fingendo un appetito vorace, che serviva, inoltre, a fissarlo nelle buone grazie dei suoi ospiti della datcha des Iles. Ma, in realtà, passava il cibo a un enorme bulldog sotto il tavolo, nelle cui buone grazie si stava pure saldamente piantando. Poiché Trebassof aveva pregato i suoi compagni di lasciare che il suo giovane amico soddisfacesse la sua fame vorace in pace, non si preoccuparono di intrattenerlo. Poi, la musica servì a distogliere l'attenzione da lui e, in un momento poco più tardi, quando Matrena Petrovna si voltò per parlare al giovane, si spaventò nel non vederlo. Dove era andato? Uscì nella veranda e guardò. Non osò chiamare. Entrò nel grande salone e vide il reporter proprio mentre usciva dal salottino.

«Dov'era?» chiese lei.

«Il salottino è certamente incantevole e decorato in modo squisito», si complimentò Rouletabille. «Sembra quasi un boudoir.»

«Serve da boudoir per mia figliastra, la cui camera da letto dà direttamente su di esso; vede la porta là. È solo per il momento che il tavolo da pranzo è apparecchiato lì, perché da qualche tempo la polizia ha occupato la veranda.»

«Il suo cane è un cane da guardia, madame?» chiese Rouletabille, accarezzando la bestia, che lo aveva seguito.

«Khor è fedele e ci ha protetto bene finora.»

«Dorme ora, dunque?»

«Sì. Koupriane lo tiene chiuso nella guardiola per evitare che abbai di notte. Koupriane teme che, se fosse fuori, sbranerebbe uno dei poliziotti che sorvegliano il giardino di notte. Volevo che dormisse in casa, o davanti alla porta del suo padrone, o persino ai piedi del letto, ma Koupriane ha detto: "No, no; niente cane. Non faccia affidamento sul cane. Non c'è nulla di più pericoloso che fare affidamento sul cane". Da allora tiene Khor chiuso la notte. Ma non capisco l'idea di Koupriane.»

«Il signor Koupriane ha ragione», disse il reporter. «I cani sono utili solo contro gli estranei.»

«Oh», ansimò la povera donna, abbassando gli occhi. «Koupriane sa certamente il fatto suo; pensa a tutto.»

«Andiamo», aggiunse rapidamente, come per nascondere il suo turbamento, «non se ne vada in giro così senza farmi sapere. La vogliono in sala da pranzo».

«Deve raccontarmi subito di questo attentato».

«In sala da pranzo, in sala da pranzo. Malgrado me stessa», disse a bassa voce, «è più forte di me. Non sono capace di lasciare il generale da solo mentre è al piano terra».

Condusse Rouletabille in sala da pranzo, dove i signori stavano ora raccontando strane storie di rapine di strada tra risate fragorose. Natacha stava ancora parlando con Michael Korsakoff; Boris, i cui occhi non li lasciavano mai, era pallido come la cera sulla sua guzla, che agitava violentemente di tanto in tanto. Matrena fece sedere Rouletabille in un angolo del divano, vicino a lei, e, contando sulle dita come un'attenta padrona di casa che non desidera trascurare nulla nei suoi calcoli domestici, disse:

«Ci sono stati tre attentati; i primi due a Mosca. Il primo avvenne molto semplicemente. Il generale sapeva di essere stato condannato a morte. Gli avevano consegnato al palazzo, nel pomeriggio, il manifesto rivoluzionario che proclamava il suo destino a tutta la città e al paese. Così Feodor, che stava per andare in città a cavallo, congedò la sua scorta. Ordinò di attaccare i cavalli a una slitta. Io tremavo e chiesi cosa avesse intenzione di fare. Disse che avrebbe fatto un giro tranquillo per tutte le zone della città, per dimostrare ai moscoviti che un governatore nominato secondo la legge dal Piccolo Padre, e che aveva nella sua coscienza solo la consapevolezza di aver compiuto pienamente il suo dovere, non poteva essere intimidito. Erano quasi le quattro, verso la fine di una giornata invernale che era stata limpida e luminosa, ma molto fredda. Mi avvolsi nelle mie pellicce e presi posto accanto a lui, e lui disse: "È magnifico, Matrena; questo avrà un grande effetto su questi imbecilli". Così partimmo. All'inizio percorremmo la Naberjnaia. La slitta scivolava come il vento. Il generale diede un forte colpo sulla schiena al cocchiere, gridando: "Più piano, sciocco; penseranno che abbiamo paura", e così i cavalli andavano quasi al passo quando, passando dietro la Chiesa della Protezione e dell'Intercessione, raggiungemmo la Piazza Rossa. Fino ad allora i pochi passanti ci avevano guardato e, non appena lo riconoscevano, affrettavano il passo per tenerlo d'occhio. Nella Piazza Rossa c'era solo un gruppetto di donne in ginocchio davanti alla Vergine. Non appena queste donne ci videro e riconobbero l'equipaggio del Governatore, si dispersero come uno stormo di corvi, con grida di spavento. Feodor rise così forte che, mentre passavamo sotto la volta della Vergine, la sua risata parve scuotere le pietre. Mi sentii rassicurata, monsieur. La nostra passeggiata continuò senza alcun incidente degno di nota. La città era quasi deserta. Tutto giaceva prostrato sotto l'orribile colpo di quella battaglia in strada. Feodor disse: "Ah, mi lasciano largo spazio; non sanno quanto io li ami", e per tutta quella passeggiata mi disse molte altre cose affascinanti e delicate».

«Mentre parlavamo piacevolmente sotto le pellicce arrivammo alla Piazza Koudrinsky, alla via Koudrinsky, per l'esattezza. Erano appena le quattro, e una leggera nebbia aveva cominciato a mescolarsi alla neve che cadeva, e le case a destra e a sinistra erano visibili solo come masse d'ombra. Scivolavamo sulla neve come una barca lungo il fiume in una calma nebbiosa. Poi, improvvisamente, udimmo grida laceranti e vedemmo ombre di soldati correre intorno, con movimenti che sembravano più grandi del naturale attraverso la nebbia; le loro fruste corte sembravano enormi mentre abbattevano altre ombre che vedemmo cadere come tronchi. Il generale fermò la slitta e scese per vedere cosa stesse succedendo. Io scesi con lui. Erano soldati del famoso reggimento Semenowsky, che avevano due prigionieri, un giovane e un bambino. Il bambino veniva colpito sulla nuca. Si dimenava a terra e gridava per il tormento. Non doveva avere più di nove anni. L'altro, il giovane, si teneva in piedi e marciava senza un solo grido mentre le frustate cadevano brutalmente su di lui. Ero sconvolta. Non diedi a mio marito il tempo di aprire bocca prima di gridare al sottotenente che comandava il distaccamento: "Dovreste vergognarvi di colpire così un bambino e un cristiano, che non può difendersi". Il generale gli disse la stessa cosa. Allora il sottotenente ci disse che il bambino aveva appena ucciso un tenente in strada sparando con un revolver, che ci mostrò, ed era il più grande che io abbia mai visto, e doveva essere pesante per quel bambino da sollevare come un piccolo cannone. Era incredibile».

«"E l'altro", domandò il generale; "cosa ha fatto?"»

«"È uno studente pericoloso", rispose il sottotenente, "che si è consegnato come prigioniero perché aveva promesso al proprietario della casa dove vive che lo avrebbe fatto per evitare che la casa venisse abbattuta a cannonate".»

«"Ma fa bene. Perché lo picchiate?"»

«"Perché ci ha detto di essere uno studente pericoloso".»

«"Non è una ragione", gli disse Feodor. "Sarà fucilato se lo merita, e anche il bambino, ma vi proibisco di picchiarlo. Non vi sono state fornite queste fruste per picchiare prigionieri isolati, ma per caricare la folla quando non obbedisce agli ordini del governatore. In tal caso vi viene ordinato 'Caricare', e sapete cosa fare. Capito?" disse Feodor bruscamente. "Sono il generale Trebassof, il vostro governatore".»

«Feodor fu profondamente umano nel dire questo. Ah, beh, ne fu ripagato male, molto male, le dico. Lo studente era davvero pericoloso, perché non appena ebbe sentito mio marito dire: "Sono il generale Trebassof, il vostro governatore", gridò: "Ah, sei tu, Trebassoff!" ed estrasse un revolver da non si sa dove e sparò dritto al generale, quasi contro il suo petto. Ma il generale non fu colpito, fortunatamente, né io, che ero accanto a lui e mi ero gettata sullo studente per disarmarlo, e poi fui sballottata ai piedi dei soldati nella battaglia che ingaggiarono attorno allo studente mentre il revolver sparava. Tre soldati furono uccisi. Può capire che gli altri erano furiosi. Mi sollevarono con molte scuse e, tutti insieme, si misero a prendere a calci lo studente ai fianchi e a colpirlo mentre giaceva a terra. Il sottotenente colpì il suo viso con un colpo che avrebbe potuto accecarlo. Feodor colpì l'ufficiale alla testa con il pugno e chiamò: "Non hai sentito quello che ho detto?". L'ufficiale cadde sotto il colpo e Feodor stesso lo portò alla slitta e lo depose con i morti. Poi prese il comando dei soldati e li condusse alle caserme. Io seguii, come una sorta di retroguardia. Tornammo al palazzo un'ora dopo. Era ormai buio pesto, e quasi all'ingresso del palazzo ci sparò contro un gruppo di rivoluzionari che passarono rapidamente su due slitte e scomparvero nell'oscurità così velocemente che non poterono essere raggiunti. Ebbi un proiettile nel mio toque. Il generale non era stato toccato nemmeno questa volta, ma le nostre pellicce erano rovinate dal sangue dei soldati morti che avevano dimenticato di pulire dalla slitta. Quello fu il primo attentato, che significava ben poco, dopotutto, perché si combatteva allo scoperto. Fu qualche giorno dopo che iniziarono a tentare l'assassinio».

In quel momento Ermolai portò quattro bottiglie di champagne e Thaddeus picchiettò leggermente sul pianoforte.

«Presto, madame, il secondo attentato», disse Rouletabille, che stava prendendo appunti frettolosi sul polsino, senza mai smettere, nel frattempo, di osservare il gruppo conviviale e ascoltando con entrambe le orecchie spalancate Matrena.

«Il secondo avvenne ancora a Mosca. Avevamo fatto una cena allegra perché pensavamo che finalmente i bei vecchi tempi fossero tornati e i buoni cittadini potessero vivere in pace; e Boris aveva provato la guzla cantando canzoni della regione di Orel per farmi piacere; è così fine e comprensivo. Natacha era andata da qualche parte. La slitta aspettava alla porta e uscimmo e salimmo. Quasi istantaneamente ci fu un rumore spaventoso, e fummo sbalzati nella neve, sia il generale che io. Non rimaneva traccia di slitta o cocchiere; i due cavalli erano sventrati, due magnifici cavalli pezzati, mio caro giovane monsieur, ai quali il generale era così affezionato. Quanto a Feodor, ebbe quella grave ferita alla gamba destra; il polpaccio era frantumato. Io ebbi semplicemente la spalla un po' slogata, praticamente nulla. La bomba era stata piazzata sotto il sedile dell'infelice cocchiere, del quale trovammo solo il cappello, in una pozza di sangue. Dopo quell'attacco il generale rimase due mesi a letto. Nel secondo mese arrestarono due domestici che furono sorpresi una notte sul pianerottolo che conduceva al piano superiore, dove non avevano nulla da fare, e dopo di allora feci arrivare subito i nostri vecchi domestici di Orel a servirci. Si scoprì che quei domestici scoperti erano in contatto con i rivoluzionari, così furono impiccati. L'Imperatore nominò un governatore provvisorio, e ora che il generale stava meglio decidemmo per una convalescenza per lui nel midi della Francia. Prendemmo il treno per San Pietroburgo, ma il viaggio scatenò una febbre alta in mio marito e riaprì la ferita al polpaccio. I medici ordinarono riposo assoluto e così ci stabilimmo qui nella datcha des Iles. Da allora, non è passato giorno senza che il generale ricevesse una lettera anonima che gli diceva che nulla può salvarlo dalla vendetta dei rivoluzionari. Lui è coraggioso e ci ride solo sopra, ma per quanto mi riguarda, so bene che finché siamo in Russia non abbiamo un momento di sicurezza. Così lo controllo ogni minuto e non lascio che nessuno si avvicini a lui tranne i suoi amici intimi e noi della famiglia. Ho portato una vecchia gniagnia che mi ha vista crescere, Ermolai, e i domestici di Orel. Nel frattempo, due mesi dopo, si verificò improvvisamente il terzo attentato. È certamente tra tutti il più spaventoso, perché è così misterioso, un mistero che non è stato ancora, ahimè, risolto».

Ma Athanase Georgevitch aveva raccontato una «bella storia» che sollevò un tale chiasso che non si riuscì a sentire nient'altro. Feodor Feodorovitch era così divertito da avere le lacrime agli occhi. Rouletabille si disse mentre Matrena parlava: «Non ho mai visto uomini così allegri, eppure sanno perfettamente di poter saltare in aria tutti insieme da un momento all'altro».

Il generale Trebassof, che aveva osservato costantemente Rouletabille, il quale, d'altronde, era stato tenuto d'occhio da tutti i presenti, disse:

«Eh, eh, monsieur le journaliste, ci trova molto allegri?»

«Vi trovo molto coraggiosi», disse Rouletabille tranquillamente.

«Com'è possibile?» disse Feodor Feodorovitch, sorridendo.

«Deve scusarmi se penso alle cose che voi sembrate aver dimenticato del tutto».

Indicò la gamba ferita del generale.

«I rischi del mestiere! I rischi del mestiere!» disse il generale. «Una gamba qui, un braccio là. Ma, come vede, sono ancora qui. Finiranno per stancarsi e lasciarmi in pace. Alla sua salute, amico mio!»

«Alla vostra salute, generale!»

«Capisce», continuò Feodor Feodorovitch, «non c'è motivo di eccitarci. È nostro compito difendere l'impero a rischio della nostra vita. Lo troviamo del tutto naturale, e non c'è motivo di pensarci. Ho avuto terrori sufficienti in altre direzioni, per non parlare dei terrori dell'amore, che sono più feroci di quanto lei possa ancora immaginare. Guardi cosa hanno fatto al mio povero amico, il Capo della Surete, Boichlikoff. Era encomiabile certamente. Quello era un uomo coraggioso. Di sera, quando il suo lavoro era finito, lasciava sempre l'ufficio della prefettura e andava a raggiungere moglie e figli nel loro appartamento nella ruelle des Loups. Nemmeno un soldato! Nessuna guardia! Gli altri avevano ogni possibilità. Una sera una ventina di rivoluzionari, dopo aver scacciato i domestici terrorizzati, salirono ai suoi appartamenti. Stava cenando con la sua famiglia. Bussarono e lui aprì la porta. Vide chi erano, e cercò di parlare. Non gli diedero tempo. Davanti alla moglie e ai figli, pazzi di terrore e in ginocchio davanti ai rivoluzionari, gli lessero la condanna a morte. Una bella fine quella per una cena!»

Mentre ascoltava, Rouletabille impallidì e tenne gli occhi sulla porta come se si aspettasse di vederla aprirsi da sola, dando accesso a feroci nichilisti dei quali uno, con un foglio in mano, avrebbe letto la sentenza di morte a Feodor Feodorovitch. Lo stomaco di Rouletabille non era ancora temprato a storie simili. Si pentì quasi, momentaneamente, di essersi assunto la terribile responsabilità di congedare la polizia. Dopo quello che Koupriane gli aveva confidato di ciò che era accaduto in quella casa, non aveva esitato a rischiare tutto su quella decisione audace, ma lo stesso, lo stesso... queste storie di nichilisti che appaiono alla fine di un pasto, sentenza di morte alla mano, lo perseguitavano, lo sconvolgevano. Certamente era stata una temerarietà congedare la polizia!

«Bene», chiese, vincendo i suoi dubbi e riprendendo, come sempre, la sua fiducia in se stesso, «allora, cosa fecero poi, dopo aver letto la sentenza?»

«Il Capo della Surete sapeva di non avere tempo da perdere. Non ne chiese. I rivoluzionari gli ordinarono di salutare la sua famiglia. Sollevò la moglie, i figli, li strinse a sé, disse loro di farsi coraggio, poi disse che era pronto. Lo portarono in strada. Lo misero contro un muro. La moglie e i figli guardarono da una finestra. Risuonò una scarica. Scesero a recuperare il corpo, trafitto da venticinque proiettili».

«Quello fu esattamente il numero di ferite che furono fatte sul corpo del piccolo Jacques Zloriksky», giunse nei toni uniformi di Natacha.

«Oh, tu, tu trovi sempre una scusa», brontolò il generale. «Il povero Boichlikoff ha fatto il suo dovere, come ho fatto il mio».

«Sì, papà, hai agito come un soldato. È ciò che i rivoluzionari non dovrebbero dimenticare. Ma non aver paura per noi, papà; perché se uccideranno te, moriremo tutti con te».

«E allegramente, per giunta», dichiarò Athanase Georgevitch.

«Dovrebbero venire stasera. Siamo in forma!»

Dopodiché Athanase riempì di nuovo i bicchieri.

«Tuttavia, permettetemi di dire», si azzardò il mercante di legname, Thaddeus Tchnitchnikof, timidamente, «permettetemi di dire che questo Boichlikoff era molto imprudente».

«Sì, davvero, molto gravemente imprudente», concordò Rouletabille. «Quando un uomo ha fatto sparare venticinque buoni proiettili nel corpo di un bambino, dovrebbe certamente tenere la sua casa ben sorvegliata se desidera cenare in pace».

Balbettò un po' verso la fine, perché gli venne in mente che era un po' incoerente esprimere tali opinioni, visto quello che aveva fatto con la guardia al generale.

«Ah», gridò Athanase Georgevitch, con una voce teatrale, «Ah, non era imprudenza! Era disprezzo per la morte! Sì, era disprezzo per la morte quello che lo ha ucciso! Proprio come il disprezzo per la morte ci mantiene, in questo momento, in perfetta salute. A voi, signore e signori! Conoscete qualcosa di più bello, di più grande, al mondo del disprezzo per la morte? Guardate Feodor Feodorovitch e rispondetemi. Superbo! Parola mia, superbo! A tutti voi! I rivoluzionari che non sono della polizia sono dello stesso avviso riguardo ai nostri eroi. Possono maledire i tchinownick che eseguono i terribili ordini dati loro da chi sta più in alto, ma coloro che non sono della polizia (ce ne sono alcuni, credo) — questi riconoscono sicuramente che uomini come il Capo della Surete, il nostro defunto amico, sono coraggiosi».

«Certamente», confermò il generale. «Tutto sommato, hanno bisogno di più eroismo per una passeggiata in un salone che un soldato su un campo di battaglia».

«Ho incontrato alcuni di questi uomini», continuò Athanase con tono esaltato. «Ho trovato in tutte le loro case la stessa... imprudenza, come la chiama il nostro giovane amico francese. Qualche giorno dopo l'assassinio del Capo della Polizia a Mosca fui ricevuto dal suo successore nello stesso luogo in cui era avvenuto l'assassinio. Non prese la minima precauzione con me, che non conosceva affatto, né con uomini della classe media che venivano a presentare le loro petizioni, nonostante il fatto che fosse avvenuto in condizioni identiche a quelle in cui era stato ucciso il suo predecessore. Prima di andarmene guardai dove sul pavimento era avvenuta così di recente tanta agonia. Avevano messo un tappeto lì e sul tappeto un tavolo, e su quel tavolo c'era un libro. Indovinate quale libro. 'Calze da donna', di Willy! E... e poi... Alla sua salute, Matrena Petrovna. Chi se ne importa!»

«Voi stessi, amici miei», dichiarò il generale, «dimostrate il vostro grande coraggio venendo a condividere le ore che restano della mia vita con me».

«Niente affatto, niente affatto! È la guerra».

«Sì, è la guerra».

«Oh, non c'è bisogno di darci pacche sulla spalla, Athanase», insistette Thaddeus modestamente. «Che rischio corriamo? Siamo ben sorvegliati».

«Siamo protetti dal dito di Dio», dichiarò Athanase, «perché la polizia... beh, non ho alcuna fiducia nella polizia».

Michael Korsakoff, che era stato a fare un giro in giardino, entrò durante l'osservazione.

«Sia felice, allora, Athanase Georgevitch», disse, «perché ora non ci sono poliziotti intorno alla villa».

«Dove sono?» chiese il mercante di legname a disagio.

«È arrivato un ordine da Koupriane di rimuoverli», spiegò Matrena Petrovna, che si sforzava di apparire calma.

«E non sono stati sostituiti?» chiese Michael.

«No. È incomprensibile. Deve esserci stata un po' di confusione negli ordini impartiti». E Matrena arrossì, perché detestava mentire ed era con tribolazione di spirito che usava questa favola sotto la direzione di Rouletabille.

«Oh, beh, tanto meglio», disse il generale. «Mi farà piacere vedere la mia casa liberata per un po' da certa gente».

Athanase era naturalmente dello stesso parere del generale, e quando Thaddeus e Ivan Petrovitch e gli attendenti si offrirono di passare la notte alla villa e prendere il posto della polizia assente, Feodor Feodorovitch colse un gesto di Rouletabille che disapprovava l'idea di questa nuova guardia.

«No, no», gridò il generale con enfasi. «Voi ve ne andate al solito orario. Voglio ora tornare al corso normale delle cose, parola mia! Vivere come fanno tutti gli altri. Staremo bene. Koupriane ed io abbiamo sistemato la faccenda. Koupriane è meno sicuro dei suoi uomini, dopotutto, di quanto io lo sia dei miei servitori. Mi capisce. Non ho bisogno di spiegare oltre. Voi andrete a casa a dormire... e noi tutti dormiremo. Questi sono gli ordini. Inoltre, deve ricordare che il posto di guardia è solo a un passo da qui, all'angolo della strada, e ci basta dare un segnale per portarli tutti qui. Ma... niente più agenti segreti o polizia speciale... no, no! Buonanotte. Tutti a letto ora!»

Non insistettero oltre. Quando Feodor aveva detto: «Questi sono gli ordini», non c'era spazio per altro, nemmeno sotto forma di cortese insistenza.

Ma prima di andare a letto tutti andarono nella veranda, dove i liquori furono serviti dal coraggioso Ermolai, come sempre. Matrena spinse la sedia a rotelle del generale lì, e lui continuava a ripetere: «No, no. Niente più gente simile. Niente più polizia. Portano solo guai».

«Feodor! Feodor!» sospirò Matrena, la cui ansia si approfondiva malgrado tutto ciò che potesse fare, «vegliavano sulla tua cara vita».

«La vita mi è cara solo per te, Matrena Petrovna».

«E non affatto per me, papà?» disse Natacha.

«Oh, Natacha!»

Le prese entrambe le mani nelle sue. Fu un momento toccante di intimità familiare.

Di tanto in tanto, mentre Ermolai versava i liquori, Feodor batteva la mano sulle coperte sopra la sua gamba.

«Va meglio», diceva. «Va meglio».

Allora la malinconia apparve sul suo volto segnato, e osservò la notte farsi più fonda sopra le isole, la notte dorata di San Pietroburgo. Non era ancora del tutto il periodo dell'anno per quelle che lì chiamano le notti dorate, le "notti bianche", notti che non sprofondano mai nell'oscurità, ma erano già belle nella loro soffice chiarezza, accarezzate, qui presso il Golfo di Finlandia, quasi contemporaneamente dagli ultimi e dai primi raggi del sole, dal crepuscolo e dall'alba.

Dall'altezza della veranda si scorgeva uno degli scorci più belli delle isole, e l'ora era così incantevole che il suo fascino commosse quelle persone, parecchie delle quali, come Thaddeus, erano ancora vicine alla natura. Fu lui, per primo, a chiamare Natacha:

"Natacha! Natacha! Cantaci la tua 'Soir des Iles'."

La voce di Natacha fluttuò sulla pace delle isole sotto il tenue cielo arcuato, leggera e limpida come una rosa notturna, e la guzla di Boris l'accompagnò. Natacha cantò:

"Questa è la notte delle Isole, al nord del mondo. Il cielo stringe tra le sue braccia immacolate il petto della terra, la Notte bacia la rosa che l'alba ha donato al crepuscolo. E l'aria notturna è dolce e fresca oltre il golfo tremante, come il respiro delle giovani fanciulle di un mondo ancora più a nord. Sotto i due orizzonti illuminati, che affondano e sorgono insieme, il sole rotola rimbalzando dagli dei al nord del mondo. In questo momento, amato, quando nelle ombre chiare di questa sera tinta di rosa sono qui sola con te, rispondi, rispondi con un cuore meno timido al sacro, consueto grido di 'Buonasera'."

Ah, come la guardavano Boris Nikolaievitch e Michael Korsakoff mentre cantava! Davvero, nessuno potrà mai indovinare la rabbia o l'amore che cova in un cuore slavo sotto una tunica da soldato, che il soldato suoni saggiamente la guzla, come il corretto Boris, o che ozii soltanto, arricciandosi i baffi con le dita curate e profumate, come Michael, l'indifferente.

Natacha smise di cantare, ma tutti sembravano ascoltarla ancora: il gruppo conviviale sulla terrazza appariva rapito in un'attenzione incantata, e le statuine di porcellana che raffiguravano uomini sul prato, secondo la moda delle Iles, parevano sollevarsi sulle loro corte gambe per meglio udire il passaggio dell'armonia sospirante di Natacha nelle notti rosa al nord del mondo.

Nel frattempo Matrena vagava per la casa dalla cantina alla soffitta, vegliando sul marito come un cane di guardia, pronta a mordere, a gettarsi incontro al pericolo, a ricevere i colpi, a morire per il suo padrone, e in cerca di Rouletabille, che era di nuovo scomparso.

III. LA GUARDIA

Uscì per ammonire i servitori a una stretta sorveglianza, armati fino ai denti, davanti al cancello per tutta la notte, e attraversò il giardino deserto. Sotto la veranda lo schwitzar stava stendendo un materasso per Ermolai. Gli chiese se avesse visto il giovane francese da qualche parte e, dopo la risposta, poté solo dirsi: "Dov'è, dunque?". Dove era andato Rouletabille? Il generale, che lei aveva portato su in camera sua sulle proprie spalle, senza alcun aiuto, e aveva aiutato a letto senza assistenza, era turbato da questa singolare sparizione. Qualcuno aveva già portato via il "loro" Rouletabille? I loro amici se n'erano andati e gli attendenti avevano preso congedo senza essere in grado di dire dove fosse andato quel ragazzo giornalista. Ma sarebbe stato sciocco preoccuparsi della scomparsa di un giornalista, avevano detto. Quel genere di uomo, questi giornalisti, veniva, andava, arrivava quando meno te lo aspettavi, e lasciava la loro compagnia, persino quella dell'alta società, senza formalità. Era quello che in Francia chiamavano "andarsene alla maniera inglese". Tuttavia, sembrava non volesse essere scortese. Forse era andato a telegrafare. Un giornalista doveva restare in contatto col telegrafo a ogni ora. La povera Matrena Petrovna vagava nel giardino solitario in un tumulto del cuore. C'era la luce alla finestra del generale al primo piano. C'erano luci nel seminterrato dalle cucine. C'era una luce al piano terra vicino al salotto, dalla finestra della camera di Natacha. Ah, la notte era difficile da sopportare. E questa notte le ombre pesavano più che mai sul petto valoroso di Matrena. Mentre respirava, sentiva come se sollevasse tutto il peso della notte minacciosa. Esaminava tutto, tutto. Tutto era chiuso bene, era perfettamente sicuro, e non c'era nessuno all'interno se non persone di cui era assolutamente certa, ma a cui, nonostante tutto, non permetteva di andare da nessuna parte nella casa se non dove il loro lavoro li chiamava. Ognuno al suo posto. Questo rendeva le cose più sicure. Avrebbe voluto che ognuno potesse rimanere fisso come le statue di porcellana degli uomini fuori sul prato. Proprio mentre lo pensava, ecco ai suoi piedi, proprio ai suoi piedi, un'ombra di uno degli uomini di porcellana si mosse, si allungò, si sollevò sulle ginocchia, le afferrò la gonna e parlò con la voce di Rouletabille. Ah, bene! Era Rouletabille. "Proprio io, cara madame; proprio io."

"Perché Ermolai è nella veranda? Rimandalo in cucina e dì allo schwitzar di andare a letto. I servitori bastano per una guardia ordinaria all'esterno. Poi entri subito, chiuda la porta e non si preoccupi per me, cara madame. Buonanotte."

Rouletabille aveva ripreso, nell'ombra, tra le altre figure di porcellana, la sua posa di uomo di porcellana.

Matrena Petrovna fece come le era stato detto, tornò in casa, parlò allo schwitzar, che si ritirò nella portineria con Ermolai, e la loro padrona chiuse la porta esterna. Aveva chiuso molto tempo prima la porta della scala di cucina che permetteva ai domestici di entrare nella villa dal basso. Laggiù ogni notte la devota gniagnia e il fedele Ermolai vegliavano a turno.

All'interno della villa, ormai chiusa, c'erano al piano terra solo Matrena stessa e la figliastra Natacha, che dormiva nella stanza accanto al salotto, e, sopra al primo piano, il generale addormentato, o che avrebbe dovuto essere addormentato se avesse preso la sua pozione. Matrena rimase nell'oscurità del salotto, la sua lanterna cieca in mano. Tutte le sue notti passavano così, scivolando da porta a porta, da camera a camera, vegliando sulla guardia della polizia, senza osare interrompere la sua passeggiata furtiva nemmeno per gettarsi sul materasso che aveva sistemato attraverso l'ingresso della camera del marito. Dormiva mai? Lei stessa avrebbe saputo dirlo a stento. Chi altri avrebbe potuto, allora? Un po' di sonno qui e là, sul bracciolo di una poltrona, o appoggiata al muro, svegliata sempre da qualche rumore che udiva o sognava, qualche avvertimento, forse, che solo lei aveva udito. E stanotte, stanotte c'è l'attenta guardia di Rouletabille ad aiutarla, e lei sente un po' meno l'angosciante terrore della veglia, finché non risorge nella sua mente il ricordo che la polizia non è più lì. Aveva ragione, questo giovane? Certamente non poteva negare che in qualche modo si sente più sicura ora che la polizia se n'è andata. Non deve passare il tempo a guardare le loro ombre nelle ombre, cercando nell'oscurità, nelle poltrone, nei divani, per scuoterli, per fare appello a bassa voce a tutto ciò che ritenevano vincolante, per il loro stesso nome e il nome del loro padre, per promettere loro un premio che avrebbe significato qualcosa se avessero vegliato bene, per contarli al fine di sapere dove fossero tutti e, improvvisamente, per gettare dritto sul loro volto il raggio di luce della sua piccola lanterna cieca per essere sicura, assolutamente sicura, di essere faccia a faccia con loro, uno della polizia, e non con qualcun altro, qualcun altro con una macchina infernale sotto il braccio. Sì, aveva sicuramente meno lavoro ora che non doveva più sorvegliare la polizia. E aveva meno paura!

Ringraziò il giovane reporter per questo. Dov'era? Restava in posa da statua di porcellana per tutto quel tempo là fuori sul prato? scrutò attraverso i reticoli delle persiane della veranda e guardò ansiosamente nel giardino oscurato. Dove poteva essere? Era lui, laggiù, quel cumulo nero rannicchiato con una pipa spenta in bocca? No, no. Quello, lo sapeva bene, era il nano che amava sinceramente, il suo piccolo domovoi-doukh, lo spirito familiare della casa, che vegliava con lei sulla vita del generale e grazie al quale non era ancora accaduto un grave danno a Feodor Feodorovitch; non si poteva considerare una gamba fracassata così gravemente. Di solito nel suo paese (veniva dal distretto di Orel) non ci si curava di vedere il domovoi-doukh apparire in carne ed ossa. Quando era piccola aveva sempre paura di incontrarlo dietro la curva del sentiero nel giardino di suo padre. Lo immaginava sempre alto così, seduto sulle calcagna e a fumare la pipa. Poi, dopo essersi sposata, lo aveva improvvisamente incontrato a una svolta nel bazar a Mosca. Era proprio come lo aveva immaginato, e l'aveva subito comprato, portato a casa lei stessa e sistemato, con molte precauzioni, perché era di porcellana molto delicata, nel vestibolo del palazzo. E nel lasciare Mosca era stata attenta a non lasciarcelo. L'aveva portata lei stessa in una cassa e l'aveva sistemata lei stessa sul prato della datcha des Iles, affinché continuasse a vegliare sulla sua felicità e sulla vita del suo Feodor. E perché non si annoiasse, a fumare eternamente la pipa tutto solo, lo aveva circondato con un gruppo di piccoli geni di porcellana, secondo la moda dei Jardins des Iles. Signore! come l'aveva spaventata quel giovane francese, sollevandosi improvvisamente così, senza preavviso, sul prato. Aveva creduto per un momento che fosse il domovoi-doukh in persona che si alzava per sgranchirsi le gambe. Fortunatamente aveva parlato subito e lei aveva riconosciuto la sua voce. E poi, il suo domovoi non avrebbe certamente parlato francese. Ah! Matrena Petrovna respirava liberamente ora. Le sembrava, questa notte, che ci fossero due piccoli geni familiari a vegliare sulla casa. E questo valeva più di tutta la polizia del mondo, sicuramente. Come era astuto quel ragazzino a ordinare a tutti quegli uomini di andarsene. C'era qualcosa che era necessario sapere; era necessario quindi che nulla fosse d'intralcio per impararlo. Così come stavano le cose ora, il mistero poteva operare senza sospetti o interferenze. Solo un uomo lo vegliava, e non aveva l'aria di vegliare. Certamente Rouletabille non aveva l'aria di vegliare costantemente su nulla. Aveva il modo, fuori nella notte, di un piccolo uomo disinvolto di porcellana, né più né meno, eppure poteva vedere tutto, se ci fosse stato qualcosa da vedere, e poteva sentire tutto, se ci fosse stato qualcosa da sentire. Si passava accanto a lui senza sospettarlo, e gli uomini avrebbero potuto parlare tra loro senza un'idea che lui li ascoltasse, e persino parlare tra sé e sé secondo l'abitudine che le persone hanno a volte quando si credono del tutto sole. Tutti gli ospiti erano partiti così, passando vicino a lui, sfiorandolo quasi, avevano scambiato i loro "Addio", i loro "Arrivederci", e tutti i loro ultimi, prolungati commiati. Quel caro piccolo domovoi vivente era certamente un mascalzone! Oh, quel caro piccolo domovoi che era stato così colpito dalle lacrime di Matrena Petrovna! La brava, grassa, sentimentale, eroica donna desiderava udire, proprio allora, la sua voce rassicurante.

"Sono io. Eccomi qui", disse la voce del suo piccolo spirito familiare vivente in quell'istante, e lei sentì la sua gonna afferrata. Aspettò ciò che avrebbe dovuto dire. Non sentiva paura. Eppure aveva supposto che fosse fuori casa. Tuttavia, dopo tutto, non era troppo stupita che fosse all'interno. Era così abile! Era entrato dietro di lei, nell'ombra delle sue gonne, carponi, ed era scivolato via senza che nessuno lo notasse, mentre lei parlava al suo enorme, maestoso schwitzar.

"Così eri qui?", disse, prendendogli la mano e stringendola nervosamente nelle sue.

"Sì, sì. Ti ho guardata chiudere la casa. È un compito ben fatto, certamente. Non hai dimenticato nulla."

"Ma dov'eri, piccolo demone? Sono andata in tutti gli angoli, e le mie mani non ti hanno toccato."

"Ero sotto il tavolo imbandito di hors-d'oeuvres nel salotto."

"Ah, sotto il tavolo degli zakouskis! Ho proibito loro fin d'ora di stendervi una lunga tovaglia pendente, che mi costringe a dare un calcio casualmente sotto per essere sicura che non ci sia nessuno di sotto. È imprudente, molto imprudente, tali tovaglie. E sotto il tavolo degli zakouskis sei riuscito a vedere o sentire qualcosa?"

"Madame, pensa che qualcuno possa mai vedere o sentire qualcosa nella villa quando lei la veglia da sola, quando il generale dorme e la sua figliastra si sta preparando per andare a letto?"

"No. No. Non credo. Non lo credo. No, oh, Cristo!"

Parlavano così molto sottovoce nell'oscurità, entrambi seduti in un angolo del divano, la mano di Rouletabille stretta nelle mani ardenti di Matrena Petrovna.

Lei sospirò ansiosamente. "E nel giardino, hai sentito qualcosa?"

"Ho sentito l'ufficiale Boris dire all'ufficiale Michael, in francese: 'Dobbiamo tornare subito alla villa?'. L'altro ha risposto in russo in un modo in cui ho potuto vedere che era un rifiuto. Poi hanno avuto una discussione in russo che io, naturalmente, non potevo capire. Ma dal modo in cui parlavano ho dedotto che non erano d'accordo e che non correva buon sangue tra loro."

"No, non si amano. Entrambi amano Natacha."

"E lei, quale dei due ama? È necessario dirmelo."

"Pretende di amare Boris, e credo che lo ami, eppure è molto amichevole con Michael e spesso va in angoli e ripostigli a chiacchierare con lui, il che rende Boris pazzo di gelosia. Ha proibito a Boris di parlare con suo padre del loro matrimonio, con il pretesto che non desidera lasciare suo padre ora, mentre ogni giorno, ogni minuto la vita del generale è in pericolo."

"E lei, madame, ama sua figliastra?", chiese brutalmente il reporter.

"Sì, sinceramente", rispose Matrena Petrovna, ritirando la mano da quella di Rouletabille.

"E lei, lei la ama?"

"Credo di sì, monsieur, lo credo sinceramente. Sì, lei mi ama, e non c'è alcuna ragione per cui non debba amarmi. Credo, mi capisca bene, perché viene dal mio cuore, che noi tutti qui in questa casa ci amiamo l'un l'altro. I nostri amici sono vecchi amici provati. Boris è stato attendente di mio marito per molto tempo. Non condividiamo nessuna delle sue idee troppo moderne, e ci furono molte discussioni sul dovere dei soldati al tempo dei massacri. Gli rinfacciavo di essere effeminato quanto noi nel mettersi in ginocchio davanti al generale dietro Natacha e me, quando divenne necessario uccidere tutti quei poveri moujik di Presnia. Non era il suo ruolo. Un soldato è un soldato. Mio marito lo allevò duramente e gli ordinò, per i suoi sforzi, di marciare alla testa delle truppe. Era giusto. Cos'altro poteva fare? Il generale aveva già abbastanza contro cui combattere, con l'intera rivoluzione, con la sua coscienza, con la naturale pietà nel cuore di un uomo coraggioso, e con le lacrime e gli insopportabili lamenti, in un momento simile, di sua figlia e di sua moglie. Boris capì e gli obbedì, ma, dopo la morte dei poveri studenti, si comportò di nuovo come una donna componendo quei versi sugli eroi delle barricate; non crede? Versi che Natacha e lui impararono a memoria, lavorando insieme, quando furono sorpresi da questo dal generale. Ci fu una scena terribile. Era prima del penultimo attacco. Il generale allora aveva l'uso di entrambe le gambe. Batteva i piedi e faceva quasi tremare la casa."

"Madame", disse Rouletabille, "a proposito degli attacchi, deve raccontarmi del terzo."

Mentre diceva questo, sporgendosi verso di lei, Matrena Petrovna esclamò un "Ascolta!" che lo fece irrigidire nella notte con l'orecchio all'erta. Cosa aveva udito? Quanto a lui, non aveva udito nulla.

"Non sente nulla?", gli sussurrò lei con uno sforzo. "Un tic-tac?"

"No, non sento nulla."

"Sa, come il tic-tac di un orologio. Ascolti."

"Come può sentire il tic-tac? Ho notato che nessun orologio è in funzione qui."

"Non capisce? È così che saremo in grado di sentire meglio il tic-tac."

"Oh, sì, capisco. Ma non sento nulla."

"Per quanto mi riguarda, penso di sentire il tic-tac tutto il tempo dall'ultimo tentativo. Mi tormenta le orecchie, è spaventoso, dirsi: c'è un meccanismo a orologeria da qualche parte, proprio sul punto di raggiungere il tic della morte, e non sapere dove, non sapere dove! Quando la polizia era qui li facevo ascoltare tutti, e non ero sicura nemmeno quando avevano ascoltato tutti e detto che non c'era alcun tic-tac. È terribile sentirlo nel mio orecchio in qualsiasi momento quando meno me l'aspetto. Tic-tac! Tic-tac! È il sangue che batte nel mio orecchio, per esempio, forte, come se battesse su una cassa di risonanza. Perché, ecco gocce di sudore sulle mie mani! Ascolti!"

"Ah, questa volta qualcuno sta parlando, sta gridando", disse il giovane.

"Sh-h-h!" E Rouletabille sentì la mano rigida di Matrena Petrovna sul suo braccio. "È il generale. Il generale sta sognando!"

Lo trascinò nella sala da pranzo, in un angolo dove non potevano più udire i lamenti. Ma tutte le porte che comunicavano con la sala da pranzo, il salotto e la stanza di soggiorno rimasero aperte dietro di lui, per la segreta precauzione di Rouletabille.

Aspettò mentre Matrena, di cui udiva il respiro farsi affannoso, era un po' dietro. Dopo un momento, piuttosto loquace, e come se volesse distogliere l'attenzione di Rouletabille dai suoni al piano di sopra, le parole spezzate e i sospiri, continuò:

"Vede, lei parla di orologi. Mio marito ha un orologio che suona. Bene, ho fermato il suo orologio perché più di una volta sono stata fatta sobbalzare sentendo il tic-tac del suo orologio nella tasca del gilet. Koupriane mi diede quel consiglio un giorno in cui era qui e aveva teso le orecchie al rumore dei pendoli, di fermare tutti i miei orologi e sveglie affinché non ci fosse possibilità di confonderli con il tic-tac che poteva provenire da una macchina infernale piazzata in qualche angolo. Parlava per esperienza, mio caro piccolo monsieur, ed è stato per suo ordine che tutti gli orologi al Ministero, sulla Naberjnaia, furono fermati, mio caro piccolo amico. I nichilisti, mi disse, usano spesso meccanismi a orologeria per far scattare le loro macchine all'ora che decidono. Nessuno può indovinare tutte le invenzioni che hanno, quei briganti. Allo stesso modo, Koupriane mi consigliò di portare via tutte le lastre metalliche dai camini. Con quella precauzione furono in grado di evitare un disastro terribile al Ministero vicino al Pont-des-chantres, sa, petit demovoi? Videro una bomba proprio mentre veniva calata nel camino dello studio del ministro*. I nichilisti la tenevano con una corda ed erano sul tetto a calarla giù per la canna fumaria. Uno di loro fu catturato, portato a Schlusselbourg e impiccato. Qui può vedere che tutte le lastre dei camini sono state rimosse."

*Attacco reale a Witte.

"Madame", interruppe Rouletabille (Matrena Petrovna non sapeva che nessuno era mai riuscito a distogliere l'attenzione di Rouletabille), "madame, qualcuno geme ancora, di sopra."

"Oh, non è niente, il mio piccolo amico. È il generale, che ha notti cattive. Non può dormire senza un narcotico, e quello gli dà la febbre. Le racconterò ora come avvenne il terzo attacco. E allora capirà, per la Vergine Maria, come sia che io abbia ancora, sempre, il tic-tac nelle mie orecchie."

«Una sera, quando il generale si era addormentato e io ero nella mia stanza, udii distintamente il tic-tac di un meccanismo a orologeria. Tutti gli orologi erano stati fermati, come consigliato da Koupriane, e io avevo inventato una scusa per mandare il grande orologio di Feodor dal riparatore. Può capire come mi sentii quando udii quel tic-tac. Ero fuori di me. Girai la testa in ogni direzione e decisi che il suono proveniva dalla camera di mio marito. Corsi lì. Dormiva ancora, uomo com’è! Il tic-tac era lì. Ma dove? Mi voltai di qua e di là come una pazza. La camera era nell'oscurità e mi sembrò assolutamente impossibile accendere una lampada perché pensavo di non averne il tempo, temendo che la macchina infernale scoppiasse in quei pochi secondi. Mi gettai sul pavimento e ascoltai sotto il letto. Il rumore proveniva dall'alto. Ma dove? Balzai verso il camino, sperando che, contro i miei ordini, qualcuno avesse avviato l'orologio da mensola. No, non era quello! Mi parve allora che il tic-tac venisse dal letto stesso, che la macchina fosse nel letto. Il generale si svegliò proprio in quel momento e mi gridò: "Che succede, Matrena? Cosa stai facendo?". E si sollevò a sedere, mentre io gridavo: "Ascolta! Senti il tic-tac. Non senti il tic-tac?". Mi gettai su di lui e lo sollevai tra le braccia per portarlo via, ma tremavo troppo, ero troppo debole per la paura e ricaddi con lui sul letto, gridando: "Aiuto!". Mi spinse via e disse bruscamente: "Ascolta". Il terrificante tic-tac era dietro di noi ora, sul tavolo. Ma non c'era nulla sul tavolo, solo la luce notturna, il bicchiere con la pozione e un vaso d'oro dove avevo sistemato con le mie stesse mani, quel mattino, un mazzo di erbe e fiori selvatici che Ermolai aveva portato al suo ritorno dalla regione di Orel. Con un balzo fui sul tavolo e afferrai i fiori. Infilai le dita tra le erbe e i fiori e sentii una resistenza. Il tic-tac era nel bouquet! Presi il bouquet con entrambe le mani, aprii la finestra e lo gettai il più lontano possibile nel giardino. Nello stesso istante la bomba scoppiò con un rumore terribile, procurandomi una ferita piuttosto profonda alla mano. Davvero, mio caro piccolo domovoi, quel giorno eravamo stati molto vicini alla morte, ma Dio e il Picciol Padre hanno vegliato su di noi».

E Matrena Petrovna fece il segno della croce.

«Tutte le finestre della casa andarono in frantumi. In tutto, ce la cavammo con lo spavento e una visita del vetraio, mio piccolo amico, ma certamente credetti che tutto fosse finito».

«E Mademoiselle Natacha?» chiese Rouletabille. «Deve essersi spaventata terribilmente anche lei, perché l'intera casa deve aver tremato».

«Certamente. Ma Natacha non era qui quella notte. Era un sabato. Era stata invitata alla serata del "Michel" dai genitori di Boris Nikolaievitch e dormì da loro, dopo la cena all'Ours, come era stato pianificato. Il giorno dopo, quando seppe il pericolo che il generale aveva scampato, tremò in ogni arto. Si gettò tra le braccia di suo padre piangendo, il che era abbastanza naturale, e dichiarò che non si sarebbe mai più allontanata da lui. Il generale le raccontò come avevo fatto. Allora lei mi strinse al suo cuore, dicendo che non avrebbe mai dimenticato un'azione simile e che mi amava più che se fossi stata davvero sua madre. Fu tutto vano che, nei giorni seguenti, cercammo di capire come la macchina infernale fosse stata piazzata nel bouquet di fiori selvatici. Solo gli amici del generale che ha visto questa sera, Natacha e io eravamo entrati nella camera del generale durante il giorno o la sera. Nessun servo, nessuna cameriera era stata su quel piano. Di giorno così come per tutta la notte l'intero piano è chiuso e io ho le chiavi. La porta della scala di servizio che si apre su quel piano, direttamente nella camera del generale, è sempre chiusa a chiave e sbarrata dall'interno con il ferro. Natacha e io facciamo le pulizie. Non c'è modo di prendere maggiori precauzioni. Tre agenti di polizia hanno vegliato su di noi notte e giorno. La notte del bouquet, due avevano passato il tempo a sorvegliare intorno alla casa e il terzo giaceva sul divano della veranda. Inoltre, trovammo tutte le porte e le finestre della villa chiuse ermeticamente. In tali circostanze può giudicare se la mia angoscia non fosse più profonda di qualsiasi altra che avessi conosciuto finora. Perché a chi, d'ora in avanti, avremmo potuto affidarci? A cosa e a chi avremmo potuto credere? Cosa e chi avremmo potuto sorvegliare? Da quel giorno, nessun'altra persona oltre a Natacha e me ha il diritto di andare al primo piano. La camera del generale era proibita ai suoi amici. Ad ogni modo, il generale è migliorato e presto ha avuto il piacere di riceverli lui stesso alla sua tavola. Porto il generale giù e lo riporto nella sua stanza sulle mie spalle. Non voglio che nessuno aiuti. Sono abbastanza forte per questo. Sento che potrei portarlo fino alla fine del mondo se ciò potesse salvarlo. Invece di tre poliziotti, ne avevamo dieci; cinque fuori, cinque dentro. I giorni passavano bene abbastanza, ma le notti erano spaventose, perché le ombre dei poliziotti che incontravo mi facevano sempre temere di essere faccia a faccia con i nichilisti. Una notte ne ho quasi strangolato uno con la mano. Fu dopo quell'incidente che concordammo con Koupriane che gli agenti che sorvegliavano di notte, all'interno, dovessero restare piazzati nella veranda, dopo aver, alla fine della serata, fatto un esame completo di ogni cosa. Non dovevano lasciare la veranda a meno che non avessero udito un rumore sospetto o io li avessi chiamati. Ed è stato dopo quell'accordo che è accaduto l'incidente del pavimento, che ha confuso così tanto sia Koupriane che me».

«Pardon, madame», interruppe Rouletabille, «ma gli agenti, durante l'esame di ogni cosa, non andavano mai al piano della camera da letto?»

«No, figlio mio, ci sono solo io e Natacha, ripeto, che, dopo il bouquet, andiamo lì».

«Bene, madame, è necessario che mi ci porti subito».

«Subito!»

«Sì, nella camera del generale».

«Ma sta dormendo, figlio mio. Mi lasci dire esattamente come è avvenuto l'affare del pavimento e ne saprà quanto me e quanto Koupriane».

«Alla camera del generale, subito».

Lei gli prese entrambe le mani e le strinse nervosamente. «Piccolo amico! Piccolo amico! Si sentono lì a volte cose che sono il segreto della notte! Mi capisce?»

«Alla camera del generale, subito, madame».

Improvvisamente decise di portarvelo, agitata, sconvolta com'era da idee e sentimenti che la tenevano senza tregua tra la più selvaggia inquietudine e la più imprudente audacia.

IV. "LA GIOVENTÙ DI MOSCA È MORTA"

Rouletabille si lasciò guidare da Matrena attraverso la notte, ma inciampò e le sue mani maldestre urtarono contro varie cose. La salita al primo piano fu compiuta nel silenzio profondo. Nulla lo ruppe, eccetto quel gemito inquieto che aveva così colpito il giovane poco prima.

Il tepore tiepido, il profumo del boudoir di una donna, poi, oltre, attraverso due porte che si aprivano sul guardaroba situato tra la camera di Matrena e quella di Feodor, il fioco chiarore di una lampada notturna mostrava il letto dove era disteso il tiranno dormiente di Mosca. Ah, faceva paura a vedersi, con il gioco di luce gialla fioca e ombre diffuse su di lui. Sopracciglia così folte e arcuate, un aspetto di dolore e minaccia, la mascella massiccia di un selvaggio venuto dalle pianure della Tartaria per essere il Flagello di Dio, la barba rigida, folta e sparsa. Questa era una figura affine alla galleria dei vecchi nobili di Kasan, e il giovane Rouletabille lo immaginò come nientemeno che Ivan il Terribile in persona. Così appariva mentre dormiva l'eccellente Feodor Feodorovitch, il padre facile e viziato della tavola di famiglia, l'amico dell'avvocato celebrato per le sue prodezze con coltello e forchetta e del mercante di legname burlone e amabile cacciatore di orsi, i gioiosi Thaddeus e Athanase; Feodor, il fedele sposo di Matrena Petrovna e l'adorato papà di Natacha, un uomo coraggioso che aveva la sfortuna di avere notti di crudele insonnia o sogni ancora più spaventosi.

In quel momento un sospiro rauco sollevò il suo enorme torace con un ritmo irregolare, e Rouletabille, appoggiato sulla soglia del guardaroba, osservava — ma non era più il generale che osservava, era qualcos'altro, più in basso, accanto alla parete, vicino alla porta, ed era quello che lo fece camminare in punta di piedi così leggermente sul pavimento che non produsse alcun suono. Non c'era il minimo rumore nella camera, eccetto il respiro pesante che sollevava il torace rude. Dietro Rouletabille, Matrena sollevò le braccia, come se volesse trattenerlo, perché non sapeva dove stava andando. Cosa stava facendo? Perché si chinava così accanto alla porta e perché premeva il pollice lungo tutto il pavimento sulla soglia? Si rialzò e tornò indietro. Passò di nuovo davanti al letto, dove rimbombava ora, come il mantice di una fucina, la respirazione del dormiente. Matrena afferrò Rouletabille per la mano. E lo aveva già trascinato nel guardaroba quando un gemito li fermò.

«La gioventù di Mosca è morta!»

Era il dormiente che parlava. La bocca che aveva dato gli ordini severi gemette. E il lamento era ancora una minaccia. Nel sonno infestato imposto a quell'uomo dall'inadeguato narcotico, le parole che Feodor Feodorovitch pronunciava erano parole di lutto e pietà. Questo perfetto diavolo di soldato, che né proiettili né bombe potevano intimidire, aveva un modo di dire parole che trasformavano il loro significato mentre uscivano dalla sua bocca terribile. Gli ascoltatori non potevano che sentirsi assorbiti dai toni del brutale vincitore.

Matrena Petrovna e Rouletabille avevano appoggiato le loro due ombre, fuse l'una nell'altra, contro la porta aperta proprio oltre il bagliore della lampada notturna, e udirono con orrore:

«La gioventù di Mosca è morta! Hanno ripulito i cadaveri. Non è rimasto altro che rovina. Il Cremlino stesso ha chiuso i suoi cancelli — affinché non possa vedere. La gioventù di Mosca è morta!»

Il pugno di Feodor Feodorovitch tremò sopra il suo letto; sembrava che stesse per colpire, per uccidere ancora, e Rouletabille sentì Matrena tremare contro di lui, mentre anche lui tremava davanti alla terribile visione dell'assassino nella Settimana Rossa!

Feodor emise un sospiro immenso e il suo petto scese sotto le coperte, il pugno si rilassò e cadde, la grande testa si adagiò sull'orecchio. Ci fu silenzio. Aveva finalmente riposo? No, no. Sospirò, soffocò di nuovo, si rigirò sul suo giaciglio come i dannati nel tormento, e le parole scritte da sua figlia — da sua figlia — brillarono nei suoi occhi, che ora erano spalancati — parole scritte sul muro, che leggeva sul muro, scritte col sangue.

«La gioventù di Mosca è morta! Erano andati così giovani nei campi e nelle miniere, E non avevano trovato un solo angolo della terra russa dove non ci fossero lamenti. Ora la gioventù di Mosca è morta e non si odono più lamenti, Perché coloro per i quali tutta la gioventù è morta non osano nemmeno più gemere».

Ma — cosa? La voce di Feodor perse il suo tono minaccioso. Il suo respiro usciva come quello di un bambino piangente. Ed era con i singhiozzi in gola che diceva l'ultima strofa, la strofa scritta da sua figlia nell'album, in lettere rosse:

«L'ultima barricata aveva in piedi lì la ragazza di diciotto inverni, la vergine di Mosca, fiore della neve. Che dava i suoi baci agli operai colpiti dalle pallottole dei soldati dello Zar; «Suscitò l'ammirazione degli stessi soldati che, piangendo, la uccisero: «Che carneficina! Tutte le case sbarrate, le finestre con pesanti palpebre di tavole per non vedere! — «E il Cremlino stesso ha chiuso i suoi cancelli — affinché non possa vedere. «La gioventù di Mosca è morta!»

«Feodor! Feodor!»

Lo aveva stretto tra le braccia, tenendolo forte, confortandolo mentre delirava ancora: «La gioventù di Mosca è morta», e sembrava respingere con gesti insensati una folla di fantasmi. Lo strinse al suo seno, gli mise le mani sulla bocca per farlo smettere, ma lui, dicendo: «Senti? Senti? Cosa dicono? Non dicono nulla, ora. Che groviglio di corpi sotto la slitta, Matrena! Guarda quelle gambe gelate di quelle povere ragazze che superiamo, che spuntano in ogni direzione, come tronchi, da sotto le loro gonne gelate e insanguinate. Guarda, Matrena!»

E poi seguì un altro delirio pronunciato in russo, che fu tanto più terribile per Rouletabille in quanto non poteva comprenderlo.

Poi, improvvisamente, Feodor tacque e spinse via Matrena Petrovna.

«È quell'abominevole narcotico», disse con un sospiro immenso. «Non ne berrò più. Non voglio berlo».

Con una mano indicò un grande bicchiere sul tavolo accanto a lui, ancora mezzo pieno di una miscela soporifera con cui si inumidiva le labbra ogni volta che si svegliava; con l'altra mano si asciugò il sudore dal volto. Matrena Petrovna rimase tremante accanto a lui, improvvisamente sopraffatta dall'idea che lui potesse scoprire che c'era qualcuno lì dietro la porta, che aveva visto e udito il sonno del generale Trebassof! Ah, se lo avesse saputo, tutto sarebbe finito. Avrebbe potuto dire le sue preghiere; sarebbe dovuta morire.

Ma Rouletabille fu attento a non dare segni. Respirava a stento. Che incubo! Comprendeva ora l'emozione degli amici del generale quando Natacha aveva cantato con la sua voce bassa e dolce: «Buonanotte. Possano i tuoi occhi avere riposo dalle lacrime e la calma rientrare nel tuo cuore oppresso». Gli amici erano certamente stati resi consapevoli, dai discorsi ansiosi di Matrena, dell'insonnia del generale, e non avevano potuto trattenere le lacrime ascoltando l'augurio poetico dell'affascinante Natacha. «Ad ogni modo», pensò Rouletabille, «nessuno avrebbe potuto immaginare quello che ho appena visto. Non sono morti per tutti nel mondo, i giovani di Mosca, e ogni notte so ora una camera dove al bagliore della lampada notturna essi si alzano — essi si alzano — essi si alzano!» e il giovane, francamente, ingenuamente si pentì di essersi intromesso dove si trovava; di aver penetrato, seppur involontariamente, in una faccenda che, dopo tutto, riguardava solo i molti morti e l'unico vivo. Perché era venuto a mettersi tra i morti e il vivo? Si sarebbe potuto dirgli: «Il vivo ha compiuto tutto il suo eroico dovere», ma i morti, cos'altro era ciò che avevano fatto?

Ah, Rouletabille maledisse la sua curiosità, perché — lo vedeva ora — era il desiderio di avvicinarsi al mistero rivelato da Koupriane e di penetrare ancora una volta, attraverso tutti i pericoli incombenti, uno stupefacente e forse mostruoso enigma, che lo aveva portato sulla soglia della datcha des Iles, che lo aveva messo nelle mani tremanti di Matrena Petrovna nel prometterle il suo aiuto. Aveva mostrato pietà, certamente, pietà per l'angoscia delirante di quella donna eroica. Ma c'era stata più curiosità che pietà nei suoi moventi. E ora doveva pagare, perché era troppo tardi per ritirarsi, per dire casualmente: «Me ne lavo le mani». Aveva allontanato la polizia e lui solo rimaneva tra il generale e la vendetta dei morti! Avrebbe potuto disertare, forse! Quell'idea lo riportò a sé, risvegliò tutto il suo spirito. Le circostanze lo avevano portato in un campo che doveva difendere a ogni costo, a meno che non avesse avuto paura!

Il generale dormiva ora, o, almeno, con le palpebre chiuse simulava il sonno, senza dubbio per rassicurare la povera Matrena che, in ginocchio accanto al suo cuscino, aveva trattenuto la mano del suo terribile marito nella propria. Poco dopo si alzò e raggiunse Rouletabille nella sua stanza. Lo portò poi in una piccola stanza per gli ospiti dove lo esortò a dormire un po'. Lui rispose che era lei ad aver bisogno di riposo. Ma, ancora agitata per ciò che era appena accaduto, lei biascicò:

«No, no! Dopo una scena del genere avrei anch'io degli incubi. Ah, è terribile! Sconvolgente! Sconvolgente! Caro piccolo signore, è il segreto della notte. Il pover'uomo! Povero uomo infelice! Non riesce a staccare i pensieri da ciò. È la sua peggiore e immeritata punizione, questa traduzione che Natacha ha fatto degli abominevoli versi di Boris. Li sa a memoria, sono nel suo cervello e sulla sua lingua per tutta la notte, nonostante i narcotici, e ripete continuamente tutto il tempo: "È mia figlia che ha scritto questo! — mia figlia! — mia figlia!". È abbastanza per spremere tutte le lacrime dal proprio corpo — che un aiutante di campo di un generale, che lui stesso ha ucciso la gioventù di Mosca, abbia il permesso di scrivere versi simili e che Natacha si prenda l'impegno di tradurli in un francese poetico e incantevole per il suo album. È difficile spiegarsi cosa facciano di questi tempi, per la nostra miseria».

Cessò, poiché proprio allora udirono il pavimento scricchiolare sotto un passo al piano di sotto. Rouletabille fermò Matrena di colpo ed estrasse il suo revolver. Voleva scendere di sotto da solo, ma non ne ebbe il tempo. Mentre il pavimento scricchiolava una seconda volta, la voce angosciata di Matrena chiamò giù per le scale in russo: «Chi è là?» e immediatamente la voce calma di Natacha rispose qualcosa nella stessa lingua. Poi Matrena, tremando sempre più, e molto eccitata, rimanendo ferma nello stesso posto come se fosse stata inchiodata al gradino della scala, disse in francese: «Sì, va tutto bene; tuo padre sta riposando. Buonanotte, Natacha». Udivano il passo di Natacha attraversare il salotto e il soggiorno. Poi la porta della sua camera si chiuse. Matrena e Rouletabille scesero, trattenendo il respiro. Raggiunsero la sala da pranzo e Matrena puntò la sua lanterna scura sul divano dove il generale si coricava sempre. Il divano era al suo posto abituale sul tappeto. Lo spinse indietro e sollevò il tappeto, mettendo a nudo il pavimento. Poi si mise in ginocchio ed esaminò il pavimento minuziosamente. Si alzò, asciugandosi il sudore dalla fronte, rimise il tappeto al suo posto, aggiustò il divano e vi si lasciò cadere sopra con un grande sospiro.

«Ebbene?» chiese Rouletabille.

«Niente affatto», disse lei.

«Perché ha chiamato così apertamente?»

«Perché non c'era dubbio che potesse essere solo la mia figliastra al piano terra a quell'ora».

«E perché questa ansia di esaminare il pavimento ancora una volta?»

«La prego, mio caro piccolo bambino, non veda nei miei atti nulla di misterioso, nulla di difficile da spiegare. Quell'ansia di cui parla non mi abbandona mai. Ogni volta che ne ho l'occasione esamino il pavimento».

«Madame», chiese il giovane, «cosa faceva sua figlia in questa stanza?»

«È venuta per un bicchiere di acqua minerale; la bottiglia è ancora sul tavolo».

«Madame, è necessario che mi dica precisamente ciò che Koupriane ha solo accennato a me, a meno che io non mi sbagli completamente. La prima volta che ha pensato di esaminare il pavimento, è stato dopo aver udito un rumore al piano terra come quello appena accaduto?»

«Sì. Vi dirò tutto ciò che è necessario. Era la notte successiva al tentativo con il mazzo di fiori, mio caro piccolo monsieur, mio caro piccolo domovoi; mi sembrò di udire un rumore al piano terra. Corsi di sotto e in un primo momento non vidi nulla di sospetto. Ogni cosa era ben chiusa. Aprii dolcemente la porta della camera di Natacha. Volevo chiederle se avesse sentito qualcosa. Ma dormiva così profondamente che non ebbi il cuore di svegliarla. Aprii la porta della veranda e tutti i poliziotti—tutti, capite—dormivano sodo. Feci un altro giro attorno ai mobili e, con la mia lanterna in mano, stavo proprio uscendo dalla sala da pranzo quando notai che il tappeto sul pavimento era spostato in un angolo. Mi chinai e la mia mano urtò una grande piega del tappeto vicino al divano del generale. Si sarebbe detto che il divano fosse stato spostato con noncuranza, cercando di rimetterlo nella posizione che occupava solitamente. Spinta da un sinistro presentimento, spostai il divano e sollevai il tappeto. A prima vista non vidi nulla, ma quando esaminai le cose più da vicino vidi che una striscia di legno non si allineava bene con le altre sul pavimento. Con un coltello riuscii a sollevare quella striscia e scoprii che due chiodi che l’avevano fissata alla trave sottostante erano stati appena estratti. Era proprio così, potevo sollevare un poco l’estremità dell’asse senza riuscire a infilarci la mano sotto. Per sollevarla di più sarebbe stato necessario tirare almeno una mezza dozzina di chiodi. Cosa poteva significare? Ero sul punto di scoprire qualche nuovo terribile e misterioso piano? Lasciai ricadere l’asse al suo posto. Stesi di nuovo il tappeto con cura, rimisi il divano al suo posto e al mattino mandai a chiamare Koupriane».

Rouletabille interruppe.

«Non avete, madame, parlato a nessuno di questa scoperta?»

«A nessuno».

«Nemmeno alla vostra figliastra?»

«No», disse la voce rauca di Matrena, «nemmeno alla mia figliastra».

«Perché?» domandò Rouletabille.

«Perché», rispose Matrena, dopo un momento di esitazione, «c’erano già abbastanza cose spaventose in casa. Non ne avrei parlato a mia figlia più di quanto avrei detto una parola al generale. Perché aggiungere al turbamento che già soffrivano così tanto, nel caso in cui non fosse emerso nulla?»

«E cosa ha detto Koupriane?»

«Esaminammo il pavimento insieme, segretamente. Koupriane infilò la mano sotto più facilmente di quanto avessi fatto io e accertò che sotto l’asse, vale a dire tra la trave e il soffitto della cucina, c’era un incavo dove si potevano mettere un gran numero di cose. Per il momento l’asse era ancora troppo poco allentata perché fosse possibile manovrare. Koupriane, quando si alzò, mi disse: "Vi è capitato, madame, di interrompere la persona nelle sue operazioni. Ma da ora in poi siamo pronti. Sappiamo cosa fa e lei non sa che noi sappiamo. Fate come se non aveste notato nulla; non parlatene con nessuno, chiunque esso sia, e sorvegliate. Lasciate che il generale continui a sedersi al suo solito posto e che nessuno sospetti che abbiamo scoperto l’inizio di questo tentativo. È l’unico modo in cui possiamo pianificare affinché continuino. Tuttavia", aggiunse, "darò ordini ai miei agenti di pattugliare nuovamente il piano terra durante la notte. Rischierei troppo a lasciar continuare la persona nel suo lavoro ogni notte. Potrebbe continuarlo così bene da riuscire a portarlo a termine... capitemi bene? Ma di giorno fate in modo che le stanze al piano terra siano libere di tanto in tanto, non per molto, ma di tanto in tanto"». Non so perché, ma ciò che disse e il modo in cui lo disse mi spaventarono più che mai. Tuttavia, seguii il suo programma. Poi, tre giorni dopo, verso le otto, quando la ronda notturna non era ancora iniziata, vale a dire nel momento in cui i poliziotti erano ancora tutti fuori in giardino o a passeggiare intorno alla casa, all’esterno, e quando avevo lasciato il piano terra perfettamente libero mentre aiutavo il generale a coricarsi, mi sentii attratta persino contro la mia volontà verso la sala da pranzo. Sollevai il tappeto ed esaminai il pavimento. Altri tre chiodi erano stati estratti dall’asse, che ora si sollevava più facilmente, e sotto di essa, potevo vedere che la cavità normale era stata resa ancora più ampia!»

Quando ebbe detto questo, Matrena si fermò, come se, sopraffatta, non potesse dire altro.

«Ebbene?» insistette Rouletabille.

«Ebbene, rimisi le cose come le avevo trovate e feci rapide indagini presso la polizia e il loro capo; nessuno era entrato al piano terra. Mi capite? Nessuno affatto. Né nessuno ne era uscito».

«Come avrebbe potuto uscire qualcuno se nessuno era entrato?»

«Intendo dire», disse lei con un singhiozzo, «che Natacha durante questo lasso di tempo era stata nella sua camera, nella sua camera al piano terra».

«Sembrate molto turbata, madame, da questo ricordo. Potete dirmi di più, e precisamente, perché siete agitata?»

«Mi capite, di certo», disse scuotendo il capo.

«Se vi capisco correttamente, devo comprendere che dal momento precedente in cui avete esaminato il pavimento fino al momento in cui avete notato altri tre chiodi estratti, nessun’altra persona avrebbe potuto entrare nella sala da pranzo se non voi e la vostra figliastra Natacha».

Matrena prese la mano di Rouletabille come se avesse preso un’importante decisione.

«Il mio piccolo amico», gemette lei, «ci sono cose a cui non riesco a pensare e che non posso più tollerare quando Natacha mi abbraccia. È un mistero più spaventoso di ogni altra cosa. Koupriane mi dice di essere sicuro, assolutamente sicuro, degli agenti che ha tenuto qui; la mia unica consolazione, vedete, il mio piccolo amico può dirvelo francamente, ora che avete mandato via quegli uomini, la mia unica consolazione fin da quel giorno è stata che Koupriane è meno sicuro dei suoi uomini di quanto io lo sia di Natacha».

Si lasciò andare e scoppiò in lacrime.

Quando fu calmata, cercò Rouletabille e non riuscì a trovarlo. Allora si asciugò gli occhi, prese la sua lanterna scura e, furtivamente, si trascinò al suo posto accanto al generale.

Per quel giorno questi sono i punti nel taccuino di Rouletabille:

«Topografia: Villa circondata da un grande giardino su tre lati. Il quarto lato dà direttamente su un campo boscoso che si estende fino al fiume Neva. Su questo lato il livello del terreno è molto più basso, così basso che l’unica finestra che si apre su quella parete (la finestra del salottino di Natacha al piano terra) è alta da terra come se si trovasse al piano superiore in qualsiasi altra parte della casa. Questa finestra è chiusa da persiane di ferro, fissate all’interno da una sbarra di ferro.

Amici: Athanase Georgevitch, Ivan Petrovitch, Thaddeus il commerciante di legname (stivali di torba), Michael e Boris (scarpe fini). Matrena, amore sincero, eroismo maldestro. Natacha sconosciuta. Contro Natacha: Mai presente durante gli attacchi. A Mosca al tempo della bomba nella slitta, nessuno sa dove si trovasse, ed è lei che avrebbe dovuto accompagnare il generale (dettaglio fornito da Koupriane che Matrena ha generosamente omesso). La notte del mazzo di fiori è l’unica notte in cui Natacha ha dormito fuori casa. Coincidenza della sparizione dei chiodi e la presenza tutta sola al piano terra di Natacha, nel caso, ovviamente, che Matrena non li abbia estratti lei stessa. Per Natacha: I suoi occhi quando guarda suo padre».

E questa bizzarra frase:

«Non dobbiamo essere avventati. Stasera non ho ancora parlato a Matrena Petrovna del piccolo spillo da cappello. Quel piccolo spillo da cappello è il più grande sollievo della mia vita».

V. PER ORDINE DI ROULETABILLE IL GENERALE PASSEGGIA

«Buongiorno, mio caro piccolo spirito familiare. Il generale ha dormito magnificamente nell’ultima parte della notte. Non ha toccato il suo narcotico. Sono sicura che sia quella terribile miscela a dargli sogni così spaventosi. E voi, il mio caro piccolo amico, non avete dormito un istante. Lo so. Vi ho sentito andare ovunque per la casa come un topolino. Ah, sembra bello, così bello. Ho dormito così serenamente, ascoltando il movimento sommesso dei vostri piccoli passi. Grazie per il sonno che mi avete regalato, piccolo amico».

Matrena continuava a parlare con Rouletabille, che aveva trovato la mattina dopo l’incubo tranquillamente a fumare la sua pipa in giardino.

«Ah, ah, fumate la pipa. Ora assomigliate davvero esattamente a un caro piccolo domovoi-doukh. Guardate quanto vi somigliate. Fuma proprio come voi. Niente di nuovo, eh? Non sembrate molto in forma stamattina. Siete esausto. Ho appena sistemato la piccola stanza degli ospiti per voi, l’unica che abbiamo, proprio dietro la mia. Il vostro letto vi sta aspettando. C’è qualcosa di cui avete bisogno? Ditemelo. Qui tutto è al vostro servizio».

«Non ho bisogno di nulla, madame», disse il giovane sorridendo, dopo questo sfogo di parole della buona, eroica signora.

«Come potete dire questo, caro ragazzo? Vi farete ammalare. Voglio che comprendiate che desidero che vi riposiate. Voglio essere una madre per voi, se volete, e dovete ubbidirmi, figlio mio. Avete già fatto colazione stamattina? Se non fate colazione prontamente al mattino, penserò che siate contrariato. Sono così contrariata che abbiate udito il segreto della notte. Ho avuto paura che voleste andarvene subito e per sempre, e che aveste idee sbagliate sul generale. Non c’è uomo migliore al mondo di Feodor, e deve avere una buona, un’ottima coscienza per osare, senza mancare, di compiere doveri terribili come quelli a Mosca, quando è così buono in fondo al cuore. Queste cose sono abbastanza facili per le persone malvagie, ma per gli uomini buoni, per gli uomini buoni che sanno ragionare, che sanno cosa fanno e che sono condannati a morte per giunta, è terribile, è terribile! Perché, gli dissi nel momento in cui le cose iniziarono ad andare male a Mosca: "Sapete cosa aspettarvi, Feodor. Ecco un momento terribile da superare: fate finta di essere malato". Credetti che mi volesse colpire, uccidermi sul posto. "Io! Tradire l’Imperatore in un momento simile! Sua Maestà, a cui devo tutto! Cosa state pensando, Matrena Petrovna!" E non mi rivolse la parola per due giorni. Fu solo quando vide che mi stavo ammalando gravemente che mi perdonò, ma dovette essere tormentato dalle mie geremiadi e dagli sguardi imploranti di Natacha senza fine nella sua stessa casa ogni volta che udivamo sparare in strada. Natacha frequentava le lezioni della Facoltà, sapete. E ne conosceva molti, e anche alcuni di quelli che venivano uccisi sulle barricate. Ah, la vita non era facile per lui nella sua stessa casa, il povero generale! Oltretutto, c’era anche Boris, che amo anch’io, per quanto mi riguarda, come un figlio mio, perché sarò molto felice di vederlo sposato con Natacha: c’era il povero Boris che tornava sempre a casa dagli attacchi più pallido di un cadavere e che non riusciva a trattenersi dal gemere con noi».

«E Michael?» chiese Rouletabille.

«Oh, Michael è venuto solo verso la fine. È un nuovo attendente del generale. Il governo a San Pietroburgo lo ha mandato, perché ovviamente non potevano fare a meno di venire a sapere che Boris mancava un po’ di zelo nel reprimere gli studenti e non incoraggiava il generale a essere severo come era necessario per la sicurezza dell’Impero. Ma Michael, lui ha un cuore di pietra; non conosce altro che la parola d’ordine e massacra padri e madri, gridando: "Viva lo Zar!". Davvero, sembra che il suo cuore possa essere toccato solo dalla vista di Natacha. E questo di nuovo ha causato un bel po’ di ansia a Feodor e a me. Ci ha intrappolato in una complicazione inutile che avremmo voluto porre fine con il rapido matrimonio di Natacha e Boris. Ma Natacha, con nostra grande sorpresa, non ha voluto che fosse così. No, non lo ha voluto, dicendo che c’è sempre tempo per pensare al suo matrimonio e che non ha fretta di lasciarci. Nel frattempo si diverte con questo Michael come se non temesse la sua passione, e nemmeno Michael ha l’aria disperata di un uomo che conosce l’impegno definito di Natacha e Boris. E la mia figliastra non è una civetta. No, no. Nessuno può dire che è una civetta. Almeno, nessuno aveva potuto dirlo fino al momento in cui arrivò Michael. Può darsi che sia una civetta? Sono misteriose, queste giovani ragazze, molto misteriose, soprattutto quando hanno quell’aria calma e tranquilla che ha sempre Natacha; un volto, monsieur, come avrete notato forse, la cui bellezza è piuttosto passiva qualunque cosa si dica e si faccia, eccetto quando le salve nelle strade uccidono i suoi giovani compagni delle scuole. Allora l’ho vista quasi svenire, il che prova che ha un grande cuore sotto la sua bellezza tranquilla. Povera Natacha! L’ho vista agitata come me per la vita di suo padre. Il mio piccolo amico, l’ho vista cercare nel mezzo della notte, con me, macchine infernali sotto i mobili, e poi ha espresso l’opinione che sia nervoso, infantile, indegno di noi agire così, come bestie timide sotto i divani, e mi ha lasciata a cercare da sola. Vero, non abbandona mai il generale. È più rassicurata, ed è rassicurante per lui, al suo fianco. Ha un eccellente effetto morale su di lui, mentre io vado in giro e cerco come una bestia. E lei è diventata fatalista come lui, e ora canta versi alla guzla, come Boris, o parla in disparte con Michael, il che fa infuriare i due l’uno con l’altro. Sono curiose, le giovani donne di San Pietroburgo e Mosca, molto curiose. Noi non eravamo così ai nostri tempi, a Orel. Non cercavamo di far arrabbiare le persone. Avremmo ricevuto uno schiaffo se lo avessimo fatto».

Natacha arrivò durante questa conversazione, felice, in voile bianco, fresca e sorridente come una ragazza che aveva passato un’eccellente notte. Chiese con molta grazia della salute del giovane e abbracciò Matrena, in verità come si abbraccia una madre molto amata. Si lamentò ancora della ronda notturna di Matrena.

«Non l’hai interrotta, mamma; non l’hai interrotta, eh? Non hai intenzione di essere un po’ ragionevole finalmente? Ti prego! Che cosa mi ha dato una madre simile! Perché non dormi? La notte è fatta per dormire. Koupriane ti ha sconvolta. Tutte le cose terribili sono finite a Mosca. Non c’è occasione di pensarci più. Quel Koupriane si dà importanza con i suoi agenti di polizia e ci ossessiona tutti. Sono convinta che l’affare del mazzo di fiori sia stata opera della sua polizia».

«Mademoiselle», disse Rouletabille, «ho appena fatto mandare via tutti, tutti loro, perché penso molto la stessa cosa che pensa lei».

«Bene, allora, sarai mio amico, Monsieur Rouletabille, te lo prometto, visto che hai fatto questo. Ora che la polizia se n’è andata non abbiamo più nulla da temere. Nulla. Te lo dico, mamma; puoi credermi e non piangere più, mamma cara».

«Sì, sì; baciami. Baciami ancora!» ripeteva Matrena, asciugandosi gli occhi. «Quando mi baci dimentico tutto. Mi ami come tua madre, non è vero?»

«Come mia madre. Come la mia stessa madre».

«Non hai nulla da nascondermi? Dimmi, Natacha».

«Nulla da nascondere».

«Allora perché fai soffrire Boris? Perché non lo sposi?»

«Perché non voglio lasciarti, mamma cara».

Evitò ulteriori dispute saltando sul bordo del giardino lontano da Khor, che era appena stato liberato per la giornata.

«La cara bambina», disse Matrena; «la cara piccola, lei non sa quanto dolore ci abbia causato senza esserne consapevole, con le sue idee, le sue idee stravaganti. Suo padre mi disse un giorno a Mosca: "Matrena Petrovna, ti dirò cosa penso: Natacha è la vittima dei libri malvagi che hanno fatto girare il cervello a tutti questi poveri studenti ribelli. Sì, sì; sarebbe meglio per lei e per noi se non sapesse leggere, perché ci sono momenti, parola mia!, in cui parla in modo molto selvaggio, e mi sono detto più di una volta che con tali idee il suo posto non è nel nostro salotto ma dietro una barricata. Comunque", aggiunse dopo una riflessione, "preferisco trovarla nel salotto dove posso abbracciarla che dietro una barricata dove la ucciderei come un cane rabbioso"». Ma mio marito, caro piccolo monsieur, non disse ciò che pensa veramente, perché ama sua figlia più di tutto il resto del mondo messo insieme, e ci sono cose che persino un generale, sì, persino un governatore generale, non sarebbe in grado di fare senza violare sia le leggi divine che quelle umane. Sospetta anche Boris di sviare l’intelletto di Natacha. Dobbiamo davvero considerare che quando saranno sposati leggeranno tutto ciò che avranno in mente. Mio marito ha molto più rispetto reale per Michael Korsakoff a causa del suo carattere inespugnabile e della sua coscienza di granito. Più di una volta ha detto: "Ecco l’aiutante che avrei dovuto avere nei giorni peggiori di Mosca. Mi avrebbe risparmiato gran parte del dolore individuale". Posso capire come questo faccia piacere al generale, ma come una natura così feroce riesca ad attrarre Natacha, come riesca a non rivoltarla effettivamente, queste giovani ragazze della capitale, non si può mai dire di loro: sfuggono a tutte le tue nozioni su di loro».

Rouletabille domandò:

«Perché Boris ha detto a Michael: "Torneremo insieme"? Vivono insieme?»

«Sì, nella piccola villa sull’isola Krestowsky, l’isola di fronte alla nostra, che potete vedere dalla finestra del salottino. Boris l’ha scelta per questo. Gli attendenti avrebbero voluto avere letti da campo preparati per loro proprio qui nella casa del generale, per una naturale devozione verso di lui; ma io mi sono opposta, per tenere entrambi lontani da Natacha, verso la quale, ovviamente, ho la massima fiducia, ma non si può essere sicuri della stravaganza degli uomini di oggi».

Ermolai venne ad annunciare il petit-déjeuner. Trovarono Natacha già a tavola che versava loro caffè e latte, mangiando tutto il tempo un panino di acciughe e caviale.

«Dimmi, mamma, sai cosa mi dà un tale appetito? È il pensiero del modo in cui il povero Koupriane deve aver preso questo licenziamento dei suoi uomini. Vorrei andare a trovarlo».

«Se lo vedete», disse Rouletabille, «non è necessario dirgli che il generale farà una lunga passeggiata tra le isole questo pomeriggio, perché senza fallo ci manderebbe una scorta di gendarmi».

«Papà! Una passeggiata tra le isole? Davvero? Oh, sarà meraviglioso!»

Matrena Petrovna balzò in piedi.

«Sei pazzo, mio caro piccolo domovoi, davvero pazzo?»

«Perché? Perché? È bello. Devo correre a dirlo a papà».

«La stanza di vostro padre è chiusa a chiave», disse Matrena bruscamente.

«Sì, sì; è chiuso a chiave. Tu hai la chiave. Chiuso a chiave fino alla morte! Tu lo ucciderai. Sarai tu a ucciderlo».

Lasciò la tavola senza aspettare una risposta e andò a chiudersi anche lei nella sua camera.

Matrena guardò Rouletabille, che continuava la sua colazione come se non fosse successo nulla.

«È possibile che parliate seriamente?» domandò, avvicinandosi e sedendosi accanto a lui. «Una passeggiata! Senza la polizia, quando abbiamo ricevuto di nuovo stamattina una lettera che dice che ora, prima di quarantotto ore, il generale sarà morto!»

«Quarantotto ore», disse Rouletabille, inzuppando il pane nella cioccolata, «quarantotto ore? È possibile. In ogni caso, so che tenteranno qualcosa molto presto».

«Mio Dio, com’è possibile che crediate questo? Parlate con sicurezza».

«Madame, è necessario fare tutto quello che vi dico, alla lettera».

«Ma far uscire il generale, a meno che non sia scortato... come potete assumervi una tale responsabilità? Quando ci penso, quando ci penso davvero, mi chiedo come abbiate osato mandare via la polizia. Ma qui, almeno, so cosa fare per sentirmi un po’ al sicuro, so che al piano di sotto, con Gniagnia ed Ermolai, non abbiamo nulla da temere. Nessun estraneo può avvicinarsi nemmeno al seminterrato. Le provviste vengono portate dalla guardiola dai nostri dvornik, che abbiamo fatto venire dalla casa di mia madre nella regione di Orel e che ci sono devoti come bulldog. Non una bottiglia di conserve viene portata in cucina senza essere stata preventivamente aperta fuori. Nessun pacco arriva da alcun commerciante senza essere aperto nella guardiola. Qui, dentro, possiamo sentirci un po’ al sicuro, anche senza la polizia, ma via da qui... fuori!»

«Madame, cercheranno di uccidere vostro marito entro quarantotto ore. Desiderate che io lo salvi forse per molto tempo... per sempre, forse?»

«Ah, ascoltatelo! Ascoltatelo, il caro piccolo domovoi! Ma cosa dirà Koupriane? Non permetterà alcuna sortita fuori dalla villa; nessuna, almeno per il momento. Ah, ora, come mi guarda, il caro piccolo domovoi! Oh, beh, sì. Ecco, farò come volete.»

«Molto bene, venite in giardino con me.»

Lei lo accompagnò, appoggiandosi al suo braccio.

«Ecco l’idea», disse Rouletabille. «Questo pomeriggio uscirete con il generale sulla sua sedia a rotelle. Tutti seguiranno. Tutti, capite, Madame... capitemi bene, intendo dire che chiunque desideri venire deve essere invitato a farlo. Solo chi desidera rimanere indietro lo farà. E non insistete. Ah, ecco, vedo che mi capite. Perché tremate?»

«Ma chi farà la guardia alla casa?»

«Nessuno. Dite semplicemente al servitore alla guardiola di osservare dalla guardiola chi entra nella villa, ma semplicemente dalla guardiola, senza interferire con loro e senza dire loro nulla, nulla.»

«Farò come volete. Volete che annunci la nostra passeggiata in anticipo?»

«Ma certamente. Non siate inquieta; date a tutti la buona notizia.»

«Oh, lo dirò solo al generale e ai suoi amici, potete starne certa.»

«Ora, cara Madame, solo un’altra parola. Non aspettatemi per il pranzo.»

«Cosa! Avete intenzione di lasciarci?» gridò lei all’istante, senza fiato. «No, no. Non lo voglio. Sono disposta a fare a meno della polizia, ma non sono disposta a fare a meno di voi. Tutto potrebbe accadere in vostra assenza. Tutto! Tutto!» ripeté con singolare energia. «Perché, per quanto mi riguarda, non riesco a sentirmi sicura come dovrei, forse. Ah, mi fate dire queste cose. Cose del genere! Ma non andatevene.»

«Non abbiate paura; non ho intenzione di lasciarvi, madame.»

«Ah, siete buono! Siete gentile, gentile! Caracho! (Molto bene.)»

«Non vi lascerò. Ma non devo essere al pranzo. Se qualcuno chiede dove sono, dite che ho i miei affari da sbrigare e che sono andato a intervistare dei personaggi politici in città.»

«C’è un solo personaggio politico in Russia», rispose Matrena Petrovna bruscamente; «ed è lo Zar.»

«Molto bene; dite che sono andato a intervistare lo Zar.»

«Ma nessuno ci crederà. E dove sarete?»

«Non lo so nemmeno io. Ma sarò nei dintorni della casa.»

«Molto bene, molto bene, caro piccolo domovoi.»

Lei lo lasciò, non sapendo cosa pensare di tutto ciò, né cosa dovesse pensare: aveva la testa in confusione.

Nel corso della mattinata arrivarono Athanase Georgevitch e Thaddeus Tchnitchnikof. Il generale era già in veranda. Michael e Boris arrivarono poco dopo e chiesero a loro volta come avesse passato la notte senza la polizia. Quando fu detto loro che Feodor stava per fare una passeggiata quel pomeriggio, applaudirono alla sua decisione. «Bravo! Una passeggiata a la strielka (verso la punta dell’isola) nell’ora in cui tutta San Pietroburgo si reca lì. È magnifico. Saremo tutti lì.» Il generale li fece restare per il pranzo. Natacha apparve per il pasto, in uno stato d’animo piuttosto malinconico. Poco prima di pranzo aveva avuto una doppia conversazione in giardino con Michael e Boris. Nessuno avrebbe mai potuto sapere cosa avessero detto quei tre giovani se alcune note stenografiche nel taccuino di Rouletabille non ci avessero dato un’idea; il reporter aveva origliato, sicuramente per caso, dato che tutti i reporter che si rispettano sono del tutto incapaci di origliare.

Le note del taccuino dicono:

Natacha andò in giardino con un libro, che diede a Boris, il quale premette a lungo la mano di lei sulle sue labbra. «Ecco il tuo libro; te lo restituisco. Non ne voglio più, le idee si accalcano così tanto nel mio cervello. Mi fa male la testa. È vero, hai ragione, non amo le novità. Posso accontentarmi perfettamente di Pouchkine. Il resto per me è tutto uguale. Hai passato una buona notte?»

Boris (bel giovane, di circa trent’anni, biondo, un po’ effeminato, pensieroso. Un curioso accessorio nella famiglia militare di un generale così vigoroso). «Natacha, non c’è un’ora che io possa definire davvero buona se la passo lontano da te, cara, cara Natacha.»

«Ti chiedo seriamente se hai passato una buona notte?»

Lei gli toccò la mano per un momento e lo guardò negli occhi, ma lui scosse la testa.

«Cosa hai fatto ieri sera dopo che sei tornato a casa?» chiese lei con insistenza. «Sei rimasto sveglio?»

«Ti ho obbedito; sono rimasto seduto solo mezz’ora alla finestra a guardare qui verso la villa, e poi sono andato a letto.»

«Sì, è necessario che tu riposi. Lo desidero per te come per chiunque altro. Questa vita febbrile è impossibile. Matrena Petrovna ci farà ammalare tutti, e ne saremo prostrati.»

«Ieri», disse Boris, «ho guardato la villa per mezz’ora dalla mia finestra. Cara, cara villa, cara notte in cui posso sentirti respirare, vivere vicino a me. Come se tu fossi stata contro il mio cuore. Avrei potuto piangere perché potevo sentire Michael russare nella sua camera. Sembrava felice. Alla fine, non ho sentito più nulla, non c’era più nulla da sentire se non il doppio coro delle rane negli stagni dell’isola. I nostri stagni, Natacha, sono come i laghi incantati del Caucaso che sono silenziosi di giorno e cantano la sera; ci sono innumerevoli schiere di rane che cantano sulla stessa corda, alcune su una maggiore e alcune su una minore. Il coro parla da uno stagno all’altro, lamentandosi e gemendo attraverso i campi e i giardini, ed echeggiando come arpe eoliche poste l’una di fronte all’altra.»

«Le arpe eoliche fanno così tanto rumore, Boris?»

«Tu ridi? Non ti trovo più te stessa per metà del tempo. È Michael che ti ha cambiata, e io sono fuori gioco. (Qui parlarono in russo.) Non sarò tranquillo finché non sarò tuo marito. Non riesco affatto a capire il tuo modo di fare con Michael.»

(Qui altre parole in russo che non capisco.)

«Parla francese; ecco il giardiniere», disse Natacha.

«Non mi piace il modo in cui stai gestendo le nostre vite. Perché ritardi il nostro matrimonio? Perché?»

(Parole in russo da parte di Natacha. Gesto di disperazione da parte di Boris.)

«Quanto tempo? Dici tanto tempo? Ma questo non dice nulla: tanto tempo. Quanto tempo? Un anno? Due anni? Dieci anni? Dimmelo, o mi ucciderò ai tuoi piedi. No, no; parla o ucciderò Michael. Parola mia! Come un cane!»

«Ti giuro, sulla cara testa di tua madre, Boris, che la data del nostro matrimonio non dipende da Michael.»

(Alcune parole in russo. Boris, un po’ consolato, le preme a lungo la mano sulle labbra.)

Conversazione tra Michael e Natacha in giardino:

«Bene? Glielo hai detto?»

«Ho finito alla fine facendogli capire che non c’è alcuna speranza. Nessuna. È necessario avere pazienza. Devo averla io stessa.»

«Lui è stupido e provocatorio.»

«Stupido, no. Provocatorio, sì, se vuoi. Ma anche tu, tu sei provocatorio.»

«Natacha! Natacha!»

(Qui altro russo.) Mentre Natacha stava per andarsene, Michael le pose una mano sulla spalla, la fermò e disse, guardandola dritto negli occhi:

«Ci sarà una lettera da Annouchka questa sera, tramite un messaggero alle cinque.» scandì bene ogni sillaba. «Molto importante e che richiede una risposta immediata.»

Queste note di Rouletabille non sono seguite da alcun commento.

Dopo pranzo i signori giocarono a poker fino alle quattro e mezza, che è l’ora “chic” per la passeggiata verso la punta dell’isola. Rouletabille aveva ordinato a Matrena di partire esattamente alle cinque meno un quarto. Nel frattempo apparve lui, annunciando di aver appena intervistato il sindaco di San Pietroburgo, il che fece ridere Athanase, che non riusciva a capire come qualcuno potesse venire fin da Parigi per parlare con uomini del genere. Natacha uscì dalla sua camera per unirsi a loro per la passeggiata. Suo padre le disse che sembrava troppo preoccupata.

Lasciarono la villa. Rouletabille notò che i dvornik erano davanti al cancello e che lo schwitzar era al suo posto, dal quale poteva scorgere chiunque entrasse o uscisse dalla villa. Matrena spingeva lei stessa la sedia a rotelle. Il generale era raggiante. Aveva Natacha alla sua destra e alla sua sinistra Athanase e Thaddeus. I due attendenti seguivano, parlando con Rouletabille, che li aveva monopolizzati. La conversazione si spostò sulla devozione di Matrena Petrovna, che ponevano al di sopra dei più bei tratti eroici delle donne dell’antichità, e anche sull’amore di Natacha per suo padre. Rouletabille li fece parlare.

Boris Mourazoff spiegò che questo amore eccezionale era giustificato dal fatto che la madre stessa di Natacha, la prima moglie del generale, era morta dando alla luce la loro figlia, e di conseguenza Feodor Feodorovitch era stato sia padre che madre per sua figlia. L’aveva cresciuta con le cure più toccanti, non permettendo a nessun altro, quando era malata, di occuparsi di passare le notti al suo capezzale.

Natacha aveva sette anni quando Feodor Feodorovitch fu nominato governatore di Orel. In campagna, vicino a Orel, durante l’estate, il generale e sua figlia vivevano in rapporti di buon vicinato con la famiglia del vecchio Petroff, uno dei più ricchi mercanti di pellicce della Russia. Il vecchio Petroff aveva una figlia, Matrena, magnifica da vedere, come un bellissimo fiore di campo. Era sempre di ottimo umore, non parlava mai male di nessuno nel vicinato, e non solo aveva le buone maniere di una signora di città, ma un cuore grande e semplice, che prodigava alla piccola Natacha.

La bambina ricambiava l’affetto della bella Matrena, e fu vedendole sempre felici di ritrovarsi insieme che Trebassof sognò di ristabilire il suo focolare. Le nozze furono rapidamente organizzate, e la bambina, quando seppe che la sua buona Matrena stava per sposare il suo papà, ballò di gioia. Poi la sventura arrivò solo poche settimane prima della cerimonia. Il vecchio Petroff, che speculava in Borsa da molto tempo senza che nessuno sapesse nulla, fu rovinato da cima a fondo. Matrena venne una sera ad avvertire Feodor Feodorovitch di questa triste notizia e a restituirgli la sua promessa. Per tutta risposta Feodor mise Natacha tra le braccia di Matrena. «Abbraccia tua madre», disse alla bambina, e a Matrena: «Da oggi ti considero mia moglie, Matrena Petrovna. Dovresti obbedirmi in ogni cosa. Porta quella risposta a tuo padre e digli che la mia borsa è a sua disposizione.»

Il generale era già, a quel tempo, ancor prima di aver ereditato i Cheremaieff, immensamente ricco. Possedeva terre dietro Nijni vaste come una provincia, e sarebbe stato difficile contare il numero di mugik che lavoravano per lui nella sua proprietà. Il vecchio Petroff diede sua figlia e non volle accettare nulla in cambio. Feodor voleva assegnare una cospicua rendita a sua moglie; il padre di lei si oppose, e Matrena si schierò dalla sua parte contro il marito, a causa di Natacha. «Tutto appartiene alla piccola», insisteva. «Accetto la posizione di sua madre, ma alla condizione che lei non perda mai un copeco della sua eredità.»

«Cosicché», concluse Boris, «se il generale morisse domani, lei sarebbe più povera di Giobbe.»

«Allora il generale è l’unica risorsa di Matrena», rifletté Rouletabille ad alta voce.

«Capisco che si aggrappi a lui», disse Michael Korsakoff, soffiando il fumo della sua sigaretta gialla. «Guardatela. Lo sorveglia come un tesoro.»

«Cosa intendi dire, Michael Nikolaievitch?» disse Boris, bruscamente. «Credi, vero, che la devozione di Matrena Petrovna non sia disinteressata. Devi conoscerla molto poco per osare pronunciare un tale pensiero.»

«Non ho mai avuto quel pensiero, Boris Alexandrovitch», rispose l’altro con un tono ancora più brusco. «Per riuscire a immaginare che chiunque viva nella casa dei Trebassof possa avere un tale pensiero ci vuole la testa di un asino, di sicuro.»

«Ne riparleremo, Michael Nikolaievitch.»

«Come desidera, Boris Alexandrovitch.»

Avevano scambiato queste ultime parole tranquillamente, continuando la loro passeggiata e fumando con negligenza il loro tabacco giallo. Rouletabille era tra loro. Non li guardava; non prestava nemmeno attenzione alla loro lite; aveva occhi solo per Natacha, che proprio ora lasciava il suo posto accanto alla sedia a rotelle del padre e passava loro accanto con un piccolo cenno del capo, sembrando di fretta di ripercorrere la strada verso la villa.

«Ci lasci?» le chiese Boris.

«Oh, vi raggiungerò immediatamente. Ho dimenticato il mio ombrello.»

«Ma andrò io a prendervelo», propose Michael.

«No, no. Devo andare alla villa; tornerò subito.»

Era già passata oltre. Rouletabille, durante questo, guardò Matrena Petrovna, che guardava anche lui, rivolgendo verso il giovane un volto pallido come cera. Ma nessun altro notò l’emozione della buona Matrena, che riprese a spingere la sedia a rotelle del generale.

Rouletabille chiese agli ufficiali: «Questa sistemazione era perché la prima moglie del generale, la madre di Natacha, era ricca?»

«No. Il generale, che aveva sempre il cuore in mano», disse Boris, «la sposò per la sua grande bellezza. Era una bellissima ragazza del Caucaso, di ottima famiglia oltretutto, che Feodor Feodorovitch aveva conosciuto quando era in guarnigione a Tiflis.»

«In breve», disse Rouletabille, «il giorno in cui morirà il generale Trebassof, Madame Trebassof, che ora possiede tutto, non avrà nulla, e la figlia, che ora non ha nulla, avrà tutto.»

«Esattamente questo», disse Michael.

«Ciò non impedisce a Matrena Petrovna e Natacha Feodorovna di amarsi profondamente», osservò Boris.

Il gruppetto si avvicinò alla “Punta”. Finora la passeggiata era stata lungo una piacevole campagna aperta, tra i bassi prati attraversati da freschi ruscelli, sui quali erano stati costruiti piccoli ponti, tra giardini luminosi custoditi da nani di porcellana, o all’ombra di piccoli boschi dai piedi dei cui alberi l’erba appena tagliata emanava una fragranza stagionale. Tutto si rifletteva negli stagni, che giacevano come vetro su cui un pittore di scenografie aveva ritagliato i cuori verdi delle foglie di ninfea. Uno scorcio di campagna adorabile che sembrava essere stato creato secoli prima per il divertimento di una regina e preservato, immacolatamente curato e pulito, di generazione in generazione, per l’eterno fascino di un’ora come questa sulle rive del Golfo di Finlandia.

Ora avevano raggiunto la riva del Golfo, e le onde increspavano le prue delle leggere navi, che si tuffavano con grazia come enormi e rapidi gabbiani, sotto la pressione delle loro grandi vele bianche.

Lungo la carreggiata, più ampia ora, scivolava, silenziosamente e al passo, la doppia fila di lussuose carrozze con cavalli impazienti, le carrozze scoperte in cui i grandi personaggi della corte vedevano il panorama e si lasciavano vedere. Enormi cocchieri tenevano le redini alte. Vivaci giovani donne, negligentemente reclinate contro i cuscini, sfoggiavano le loro nuove toilette parigine, e tenevano impegnati i giovani ufficiali a cavallo con saluti. C’erano tutti i tipi di uniformi. Non si sentiva parlare. Ognuno era impegnato a guardare. Nell’aria pura e sottile risuonava solo il rumore dei morsi che masticavano e il tintinnio dei campanelli attaccati ai collari dei pelosi pony finlandesi. E tutto ciò, così bello, fresco, affascinante e limpido, e silenzioso, sembrava tutto più un sogno di quanto non fosse quello che pendeva negli stagni, sospeso tra il cristallo dell’aria e il cristallo dell’acqua. La trasparenza del cielo e la trasparenza del golfo fondevano le loro due irrealtà così che non si poteva notare dove gli orizzonti si incontrassero.

Rouletabille guardò il panorama e guardò il generale, e in tutta la sua giovane anima vibrante c’era un senso di infinita tristezza, perché ricordava quelle terribili parole nella notte: «Sono andati in tutti gli angoli della terra russa, e non hanno trovato un solo angolo di quella terra dove non ci siano lamenti.» «Beh», pensò, «non sono venuti in questo angolo, a quanto pare. Non conosco nulla di più incantevole o felice al mondo.» No, no, Rouletabille, non sono venuti qui. In ogni paese c’è un angolo di vita felice, che i poveri si vergognano di avvicinare, di cui non sanno nulla, e di cui la semplice vista renderebbe furiose le madri affamate, con i loro petti magri, e, se non è più bello di così, certamente nessuna parte della terra è resa così atroce da vivere per alcuni, né così felice per altri come in questo paese scita, il paese boreale del mondo.

Nel frattempo il piccolo gruppo attorno alla sedia a rotelle del generale aveva attirato l’attenzione. Alcuni passanti salutavano, e la notizia si sparse rapidamente che il generale Trebassof era venuto per una passeggiata alla “Punta”. Le teste si giravano al passaggio delle carrozze; il generale, notando quanto eccitamento producesse la sua presenza, pregò Matrena Petrovna di spingere la sua sedia in un sentiero adiacente, dietro uno scudo di alberi dove avrebbe potuto godersi lo spettacolo in pace.

Fu trovato, tuttavia, da Koupriane, il Capo della Polizia, che lo stava cercando. Era andato alla dacia e gli era stato detto lì che il generale, accompagnato dai suoi amici e dal giovane francese, era uscito per un giro lungo il golfo. Koupriane aveva lasciato la sua carrozza alla dacia e aveva preso la strada più breve per seguirli.

Era un bell’uomo, grande, solido, dagli occhi chiari. La sua uniforme metteva in risalto la sua bella corporatura. Era generalmente benvoluto a San Pietroburgo, dove il suo portamento marziale e il suo noto coraggio gli avevano dato una sorta di popolarità nella società, che, d’altro canto, aveva grande disprezzo per Gounsovski, il capo della Polizia Segreta, che era noto per essere capace di qualsiasi cosa subdola e che era stato accusato di fare talvolta il gioco dei nichilisti, che travestiva da agenti provocatori, senza che nessuno ne dubitasse realmente, e doveva combattere contro questi diffusi sospetti politici.

Uomini ben informati dichiaravano che la morte del precedente “primo ministro”, che era stato fatto esplodere davanti alla stazione di Varsavia mentre si stava recando dallo Zar a Peterhof, fosse opera di Gounsovski e che in questo egli fosse stato lo strumento della fazione a corte che aveva giurato la morte del ministro che la infastidiva.* D’altra parte, tutti consideravano Koupriane incapace di partecipare a tali orrori e che egli si accontentasse dell’onesta esecuzione dei suoi ovvi doveri, limitandosi a liberare le strade dai suoi elementi fastidiosi, e mandando in Siberia quanti più poteva dei facinorosi, senza abbassarsi ai compromessi che, più di una volta, avevano dato motivo ai nemici dell’impero di sostenere che fosse difficile dire se i capi della polizia russa recitassero la parte della legge o quella del partito rivoluzionario, persino che la polizia fosse stata, alla fine di un certo periodo di tale procedura mista, a malapena in grado di decidere essa stessa cosa facesse.

* Causa vociferata dell’assassinio di Plehve.

Quel pomeriggio Koupriane appariva molto nervoso. Fece i suoi complimenti al generale, brontolò per la sua imprudenza, lo lodò per il suo coraggio, e poi prese subito in disparte Rouletabille, che portò lontano per parlargli.

«Avete rimandato i miei uomini da me», disse al giovane giornalista. «Comprendete bene che non lo permetto. Sono furiosi, e a ragione. Avete dato pubblicamente come spiegazione della loro partenza – una partenza che ha naturalmente sbalordito, stupefatto gli amici del generale – il sospetto di una loro possibile partecipazione all’ultimo attentato. È abominevole, e non lo tollererò. I miei uomini non sono stati addestrati secondo i metodi di Gounsovski, e arrecare loro una simile offesa, di cui mi risento, peraltro, personalmente, è un’ingiustizia crudele trattarli in questo modo. Ma lasciamo perdere, come questione di sentimento, e torniamo al semplice fatto in sé, che dimostra la vostra eccessiva imprudenza, per non dire altro, e che vi coinvolge, voi solo, in una responsabilità di cui non avete certamente misurato l’importanza. Tutto sommato, ritengo che abbiate stranamente abusato della piena autorità che vi ho conferito per ordine dello Zar. Quando ho appreso ciò che avevate fatto, sono andato a trovare lo Zar, come era mio dovere, e gli ho raccontato tutto. È rimasto più sbalordito di quanto si possa esprimere. Mi ha ordinato di recarmi personalmente a constatare come stessero le cose e di fornire al generale la guardia che avevate rimosso. Arrivo alle isole e non solo trovo la villa aperta come un mulino dove chiunque può entrare, ma vengo informato, e poi vedo, che il generale sta passeggiando in mezzo alla folla, in balia del primo miserabile avventuriero. Monsieur Rouletabille, non sono soddisfatto. Lo Zar non è soddisfatto. E, entro un’ora, i miei uomini torneranno a prendere servizio di guardia alla dacia.»

Rouletabille ascoltò fino alla fine. Nessuno gli aveva mai parlato con quel tono. Era rosso, e pronto a scoppiare come il palloncino di un bambino gonfiato troppo. Disse:

«E io prenderò il treno questa sera.»

«Voi ve ne andate?»

«Sì, e potete guardare il vostro generale tutto solo. Ne ho abbastanza. Ah, non siete soddisfatto! Ah, lo Zar non è soddisfatto! È un peccato. Per me basta così. Monsieur, io non sono soddisfatto, e vi dico buonasera. Solo, non dimenticate di inviarmi da qui ogni tre o quattro giorni una lettera che mi tenga informato sulla salute del generale, a cui voglio molto bene. Reciterò una preghierina per lui.»

Dopodiché tacque, perché colse lo sguardo di Matrena Petrovna, uno sguardo così desolato, così implorante, così disperato, che la povera donna gli ispirò di nuovo una grande pietà. Natacha non era tornata. Cosa stava facendo la giovane in quel momento? Se Matrena amava davvero Natacha, doveva soffrire atrocemente. Koupriane parlava; Rouletabille non lo ascoltava, e aveva già dimenticato la propria rabbia. Il suo spirito era avvolto nel mistero.

«Monsieur», concluse Koupriane, tirandogli la manica, «mi ascoltate? Vi prego almeno di rispondermi. Offro tutte le scuse possibili per avervi parlato con quel tono. Le ribadisco. Vi chiedo perdono. Vi prego di spiegare la vostra condotta, che mi è apparsa imprudente ma che, dopotutto, dovrebbe avere un qualche motivo. Devo spiegare all’Imperatore. Me lo direte? Cosa dovrei dire all’Imperatore?»

«Assolutamente nulla», disse Rouletabille. «Non ho spiegazioni da dare a voi, né all’Imperatore, né a nessuno. Potete offrirgli il mio massimo omaggio e farmi la cortesia di vistare il mio passaporto per questa sera.»

E sospirò:

«È un peccato, perché stavamo giusto per vedere qualcosa di interessante.»

Koupriane lo guardò. Rouletabille non aveva distolto gli occhi da Matrena Petrovna, e il pallore di lei colpì Koupriane.

«Solo un minuto», continuò il giovane. «Sono certo che c’è qualcuno a cui mancherò: quella brava donna laggiù. Chiedetele cosa preferisce, tutta la vostra polizia o il suo caro piccolo domovoi. Siamo già buoni amici. E... non dimenticate di porgerle le mie condoglianze quando sarà giunto il momento terribile.»

Fu il turno di Koupriane di essere turbato.

Tossì e disse:

«Credete, dunque, che il generale corra un grave pericolo immediato?»

«Non solo lo credo, monsieur, ne sono certo. La sua morte è questione di ore per il povero caro uomo. Prima di andare non mancherò di dirglielo, così che possa prepararsi comodamente per il grande viaggio e chiedere perdono al Signore per la mano piuttosto pesante che ha posato su questi poveri uomini di Presnia.»

«Monsieur Rouletabille, avete scoperto qualcosa?»

«Santo cielo, sì, ho scoperto qualcosa, Monsieur Koupriane. Non penserete mica che sia venuto fin qui per perdere il mio tempo, vero?»

«Qualcosa che nessun altro sa?»

«Sì, Monsieur Koupriane, altrimenti non mi sarei preoccupato di interessarmene. Qualcosa che non ho confidato a nessuno, nemmeno al mio taccuino, perché un taccuino, sapete, un taccuino si può sempre perdere. Lo dico giusto nel caso aveste l’idea di farmi perquisire prima della mia partenza.»

«Oh, Monsieur Rouletabille!»

«Eh, eh, come fa la polizia nel vostro paese; anche nel mio, del resto. Sì, si vede spesso abbastanza. La polizia, furiosa perché non riesce a trovare un indizio in qualche caso che le interessa, arresta un giornalista che ne sa più di loro, per farlo parlare. Ma... niente di tutto ciò con me, monsieur. Potreste farmi portare nella vostra famosa ‘Sezione Terribile’, non aprirei bocca, nemmeno sulla famosa sedia a dondolo, nemmeno sotto i colpi dei pugni chiusi.»

«Monsieur Rouletabille, per chi ci prendete? Voi siete ospite dello Zar.»

«Ah, ho la parola di un uomo onesto. Molto bene, vi tratterò come un uomo onesto. Vi dirò cosa ho scoperto. Non desidero per un falso orgoglio tenervi all’oscuro di qualcosa che potrebbe forse – dico forse – permettervi di salvare il generale.»

«Ditemi. Vi ascolto.»

«Ma è perfettamente inteso che una volta che vi avrò detto questo mi darete il passaporto e mi permetterete di partire?»

«Sentite di non poter assolutamente», chiese Koupriane, sempre più turbato, e dopo un momento di esitazione, «non potreste assolutamente dirmelo e restare?»

«No, monsieur. Dal momento in cui mi mettete nella necessità di spiegare ciascuno dei miei movimenti e ciascuno dei miei atti, preferisco andarmene e lasciare a voi quella ‘responsabilità’ di cui parlavate poco fa, mio caro Monsieur Koupriane.»

Stupita e inquietata da questa lunga conversazione tra Rouletabille e il Capo della Polizia, Matrena Petrovna rivolgeva continuamente verso di loro il suo sguardo angosciato, che sempre insensibilmente si addolciva quando si posava su Rouletabille. Koupriane leggeva lì tutta la speranza che la brava donna riponeva nel giovane giornalista, e leggeva anche negli occhi di Rouletabille tutta la straordinaria fiducia che quel semplice ragazzo aveva in se stesso. Come ultima considerazione, non aveva forse già qualcosa in mano in circostanze in cui tutta la polizia del mondo si era dichiarata vinta? Koupriane strinse la mano a Rouletabille e gli disse una sola parola:

«Restate.»

Dopo aver salutato il generale e Matrena affettuosamente, e un gruppo di amici con un cortese cenno, se ne andò, con la fronte pensierosa.

Durante tutto questo tempo il generale, incantato dalla passeggiata, raccontava storie del Caucaso ai suoi amici, credendosi di nuovo giovane e rivivendo le sue notti da sottotenente a Tills. Quanto a Natacha, nessuno l’aveva vista. Ripercorsero la strada verso la villa lungo sentieri deserti. La visita di Koupriane fu occasione per Athanase Georgevitch e Thaddeus, e anche per i due ufficiali, di dire che era l’unico uomo onesto in tutta la polizia russa, e che Matrena Petrovna era una grande donna per aver osato liberarsi dell’intera cricca di agenti, che spesso sono più rivoluzionari dei Nichilisti stessi. Così arrivarono alla dacia.

Il generale chiese di Natacha, non capendo perché lo avesse lasciato così durante la sua prima uscita. Lo schwitzar rispose che la giovane padrona era tornata alla casa ed era ripartita circa un quarto d’ora dopo, prendendo la strada che il gruppo aveva seguito per la passeggiata, e che non l’aveva più vista.

Boris prese la parola:

«Deve essere passata dall’altra parte delle carrozze mentre eravamo dietro gli alberi, generale, e non vedendoci ha proseguito per la sua strada, facendo il giro dell’isola, fino alla Barque.»

La spiegazione sembrò la più plausibile.

«È venuto qualcun altro qui?» chiese Matrena, costringendo la propria voce a essere calma. Rouletabille vide la mano di lei tremare sulla maniglia della sedia a rotelle, che non aveva lasciato per un secondo durante tutta la passeggiata, rifiutando l’aiuto degli ufficiali, degli amici e persino di Rouletabille.

«Prima è venuto il Capo della Polizia, che mi ha detto che sarebbe andato a cercarvi, Barinia, e subito dopo, Sua Eccellenza il Maresciallo di Corte. Sua Eccellenza tornerà, sebbene sia molto di fretta, prima di prendere il treno delle sette per Krasnoie-Coelo.»

Tutto questo era stato detto in russo, naturalmente, ma Matrena tradusse le parole dello schwitzar in francese a bassa voce per Rouletabille, che era vicino a lei. Il generale durante questo tempo aveva preso la mano di Rouletabille e l’aveva stretta affettuosamente, come se, in quel modo muto, volesse ringraziarlo per tutto ciò che il giovane aveva fatto per loro. Anche Feodor stesso aveva fiducia, ed era grato per l’aria più libera che gli era permesso respirare. Gli sembrava di uscire di prigione. Tuttavia, poiché la passeggiata era stata un po’ faticosa, Matrena gli ordinò di andare subito a riposare. Athanase e Thaddeus presero congedo. I due ufficiali erano già in fondo al giardino, parlando freddamente, e quasi affrontandosi, come soldatini di legno. Senza dubbio stavano organizzando le condizioni di un incontro per risolvere subito la loro piccola divergenza.

Lo schwitzar prese il generale tra le sue grandi braccia e lo portò nella veranda. Feodor chiese cinque minuti di tregua prima di essere portato di sopra nella sua camera. Matrena Petrovna fece portare un pranzo leggero su sua richiesta. In verità, la buona donna tremava dall’impazienza e quasi non osava muoversi senza consultare il volto di Rouletabille. Mentre il generale parlava con Ermolai, che gli porgeva il tè, Rouletabille fece un segno a Matrena che lei comprese subito. Raggiunse il giovane nel salotto.

«Madame», disse rapidamente, a bassa voce, «dovete andare subito a vedere cosa è successo lì.»

Indicò la sala da pranzo.

«Molto bene.»

Era pietoso guardarla.

«Andate, madame, con coraggio.»

«Perché non venite con me?»

«Perché, madame, ho qualcosa da fare altrove. Datemi le chiavi del piano superiore.»

«No, no. Perché?»

«Non un secondo di ritardo, per l’amor del cielo. Fate ciò che vi dico dalla vostra parte, e lasciate che io faccia la mia. Le chiavi! Avanti, le chiavi!»

Gliele strappò piuttosto che prenderle, e indicò un’ultima volta la sala da pranzo con un gesto così imperioso che lei non esitò oltre. Entrò nella sala da pranzo, tremando, mentre lui balzava al piano superiore. Non fu lungo. Si prese solo il tempo di aprire le porte, gettare uno sguardo nella camera del generale, uno sguardo solo, e tornare, lasciandosi sfuggire un grido di gioia, preso in prestito dalla sua nuova e molto limitata competenza di russo: «Caracho!»

Come Rouletabille, che non aveva passato mezzo secondo a esaminare la camera del generale, potesse essere certo che tutto andasse bene da quella parte, quando ci volevano a Matrena – e quante volte al giorno! – almeno un quarto d’ora di ricerche in tutti gli angoli ogni volta che esplorava la sua casa prima di essere anche solo inadeguatamente rassicurata, era una domanda. Se quella cara donna eroica fosse stata con lui durante questa «informazione istantanea» avrebbe ricevuto uno shock tale che, con ogni fiducia svanita, avrebbe fatto chiamare Koupriane immediatamente, e tutti i suoi agenti, rinforzati dal personale dell’Okrana (Polizia Segreta). Rouletabille raggiunse subito il generale, fischiettando. Feodor ed Ermolai erano immersi in una conversazione sulla regione di Orel. Il giovane non li disturbò. Poi, presto, Matrena riapparve. La vide arrivare raggiante. Le restituì le chiavi, e lei le prese meccanicamente. Era felicissima e non cercò di nasconderlo. Il generale stesso lo notò, e chiese cosa l’avesse resa tale.

«È la mia felicità per la nostra prima passeggiata da quando siamo arrivati alla dacia des Iles», spiegò. «E ora dovete andare di sopra a dormire, Feodor. Passerete una buona notte, ne sono certa.»

«Posso dormire solo se dormi tu, Matrena.»

«Te lo prometto. È del tutto possibile ora che abbiamo il nostro caro piccolo domovoi. Sai, Feodor, che fuma la pipa proprio come il caro piccolo domovoi di porcellana.»

«Assomiglia a lui, certamente sì», disse Feodor. «Questo ci rende felici, ma desidero che anche lui dorma.»

«Sì, sì», sorrise Rouletabille, «tutti dormiranno qui. Questa è la parola d’ordine. Abbiamo vegliato abbastanza. Dato che la polizia se n’è andata possiamo tutti dormire, credetemi, generale.»

«Eh, eh, vi credo, sulla parola, facilmente abbastanza. C’erano solo loro in casa capaci di tentare quell’affare del bouquet. Ho pensato bene a tutto, e ora sono tranquillo. E comunque, qualunque cosa accada, è necessario dormire, non è vero? I rischi del mestiere! Nichevo!» Strinse la mano a Rouletabille, e Matrena Petrovna prese, come era sua abitudine, Feodor Feodorovitch sulle spalle e lo trascinò verso la sua camera. Anche in questo rifiutò l’aiuto di chiunque. Il generale si aggrappò al collo della moglie durante la salita e rise come un bambino. Rouletabille rimase nel corridoio, osservando il giardino attentamente. Ermolai uscì dalla villa e attraversò il giardino, andando incontro a un personaggio in uniforme che il giovane riconobbe immediatamente come il gran maresciallo di corte, che lo aveva presentato allo Zar. Ermolai lo informò che Madame Matrena era impegnata ad aiutare il marito a ritirarsi, e il maresciallo rimase in fondo al giardino dove aveva trovato Michael e Boris a parlare nel chiosco. Tutti e tre rimasero lì per qualche tempo a conversare, in piedi vicino a un tavolo dove il generale e Madame Trebassof cenavano a volte quando non avevano ospiti. Mentre parlavano il maresciallo giocava con una scatola di cartone bianco legata con un nastro rosa. In quel momento Matrena, che non aveva potuto resistere al desiderio di parlare per un momento con Rouletabille e dirgli quanto fosse felice, raggiunse il giovane.

«Piccolo domovoi», disse, posando la mano sulla sua spalla, «non avete vegliato da questa parte?»

Indicò a sua volta la sala da pranzo.

«No, no. Avete visto, madame, e sono sufficientemente informato.»

«Perfettamente. Non c’è nulla. Nessuno ha lavorato lì! Nessuno ha toccato l’asse. Lo sapevo. Ne sono certa. È terribile quello che abbiamo pensato al riguardo! Oh, non sapete quanto io sia sollevata e felice. Ah, Natacha, Natacha, non ti ho amata invano. (Pronunciò queste parole con accenti di grande bellezza e tragica sincerità.) Quando l’ho vista lasciarci, caro mio, ah, le gambe mi sono venute meno. Quando ha detto: ‘Ho dimenticato qualcosa; devo correre a prendere’, ho sentito che non avevo la forza di fare un solo passo. Ma ora sono certamente felice, quel peso almeno è tolto dal mio cuore, dal mio cuore, caro piccolo domovoi, grazie a voi, grazie a voi.»

Lo abbracciò, e poi corse via, come una posseduta, a riprendere il suo posto vicino al generale.

Note nel taccuino di Rouletabille: L’affare della piccola cavità sotto il pavimento non essendo stato toccato di nuovo non prova nulla a favore o contro Natacha (anche se quell’eccellente Matrena Petrovna la pensa così). Natacha avrebbe potuto benissimo essere avvertita dalla troppa cura con cui Madame Matrena sorvegliava il pavimento. La mia opinione, da quando ho visto Matrena sollevare il tappeto la prima volta senza alcuna vera precauzione, è che abbiano definitivamente abbandonato la preparazione di quell’attentato e stiano cercando di capire come il segreto sia diventato noto. Ciò di cui Matrena si sente così sicura è che la trappola che ho teso con la passeggiata alla Punta fosse contro Natacha in particolare. Sapevo in anticipo che Natacha si sarebbe assentata durante la passeggiata. Non cerco nulla di nuovo da Natacha, ma ciò di cui avevo bisogno era essere sicuro che Matrena non detestasse Natacha, e che non avesse simulato i preparativi per un attentato sotto il pavimento in modo da gettare un sospetto quasi certo sulla figliastra. Ne sono sicuro ora. Matrena è innocente di una cosa simile, la povera cara anima. Se Matrena fosse stata un mostro, l’occasione era troppo buona. L’assenza di Natacha, la sua presenza solitaria per un quarto d’ora nella villa vuota, tutto avrebbe spinto Matrena, che ho mandato sola a cercare sotto il tappeto nella sala da pranzo, a estrarre gli ultimi chiodi dall’asse se fosse stata davvero colpevole di aver estratto gli altri. Natacha sarebbe stata perduta allora! Matrena è tornata sinceramente, tragicamente felice di non aver trovato nulla di nuovo, e ora ho la prova materiale di cui avevo bisogno. Moralmente e fisicamente Matrena è estranea a tutto questo. Quindi le parlerò dello spillo da cappello. Credo che la questione sia urgente da quel lato piuttosto che dal lato dei chiodi nel pavimento.

VI. LA MANO MISTERIOSA

Dopo la partenza di Matrena, Rouletabille rivolse la sua attenzione al giardino. Né il maresciallo di corte né gli ufficiali erano più lì. I tre uomini erano scomparsi. Rouletabille voleva sapere subito dove fossero andati. Andò rapidamente al cancello, fece il nome degli ufficiali e del maresciallo a Ermolai, e Ermolai fece un segno che erano usciti. Proprio mentre parlava vide la carrozza del maresciallo sparire dietro l’angolo della strada. Quanto ai due ufficiali, non erano da nessuna parte sulla carreggiata. Si stupì che il maresciallo se ne fosse andato senza vedere Matrena o il generale o lui stesso, e, soprattutto, fu inquietato dalla scomparsa degli attendenti. Dedusse dai gesti di Ermolai che erano passati davanti alla portineria solo pochi minuti dopo la partenza del maresciallo. Se n’erano andati insieme. Rouletabille si mise a seguirli, tracciò i loro passi nella terra soffice della strada e presto attraversarono l’erba. A questo punto le tracce attraverso la massa di felci divennero molto difficili da seguire. Si affrettò, chinandosi vicino al suolo su tali tracce che riusciva a vedere, che lo portavano continuamente fuori strada, ma che lo condussero infine a ciò che cercava. Un rumore di voci lo fece sollevare la testa e poi gettarsi dietro un albero. Non a venti passi da lui Natacha e Boris stavano avendo una conversazione animata. Il giovane ufficiale si teneva eretto direttamente di fronte a lei, accigliato e impaziente. Sotto il mantello dell’uniforme che si era avvolto attorno senza essersi preso la briga di usare le maniche, che erano gettate sopra il petto, Boris aveva le braccia incrociate. L’intera sua attitudine indicava alterigia, freddezza e disprezzo per ciò che stava ascoltando. Natacha non era mai apparsa più calma o più padrona di sé. Parlava con lui rapidamente e per lo più a voce bassa. A volte suonava una parola in russo, e poi riprendeva la sua cura di parlare sottovoce. Infine cessò, e Boris, dopo un breve silenzio, in cui era sembrato riflettere profondamente, pronunciò distintamente queste parole in francese, scandendole sillaba per sillaba, come per dar loro forza aggiuntiva:

«Mi chiedete una cosa spaventosa.»

«È necessario che me la concediate», disse la giovane con singolare energia. «Comprendete, Boris Alexandrovitch! È necessario.»

«Non posso, Natacha, non posso. È come se mi chiedeste di uccidermi.»

«Non vi chiedo di morire, Boris Alexandrovitch, vi chiedo di vivere per me. E se non lo farete, è il vostro onore che sarà perduto, il mio, il nostro onore! Volete che la gente dica che Boris Alexandrovitch, il giovane ufficiale che tutti stimano, non ha avuto il coraggio di servire la donna che ama quando essa era nel bisogno? Volete che si rida di noi? Volete che si dica che la figlia del generale ha un amante senza cuore?»

Il giovane si coprì il volto con le mani. Natacha, con un gesto di inaudita grazia, gli scostò le mani dal viso e, guardandolo dritto negli occhi, riprese con una dolcezza che avrebbe potuto piegare il ferro:

«Boris, mio piccolo Boris, ascoltatemi. Non c'è alcun pericolo per voi. Il pericolo è solo per me, per me sola, se voi non fate ciò che vi chiedo. Non vi chiedo di fare nulla di male. Vi chiedo solo di essere ciò che siete, un uomo fedele alla sua parola, un uomo che sa mantenere un segreto. Il generale si sveglierà, Boris. E tutto sarà finito prima che qualcuno possa rendersene conto. Nessuno saprà mai nulla. Nemmeno il vostro amico, il tenente Michael, se non lo vorrete. Ma Michael è con voi, lui ha capito. Perché voi no?»

«Michael ha capito?» chiese il giovane, sollevando la testa.

«Sì, Michael ha capito e mi ha promesso il suo aiuto. Egli è già andato a preparare tutto. Non vi resta che seguirlo.»

Il giovane esitò ancora un istante, poi, come vinto da una forza superiore alla sua volontà, chinò il capo. Natacha gli sorrise, un sorriso che era al tempo stesso trionfante e pieno di una malinconia infinita.

«Grazie, Boris. Sapevo che non mi avreste abbandonata.»

Si voltò e si allontanò rapidamente lungo il sentiero. Il giovane ufficiale rimase immobile, lo sguardo fisso sul punto in cui era svanita, come se fosse sotto l'influsso di un incantesimo. Poi, scuotendo la testa come per scacciare un pensiero molesto, si voltò e si incamminò nella direzione opposta, verso la villa. Rouletabille, che dal folto degli alberi aveva osservato tutta la scena, rimase un momento in silenzio, poi si mosse, agile come un gatto, seguendo l'ufficiale a una distanza che lo rendeva invisibile.

Giunto in vista della veranda, il giovane si fermò, guardandosi intorno con circospezione. Non vide nessuno. Salì i gradini della veranda e scomparve all'interno. Rouletabille attese qualche istante, poi si avvicinò alla casa, muovendosi con estrema cautela. Sapeva che Matrena Petrovna era al suo posto, ma non voleva essere visto da nessun altro. Si arrampicò sulla grata che conduceva al piano superiore, quella che aveva già esplorato in precedenza, e riuscì a raggiungere la finestra della sua camera.

All'interno, tutto era silenzioso. Si accovacciò in un angolo, in attesa. Pochi minuti dopo, sentì dei passi nel corridoio. Erano passi leggeri, esitanti. Qualcuno si avvicinò alla porta della camera del generale. Rouletabille trattenne il respiro. La maniglia della porta si mosse lentamente, con un rumore quasi impercettibile. La porta non si aprì, ma un sottile filo di metallo, che luccicava nella penombra, scivolò attraverso la fessura tra la porta e lo stipite.

Il giovane reporter strinse le mani fino a farsi male. Non era il momento di intervenire. Doveva vedere, doveva sapere chi c'era dietro quella manovra. Il filo si muoveva con una precisione chirurgica, cercando il chiavistello. Rouletabille sapeva che, una volta aperto, il gioco sarebbe stato fatto. Il pericolo era imminente, reale, tangibile. Si preparò a balzare, ma in quel momento udì una voce, una voce che gli fece gelare il sangue nelle vene. Era la voce di Natacha, che sussurrava a bassa voce:

«Boris, presto! Presto!»

La mano che manovrava il filo si fermò un istante, poi, con uno scatto, il catenaccio venne sollevato. La porta si schiuse lentamente. Rouletabille non attese oltre. Con un balzo si lanciò nel corridoio, gridando:

«Fermo! In nome della legge!»

«Sì, due. Una vecchia e una nuova. Una assolutamente nuova. Perché questo secondo buco? Perché il primo fu giudicato un po’ troppo stretto e vollero allargarlo, e nell’allargarlo vi spezzarono dentro la punta di uno spillo da cappello. Madame, la punta è ancora lì, a riempire il piccolo vecchio buco, e il pezzetto di metallo è molto acuto e molto lucente.»

«Ora capisco l’esame degli spilli da cappello. Dunque è così facile passare attraverso una porta con uno spillo da cappello?»

«Niente di più facile, specialmente se il pannello è di pino. A volte capita di spezzare la punta di uno spillo nel primo buco. Allora, per necessità, se ne fa un secondo. Per iniziare il secondo buco, essendo la punta dello spillo rotta, hanno usato la punta di un temperino, poi hanno finito il buco con lo spillo da cappello. Il secondo buco è ancora più vicino al catenaccio del primo. Non si muova così, madame.»

«Ma stanno per venire! Stanno per venire!»

«Credo di sì.»

«Ma non riesco a capire come lei possa restare così tranquillo con una tale certezza. Gran Dio! Che prova ha che non ci siano già stati?»

«Solo uno spillo comune, madame, non uno spillo da cappello, questa volta. Non confonda gli spilli. Glielo mostrerò tra poco.»

«Mi farà impazzire con i suoi spilli, cara luce dei miei occhi! Bontà del Cielo! Inviato di Dio! Caro piccolo portatore di felicità!»

Nel suo trasporto cercò di prenderlo tra le sue braccia tremanti, ma lui la scacciò. Lei riprese fiato e continuò:

«L’esame di tutti gli spilli da cappello le ha detto qualcosa?»

«Sì. Il quinto spillo da cappello di Mademoiselle Natacha, quello nel toque fuori nella veranda, ha la punta appena spezzata.»

«O miseria!» gridò Matrena, accartocciandosi sulla sedia.

Rouletabille la sollevò.

«Che vuole che le dica? Ho esaminato i suoi spilli. Pensa che l’avrei sospettata se ne avessi trovato uno rotto? Avrei semplicemente pensato che qualcuno avesse usato la sua proprietà per uno scopo abominevole, tutto qui.»

«Oh, è vero, è vero. Mi perdoni. Madre di Cristo, questo ragazzo mi manda ai matti! Mi consola e mi inorridisce. Mi fa pensare a cose così terribili, e poi mi rassicura. Fa di me ciò che vuole. Cosa diventerei senza di lui?»

E questa volta riuscì a prendergli la testa tra le due mani e a baciarlo appassionatamente. Rouletabille la respinse bruscamente.

«Mi impedisce di vedere», disse.

Lei era in lacrime per il suo rifiuto. Ora capiva. Rouletabille, durante tutta la conversazione, non aveva smesso di osservare attraverso le porte aperte della stanza di Matrena e del camerino la lontana porta fatale, il cui catenaccio di ottone brillava nella luce gialla della lampada notturna.

Alla fine le fece un segno e il giornalista, seguito da Matrena, avanzò in punta di piedi fino alla soglia della camera del generale, restando vicino alla parete. Feodor Feodorovitch dormiva. Sentivano il suo respiro pesante, ma sembrava godere di un sonno tranquillo. Gli orrori della notte precedente erano svaniti. Matrena aveva forse ragione ad attribuire gli incubi al narcotico preparato per lui ogni sera, poiché il bicchiere dal quale beveva quando sentiva di non poter dormire era ancora pieno e, ovviamente, non era stato toccato. Il letto del generale era posizionato in modo tale che chiunque lo occupasse, anche se fosse stato ben sveglio, non avrebbe potuto vedere la porta che dava sulla scala di servizio. Il tavolino dove erano riposti il bicchiere e le varie fiale, e che aveva portato il pericoloso bouquet, era situato vicino al letto, un po’ dietro di esso, e più vicino alla porta. Nulla sarebbe stato più facile per qualcuno in grado di aprire la porta che allungare un braccio e deporre la macchina infernale tra i fiori di campo, soprattutto, come si poteva facilmente credere, se avesse atteso per quel tradimento che il respiro pesante del generale segnalasse a chi stava fuori che egli dormiva profondamente, e se, guardando attraverso il buco della serratura, si fosse accertato che Matrena era occupata nella propria stanza. Rouletabille, sulla soglia, scivolò di lato, fuori dalla linea di visuale del buco, e si mise a quattro zampe. Strisciò verso la porta. Con la testa al suolo si assicurò che il piccolo spillo comune che aveva messo di guardia quella sera, piantato nel pavimento contro la porta, fosse ancora dritto, avendo così l’ulteriore prova che la porta non era stata mossa. In qualsiasi altro caso lo spillo si sarebbe coricato piatto sul pavimento. Strisciò indietro, si alzò in piedi, passò nel camerino e, in un angolo, ebbe una rapida conversazione a bassa voce con Matrena.

«Lei andrà», disse, «e porterà il suo materasso nell’angolo del camerino da dove può ancora vedere la porta ma nessuno può vederla guardando attraverso il buco della serratura. Faccia tutto con naturalezza, e poi vada a riposare. Io passerò la notte sul materasso, e le chiedo di credere che starò più comodo lì che su un letto di legno di scala dove ho passato la notte scorsa, dietro la porta.»

«Sì, ma lei si addormenterà. Non lo voglio.»

«A cosa pensa, madame?»

«Non lo voglio. Non lo voglio. Non voglio lasciare la porta dove c’è l’occhio. E dato che non sono in grado di dormire, lasci che sia io a vegliare.»

Lui non insistette, e si accucciarono insieme sul materasso. Rouletabille era rannicchiato come un sarto al lavoro; ma Matrena restò a quattro zampe, la mascella in fuori, gli occhi fissi, come un bulldog pronto a scattare. I minuti passarono in un profondo silenzio, rotto solo dal respiro irregolare e dal respiro affannoso del generale. Il suo viso spiccava pallido e tragico sul cuscino; la bocca era aperta e, a tratti, le labbra si muovevano. Si temeva da un momento all’altro un incubo o il suo risveglio. Inconsciamente gettò un braccio verso il tavolino dove si trovava il bicchiere del narcotico. Poi rimase di nuovo immobile e russò leggermente. La lampada notturna sul caminetto catturava strani riflessi gialli dagli angoli dei mobili, dalla cornice dorata di un quadro alla parete e dalle fiale e dai bicchieri sul tavolo. Ma in tutta la camera Matrena Petrovna non vedeva nulla, non pensava ad altro che al catenaccio di ottone che brillava lì sulla porta. Stanca di stare in ginocchio, si spostò, il mento tra le mani, lo sguardo fissamente puntato. Col passare del tempo e il nulla che accadeva, emise un sospiro. Non avrebbe saputo dire se sperasse o temesse l’arrivo di quel qualcosa di nuovo che Rouletabille aveva indicato. Rouletabille la sentiva tremare di angoscia e impazienza.

Quanto a lui, non aveva sperato che accadesse alcunché fino verso l’alba, il momento, come tutti sanno, in cui il sonno profondo è più atto a vincere ogni vigilanza e ogni insonnia. E mentre aspettava quel momento non si era mosso più di una scimmia cinese o del caro piccolo domovoi doukh di porcellana nel giardino. Certo, poteva darsi che non dovesse accadere nulla quella notte.

All’improvviso la mano di Matrena cadde su quella di Rouletabille. Lui strinse la sua così fermamente che lei capì che le era vietato fare il minimo movimento. Ed entrambi, con il collo teso, le orecchie dritte, osservavano come bestie, come bestie in caccia.

Sì, sì, c’era stato un leggero rumore nella serratura. Una chiave girò, piano, piano, nella serratura, e poi il silenzio; e poi un altro piccolo rumore, un suono stridente, un leggero grattare di fil di ferro, sopra, poi sul catenaccio; sul catenaccio che brillava nel bagliore soffuso della lampada notturna. Il catenaccio scivolò piano, molto piano, lentamente.

Poi la porta fu spinta lentamente, così lentamente. Si aprì.

Attraverso l’apertura si allungò l’ombra di un braccio, un braccio che teneva tra le dita qualcosa che brillava. Rouletabille sentì Matrena pronta a balzare. La circondò, la strinse tra le braccia, la trattenne in silenzio, e provò un orrore terribile nel sentirla sul punto di gridare, mentre il braccio si allungava, sfiorava quasi il cuscino sul letto dove il generale continuava a dormire un sonno di pace che non conosceva da molto tempo.

VII. ARSENIATO DI SODIO

La mano misteriosa teneva una fiala e ne versò l’intero contenuto nella pozione. Poi la mano si ritirò come era venuta, lentamente, prudentemente, furtivamente, e la chiave girò nella serratura e il catenaccio scivolò di nuovo al suo posto.

Come un lupo, Rouletabille, avvertendo Matrena per un’ultima volta di non muoversi, raggiunse il pianerottolo, balzò verso le scale, scivolò lungo la ringhiera fino alla veranda, attraversò il salotto come un lampo e raggiunse il salottino senza aver urtato un solo mobile. Non notò nulla, non vide nulla. Tutto intorno era indisturbato e silenzioso.

La prima luce dell’alba filtrava attraverso le persiane. Riuscì a distinguere che l’unica porta chiusa era quella della camera di Natacha. Si fermò davanti a quella porta, col cuore che batteva, e ascoltò. Ma nessun suono giunse al suo orecchio. Era scivolato così leggermente sul tappeto che era certo di non essere stato udito. Forse quella porta si sarebbe aperta. Aspettò. Invano. Gli sembrò che non ci fosse nulla di vivo in quella casa eccetto il suo cuore. Era soffocato dall’orrore che intravedeva, che sfiorava quasi, sebbene quella porta rimanesse chiusa. Palpò lungo la parete per raggiungere la finestra e scostò la tenda. La finestra e le persiane della piccola stanza che dava sulla Neva erano chiuse. La sbarra di ferro all’interno era al suo posto. Poi andò al passaggio, salì e scese la stretta scala di servizio, guardò ovunque, in tutte le stanze, tastando ogni cosa con mani silenziose, assicurandosi che nessuna serratura fosse stata manomessa. Al suo ritorno in veranda, mentre sollevava la testa, vide in cima alla scala principale una figura pallida come la morte, un’apparizione spettrale tra le ombre della notte che passava, che si sporgeva verso di lui. Era Matrena Petrovna. Scese, silenziosa come un fantasma, e lui non riconobbe più la sua voce quando gli chiese: «Dove? Ho bisogno che lei me lo dica. Dove?»

«Ho cercato ovunque», disse lui, così piano che Matrena dovette avvicinarsi per comprendere il suo sussurro. «Ogni cosa è chiusa a chiave. E non c’è nessuno in giro.»

Matrena guardò Rouletabille con tutta la potenza dei suoi occhi, come se volesse scoprire i suoi pensieri più intimi, ma lo sguardo chiaro di lui non vacillò, e lei vide che non c’era nulla che lui volesse nascondere. Poi Matrena puntò l’indice verso la camera di Natacha.

«Lei non è entrato là dentro?» chiese.

Lui rispose: «Non è necessario entrarvi.»

«Io vi entrerò, comunque», disse lei, e strinse i denti.

Lui le sbarrò la strada con le braccia spalancate.

«Se tiene alla vita di qualcuno di caro», disse, «non faccia un passo di più.»

«Ma la persona è in quella camera. La persona è lì! È lì che scoprirà tutto!» E lo scostò con un gesto come se fosse sonnambula.

Per richiamarla alla realtà di ciò che le aveva detto e per farle capire ciò che desiderava, dovette afferrarle il polso nella morsa della sua mano nervosa.

«La persona non è lì, forse», disse, scuotendo la testa. «Mi capisca ora.»

Ma lei non lo capì. Disse:

«Dato che la persona non è da nessun’altra parte, la persona deve essere lì.»

Ma Rouletabille continuò ostinatamente:

«No, no. Forse se n’è andato.»

«Andato via! E tutto chiuso a chiave dall’interno!»

«Questa non è una ragione», rispose lui.

Ma lei non riusciva più a seguire i suoi pensieri. Voleva assolutamente farsi strada nella camera di Natacha. L’ossessione di quello era su di lei.

«Se lei entra lì», disse lui, «e se (come è più probabile) non trova ciò che cerca, tutto è perduto! E quanto a me, rinuncio a tutto quanto.»

Lei si accasciò in un mucchio su una sedia.

«Non si disperi», mormorò lui. «Non sappiamo ancora con certezza.»

Lei scosse la sua povera vecchia testa sconsolata.

«Sappiamo che solo lei è qui, visto che nessuno ha potuto entrare e visto che nessuno ha potuto uscire.»

Ciò, in verità, le riempiva il cervello, le impediva di discernere in qualsiasi angolo della mente il pensiero di Rouletabille. Poi l’impossibile dialogo riprese.

«Ripeto che non sappiamo se la persona se ne sia andata», ripeté il giornalista, e le chiese le chiavi.

«Sciocco», disse lei. «Cosa vuole farne?»

«Cercare fuori come abbiamo cercato dentro.»

«Ma se è tutto chiuso a chiave dall’interno!»

«Madame, ancora una volta, questa non è una ragione perché la persona non possa essere fuori.»

Impiegò cinque minuti ad aprire la porta della veranda, tante erano le sue precauzioni. Lei lo osservava impaziente.

Lui le sussurrò:

«Io esco, ma lei non perda di vista il salottino. Al minimo movimento mi chiami; spari un colpo di revolver se ne ha bisogno.»

Scivolò nel giardino con le stesse precauzioni per il silenzio. Dall’angolo in cui si era appostata, attraverso le porte lasciate aperte, Matrena poteva seguire tutti i movimenti del giornalista e guardare la camera di Natacha allo stesso tempo. L’atteggiamento di Rouletabille continuava a confonderla oltre ogni espressione. Osservava ciò che faceva come se lo ritenesse rimbambito. Anche il dyernick di guardia sulla strada osservava il giovane attraverso le sbarre del cancello con costernazione, come se lo ritenesse un pazzo. Lungo i sentieri di terra battuta o cemento che non offrivano possibilità di impronte, Rouletabille si affrettava silenziosamente. Intorno a lui notò che l’erba del prato non era stata calpestata. E poi non prestò più attenzione ai suoi passi. Sembrava studiare attentamente il colore rosato a oriente, respirando la delicatezza del mattino nascente nelle Isole, tra il silenzio della terra, che ancora sonnecchiava.

A capo scoperto, il viso rivolto all’indietro, le mani dietro la schiena, gli occhi sollevati e fissi, fece alcuni passi, poi si fermò improvvisamente come se avesse ricevuto una scossa elettrica. Non appena sembrò essersi ripreso da quella scossa si voltò e tornò indietro di qualche passo verso un altro sentiero, nel quale avanzò, dritto davanti a sé, il volto alto, con lo stesso sguardo fisso che aveva avuto fino al momento in cui si era fermato così bruscamente, come se qualcosa o qualcuno lo avesse consigliato o avvertito di non andare oltre. Continuava a lavorare tornando verso la casa, e così percorse tutti i sentieri che conducevano dalla villa, ma in tutte queste escursioni si preoccupò di non porsi nel campo visivo della finestra di Natacha, un campo limitato a causa della sua posizione proprio attorno a uno spigolo dell’edificio. Per accertarsi riguardo a questa finestra strisciò a quattro zampe fino al bordo del giardino che correva lungo il piede del muro e ebbe prova sufficiente che nessuno era saltato fuori da quella parte. Poi andò a raggiungere Matrena in veranda.

«Nessuno è venuto in giardino questa mattina», disse, «e nessuno è uscito dalla villa verso il giardino. Ora vado a guardare fuori dai terreni. Aspetti qui; tornerò tra cinque minuti.»

Se ne andò, bussò discretamente alla finestra della portineria e attese alcuni secondi. Ermolai uscì e gli aprì il cancello. Matrena si spostò sulla soglia del salottino e guardò la porta di Natacha con orrore. Sentì le gambe cederle, non riusciva a stare in piedi sotto il pensiero diabolico di un tale crimine. Ah, quel braccio, quel braccio! che si allungava, che si faceva strada, con una piccola fiala lucente in mano. Pene di Cristo! Cosa poteva esserci nei libri dannati sui quali Natacha e i suoi compagni studiavano che poteva rendere possibili crimini così abominevoli? Ah, Natacha, Natacha! era da lei che avrebbe desiderato la risposta, stringendola quasi fino al soffocamento sul suo petto ruvido e strangolandola con la sua stessa mano forte affinché non potesse udire la risposta. Ah, Natacha, Natacha, che aveva amato così tanto! Si accasciò al suolo, strisciò attraverso il tappeto fino alla porta, e giacque lì, distesa come una bestia, e seppellì la testa tra le braccia mentre piangeva per sua figlia. Natacha, Natacha, che aveva amato come la sua stessa bambina, e che non la sentiva. Ah, a che serviva che il ragazzino fosse andato a cercare fuori quando tutta la verità giaceva dietro questa porta? Pensando a lui, si vergognò che lui potesse trovarla in quella posa bestiale, e si alzò in ginocchio e si trascinò verso la finestra che dava sulla Neva. L’angolo delle persiane inclinate le permetteva di vedere abbastanza bene ciò che accadeva fuori, e ciò che vide la fece scattare in piedi. Sotto di lei il giornalista stava compiendo le stesse incomprensibili manovre che gli aveva visto fare in giardino. Tre sentieri conducevano alla piccola strada che correva lungo il muro della villa sulla riva della Neva. Il giovane, ancora con le mani dietro la schiena e il volto rivolto in alto, li prendeva uno dopo l’altro. Nel primo si fermò al primo passo. Non fece più di due passi nel secondo. Nel terzo, che tagliava obliquamente verso destra e sembrava correre verso la riva più vicina a Krestowsky Ostrow, lo vide avanzare lentamente all’inizio, poi più rapidamente tra i piccoli alberi e le siepi. Una sola volta si fermò e guardò da vicino il tronco di un albero contro il quale sembrò individuare qualcosa di invisibile, e poi continuò verso la riva. Lì si sedette su una pietra e sembrò riflettere, e poi improvvisamente si tolse giacca e pantaloni, scelse un certo punto sulla riva di fronte a sé, finì di spogliarsi e si tuffò nel torrente. Vide subito che nuotava come un focena, restando sotto e mostrando la testa di tanto in tanto, respirando, poi tuffandosi di nuovo sotto la superficie. Raggiunse Krestowsky Ostrow in un cespuglio di canne. Poi scomparve. Sotto di lui, circondate dagli alberi, si vedevano le tegole rosse della villa che ospitava Boris e Michael. Da quella villa una persona poteva vedere la finestra del salottino nella residenza del generale Trebassof, ma non ciò che poteva accadere lungo la riva del fiume proprio sotto le sue mura. Un isvotchick guidava lungo la distante rotta di Krestowsky, trasportando nella sua carrozza una compagnia di giovani ufficiali e giovani donne che avevano banchettato e cantavano mentre cavalcavano; poi seguì un profondo silenzio. Gli occhi di Matrena cercarono Rouletabille, ma non riuscirono a trovarlo. Per quanto tempo sarebbe rimasto nascosto in quel modo? Premette il viso contro la finestra fredda. Cosa stava aspettando? Aspettava forse che qualcuno facesse una mossa da questa parte, che la porta vicino a lei si aprisse e la figura traditrice dell’Altro apparisse.

Una mano la toccò con cura. Si voltò.

Rouletabille era lì, il viso tutto segnato da graffi rossi, senza colletto né cravatta, essendosi rivestito in fretta. Sembrò furioso nel sorprenderla nel suo disordine. Lei si lasciò condurre come se fosse una bambina. La trascinò nella sua stanza e chiuse la porta.

«Madame», esordì, «è impossibile lavorare con lei. Perché al mondo ha pianto a meno di mezzo metro dalla porta della sua figliastra? Lei e il suo Koupriane, cominciate a farmi rimpiangere il Faubourg Poissoniere, sa. Sua figliastra l’ha certamente sentita. È una fortuna che non dia alcuna importanza alle sue fantasmagorie notturne, e che vi sia abituata da molto tempo. Ha più buon senso di lei, Mademoiselle Natacha. Lei dorme, o almeno finge di dormire, il che lascia tutti in pace. Che risposta le darà se accade che oggi le chieda la ragione del suo marciare avanti e indietro nel salottino e si lamenti che le ha impedito di dormire?»

Matrena scosse solo la sua vecchissima testa.

«No, no, lei non mi ha sentita. Ero lì come un’ombra, come un’ombra di me stessa. Non mi sentirà mai. Nessuno sente un’ombra.»

Rouletabille provò una rinnovata pietà per lei e parlò più dolcemente.

«In ogni caso è necessario, dovete capire, che lei non dia più importanza a ciò che avete fatto stanotte di quanta ne dia alle cose che sa che fate altre notti. Non è la prima volta, vero, che vagate nel salotto? Mi capite? E domani, madame, abbracciatela come avete sempre fatto.»

«No, non questo,» gemette lei. «Mai questo. Non potrei.»

«Perché no?»

Matrena non rispose. Pianse. Lui la prese tra le braccia come un bambino che consola la propria madre.

«Non piangete. Non piangete. Non tutto è perduto. Qualcuno ha lasciato la villa stamattina.»

«Oh, piccolo domovoj! Com’è possibile? Com’è possibile? Come l’avete scoperto?»

«Dato che non abbiamo trovato nulla all’interno, era certamente necessario trovare qualcosa all’esterno.»

«E l’avete trovato?»

«Certamente.»

«La Vergine vi protegga!»

«LEI è con noi. Non ci abbandonerà. Dirò persino che credo abbia una speciale tutela sulle Isole. Le veglia dalla sera al mattino.»

«Cosa state dicendo?»

«Certamente. Non sapete cosa chiamiamo in Francia “le vegliatrici della Vergine”?»

«Oh, sì, sono le ragnatele che le care bestiole del buon Dio tessono tra gli alberi e che...»

«Esattamente. Mi capite e capirete ancora meglio quando saprete che in giardino la prima cosa che mi ha colpito in faccia mentre vi entravo sono state queste vegliatrici della Vergine tessute dai cari ragnetti del buon Dio. All’inizio, quando le ho sentite sul viso, mi sono detto: “Aspetta, nessuno è passato di qui”, e così sono andato a cercare altrove. Le ragnatele mi fermavano ovunque nel giardino. Ma, fuori dal giardino, si tenevano in disparte e mi lasciavano passare indisturbato lungo un sentiero che portava alla Neva. Allora mi sono detto: “Ora, la Vergine ha per caso trascurato la sua opera in questo sentiero? Certamente no. Qualcuno l’ha rovinata”. Ho trovato i brandelli appesi ai cespugli, e così ho raggiunto il fiume.»

«E vi siete gettato nel fiume, mio caro angelo. Nuotate come un piccolo dio.»

«E sono approdato dove è approdato l’altro. Sì, c’erano i canneti tutti freschi di rottura. E sono scivolato tra i cespugli.»

«Dove?»

«Fino alla Villa Krestowsky, madame, dove vivono entrambi.»

«Ah, è da lì che è venuto qualcuno?»

Ci fu un silenzio tra loro.

Lei chiese:

«Boris?»

«Qualcuno che veniva dalla villa e che vi ha fatto ritorno. Boris o Michael, o un altro. Sono andati e tornati attraverso i canneti. Ma all’andata hanno usato una barca; sono tornati a nuoto.»

La sua solita agitazione riprese il sopravvento.

Domandò con ardore:

«E siete sicuro che sia venuto qui e che sia partito da qui?»

«Sì, ne sono sicuro.»

«Come?»

«Dalla finestra del salotto.»

«È impossibile, perché l’abbiamo trovata chiusa a chiave.»

«È possibile, se qualcuno l’ha chiusa dietro di sé.»

«Ah!»

Ricominciò a tremare e, ricadendo nell’orrore del suo incubo, non sprecò più vezzeggiativi affettuosi per il suo domovoj come per un caro angioletto che le aveva appena reso un servizio dieci volte più prezioso della vita. Mentre lui ascoltava pazientemente, lei disse brutalmente:

«Perché mi avete impedito di gettarmi su di lui, di scagliarmi contro di lui mentre apriva la porta? Ah, l’avrei fatto, l’avrei fatto... sapremmo.»

«No. Al minimo rumore avrebbe chiuso la porta. Un giro di chiave e sarebbe scappato per sempre. E sarebbe stato avvertito.»

«Ragazzino imprudente! Perché allora, se sapevate che stava per venire, non mi avete lasciata in camera da letto e non avete fatto la guardia voi stesso di sotto?»

«Perché finché fossi stato di sotto non sarebbe venuto. Viene solo quando non c’è nessuno al piano di sotto.»

«Ah, Santi Pietro e Paolo abbiate pietà di una povera donna. Chi pensate che sia, allora? Chi pensate che sia? Non riesco più a pensare. Ditemelo, ditemelo. Dovreste saperlo... sapete tutto. Su, chi? Esigo la verità. Chi? Ancora qualche agente del Comitato, del Comitato Centrale? Ancora i Nichilisti?»

«Se fosse solo quello!» disse Rouletabille tranquillamente.

«Avete giurato di farmi impazzire! Che intendete con il vostro “se fosse solo quello!”?»

Rouletabille, imperturbabile, non rispose.

«Cosa avete fatto della pozione?» disse lui.

«La pozione? Il bicchiere del delitto! L’ho chiuso a chiave nella mia stanza, nell’armadio... al sicuro, al sicuro!»

«Ah, ma, madame, è necessario rimetterlo dove l’avete preso.»

«Cosa!»

«Sì, dopo aver versato il veleno in una fiala, lavare il bicchiere e riempirlo con un’altra pozione.»

«Avete ragione. Pensate a tutto. Se il generale si sveglia e vuole la sua pozione, non deve sospettare nulla e deve poter bere.»

«Non è necessario che beva.»

«Beh, allora, perché tenere lì la bevanda?»

«Affinché la persona possa essere sicura, madame, che se non l’ha bevuta è semplicemente perché non ha voluto. Un puro caso, madame, che non sia avvelenato. Mi capite questa volta?»

«Sì, sì. O Cristo! Ma come faremo ora, se il generale si sveglia e desidera bere il suo narcotico?»

«Ditegli che glielo proibisco. E c’è un’altra cosa che dovete fare. Quando... Qualcuno... entra nella camera del generale, al mattino, dovete gettare via apertamente e naturalmente la pozione, inutile e insapore, capite, e così Qualcuno non avrà diritto di stupirsi che il generale continui a godere di ottima salute.»

«Sì, sì, piccolino; siete più saggio di Re Salomone. E cosa farò con la fiala di veleno?»

«Portatemela.»

«Subito.»

Andò a prenderla e tornò cinque minuti dopo.

«Dorme ancora. Ho messo il bicchiere sul tavolo, fuori dalla sua portata. Dovrà chiamarmi.»

«Molto bene. Allora chiudete la porta, accostatela; dobbiamo parlare.»

«Ma se qualcuno tornasse su per la scala di servizio?»

«State tranquilla. Pensano che il generale sia già avvelenato. È il primo momento di serenità che sono riuscito a godermi in questa casa.»

«Quando la smetterete di farmi tremare d’orrore, piccolo demone! Mantenete bene il vostro segreto, devo dire. Il generale dorme meglio che se fosse davvero avvelenato. Ma cosa faremo riguardo a Natacha? Oso chiedervelo... a voi e a voi soltanto.»

«Niente affatto.»

«Come... niente?»

«La terremo d’occhio...»

«Ah, sì, sì.»

«Comunque, Matrena, lasciate che la tenga d’occhio io da solo.»

«Sì, sì, ve lo prometto. Non le presterò alcuna attenzione. È promesso. È promesso. Fate come volete. Perché, proprio ora, quando vi ho parlato dei Nichilisti, avete detto: “Se fosse solo quello!”? Credete, dunque, che non sia una Nichilista? Legge certe cose... cose come sulle barricate...»

«Madame, madame, non pensate ad altro che a Natacha. Mi avete promesso di non tenerla d’occhio; promettetemi di non pensare a lei.»

«Perché, perché avete detto: “Se fosse solo quello!”?»

«Perché, se nella vostra faccenda ci fossero solo dei Nichilisti, cara madame, sarebbe troppo semplice, o, meglio, sarebbe stato più semplice. Potete mai credere, madame, che un semplice Nichilista, un Nichilista che fosse solo un Nichilista, si darebbe la pena di far esplodere la sua bomba da un vaso di fiori? Che sarebbe importato dove, purché travolgesse il generale? Immaginate che la bomba avrebbe avuto meno effetto dietro la porta che davanti? E quella piccola cavità sotto il pavimento, credete che un vero rivoluzionario, come ne avete qui in Russia, si divertirebbe a penetrare nella villa solo per estrarre due chiodi da un’asse, quando gli capita di avere tempo tra due visite alla sala da pranzo? Supponete che un rivoluzionario che volesse vendicare i morti di Mosca e che riuscisse ad arrivare fino alla porta dietro la quale dormiva il generale Trebassof si divertirebbe a fare un buchino con uno spillo per tirare indietro il chiavistello e si divertirebbe a versare del veleno in un bicchiere? Ma in tal caso, avrebbe lanciato la sua bomba direttamente, sia che lo facesse saltare in aria insieme alla villa, sia che venisse arrestato sul posto, o dovesse subire il martirio delle prigioni nella Fortezza di San Pietro e Paolo, o essere impiccato a Schlusselburg. Non è quello che succede sempre? È così che avrebbe fatto, e non agire come un ladro d’albergo! Ora, c’è qualcuno in casa vostra (o che viene a casa vostra) che agisce come un ladro d’albergo perché non vuole essere visto, perché non vuole essere scoperto, perché non vuole essere colto in flagrante. Ora, dal momento che non teme nulla quanto l’essere colto in flagrante, tanto da compiere tutti questi giochetti di prestigio, è certo che il suo scopo vada oltre l’atto in sé, oltre la bomba, oltre il veleno. Perché tutta questa necessità di bombe a esplosione differita, di congegni a orologeria piazzati dove verranno confusi con altre cose, e non su una scala spoglia vietata a tutti, sebbene voi la visitiate venti volte al giorno?»

«Ma quest’uomo entra come vuole di giorno e di notte? Non rispondete. Sapete chi è, forse?»

«Lo conosco, forse, ma non sono ancora sicuro di chi sia.»

«Non siete curioso, piccolo domovoj doukh! Un amico di casa, certamente, e che entra in casa come vuole, di notte, perché qualcuno gli apre la finestra. E che viene dalla Villa Krestowsky! Boris o Michael! Ah, povera misera Matrena! Perché non uccidono la povera Matrena? Il loro generale! Il loro generale! E sono soldati... soldati che vengono di notte a uccidere il loro generale. Aiutati da... da chi? Ci credete? Voi? Luce degli occhi miei! voi credete questo! No, no, non è possibile! Voglio che capiate, monsieur le domovoj, che non sono in grado di credere nulla di così orribile. No, no, per Gesù Cristo che è morto sulla Croce, e che scruta i nostri cuori, non credo che Boris... che pure ha idee molto avanzate, lo ammetto... è necessario non dimenticarlo; molto avanzate; e che compone anche versi molto avanzati, come gli ho sempre detto... non crederò mai che Boris sia capace di un crimine così spaventoso. Quanto a Michael, è un uomo onesto, e mia figlia, la mia Natacha, è una ragazza onesta. Tutto sembra molto brutto, davvero, ma non sospetto né di Michael né di Boris né della mia pura e amata Natacha (anche se ha fatto una traduzione in francese di versi molto avanzati, certamente assai sconvenienti per la figlia di un generale). Questo è ciò che sta in fondo alla mia mente, in fondo al mio cuore... mi avete capito perfettamente, piccolo angelo del paradiso? Ah, è a voi che il generale deve la vita, che Matrena deve la vita. Senza di voi questa casa sarebbe già una bara. Come potrò mai ricompensarvi? Non volete nulla! Vi infastidisco! Non mi ascoltate nemmeno! Una bara... saremmo tutti nelle nostre bare! Ditemi cosa desiderate. Tutto ciò che ho vi appartiene!»

«Desidero fumare la pipa.»

«Ah, una pipa! Volete del tabacco giallo profumato che ricevo ogni mese da Costantinopoli, una delizia che viene direttamente dall’harem? Ve ne procurerò abbastanza, se vi piace, da fumare diecimila pipe piene.»

«Preferisco il caporal,» rispose Rouletabille. «Ma avete ragione. Non è saggio sospettare di nessuno. Guardate, osservate, aspettate. C’è sempre tempo, una volta presa la preda, per dire se si tratta di una lepre o di un cinghiale. Ascoltatemi, dunque, mia cara mamma. Dobbiamo sapere prima cosa c’è nella fiala. Dov’è?»

«Eccola.»

La estrasse dalla manica. Lui la ripose in tasca.

«Augurate al generale buon appetito, da parte mia. Io esco. Sarò di ritorno al massimo tra due ore. E, soprattutto, non fate sapere nulla al generale. Vado a trovare un mio amico che vive nell’Aptiekarski pereolek.» *

* La stradina degli speziali.

«Contate su di me, e tornate presto per amor mio. Il sangue mi si gela nel cuore quando non siete qui, caro servitore di Dio.»

Lei salì nella stanza del generale e scese almeno dieci volte per vedere se Rouletabille non fosse tornato. Due ore dopo lui era nei pressi della villa, come aveva promesso. Lei non poté trattenersi dal correre incontro a lui, per il che fu rimproverata.

«Calmatevi. Calmatevi. Sapete cosa c’era nella fiala?»

«No.»

«Arseniato di sodio, abbastanza da uccidere dieci persone.»

«Santa Maria!»

«Zitta. Salite dal generale.»

Feodor Feodorovitch era di ottimo umore. Era la sua prima buona notte dalla morte del giovane di Mosca. L’attribuiva al fatto di non aver toccato il narcotico e decise, ancora una volta, di rinunciarvi, una risoluzione che Rouletabille e Matrena incoraggiarono. Durante la conversazione si bussò alla porta della camera di Matrena. Lei corse a vedere chi fosse e tornò con Natacha, che desiderava abbracciare il padre. Il suo volto mostrava tracce di fatica. Certamente non aveva passato una notte buona quanto suo padre, e il generale la rimproverò per l’aspetto così abbattuto.

«È vero. Ho fatto sogni terribili. Ma tu, papà, hai dormito bene? Hai preso il tuo narcotico?»

«No, no, non ho toccato una goccia della mia pozione.»

«Sì, vedo. Oh, beh, va bene così; è molto buono. Il sonno naturale deve essere tornato...»

Matrena, come ipnotizzata da Rouletabille, aveva preso il bicchiere dal tavolo e l’aveva ostentatamente portato nella stanza da toeletta per gettarlo via, e si attardò lì per riprendersi.

Natacha continuò:

«Vedrai, papà, che riuscirai finalmente a vivere proprio come tutti gli altri. La cosa importante era mandare via la polizia, l’atroce polizia; non è vero, Monsieur Rouletabille?»

«Ho sempre detto, per quanto mi riguarda, di essere interamente dell’opinione di Mademoiselle Natacha. Potete essere interamente rassicurati ora, e io vi lascerò sentendomi rassicurato. Sì, devo pensare a sbrigare in fretta i miei colloqui e a partire. Ah beh, posso solo dire quello che penso. Gestite le cose da soli e non correrete alcun pericolo. Del resto, il generale sta molto meglio, e presto spero di vedervi tutti in Francia. Devo ringraziarvi ora per la vostra amichevole ospitalità.»

«Ah, ma non state partendo? Non state partendo!» Matrena si era già preparata a protestare con tutto lo strenuo torrente di parole del suo povero cuore desolato, quando uno sguardo del reporter interruppe i suoi lamenti disperati.

«Dovrò rimanere ancora una settimana in città. Ho preso una camera all’Hotel de France. È necessario. Ho così tante persone da vedere e da ricevere. Verrò a farvi una visitina di tanto in tanto.»

«Siete dunque del tutto tranquillo,» domandò il generale gravemente, «a lasciarmi tutto solo?»

«Del tutto tranquillo. E, del resto, non vi lascio tutto solo. Vi lascio con Madame Trebassof e Mademoiselle. Ripeto: restate tutti e tre come vi vedo ora. Niente più polizia, o, in ogni caso, la meno possibile.»

«Ha ragione, ha ragione,» ripeté ancora Natacha.

In quel momento ci furono nuovi colpi alla porta della camera di Matrena. Era Ermolai, che annunciava che Sua Eccellenza il Maresciallo di Corte, il Conte Keltzof, desiderava vedere il generale, agendo per conto di Sua Maestà.

«Vai a ricevere il Conte, Natacha, e di’ che tuo padre sarà giù tra un momento.»

Natacha e Rouletabille scesero e trovarono il Conte nel salotto. Era uno splendido esemplare, bello e grande come una guardia svizzera papale. Sembrava guardingo in ogni direzione e tra tutti i mobili, ed era evidentemente inquieto. Si fece immediatamente incontro alla giovane donna, chiedendo notizie.

«Sono tutte buone notizie,» rispose Natacha. «Tutti qui stanno benissimo. Il generale è molto allegro. Ma quali notizie avete voi, monsieur le marechal? Sembrate preoccupato.»

Il maresciallo aveva stretto la mano a Rouletabille.

«E le mie uve?» domandò a Natacha.

«Come, le vostre uve? Quali uve?»

«Se non le avete toccate, tanto meglio. Sono arrivato qui molto ansioso. Vi ho portato ieri, da Krasnoie-Coelo, un po’ dell’uva dell’Imperatore che Feodor Feodorovitch gradiva tanto. Ora, stamattina, ho saputo che il figlio maggiore di Doucet, il giardiniere capo francese delle serre imperiali di Krasnoie, è morto dopo aver mangiato quell’uva, che aveva preso da quella raccolta per me da portarvi. Immaginate il mio sgomento. Sapevo, tuttavia, che alla tavola del generale l’uva non sarebbe stata mangiata senza essere stata lavata, ma mi sono rimproverato di non aver preso la precauzione di lasciare detto che Doucet raccomandasse di lavarla accuratamente. Eppure, non credo che avrebbe importanza. Non riuscivo a capire come il mio dono potesse essere pericoloso, ma quando ho saputo della morte del piccolo Doucet stamattina, sono saltato sul primo treno e sono venuto dritto qui.»

«Ma, vostra Eccellenza,» interruppe Natacha, «noi non abbiamo visto la vostra uva.»

«Ah, non è stata ancora servita? Tanto meglio. Grazie al cielo!»

«L’uva dell’Imperatore è malata, dunque?» interrogò Rouletabille. «La peste della fillossera è entrata nelle serre?»

«Niente può fermarla, mi ha detto Doucet. Così non voleva che partissi ieri sera finché non avesse lavato l’uva. Purtroppo, avevo fretta e l’ho presa così com’era, senza alcuna idea che la miscela che spruzzano sull’uva per proteggerla fosse così mortale. Sembra che nelle terre dei vigneti facciano tali incidenti ogni anno. La chiamano, credo, la... la miscela...»

«La poltiglia bordolese,» si udì nella voce tremante di Rouletabille. «E sapete cosa sia, Vostra Eccellenza, questa poltiglia bordolese?»

«Perché, no.»

In quel momento il generale scese le scale, aggrappandosi alla ringhiera e sostenuto da Matrena Petrovna.

«Bene,» continuò Rouletabille, osservando Natacha, «la poltiglia bordolese che copriva l’uva che avete portato al generale ieri non era altro che arseniato di sodio.»

«Ah, Dio!» gridò Natacha.

Quanto a Matrena Petrovna, lanciò una bassa esclamazione e lasciò la presa del generale, che quasi cadde dalla scala. Tutti si precipitarono. Il generale rise. Matrena, sotto lo sguardo severo di Rouletabille, balbettò di essersi sentita improvvisamente svenire. Alla fine furono tutti riuniti nella veranda. Il generale si sistemò sul suo divano e chiese:

«Bene, ora, stavate dicendo qualcosa, mio caro maresciallo, riguardo a dell’uva che mi avete portato?»

«Sì, davvero,» disse Natacha, molto spaventata, «e ciò che ha detto non è affatto piacevole. Il figlio di Doucet, il giardiniere di corte, è appena stato avvelenato dalla stessa uva che monsieur le marechal, a quanto pare, vi ha portato.»

«Dov’è successo? Uva? Quale uva? Non ho visto nessuna uva!» esclamò Matrena. «Vi ho notato, ieri, maresciallo, fuori in giardino, ma siete andato via quasi subito, e sono rimasta certamente sorpresa che non siate entrato. Cos’è questa storia?»

«Bene, dobbiamo chiarire questa faccenda. È assolutamente necessario che sappiamo cosa è successo a quell’uva.»

«Certamente,» disse Rouletabille, «potrebbe causare una catastrofe.»

«Se non è già accaduto,» si preoccupò il maresciallo.

«Ma come? Dove si trova? A chi l’avete data?»

«Le portavo in una scatola di cartone bianca, la prima che mi è capitata tra le mani da Doucet. Sono venuto qui la prima volta e non vi ho trovato. Sono tornato ancora con la scatola, e il generale si era appena coricato. Avevo fretta per il mio treno e Michael Nikolaievitch e Boris Alexandrovitch erano in giardino, così ho chiesto loro di eseguire la mia commissione, e ho posato la scatola vicino a loro sul tavolino del giardino, dicendo loro di non dimenticare di dirvi che era necessario lavare l’uva come Doucet aveva espressamente raccomandato.»

«Ma è incredibile! È terribile!» tremò Matrena. «Dove può essere finita l’uva? Dobbiamo saperlo.»

«Assolutamente,» approvò Rouletabille.

«Dobbiamo chiedere a Boris e Michael,» disse Natacha. «Dio mio! Sicuramente non l’avranno mangiata! Forse stanno male.»

«Eccoli qui,» disse il generale. Tutti si voltarono. Michael e Boris stavano salendo i gradini. Rouletabille, che si trovava in un angolo in ombra sotto la scala principale, non si perse un solo movimento muscolare sui due volti che per lui erano due problemi da risolvere. Entrambi i volti sorridevano; troppo sorridenti, forse.

«Michael! Boris! Venite qui,» gridò Feodor Feodorovitch. «Cosa avete fatto dell’uva del signor maresciallo?»

Entrambi lo guardarono dopo questo brusco interrogatorio, sembrarono non capire, e poi, ricordandosi improvvisamente, dichiararono molto naturalmente di averla lasciata sul tavolino del giardino e di non averci più pensato.

«Avete dimenticato la mia avvertenza, dunque?» disse il conte Kaltzof severamente.

«Quale avvertenza?» disse Boris. «Oh, sì, il lavaggio dell’uva. L’avvertenza di Doucet.»

«Sapete cosa è successo a Doucet con quell’uva? Il suo figlio maggiore è morto, avvelenato. Capite ora perché siamo ansiosi di sapere cosa ne è stato della mia uva?»

«Ma dovrebbe essere ancora lì sul tavolo,» disse Michael.

«Nessuno riesce a trovarla da nessuna parte,» dichiarò Matrena, che, non meno di Rouletabille, osservava ogni mutamento nei volti dei due ufficiali. «Com’è successo che siete andati via ieri sera senza salutare, senza vederci, senza preoccuparvi se il generale avesse o meno bisogno di voi?»

«Madame,» disse Michael, freddamente, in modo militare, come se rispondesse al suo superiore diretto, «abbiamo ampie scuse da offrire a voi e al generale. È necessario che facciamo un’ammissione, e il generale ci perdonerà, ne sono certo. Boris ed io, durante la passeggiata, abbiamo finito per litigare. Quel litigio era in pieno svolgimento quando siamo arrivati qui e stavamo discutendo su come porvi fine il più rapidamente possibile quando il signor maresciallo è entrato in giardino. Dobbiamo prendere questo come scusa per aver prestato una scarsa attenzione a ciò che aveva da dirci. Non appena se n’è andato abbiamo avuto un solo pensiero: allontanarci da qui per risolvere la nostra divergenza con le armi in pugno.»

«Senza parlarmene!» interruppe Trehassof. «Non lo perdonerò mai.»

«Combattere in un momento simile, quando il generale è minacciato! È come se aveste combattuto tra voi di fronte al nemico. È tradimento!» aggiunse Matrena.

«Madame,» disse Boris, «non abbiamo combattuto. Qualcuno ci ha fatto notare il nostro errore, e io ho offerto le mie scuse a Michael Nikolaievitch, che le ha generosamente accettate. Non è così, Michael Nikolaievitch?»

«E chi è costui che vi ha fatto notare il vostro errore?» chiese il maresciallo.

«Natacha.»

«Bravo, Natacha. Vieni, abbracciami, figlia mia.»

Il generale strinse la figlia con effusione al suo ampio petto.

«E spero che non avrete ulteriori dispute,» gridò, guardando oltre la spalla di Natacha.

«Ve lo promettiamo, Generale,» dichiarò Boris. «Le nostre vite vi appartengono.»

«Avete fatto bene, figli miei. Facciamo tutti altrettanto. Ho passato una notte eccellente, messieurs. Un vero sonno! Ho fatto solo una lunga dormita.»

«È vero,» disse Matrena lentamente. «Il generale non ha avuto bisogno di narcotico. Ha dormito come un bambino e non ha toccato la sua pozione.»

«E la mia gamba è quasi guarita.»

«Ad ogni modo, è singolare che quell’uva sia scomparsa,» insistette il maresciallo, seguendo la sua idea fissa.

«Ermolai,» chiamò Matrena.

Il vecchio servitore apparve.

«Ieri sera, dopo che questi signori hanno lasciato la casa, hai notato una piccola scatola bianca sul tavolo del giardino?»

«No, Barinia.»

«E la servitù? Qualcuno di loro è stato male? I dvornik? Lo schwitzar? Nelle cucine? Nessuno è stato male? No? Vai a vedere; poi torna e dimmi.»

Tornò dicendo: «Nessuno è stato male.»

Come il maresciallo, Matrena Petrovna e Feodor Feodorovitch si guardarono, ripetendo in francese: «Nessuno è stato male! È strano!»

Rouletabille si fece avanti e diede l’unica spiegazione plausibile — per gli altri.

«Ma, Generale, non è affatto strano. L’uva è stata rubata e mangiata da qualche domestico, e se il servitore non è stato male è semplicemente perché l’uva portata dal signor maresciallo è scampata al trattamento con la miscela bordolese. Questo è tutto il mistero.»

«Il ragazzino deve avere ragione,» esclamò il maresciallo, deliziato.

«Ha sempre ragione, questo ragazzino,» raggiò Matrena, con orgoglio come se l’avesse messo lei al mondo.

Ma il «ragazzino», approfittando dei saluti all’arrivo di Athanase Georgevitch e Ivan Petrovitch, lasciò la villa, stringendo in tasca la fiala che conteneva quanto necessario per far fiorire l’uva o per uccidere un generale in ottima salute. Quando ebbe percorso qualche centinaio di passi verso i ponti che bisogna attraversare per andare in città, fu raggiunto da un dvornik ansimante, che gli portò una lettera appena arrivata tramite corriere. La grafia sulla busta gli era del tutto sconosciuta. La aprì e lesse, in un ottimo francese:

«Si richiede al signor Joseph Rouletabille di non immischiarsi in faccende che non lo riguardano. Il secondo avvertimento sarà l’ultimo.» Era firmato: «Il Comitato Centrale Rivoluzionario.»

«Ah, ah!» disse Rouletabille, infilando il foglio in tasca, «è questa la piega che prende, eh! Felice me, non ho più nulla di cui occuparmi. Ora tocca a Koupriane! Andiamo da Koupriane!»

In questa data, sul taccuino di Rouletabille: «Natacha a suo padre: “Ma tu, papà, hai passato una buona notte? Hai preso il tuo narcotico?”

«Terribile, e (per non confondere il cielo e l’inferno) non ho il diritto di prendere ulteriori appunti.» *

* In effetti, dopo questo giorno non si trovano più appunti sul taccuino di Rouletabille. L’ultimo è quello qui sopra, bizzarro e romantico, e necessario, come indica Sainclair, l’avvocato parigino e amico di Rouletabille, accanto ad esso nelle carte da cui abbiamo tratto tutti i dettagli di questa storia.

VIII. LA PICCOLA CAPPELLE DELLE GUARDIE

Rouletabille fece una lunga passeggiata che lo condusse al Ponte della Trinità, poi, ridiscendendo la Naberjnaia, raggiunse il Palazzo d’Inverno. Sembrava aver scacciato ogni preoccupazione, e prendeva un piacere infantile nei diversi aspetti della vita che caratterizza la città del Grande Pietro. Si fermò davanti al Palazzo d’Inverno, attraversò lentamente la piazza dove il prodigioso monolito della Colonna di Alessandro sorge dal suo basamento di bronzo, passeggiò tra il palazzo e i colonnati, passò sotto un arco immenso: tutto gli sembrava ciclopico, e non si era mai sentito così piccolo, così insignificante. Ciononostante era felice nella sua insignificanza, era soddisfatto di sé in presenza di quelle cose colossali; tutto gli piaceva quella mattina. La velocità degli isvostchick, lo spirito litigioso dei conducenti, l’eleganza delle donne, la bella presenza degli ufficiali e la loro disinvoltura sotto le uniformi, così opposta alla posa legnosa dei militari di Berlino che aveva notato ai «Tilleuls» e nella Friederichstrasse tra due treni. Tutto lo incantava — persino il costume dei mugik, le vivaci camiciotte, le camicie rosse sopra i pantaloni, le gambe gonfie e gli stivali fino alle ginocchia, persino gli sventurati che, nonostante l’atmosfera mite, erano avvolti in cappotti di pelle di pecora, tutto lo colpiva favorevolmente, tutto gli appariva originale e congeniale.

L’ordine regnava in città. Le guardie erano educate, decorative e superbe nel portamento. I passanti in quel quartiere parlavano allegramente tra loro, spesso in francese, e avevano maniere civili quanto quelle di qualsiasi altra parte del mondo. Dov’era, dunque, l’Orso del Nord? Non aveva mai visto orsi così ben leccati. Era questa la stessa città che solo ieri era in rivoluzione? Questo era certamente il Parco di Alessandro, dove le truppe poche settimane prima avevano sparato sui bambini che avevano cercato rifugio tra gli alberi, come passeri. Era questo lo stesso marciapiede dove i cosacchi avevano lasciato tanti corpi? Alla fine vide davanti a sé la Prospettiva Nevskij, dove i proiettili piovevano come grandine non molto tempo fa su una popolazione vestita a festa e molto gioiosa. Nichevo! Nichevo! Tutto ciò era così presto dimenticato. Dimenticavano ieri come dimenticano il domani. I nichilisti? Poeti, che immaginavano che una bomba potesse compiere qualcosa in quella Babilonia del Nord più importante del rumore della sua esplosione! Guardate questa gente che passa. Non hanno più pensiero per il vecchio attentato che per quelli ora in preparazione nell’ombra dei «traktir». Uomini felici, pieni di serenità in questo quartiere luminoso, che si muovono per i loro affari e i loro piaceri nell’aria più pura, la più leggera, la più trasparente della terra. No, no; nessuno conosce la gioia di respirare se non ha respirato l’aria di là, la più bella del nord del mondo, che dà cibo e beve bella acquavite bianca e pivo gialla, e colpisce il sangue e rende una bestia vigorosa e gioiosa e fatalista, e si fa beffe dei nichilisti e, allo stesso modo, dei diecimila occhi della polizia che fissano da sotto i portici delle case, da sotto i teschi dei dvornik — tutti poliziotti, i dvornik; tutti poliziotti, anche i gioiosi portinai con le mani tese. Ah, ah, ci si fa beffe di tutto in una tale aria, a patto di avere rubli nelle tasche, molti rubli, e di non essere ottenebrati dal leggere quei libri straordinari che predicano la felicità di tutta l’umanità agli studenti e alle povere studentesse pure. Ah, ah, seme dei nichilisti, tutto ciò! Questi poveri ragazzini e povere ragazzine che hanno la testa girata da lezioni che non possono digerire! Tutto il guaio è quello, la digestione. La digestione è necessaria. I signori rappresentanti di commercio di champagne, che parlano insieme con importanza nei vestiboli del Grand Hotel Morskaia e che hanno studiato il popolo russo persino nelle città più distanti dove si vende champagne, ve lo diranno sopra qualsiasi tavolo di antipasti, e regoleranno l’intera questione della Rivoluzione tra due bicchierini di vodka, ingoiati correttamente, velocemente, gomito alto, in un solo sorso, alla maniera russa. Semplicemente un affare di digestione, vi dicono. Chi è lo sciocco che oserebbe paragonare un giovane gentiluomo che ha ben digerito una bottiglia di champagne o due, e un altro giovane che ha mal digerito le elucubrazioni di, chi diremo? — le elucubrazioni degli economisti? Gli economisti? Gli economisti! Sciocchi che fanno a gara a chi riesce a fare le affermazioni più violente! Quelli che li leggono e non li capiscono saltano in aria come una bomba! Alla vostra salute! Nichevo! Il mondo gira ancora, no?

Discussione politica, economica, rivoluzionaria, e altro nella sala dove sgranocchiano antipasti! Sentirete tutto passando attraverso l’hotel verso la vostra camera, giovane Rouletabille. Andate velocemente ora a casa di Koupriane, se non volete arrivarci all’ora di pranzo; allora dovreste rimandare questi affari seri fino a sera.

Il Dipartimento di Polizia. Entrata massiccia, pesantemente sorvegliata, un grande atrio, corridoi con porte a battente, molti schwitzar ossequiosi in cerca di mance, molte povere creature sedute contro i muri su panche sporche, scrivanie e impiegati, stivali brillanti ed spalline di allegri giovani ufficiali che raccontano storie dell’Acquarium con grande gusto.

«Monsieur Rouletabille! Ah, sì. Si sieda, prego. Deliziato, il signor Koupriane sarà felicissimo di riceverla, ma proprio in questo momento è all’ispezione. Sì, l’ispezione dei dormitori di polizia nelle caserme. La porteremo lì. Una sua idea! Non trascura nulla, vero? Un grande Capo. Ha visto il dormitorio delle guardie di polizia? Ammirabile! I primi dormitori del mondo. Lo diciamo senza voler offendere la Francia. Amiamo la Francia. Una grande nazione! La porterò immediatamente dal signor Koupriane. Ne sarò deliziato.»

«Anch’io,» disse Rouletabille, che mise un rublo nella mano dell’onorevole funzionario.

«Mi permetta di precederla.»

Inchini e saluti. Per due rubli avrebbe camminato ossequiosamente davanti a lui fino alla fine del mondo.

«Questi funzionari sono ammirabili,» pensò Rouletabille mentre veniva condotto alla caserma. Sentiva di non aver pagato troppo per i servizi di un personaggio la cui uniforme era completamente coperta di pizzi. Camminarono, salirono, scesero. Scale, corridoi. Ah, la caserma finalmente. Sembrava di essere entrato in un convento. Letti molto bianchi, molto stretti, e immagini della Vergine e dei santi ovunque, pulizia monastica e il silenzio più assoluto. Improvvisamente un ordine risuonò nel corridoio esterno, e la guardia di polizia, che scattò da non si sa dove, rimase sull’attenti a capo del letto. Koupriane e il suo aiutante apparvero. Koupriane guardò tutto da vicino, parlò a ogni uomo a turno, li chiamò per nome, chiese dei loro bisogni, e gli uomini balbettarono risposte, non sapendo cosa rispondere, arrossendo come bambini. Koupriane osservò Rouletabille. Congedò il suo aiutante con un gesto. L’ispezione era finita. Trascinò il giovane in una piccola stanza proprio accanto al dormitorio. Rouletabille, spaventato, guardò attorno a sé. Si ritrovò in una cappella. Questa piccola cappella completava l’effetto del dormitorio delle guardie. Era tutta dorata, decorata con colori meravigliosi, affollata di piccole icone che portano felicità e, naturalmente, con il ritratto dello Zar, il caro Piccoletto Padre.

«Vede,» disse Koupriane, sorridendo allo stupore di Rouletabille, «non neghiamo loro nulla. Diamo loro i loro santi proprio qui nei loro alloggi.» Chiudendo la porta, tirò una sedia verso Rouletabille e gli fece segno di sedersi. Sedettero davanti al piccolo altare carico di fiori, di carta colorata e santi alati.

«Possiamo parlare qui senza essere disturbati,» disse. «Là fuori c’è una tale folla di persone che mi aspetta. Sono pronto ad ascoltare.»

«Monsieur,» disse Rouletabille, «sono venuto a farle il rapporto della mia missione qui, e a terminare il mio legame con essa. Tutto ciò che resta per chiarire questa oscura faccenda è arrestare la persona colpevole, con la quale non ho nulla a che fare. Questo riguarda lei. La informo semplicemente che qualcuno ha tentato di avvelenare il generale la scorsa notte versando arseniato di sodio nella sua pozione per dormire, che le porto in questa fiala, arseniato che è stato ottenuto molto probabilmente lavandolo via da dell’uva portata al Generale Trebassof dal maresciallo di corte, e che è scomparsa senza che nessuno abbia saputo dire come.»

«Ah, ah, un affare di famiglia, un complotto all’interno della famiglia. Gliel’avevo detto,» mormorò Koupriane.

«L’affare almeno è accaduto all’interno della famiglia, come pensa lei, sebbene l’assassino sia venuto da fuori. Contrariamente a quanto lei possa credere, non vive in casa.»

«Allora come ci arriva?» chiese Koupriane.

«Dalla finestra della stanza che dà sulla Neva. È venuto spesso per quella via. Ed è per quella via che ritorna anche, ne sono certo. È lì che può prenderlo se agisce con prudenza.»

«Come sa che viene spesso per quella via?»

«Lei conosce l’altezza della finestra sopra la stradina. Per raggiungerla usa una grondaia, i cui anelli di ferro sono piegati, e anche i segni di un rampino che porta con sé e usa per issarsi alla finestra sono distintamente visibili sulla struttura in ferro del piccolo balcone esterno. I segni sono chiaramente di date diverse.»

«Ma quella finestra è chiusa.»

«Qualcuno gliela apre.»

«Chi, se le aggrada?»

«Non ho alcun desiderio di saperlo.»

«Eh, sì. È necessariamente Natacha. Ero certo che la Villa des Iles avesse la sua vipera. Le dico che non osa lasciare il suo nido perché sa di essere sorvegliata. Non uno dei suoi movimenti fuori ci sfugge! Lei lo sa. È stata avvertita. L’ultima volta che si è avventurata fuori da sola è stato per andare nei vecchi quartieri di Derewnia. Cosa aveva da fare in un quartiere così marcio? Glielo chiedo io. E ha fatto dietrofront senza vedere nessuno, senza bussare a una sola porta, perché ha visto di essere seguita. Non riesce a vedere nessuno fuori, dunque deve vederli dentro.»

«Sono solo uno, e sempre lo stesso.»

«Ne è certo?»

«Un esame dei segni sul muro e sul tubo non lascia alcun dubbio, ed è sempre lo stesso rampino che viene usato per la finestra.»

«La vipera!»

«Monsieur Koupriane, Mademoiselle Natacha sembra preoccuparla eccessivamente. Non sono venuto qui per parlare di Mademoiselle Natacha. Sono venuto per indicarle la rotta usata dall’uomo che viene per compiere l’omicidio.»

«Eh, sì, è lei che apre la strada.»

«Non posso negarlo.»

«Il piccolo demone! Perché lo porta nella sua stanza di notte? Pensa forse che ci sia qualche storia d’amore...?»

«Sono certo del tutto il contrario.»

«Anch’io. Natacha non è una svergognata. Natacha non ha cuore. Ha solo un cervello. E non ci vuole molto perché un cervello toccato dal nichilismo arrivi al punto di non esitare davanti a nulla.»

Koupriane rifletté un minuto, mentre Rouletabille lo osservava in silenzio.

«Abbiamo a che fare unicamente con il nichilismo?» riprese Koupriane. «Tutto ciò che mi dice mi inclina sempre più verso la mia idea: un affare di famiglia, puramente in famiglia. Sa, non è vero, che alla morte del generale Natacha sarà immensamente ricca?»

«Sì, lo so,» rispose Rouletabille, con una voce che suonò singolare all’orecchio del Capo della Polizia e che lo fece alzare la testa.

«Cosa sa?»

«Io? Nulla,» rispose il reporter, questa volta con un tono più fermo. «Dovrei, tuttavia, dirle questo: sono certo che abbiamo a che fare con il nichilismo...»

«Cosa la porta a crederlo?»

«Questo.»

E Rouletabille porse a Koupriane il messaggio che aveva ricevuto quella stessa mattina.

«Oh, oh,» gridò Koupriane. «È sotto sorveglianza! Faccia attenzione.»

«Non ho nulla da temere; non mi sto occupando di nient’altro. Sì, abbiamo un affare di rivoluzionari, ma non del tipo abituale. Il modo in cui stanno procedendo non è come quello dei loro giovani che il Comitato Centrale arma con una bomba e che viene sacrificato in anticipo.»

«Dove sono le tracce che ha seguito?»

«Proprio fino alla piccola Villa Krestowsky.»

Koupriane balzò dalla sedia.

«Occupata da Boris. Parbleu! Ora li abbiamo. Vedo tutto ora. Boris, un altro cervello bacato! E lui è fidanzato. Se recita la parte dei Rivoluzionari, l’affare diventerebbe grande per lui.»

«Quella villa,» disse Rouletabille tranquillamente, «è occupata anche da Michael Korosakoff.»

«È il soldato più leale, il più affidabile dello Zar.»

«Nessuno è mai certo di nulla, mio caro Monsieur Koupriane.»

«Oh, io sono certo di un uomo come quello.»

«Nessun uomo è mai certo di alcun uomo, mio caro Monsieur Koupriane.»

«Io lo sono, in ogni caso, per quelli che impiego.»

«Si sbaglia.»

«Cosa dice?»

«Qualcosa che può esserle utile nell’impresa che sta per intraprendere, perché confido che lei possa catturare l’assassino proprio nel suo nido. Per fare ciò, non le nasconderò che penso che i suoi agenti dovranno essere enormemente astuti. Dovranno sorvegliare la datcha des Iles di notte, senza che nessuno possa sospettarlo. Niente più cappotti color marrone con finte guarnizioni di astrakan, eh? Ma Apache, Apache sul sentiero di guerra, che si fondono con il terreno, con gli alberi, con le pietre della carreggiata. Ma tra quegli Apache non invii quell’agente del suo Servizio Segreto che sorvegliava la finestra mentre l’assassino vi si arrampicava.»

«Cosa?»

«Ebbene, queste scalate di cui si possono leggere le prove sul muro e sulle inferriate del balcone avvenivano mentre i suoi agenti, giorno e notte, sorvegliavano la villa. Ha notato, monsieur, che era sempre lo stesso agente a prendere servizio di notte, dietro la villa, sotto la finestra? Il registro del generale Trebassof, in cui teneva un resoconto dell’esatta disposizione di ciascuno dei suoi uomini durante il periodo d’assedio, era molto istruttivo su questo punto. Gli altri turni cambiavano, ma lo stesso agente, quando era di guardia, pretendeva sempre quella stessa postazione, che non veniva contesa da nessuno, dato che non è divertente passare le ore della notte dietro un muro, in un campo vuoto. Gli altri preferivano di gran lunga far passare il tempo sorvegliando nella villa o davanti alla portineria, dove vodka e vino di Crimea, kvas e pivo, kirsch e tchi non mancavano mai. Il nome di quell’agente è Touman.»

«Touman! Impossibile! È uno dei migliori agenti di Kiev. È stato raccomandato da Gounsovski.»

Rouletabille ridacchiò.

«Sì, sì, sì», brontolò il Capo della Polizia. «Qualcuno ride sempre quando viene menzionato il suo nome.»

Koupriane era diventato rosso. Si alzò, aprì la porta, diede un lungo ordine in russo e tornò alla sua sedia.

«Ora», disse, «prosegua pure e mi racconti tutti i dettagli del veleno e dell’uva che il maresciallo di corte ha portato. La ascolto.»

Rouletabille gli raccontò molto brevemente e senza trarre alcuna deduzione tutto ciò che già sappiamo. Terminò il suo resoconto mentre veniva fatto entrare un uomo vestito con un cappotto color marrone con finte guarnizioni di astrakan. Era lo stesso uomo che Rouletabille aveva incontrato nel salotto del generale Trebassof e che parlava francese. Due gendarmi erano dietro di lui. La porta era stata chiusa. Koupriane si voltò verso l’uomo con il cappotto.

«Touman», disse, «voglio parlare con te. Sei un traditore e ne ho le prove. Puoi confessare a me, ti darò mille rubli e potrai andartene a farti impiccare da qualche altra parte.»

Gli occhi dell’uomo si restrinsero, ma si riprese in fretta. Rispose in russo.

«Parla francese. Te lo ordino», comandò Koupriane.

«Rispondo, Vostra Eccellenza», disse Touman con fermezza, «che non so cosa intenda Vostra Eccellenza.»

«Intendo che hai aiutato un uomo a entrare nella villa Trebassof di notte quando eri di guardia sotto la finestra del piccolo salotto. Vedi che è inutile ingannarci ancora. Io gioco a carte scoperte con te: bel gioco, bei soldi. Il nome di quell’uomo, e avrai mille rubli.»

«Sono pronto a giurare sull’icona di...»

«Non spergiurare.»

«Ho sempre servito lealmente...»

«Il nome di quell’uomo.»

«Continuo a non capire cosa intenda Vostra Eccellenza.»

«Oh, mi capisci benissimo», replicò Koupriane, che visibilmente tratteneva una rabbia che minacciava di esplodere da un momento all’altro. «Un uomo è entrato in casa mentre tu sorvegliavi...»

«Non ho mai visto nulla. Dopotutto, è possibile. C’erano notti molto buie. Andavo avanti e indietro.»

«Non sei uno sciocco. Il nome di quell’uomo.»

«Le assicuro, Eccellenza...»

«Spogliatelo.»

«Cosa avete intenzione di fare?» gridò Rouletabille.

Ma già le due guardie si erano scagliate su Touman e gli avevano tolto il cappotto e la camicia. L’uomo era a torso nudo.

«Cosa avete intenzione di fare? Cosa avete intenzione di fare?»

«Li lasci stare», disse Koupriane, spingendo rudemente indietro Rouletabille.

Afferrando una frusta che pendeva alla cintura delle guardie, inflisse a Touman un colpo sulle spalle che fece uscire il sangue. Touman, pazzo per l’oltraggio e il dolore, gridò: «Sì, è vero! Me ne vanto!»

Koupriane non trattenne la sua rabbia. Sommerse l’infelice di colpi, avendo scagliato Rouletabille in fondo alla stanza quando aveva tentato di intervenire. E mentre procedeva con la punizione, il Capo della Polizia scagliava contro l’agente che lo aveva tradito un accompagnamento di terribili minacce, promettendogli che prima di essere impiccato sarebbe marcito nei sotterranei più profondi della fortezza di Pietro e Paolo, nelle fosse limacciose che giacciono sotto la Neva. Touman, tra le due guardie che lo tenevano, e che a volte ricevevano colpi di rimbalzo che non erano destinati a loro, non emise mai un lamento. Al di fuori degli improperi di Koupriane si udiva solo il fischio delle corde e le grida di Rouletabille, che continuava a protestare che fosse abominio e chiamava il Capo della Polizia un selvaggio. Finalmente il selvaggio si fermò. Gocce di sangue erano schizzate ovunque.

«Monsieur», disse Rouletabille, che si sosteneva contro il muro, «farò reclamo allo Zar.»

«Ha ragione», rispose Koupriane, «ma ora mi sento sollevato. Non può immaginare il male che quest’uomo può averci fatto nelle settimane in cui è stato qui.»

Touman, sulle cui spalle avevano gettato il cappotto e che ora giaceva su una sedia, trovò la forza di alzare lo sguardo e dire:

«È vero. Non potete farmi tanto male quanto ne ho fatto io a voi, che lo crediate o no. Tutto il male che può essermi fatto da voi e dai vostri è già stato compiuto. Il mio nome non è Touman, ma Matiev. Ascoltate. Avevo un figlio che era la luce dei miei occhi. Né mio figlio né io ci eravamo mai occupati di politica. Ero impiegato a Mosca. Mio figlio era uno studente. Durante la Settimana Rossa uscimmo, mio figlio ed io, per vedere un po’ cosa stesse succedendo nel quartiere di Presnia. Dicevano che tutti fossero stati uccisi laggiù! Passammo davanti alla porta di Presnia. I soldati ci chiamarono perché ci fermassimo, volevano perquisirci. Aprimmo i cappotti. I soldati videro il gilet da studente di mio figlio e lanciarono un grido. Sbottonarono il gilet, tirarono fuori un taccuino dalla sua tasca e trovarono una canzone di operai che era stata pubblicata sul *Signal*. I soldati non sapevano leggere. Credettero che il foglio fosse un proclama e arrestarono mio figlio. Chiesi di essere arrestato con lui. Mi spinsero via. Corsi a casa del governatore. Trebassof mi fece scacciare dalla sua porta a colpi di calcio di fucile dai suoi cosacchi. E, siccome insistevo, mi tennero rinchiuso per tutta quella notte e la mattina del giorno dopo. A mezzogiorno fui liberato. Chiesi di mio figlio e mi risposero che non sapevano di cosa stessi parlando. Ma un soldato che riconobbi come colui che aveva arrestato mio figlio la sera prima indicò un furgone che stava passando, coperto da un telone e circondato da cosacchi. "Tuo figlio è lì", disse, "lo stanno portando alle fosse." Pazzo per la disperazione, corsi dietro al furgone. Andò verso la periferia del cimitero di Golountrine. Lì vidi nella neve bianca una fossa enorme, larga, profonda. La vedrò fino al mio ultimo minuto. Due furgoni si erano già fermati vicino alla buca. Ogni furgone conteneva tredici cadaveri. I furgoni vennero scaricati nella trincea e i soldati iniziarono a sistemare i corpi in file da sei. Cercai mio figlio. Alla fine lo riconobbi in un corpo che pendeva a metà oltre il bordo della trincea. Orrori di sofferenza erano impressi nell’espressione del suo volto. Mi gettai accanto a lui. Dissi che ero suo padre. Mi lasciarono abbracciarlo un’ultima volta e contare le sue ferite. Ne aveva quattordici. Qualcuno aveva rubato la catena d’oro che pendeva dal suo collo e conteneva la foto di sua madre, morta l’anno prima. Sussurrai al suo orecchio, giurai di vendicarlo. Quarantotto ore dopo mi ero messo a disposizione del Comitato Rivoluzionario. Non era passata una settimana prima che Touman, a cui, sembra, somiglio e che era uno degli agenti del Servizio Segreto a Kiev, venisse assassinato sul treno che lo portava a San Pietroburgo. L’assassinio fu tenuto segreto. Ricevetti tutti i suoi documenti e presi il suo posto con voi. Ero spacciato in partenza e non chiedevo di meglio, purché potessi durare fino a dopo l’esecuzione di Trebassof. Ah, quanto desideravo ucciderlo con le mie mani! Ma un altro era già stato incaricato del dovere e il mio ruolo era di aiutarlo. E pensate forse che vi dirò il nome di quell’altro? Mai! E se scoprirete quell’altro, come avete scoperto me, ne verrà un altro, e un altro, e un altro, finché Trebassof non avrà pagato per i suoi crimini. Questo è tutto ciò che ho da dirvi, Koupriane. Quanto a te, ragazzino», aggiunse volgendosi a Rouletabille, «non darei molto per le tue ossa. Nessuno di voi durerà a lungo. Questa è la mia consolazione.»

Koupriane non aveva interrotto l’uomo. Lo guardava in silenzio, tristemente.

«Sai, pover’uomo, che verrai impiccato ora?» disse.

«No», brontolò Rouletabille. «Monsieur Koupriane, scommetto la mia borsa che non verrà impiccato.»

«E perché no?» chiese il Capo della Polizia, mentre, a un suo cenno, portavano via il falso Touman.

«Perché sono io che l’ho denunciato.»

«Che motivo! E cosa vorrebbe che facessi?»

«Lo custodisca per me; per me solo, capisce?»

«In cambio di cosa?»

«In cambio della vita del generale Trebassof, se devo metterla così.»

«Eh? La vita del generale Trebassof! Parla come se le appartenesse, come se potesse disporne.»

Rouletabille posò la mano sul braccio di Koupriane.

«Forse è così», disse.

«Vuole che le dica una cosa, Monsieur Rouletabille? È che la vita del generale Trebassof, dopo quello che è appena uscito dalle labbra di questo Touman, che non è Touman, non vale più della... della sua se rimane qui. Dato che è disposto a non fare più nulla in questa faccenda, prenda il treno, monsieur, prenda il treno e se ne vada.»

Rouletabille andò avanti e indietro, molto agitato; poi improvvisamente si fermò di colpo.

«Impossibile», disse. «È impossibile. Non posso; non sono ancora in grado di andarmene.»

«Perché?»

«Dio mio, Monsieur Koupriane, perché devo ancora intervistare il Presidente della Duma e completare la mia piccola inchiesta sulla politica dei cadetti.»

«Oh, davvero!»

Koupriane lo guardò con un sogghigno amaro.

«Cosa farà con quell’uomo?» chiese Rouletabille.

«Prima lo farò curare.»

«E poi?»

«Poi lo porterò davanti ai giudici.»

«Vale a dire, alla forca?»

«Certamente.»

«Monsieur Koupriane, glielo offro di nuovo. Vita per vita. Mi dia la vita di quel povero diavolo e io le prometto quella del generale Trebassof.»

«Si spieghi.»

«Niente affatto. Mi promette che manterrà il silenzio sul caso di quell’uomo e che non toccherà un capello della sua testa?»

Koupriane guardò Rouletabille come lo aveva guardato durante l’alterco che avevano avuto sul bordo del Golfo. Anche questa volta decise allo stesso modo.

«Va bene», disse. «Ha la mia parola. Il povero diavolo!»

«Lei è un uomo coraggioso, Monsieur Koupriane, ma un po’ sbrigativo con la frusta...»

«Cosa si aspetta? Il proprio lavoro insegna questo.»

«Buongiorno. No, non si disturbi ad accompagnarmi. Sono già abbastanza compromesso», disse Rouletabille, ridendo.

«Au revoir e buona fortuna! Si metta al lavoro a intervistare il Presidente della Duma», aggiunse Koupriane con cognizione di causa, con una gran risata.

Ma Rouletabille se n’era già andato.

«Quel ragazzo», disse il Capo della Polizia ad alta voce tra sé e sé, «non mi ha detto nulla di quello che sa.»

IX. ANNOUCHKA

«E ora è tra noi due, Natacha», mormorò Rouletabille non appena fu fuori. Chiamò la prima carrozza che passò e diede l’indirizzo della datcha des Iles. Quando salì si tenne la testa tra le mani; il viso bruciava, le mascelle erano serrate. Ma con uno sforzo prodigioso di volontà riprese quasi istantaneamente la calma, il suo autocontrollo. Mentre tornava attraverso la Neva, sul ponte dove poco prima si era sentito così euforico, e rivide le isole, sospirò profondamente. «Pensavo di averla fatta finita, per quanto mi riguardava, e ora non so dove andrà a finire.» I suoi occhi si oscurarono per un momento con pensieri cupi e la visione della Dama in Nero gli apparve davanti; poi scosse la testa, riempì la pipa, l’accese, si asciugò una lacrima che era stata causata senza dubbio da un po’ di fumo nell’occhio, e smise di sentimentalizzare. Un quarto d’ora dopo diede un colpo di pugno da vero nobile russo sulla schiena del cocchiere, come a intendere che erano arrivati alla villa Trebassof. Un’immagine incantevole gli si presentò davanti. Stavano tutti pranzando allegramente in giardino, attorno al tavolo nel padiglione estivo. Si stupì, tuttavia, di non vedere Natacha con loro. Boris Mourazoff e Michael Korsakoff erano lì. Rouletabille non voleva essere visto. Fece un segno a Ermolai, che stava passando per il giardino e che si affrettò a incontrarlo al cancello.

«La Barinia», disse il reporter, a bassa voce e con un dito sulle labbra per avvertire il fedele servitore di essere cauto.

In due minuti Matrena Petrovna raggiunse Rouletabille nella portineria.

«Bene, dov’è Natacha?» chiese in fretta mentre lei gli baciava le mani proprio come se avesse fatto di lui un idolo.

«È andata via. Sì, uscita. Oh, non l’ho trattenuta. Non ho provato a fermarla. La sua espressione mi spaventava, può capire, angelo mio. Mio Dio, lei è impaziente! Di cosa si tratta? A che punto siamo? Cosa ha deciso? Sono la sua schiava. Mi comandi. Mi comandi. Le chiavi della villa?»

«Sì, mi dia una chiave della veranda; deve averne diverse. Devo poter entrare in casa stasera se sarà necessario.»

Lei trasse una chiave dal vestito, la diede al giovane e disse alcune parole in russo a Ermolai, per imporgli di obbedire al piccolo domovoi-doukh in tutto, giorno o notte.

«Ora mi dica dove è andata Natacha.»

«I genitori di Boris sono venuti a trovarci poco fa, per chiedere del generale. Hanno portato via Natacha con loro, come hanno fatto spesso. Natacha è andata con loro volentieri. Piccolo domovoi, mi ascolti, ascolti Matrena Petrovna... Chiunque avrebbe detto che se lo aspettava!»

«Quindi è andata a pranzo a casa loro?»

«Senza dubbio, a meno che non siano andati in un caffè. Non lo so. Al padre di Boris piace che la famiglia pranzi alla Barque quando fa bello. Si calmi, piccolo domovoi. Cosa le prende? Brutte notizie, eh? Qualche brutta notizia?»

«No, no; va tutto bene. Presto, l’indirizzo della famiglia di Boris.»

«La casa all’angolo di Place St. Isaac e rue de la Poste.»

«Bene. Grazie. Adieu.»

Si avviò verso Place St. Isaac e per strada prese un interprete al Grand Hôtel Morskaia. Potrebbe tornare utile averlo. A Place St. Isaac apprese che i Mourazoff e Natacha Trebassof erano andati in treno a pranzare a Bergalowe, una delle stazioni vicine in Finlandia.

«Questo è tutto», disse, e aggiunse tra sé e sé: «E forse non è vero.»

Pagò il cocchiere e l’interprete, e pranzò alla Brasserie de Vienne lì vicino. Ne uscì mezz’ora dopo, molto più calmo. Si diresse verso il Grand Hôtel Morskaia, entrò e chiese allo portinaio:

«Può darmi l’indirizzo di Mademoiselle Annouchka?»

«La cantante del Krestowsky?»

«È lei che intendo.»

«Ha pranzato qui. È appena andata via con il principe.»

Senza alcuna curiosità su quale principe, Rouletabille imprecò contro la sua fortuna e chiese di nuovo il suo indirizzo.

«Ma vive in un appartamento proprio qui di fronte.»

Rouletabille, sentendosi meglio, attraversò la strada, seguito dall’interprete che aveva ingaggiato. Dall’altra parte apprese sul pianerottolo del primo piano che Mademoiselle Annouchka era via per la giornata. Scese, sempre seguito dal suo interprete, e ricordando come qualcuno gli avesse detto che in Russia fosse sempre redditizio essere generosi, diede cinque rubli all’interprete e gli chiese qualche informazione sulla vita di Mademoiselle Annouchka a San Pietroburgo. L’interprete sussurrò:

«È arrivata una settimana fa, ma non ha passato una sola notte nel suo appartamento di là.»

Indicò la casa che avevano appena lasciato e aggiunse:

«Solo il suo indirizzo per la polizia.»

«Sì, sì», disse Rouletabille, «capisco. Canta questa sera, non è vero?»

«Monsieur, sarà un debutto meraviglioso.»

«Sì, sì, lo so. Grazie.»

Tutte queste frustrazioni nelle cose che aveva intrapreso quel giorno, invece di scoraggiarlo, lo gettarono in profonde riflessioni. Tornò, con le mani in tasca, fischiettando sommessamente, verso Place St. Isaac, camminò attorno alla chiesa, tenendo d’occhio la casa all’angolo, ispezionò il monumento, entrò, ne esaminò tutti i dettagli, ne uscì meravigliato e infine andò ancora una volta alla residenza dei Mourazoff, gli fu detto che non erano ancora tornati dalla città in Finlandia, poi andò a chiudersi nella sua stanza in albergo, dove fumò una dozzina di pipe di tabacco. Emerse dalla sua nuvola di fumo all’ora di cena.

Alle dieci di sera scese dalla carrozza davanti al Krestowsky. Lo stabilimento di Krestowsky, che svetta tra le Isole proprio come l’Acquarium, non è né un teatro, né un music-hall, né un caffè-concerto, né un ristorante, né un giardino pubblico; è tutto questo e anche altro. Teatro estivo, teatro invernale, teatro all’aperto, sala per spettacoli, montagna russa, campo di esercitazione, divertimenti di ogni genere, passeggiate nei giardini, caffè, ristoranti, sale da pranzo private, tutto è combinato qui per divertire, incantare, condurre alle orge più sfrenate o fornire a coloro che non pensano mai al sonno fino alle tre o quattro del mattino i mezzi per attendere l’alba con pazienza. Le compagnie più celebri del vecchio e del nuovo mondo vi recitano tra un entusiasmo che viene costantemente mantenuto dalla lungimiranza dei direttori: ballerini russi e stranieri, e soprattutto le chanteuse francesi, le bamboline dei caffè-concerto, finché sono giovani, brillanti ed elegantemente vestite, possono trovare fortuna lì. Se non c’è tale fortuna, sono sicure almeno di trovare ogni sera qualche vecchio damerino, e spesso qualche ufficiale, che paga volentieri venticinque rubli per il solo piacere di avere una demoiselle nata sulle rive della Senna come compagna al tavolo da pranzo. Dopo il loro turno di canto, queste donne mostrano le loro grazie e i loro sorrisi bramosi nelle passeggiate del giardino o tra i tavoli dove siedono i bevitori di champagne. Le vedette, naturalmente, non sono costrette a questo estenuante perambulare, ma possono andarsene a riposare se ne hanno voglia. Tuttavia, la direzione apprezza se accettano l’invito di qualche dignitario dell’esercito, dell’amministrazione o della finanza, che cerca l’onore di ascoltare dalla chanteuse, in una sala privata e con una compagnia di amici non inclini alla malinconia, le canzoni bohémien del Vieux Derevnia. Cantano, si rilassano, parlano di Parigi e soprattutto bevono. Se a volte la piccola festa finisce piuttosto bruscamente, è colpa dello champagne amichevole e affettuoso, ma solitamente le orge rimangono piuttosto innocenti, di un carattere che certamente potrebbe preoccupare le società di temperanza ma che non ha bisogno di far sentire coinvolto M. le Sénateur Bérenger.

Una guerra i cui fumi di polvere da sparo ancora appestavano l’aria, una rivoluzione i cui ultimi ringhi sconfitti non si erano ancora spenti al momento di questi eventi, non avevano affatto diminuito le allegrie notturne di Kretowsky. Molti dei giovani che esibivano le loro uniformi quella sera e gridavano il loro “Nichevo” lungo i sentieri brillantemente illuminati dei giardini pubblici, o riempivano i tavoli all’aperto, o bevevano vodka ai buffet, o ammiravano le figure delle soubrette erranti, erano venuti qui alla vigilia della loro partenza per la guerra ed erano tornati con lo stesso sorriso infantile e incantato, lo stesso ideale di gioia futile, e baciavano i loro compagni di passaggio con la solita allegria. Alcuni di loro avevano ora una manica che pendeva inerte, o camminavano con una stampella, o addirittura con una gamba di legno, ma era, tutto sommato, “Nichevo!”

La folla quella sera era più densa del solito, perché c’era la possibilità di ascoltare di nuovo Annouchka per la prima volta dopo le cupe giornate di Mosca. Gli studenti erano pronti a farle un’ovazione, e nessuno si oppose, perché, dopo tutto, se cantava ora era perché la polizia era finalmente disposta a concederglielo. Se il governo dello Zar le aveva concesso la vita, non era per costringerla a morire di fame. Ognuno si guadagnava da vivere come poteva. Annouchka sapeva solo cantare e ballare, e dunque doveva cantare e ballare!

Quando Rouletabille entrò nei Giardini Krestowsky, Annouchka aveva iniziato il suo numero, che terminava con una tremenda “Roussalka”. Circondata da un coro di ballerini e ballerine in costume nazionale e stivali rossi, che battevano i tamburelli con le dita, per poi assumere improvvisamente una posa rigida per lasciar emergere la voce della giovane donna, che era di registro piuttosto ordinario, Annouchka aveva concentrato su di sé l’attenzione dell’immensa platea. Tutte le altre parti dello stabilimento erano deserte, i tavoli erano stati rimossi e una folla ansante premeva attorno al teatro all’aperto. Rouletabille si alzò sulla sedia nel momento in cui tumultuosi “Bravi” risuonarono da un gruppo di studenti. Annouchka fece un inchino verso di loro, sembrando ignorare il resto del pubblico, che non aveva ancora osato dichiararsi. Cantava le vecchie canzoni contadine riarrangiate secondo il gusto odierno, e le intervallava con danze. Ebbero un successo enorme, perché vi metteva tutta l’anima e cantava con una voce a volte carezzevole, a volte minacciosa, e a volte magnificamente disperata, dando molto significato a parole che sulla carta non avevano destato i sospetti della censura. Il gusto del giorno era ovviamente ancora un gusto per la rivoluzione, che manteneva la sua influenza sulle rive della Neva. Ciò che faceva era certamente molto audace, e apparentemente si rendeva conto di quanto fosse ardita, perché, con grande destrezza, faceva seguire immediatamente dopo una frase pericolosa un ritornello patriottico che tutti erano ansiosi di applaudire. Riuscì con tali mezzi ad attirare tutti i gruppi divergenti del suo pubblico e si assicurò un trionfo completo. Gli studenti, i rivoluzionari, i radicali e i cadetti acclamarono la cantante, glorificando non solo la sua arte ma anche e soprattutto la sorella dell’ingegnere Volkousky, che era stato destinato a perire con suo fratello sotto i proiettili del reggimento Semenovsky. Gli amici della Corte, dal canto loro, non potevano dimenticare che era stata lei, davanti al Cremlino, a deviare il braccio di Constantin Kochkarof, incaricato dal Comitato Rivoluzionario Centrale di assassinare il Granduca Pietro Alexandrovitch mentre giungeva in slitta davanti alla casa del governatore. La bomba esplose a dieci piedi di distanza, uccidendo lo stesso Constantin Kochkarof. Può darsi che prima che arrivasse la morte egli abbia avuto il tempo di sentir gridare Annouchka: “Sciagurato! Ti era stato detto di uccidere il principe, non di assassinare i suoi figli”. Com’era accaduto, Pietro Alexandrovitch teneva sulle ginocchia le due piccole principesse, di sette e otto anni. La Corte aveva voluto ricompensarla per quell’atto eroico. Annouchka aveva sputato addosso all’inviato del Capo della Polizia che era venuto a parlarle di denaro. All’Hermitage di Mosca, dove cantava allora, alcuni suoi ammiratori l’avevano avvertita di possibili rappresaglie da parte dei rivoluzionari. Ma i rivoluzionari le diedero subito assicurazioni che non aveva nulla da temere. Approvarono il suo atto e le fecero sapere che ora contavano su di lei per uccidere il Granduca in un momento in cui fosse stato solo; cosa che aveva fatto ridere Annouchka. Era un enfant terrible, i cui amici nessuno conosceva, che passava per molto saggia e le cui linee d’intrigo erano imperscrutabili. Si divertiva a far tremare i suoi ospiti nelle sale da pranzo private durante il pasto. Un giorno aveva detto bruscamente a uno dei più potenti tchinovnik di Mosca: “Voi, mio vecchio amico, siete presidente della Centuria Nera. Il vostro destino è segnato. Ieri siete stato condannato a morte dai delegati del Comitato Centrale a Presnia. Dite le vostre preghiere”. L’uomo allungò la mano verso lo champagne. Non finì mai il bicchiere. I dvornik lo portarono via colpito da apoplessia. Dal momento in cui aveva salvato le piccole granduchesse, la polizia aveva l’ordine di lasciarla agire e parlare come meglio credeva. Era stata coinvolta nei complotti più profondi contro il governo. Coloro che prestavano il minimo sostegno a tali trame e non erano della polizia semplicemente sparivano. I loro amici non osavano nemmeno chiedere notizie di loro. L’unica cosa di cui non c’era dubbio era che fossero ai lavori forzati da qualche parte nelle miniere dei Monti Urali. Al momento della rivoluzione, Annouchka aveva un fratello che era ingegnere sulla linea Kasan-Mosca. Questo Volkousky era uno dei leader del Comitato di Sciopero. Le autorità lo tenevano d’occhio. La rivoluzione iniziò. Lui, con l’aiuto della sorella, compì uno di quegli atti formidabili che porteranno la loro memoria come eroi alla più lontana posterità. Compiuta la loro opera, furono presi dai soldati di Trebassof. Entrambi furono condannati a morte. Volkousky fu giustiziato per primo, e la sorella stava per fare la sua parte quando un ufficiale del governo arrivò a cavallo per fermare la fucilazione. Lo Zar, informato del suo destino previsto, aveva inviato un perdono via telegrafo. Dopo di che lei scomparve. Si supponeva che fosse andata in qualche tournée attraverso l’Europa, come era sua abitudine, perché parlava tutte le lingue, come una vera bohémienne. Ora era riapparsa in tutta la sua gioiosa gloria a Krestowsky. Era certo, tuttavia, che non avesse dimenticato il fratello. I pettegoli dicevano che se il governo e la polizia si mostravano così tolleranti, ne trovavano il loro interesse. La vita aperta, apparente, che Annouchka conduceva era meno fastidiosa per loro di quanto lo sarebbero state le sue attività nascoste. La piccola polizia che circondava il Capo del Servizio Segreto di San Pietroburgo, il famoso Gounsovski, faceva sorrisi significativi quando si discuteva della questione. Tra loro, Annouchka aveva l’ignobile soprannome di “Spiona”.

Rouletabille doveva essere ben al corrente di tutti questi particolari riguardanti Annouchka, poiché non tradì alcuno stupore per il grande interesse e la forte emozione che suscitava. Dall’angolo in cui si trovava poteva vedere solo un pezzetto del palco, e stava in punta di piedi per vedere la cantante quando sentì tirarsi il cappotto. Si voltò. Era il gioviale avvocato, ben noto per le sue imprese gastronomiche, Athanase Georgevitch, insieme al gioviale consigliere imperiale, Ivan Petrovitch, che gli fecero segno di scendere.

“Vieni con noi; abbiamo un palco”.

Rouletabille non ebbe bisogno di essere sollecitato, e fu presto sistemato nella parte anteriore di un palco da cui poteva vedere sia il palco che il pubblico. Proprio in quel momento il sipario calò sulla prima parte dell’esibizione di Annouchka. Gli amici furono presto raggiunti da Thaddeus Tchitchnikoff, il grande commerciante di legname, che proveniva dal dietro le quinte.

“Sono stato a vedere la bella Onoto”, annunciò il lituano con una grande risata soddisfatta. “Ditemi le novità. Tutte le ragazze sono imbronciate per il successo di Annouchka”.

“Chi ti ha trascinato nel camerino della Onoto, allora?” domandò Athanase.

“Oh, Gounsovski in persona, mio caro. È un gran dilettante, sai”.

“Cosa! Frequenti Gounsovski?”

“In fede mia, vi dico, cari amici, non è una cattiva conoscenza. Mi ha fatto un piccolo servizio a Bakou l’anno scorso. Una buona conoscenza in questi tempi di turbamento pubblico”.

“Sei nel commercio del petrolio ora, vero?”

“Oh, sì, un po’ di tutto per sbarcare il lunario. Ho un piccolo pozzo dalle parti di Bakou, niente di grande; e una casetta, una molto piccola per i miei piccoli affari”.

“Che monopolista è Thaddeus”, dichiarò Athanase Georgevitch, colpendolo con uno schiaffo formidabile sulla coscia con la sua mano enorme. “Gounsovski è venuto lui stesso a tenere d’occhio il debutto di Annouchka, eh? Solo che va nel camerino di Onoto, il furfante”.

“Oh, lui non si disturba. Sapete con chi deve cenare? Con Annouchka, cari miei, e siamo invitati”.

“Come sarebbe a dire?” chiese il gioviale consigliere.

“Sembra che Gounsovski abbia influenzato il ministro per permettere l’esibizione di Annouchka dichiarando che se ne sarebbe assunto ogni responsabilità. Ha richiesto ad Annouchka soltanto di cenare con lui la sera del suo debutto”.

“E Annouchka ha acconsentito?”

“Questa era la condizione, a quanto pare. Del resto, dicono che Annouchka e Gounsovski non vadano poi così male insieme. Gounsovski ha fatto ad Annouchka molti favori. Dicono che sia innamorato di lei”.

“Ha l’aria di un venditore di ombrelli”, sbuffò Athanase Georgevitch.

“L’hai visto da vicino?” chiese Ivan.

“Ho cenato a casa sua, anche se non c’è nulla di cui vantarsi, in fede mia”.

“Questo è ciò che ha detto”, rispose Thaddeus. “Quando ha saputo che eravamo qui insieme, mi ha detto: ‘Portalo, è un tipo affascinante che maneggia bene la forchetta; e porta quel caro uomo di Ivan Petrovitch, e tutti i tuoi amici’”.

“Oh, ho solo cenato a casa sua”, brontolò Athanase, “perché c’era un favore che doveva farmi”.

“Fa favori a tutti, quell’uomo”, osservò Ivan Petrovitch.

“Certo, certo; dovrebbe farlo”, ribatté Athanase. “A cosa serve un capo del Servizio Segreto se non a fare favori a tutti? A tutti, cari miei amici, e anche un po’ a se stesso. Un capo del Servizio Segreto deve essere in buoni rapporti con tutti, con tutti e con suo padre, come dice La Fontaine (se conoscete quell’autore), se vuole mantenere il suo posto. Capite cosa intendo”.

Athanase rise fragorosamente, contento della possibilità di mostrare quanto francese potesse essere nelle sue allusioni, e guardò Rouletabille per vedere se fosse stato in grado di cogliere il tono della conversazione; ma Rouletabille era troppo occupato a osservare un profilo avvolto in una mantiglia di pizzo nero, alla moda spagnola, per ripagare la performance di Athanase con un sorriso consapevole.

“Avete certamente nozioni ingenue. Pensate che un capo della Polizia Segreta debba essere un orco”, rispose l’avvocato annuendo qua e là ai suoi amici.

“Ma certo che no. Ha bisogno di essere una pecora in un posto come quello, una pecora perfetta. Gounsovski è morbido come una pecora. La volta che ho cenato con lui c’era del montone venato di grasso. È proprio così. Sono sicuro che è composto principalmente da strati di grasso. Quando gli stringi la mano ti sembra di aver afferrato un pezzo di grasso. Parola mia! E quando mangia muove la mascella in modo grasso. Anche la sua testa è così; calva, sapete, con un cranio come lardo fresco. Parla sottovoce e ti guarda come un bambino che cerca dalla madre un pasto succulento”.

“Ma... perché... è Natacha!” mormorarono le labbra del giovane.

“Certamente è Natacha, Natacha in persona”, esclamò Ivan Petrovitch, che aveva usato gli occhiali per vedere meglio chi stava guardando il giovane giornalista francese. “Ah, la cara bambina! desiderava vedere Annouchka da molto tempo”.

“Cosa, Natacha! Dunque è lei. Dunque è lei. Natacha! Natacha!” dissero gli altri. “E con i genitori di Boris Mourazoff”.

“Ma Boris non è lì”, ridacchiò Thaddeus Tchitchnikoff.

“Oh, non può essere lontano. Se fosse lì vedremmo anche Michael Korsakoff. Stanno sempre alle calcagna l’uno dell’altro”.

“Com’è successo che ha lasciato il generale? Diceva che non poteva sopportare di stare lontana da lui”.

“Tranne che per vedere Annouchka”, rispose Ivan. “Voleva vederla, e ne ha parlato così tanto quando ero lì che persino Feodor Feodorovitch ne era piuttosto scandalizzato e Matrena Petrovna l’ha rimproverata in modo piuttosto rude. Ma ciò che una ragazza desidera gli dei lo realizzano. È così”.

“È vero, lo so”, aggiunse Athanase. “Ivan Petrovitch ha ragione. Natacha non è riuscita a trattenersi da quando ha letto che Annouchka avrebbe debuttato a Krestowsky. Diceva che non sarebbe morta senza aver visto la grande artista”.

“Suo padre l’aveva quasi allontanata da quella gente”, affermò Ivan, “ed era giusto così. Deve aver combinato questa faccenda con Boris e i suoi genitori”.

“Sì, Feodor certamente non è consapevole che l’idea di sua figlia era quella di applaudire l’eroina della stazione di Kasan. È fatta di pasta dura, parola mia”, disse Athanase.

“Natacha, dovete ricordare, è una studentessa”, disse Thaddeus, scuotendo la testa; “una vera studentessa. Hanno disgrazie come questa ora in tante famiglie. Ricordo, a proposito di ciò che ha detto Ivan poco fa, come oggi abbia chiesto a Michael Korsakoff, davanti a me, di farle sapere dove avrebbe cantato Annouchka. Di più, ha detto che desiderava parlare con quell’artista se fosse stato possibile. Michael ha guardato male quell’idea, anche davanti a me. Ma Michael non poteva rifiutarle, non più degli altri. Lui può raggiungere Annouchka più facilmente di chiunque altro. Ricordate che fu lui a cavalcare veloce e ad arrivare in tempo con il perdono per quella bella strega; lei non dovrebbe dimenticarlo se tiene alla sua vita”.

“Chiunque conosca Michael Nikolaievitch sa che ha fatto il suo dovere prontamente”, annunciò Athanase Georgevitch seccamente. “Ma non avrebbe fatto un passo in più per salvare Annouchka. Nemmeno ora comprometterà la sua carriera facendosi vedere a casa di una donna che non è mai lontana dagli occhi degli agenti di Gounsovski e che non è stata soprannominata ‘Spiona’ per niente”.

“Allora perché andiamo a cena stasera con Annouchka?” chiese Ivan.

“Quella non è la stessa cosa. Siamo invitati da Gounsovski in persona. Non dimenticate che, se storie al riguardo circoleranno un giorno, amici miei”, disse Thaddeus.

“Del resto, Thaddeus, accetto l’invito dell’onorevole capo del nostro ammirevole Servizio Segreto perché non voglio offenderlo. Ho già cenato a casa sua. Sedendomi di fronte a lui a un tavolo pubblico qui sento di ricambiare quella cortesia. Che ne dite?”

“Visto che avete cenato con lui, diteci che tipo d’uomo è al di là delle sue qualità grasse”, disse il curioso consigliere. “Si dicono tante cose su di lui. Sembra certamente un uomo con cui è meglio andare d’accordo che litigare, quindi accetto il suo invito. Come avreste potuto fare a rifiutarlo, comunque?”

“Quando mi offrì per la prima volta l’ospitalità”, spiegò l’avvocato, “non lo conoscevo nemmeno. Non gli ero mai stato vicino. Un giorno un agente di polizia venne e mi invitò a cena per ordine... o, almeno, compresi che non era saggio rifiutare l’invito, come avete detto, Ivan Petrovitch. Quando andai a casa sua pensai di entrare in una fortezza, e all’interno pensai che dovesse essere un negozio di ombrelli. C’erano ombrelli ovunque, e galosce. Vero, era una giornata di pioggia battente. Fui colpito dal fatto che non ci fosse alcuna guardia con una grossa rivoltella nell’anticamera. Aveva un piccolo, timido schwitzar lì, che mi prese l’ombrello, mormorando ‘barine’ e inchinandosi più e più volte. Mi condusse attraverso stanze molto ordinarie, per nulla sorvegliate, verso un salotto di tipo comune. Abbiamo cenato con Madame Gounsovski, che appariva grassoccia come suo marito, e tre o quattro uomini che non avevo mai visto da nessuna parte. Un servitore ci ha servito. Parola mia!

“Al dessert Gounsovski mi prese da parte e mi disse che non era saggio da parte mia ‘discutere in quel modo’. Gli chiesi cosa intendesse dire. Mi prese le mani tra le sue mani grassi e ripeté: ‘No, no, non è saggio discutere in quel modo’. Non sono riuscito a tirargli fuori nient’altro. Del resto, l’ho capito, e, sapete, da quel giorno ho tagliato certi passaggi laterali non necessari nelle mie arringhe legali generali che mi avevano dato la reputazione di opinioni un po’ troppo libere sui giornali. Niente di tutto ciò alla mia età! Ah, il grande Gounsovski! Davanti al nostro caffè gli chiesi se non trovasse il paese in tempi piuttosto tesi. Mi rispose che attendeva con impazienza il mese di maggio, quando avrebbe potuto andare a riposare in una piccola proprietà con un piccolo giardino che aveva comprato ad Asnieres, vicino a Parigi. Quando parlò della loro casa in campagna Madame Gounsovski emise un sospiro di desiderio per quelle semplici gioie campestri. Il mese di maggio le portò le lacrime agli occhi. Marito e moglie si guardarono con vera tenerezza. Non avevano l’aria di pensare per un secondo: domani o il giorno dopo, prima che arrivi la nostra felicità campestre, potremmo ritrovarci spogliati di tutto. No! Erano sicuri della loro felice vacanza e nulla sembrava in grado di inquietarli sotto il loro grasso. Gounsovski ha fatto a tutti così tanti favori che nessuno gli vuole realmente male, pover’uomo. Inoltre, avete notato, miei cari vecchi amici, che nessuno cerca mai di fare del male ai capi della Polizia Segreta? Si va contro capi della polizia, prefetti di polizia, ministri, granduchi, e anche più in alto, ma i capi della Polizia Segreta non vengono mai, mai attaccati. Possono passeggiare tranquillamente nelle strade o nei giardini di Krestowsky o respirare l’aria pura del paese finlandese o persino la campagna intorno a Parigi. Hanno fatto così tanti piccoli favori a questo e a quello, qui e là, che nessuno desidera far loro il minimo torto. Ognuno pensa sempre, inoltre, che gli altri siano stati serviti meno bene di lui. Questo è il segreto della cosa, amici miei, questo è il segreto. Che ne dite?”

Gli altri dissero: “Ah, ah, il buon Gounsovski. Lui sa. Lui sa. Certamente, accettiamo la sua cena. Con Annouchka sarà divertente”.

“Messieurs”, chiese Rouletabille, che continuava a fare scoperte tra il pubblico, “conoscete quell’ufficiale che è seduto alla fine di una fila laggiù nei posti dell’orchestra? Guardate, si sta alzando”.

“Lui? Ma quello è il Principe Galitch, che era uno dei più ricchi signori del Paese del Nord. Ora è praticamente rovinato”.

“Grazie, signori; certamente è lui. Lo conosco”, disse Rouletabille, sedendosi e dominando la sua emozione.

“Dicono che sia un grande ammiratore di Annouchka”, azzardò Thaddeus. Poi si allontanò dal palco.

“Il principe è stato rovinato dalle donne”, disse Athanase Georgevitch, che pretendeva di conoscere l’intera cronaca delle galanterie nell’impero.

“Anche lui è stato in buoni rapporti con Gounsovski”, continuò Thaddeus.

“Passa a corte, però, per un inaffidabile. Una volta fece una lunga visita a Tolstoj”.

“Bah! Gounsovski deve aver reso qualche servizio segnalato a quell’imprudente principe”, concluse Athanase. “Ma per quanto riguarda te, Thaddeus, non hai detto cosa hai fatto con Gounsovski a Bakou”.

(Rouletabille non perse una parola di ciò che veniva detto attorno a lui, sebbene non perdesse mai di vista il profilo nascosto nella mantiglia nera né il Principe Galitch, suo nemico personale,* che riapparve, gli parve, in un momento molto critico.)

* come raccontato in “La Dama in Nero”.

“Stavo tornando da Balakani in drozhki”, disse Thaddeus Tchitchnikoff, “e mi stavo avvicinando a Bakou dopo aver visto le macerie dei miei pozzi petroliferi che erano stati bruciati dai tartari, quando incontrai Gounsovski sulla strada, il quale, con due dei suoi amici, si trovava in cattive acque con una delle ruote della carrozza rotta. Mi fermai. Mi spiegò che aveva un cocchiere tartaro e che questo cocchiere, avendo visto un armeno sulla strada davanti a sé, non aveva trovato nulla di meglio da fare che lanciarsi a tutta velocità contro l’equipaggio dell’armeno. Si era sporto e gli aveva tolto le redini, ma una ruota della carrozza si era rotta”. (Rouletabille fremette, perché colse uno sguardo d’intesa tra il Principe Galitch e Natacha, che era sporta oltre il bordo del suo palco.) “Così mi offrii di prendere Gounsovski e i suoi amici nella mia carrozza, e viaggiammo tutti insieme verso Bakou dopo che Gounsovski, che desidera sempre fare un servizio, come dice Athanase Georgevitch, ebbe avvertito il suo cocchiere tartaro di non finire l’armeno”. (Il Principe Galitch, nel momento in cui l’orchestra iniziava la musica introduttiva per il nuovo numero di Annouchka, approfittò del fatto che tutti gli occhi erano rivolti verso il sipario che si alzava per passare vicino al posto di Natacha. Questa volta non guardò Natacha, ma Rouletabille fu certo che le sue labbra si fossero mosse mentre le passava accanto.)

Thaddeus continuò: “È necessario spiegare che a Bakou la mia casetta è una delle prime prima di arrivare alla banchina. Avevo degli impiegati armeni lì. Quando arrivai, cosa pensate che vidi? Una fila di soldati con un cannone, sì, con un cannone, parola mia, puntato contro la mia casa e un ufficiale che diceva tranquillamente: ‘eccola. Fuoco!’” (Rouletabille fece ancora un’altra scoperta: due, tre scoperte. Lì vicino, in piedi dietro il posto di Natacha, c’era una figura non sconosciuta al giovane reporter, e lì, in una delle poltrone dell’orchestra, c’erano altri due uomini i cui volti aveva visto quella stessa mattina nelle caserme di Koupriane. Ecco dove la memoria per i volti gli tornava utile. Vide che non era l’unica persona a tenere d’occhio Natacha.) “Quando sentii quello che diceva l’ufficiale”, proseguì Thaddeus, “quasi caddi dal drozhki. Corsi dal commissario di polizia. Mi spiegò l’affare prontamente e compresi in fretta. Durante la mia assenza, uno dei miei impiegati armeni aveva sparato a un tartaro che stava passando. Per inciso, l’aveva ucciso. Il governatore era stato informato e aveva ordinato di bombardare la casa, per dare l’esempio, come era stato fatto con parecchie altre. Trovai Gounsovski e gli esposi il problema in due parole. Disse che non era necessario che lui intervenisse nell’affare, che dovevo solo parlare con l’ufficiale. ‘Dagli un buon regalo, cento rubli, e lascerà la tua casa’. Tornai dall’ufficiale e lo presi in disparte; disse che voleva fare tutto il possibile per me, ma che l’ordine di bombardare la casa era categorico. Riferii la sua risposta a Gounsovski, che mi disse: ‘Digli allora di girare la bocca del cannone dall’altra parte e di bombardare l’edificio del farmacista di fronte, poi potrà sempre dire di aver sbagliato casa’. Feci così, e fece girare il cannone. Bombardarono il locale del farmacista e me la cavai con i cento rubli. Gounsovski, il buon uomo, potrà anche essere un gran pezzo di grasso ed essere come un venditore di ombrelli, ma gliene sono sempre stato grato dal profondo del cuore, puoi capire, Athanase Georgevitch”.

“Che reputazione ha il Principe Galitch a corte?” domandò Rouletabille d’un tratto.

“Oh, oh!” risero gli altri. “Da quando è andato così apertamente a trovare Tolstoj, non va più a corte”.

“E... le sue opinioni? Quali sono le sue opinioni?”

“Oh, le opinioni di tutti sono così confuse oggigiorno, nessuno lo sa”.

Ivan Petrovitch disse: “Passa tra certa gente come molto avanzato e molto compromesso”.

“Eppure non lo disturbano?” chiese Rouletabille.

“Puh, puh”, rispose l’allegro Consigliere di Stato, “è piuttosto lui che cerca di mescolarsi con loro”.

Thaddeus si chinò e disse: “Dicono che non si possa toccare per via della presa che ha su un certo grande personaggio a corte, e sarebbe uno scandalo... un grande scandalo”.

“Taci, Thaddeus”, interruppe bruscamente Athanase Georgevitch. “Si vede bene che sei arrivato da poco dalle province per parlare così sconsideratamente, ma se continui di questo passo me ne andrò”.

“Athanase Georgevitch ha ragione; tieni a freno la lingua, Thaddeus”, consigliò Ivan Petrovitch.

I parlatori tacquero tutti, poiché il sipario si stava alzando. Tra il pubblico venivano fatte allusive misteriose a questo secondo numero di Annouchka, ma nessuno sembrava in grado di dire cosa dovesse essere, e in effetti era molto semplice. Dopo il turbine di danze e cori e tutto lo splendore con cui era stata accompagnata la prima volta, Annouchka apparve come una povera contadina russa in una scena che rappresentava le steppe desolate, e molto semplicemente si inginocchiò e recitò le sue preghiere serali. Annouchka era singolarmente bella. Il suo naso aquilino dalle narici sensibili, il contorno netto delle sopracciglia, il suo sguardo che ora era quasi tenero, ora minaccioso, sempre insolito, le sue guance pallide e rotonde e l’intera espressione del suo volto mostravano chiaramente la forza delle nuove idee, la spontaneità, la profonda risolutezza e, soprattutto, la passione. La preghiera era appassionata. Aveva un’ammirevole voce da contralto che colpì il pubblico stranamente fin dalle prime note. Chiedeva a Dio il pane quotidiano per tutti nell’immensa terra russa, il pane quotidiano per la carne e per lo spirito, e commosse fino alle lacrime tutti i presenti, a qualunque partito appartenessero. E quando, mentre l’ultima nota svaniva attraverso la steppa desolata e lei si alzò per camminare verso la misera capanna, frenetici bravi da un pubblico in delirio le dissero le prodigiose emozioni che aveva suscitato. Il piccolo Rouletabille, che pur non comprendendo le parole ne colse lo spirito, pianse. Tutti piangevano. Ivan Petrovitch, Athanase Georgevitch, Thaddeus Tchitchnikoff erano in piedi, pestavano i piedi e battevano le mani come ragazzi entusiasti. Gli studenti, che si potevano distinguere facilmente dal bordo verde dell’uniforme che portavano sui cappotti, emettevano grida insensate. E improvvisamente si levarono le prime note dell’inno nazionale. Ci fu esitazione all’inizio, un vacillare. Ma non per molto. Coloro che temevano qualche contro-dimostrazione si resero conto che non si poteva sollevare alcuna obiezione a una preghiera per lo Zar. Tutti i capi si scoprirono e il Bodje Taara Krari salì, unanimemente, verso le stelle.

Tra le lacrime, il giovane reporter non smise mai di tenere d’occhio Natacha. Si era alzata a metà e, ricadendo a sedere, si era appoggiata al bordo del palco. Aveva chiamato, più e più volte, un nome che Rouletabille non era riuscito a udire nel frastuono, ma che sentiva essere con certezza “Annouchka! Annouchka!”. “La ragazza spericolata”, mormorò Rouletabille, e, approfittando dell’eccitazione generale, lasciò il palco senza essere notato. Si fece strada tra la folla verso Natacha, che cercava inutilmente fin dal mattino. Il pubblico, dopo aver invocato invano una ripetizione della preghiera da parte di Annouchka, iniziò a disperdersi, e il reporter fu trascinato con loro per qualche istante. Quando raggiunse la fila dei palchi, vide che Natacha e la famiglia con cui era stata se ne erano andati. Guardò da ogni parte senza vedere l’oggetto della sua ricerca e come un pazzo iniziò a correre attraverso i passaggi, quando un’idea improvvisa gli gelò il sangue. Chiese dove fosse l’uscita per gli artisti e, appena gli fu indicata, vi si precipitò. Non si sbagliava. In prima fila tra la folla che aspettava di vedere uscire Annouchka, riconobbe Natacha, con il capo avvolto nel mantello nero affinché nessuno potesse vedere il suo volto. Inoltre, quell’angolo del giardino era in una mezza oscurità. La polizia sbarrava la strada; non poteva avvicinarsi a Natacha quanto avrebbe voluto. Si mise a scivolare come un serpente tra la folla. Non era separato da Natacha da più di quattro o cinque persone quando iniziò un gran pigia-pigia. Annouchka stava uscendo. Si levarono grida: “Annouchka! Annouchka!”. Rouletabille si gettò in ginocchio e a carponi riuscì a infilare la testa nel passaggio tenuto libero dalla polizia per il transito di Annouchka. Lì, avvolto in un gran mantello rosso, il cappello sul braccio, c’era un uomo che Rouletabille riconobbe immediatamente. Era il Principe Galitch. Si affrettavano per sfuggire all’imminente pressione della folla. Ma Annouchka, passando vicino a Natacha, si fermò appena un secondo — un movimento che non sfuggì a Rouletabille — e, voltandosi verso di lei, disse soltanto una parola: “Caracho”. Poi proseguì. Rouletabille si alzò e si fece largo tornando indietro, avendo perso ancora una volta Natacha. La cercò. Corse verso il passaggio delle carrozze e arrivò giusto in tempo per vederla seduta in una carrozza con la famiglia Mourazoff. La carrozza partì immediatamente in direzione della datcha des Iles. Il giovane rimase lì in piedi, a riflettere. Fece un gesto come se fosse pronto ora a lasciar fare alla sorte. “Alla fine”, disse, “forse sarà meglio così”, e poi, tra sé e sé: “Ora a cena, ragazzo mio”.

Tornò sui suoi passi e presto fu stabilito nella luce abbagliante del ristorante. Ufficiali in piedi, bicchiere in mano, si salutavano da un tavolo all’altro e agitavano mille complimenti con una grazia che era quasi femminile.

Sentì chiamare il suo nome con gioia e riconobbe la voce di Ivan Petrovitch. I tre compagni di bagordi erano seduti davanti a una bottiglia di champagne che riposava nel suo secchiello di ghiaccio e venivano serviti con minuscoli pâté mentre aspettavano l’ora della cena, che era ormai vicina.

Rouletabille cedette al loro invito piuttosto volentieri e li accompagnò quando il cameriere capo informò Thaddeus che i signori erano attesi in una sala privata. Salirono al primo piano e furono fatti accomodare in un vasto appartamento il cui balcone dava sulla sala del teatro d’inverno, ora vuota. Ma l’appartamento era già occupato. Davanti a una tavola coperta da un servizio lucente, Gounsovski faceva gli onori di casa.

Li ricevette come un servitore, a capo chino, con un sorriso ossequioso e la schiena curva, inchinandosi parecchie volte man mano che ciascuno degli ospiti gli veniva presentato. Athanase lo aveva descritto abbastanza accuratamente, un manichino di grasso. Sotto la vasta fronte curva si riuscivano a malapena a scorgere gli occhi, dietro gli occhiali blu che sembravano sempre pronti a cadere mentre inclinava troppo il suo capo grasso con il suo sguardo timido eppure onnipotente. Quando parlava con la sua voce in falsetto, il mento gli cadeva in una piega sopra il colletto, e aveva un gesto costante con il pollice e l’indice della mano destra per impedire agli occhiali di scivolare giù dal suo naso corto e grosso.

Dietro di lui c’era la silhouette fine e altera del Principe Galitch. Era stato invitato da Annouchka, poiché lei aveva acconsentito a rischiare questa cena solo in compagnia di tre o quattro dei suoi amici, ufficiali che non potevano essere ulteriormente compromessi da questo affare, dato che erano già sotto l’occhio dell’Okrana (Polizia Segreta) nonostante la loro nobile nascita. Gounsovski li aveva visti arrivare con una risatina sinistra e aveva profuso su di loro i suoi segni di devozione.

Amava Annouchka. Sarebbe bastato sorprendere una sola volta lo sguardo geloso che lanciava da sotto i suoi grandi occhiali blu quando fissava la cantante per comprendere i sentimenti che lo animavano in presenza della bella figlia della Terra Nera.

Annouchka era seduta, o, meglio, si era distesa, alla maniera orientale, sul divano che correva lungo la parete dietro la tavola. Non prestava attenzione a nessuno. Il suo atteggiamento era proibitivo, persino ostile. Lasciava indifferente che i suoi meravigliosi capelli neri, che cadevano in due trecce sulle spalle, venissero accarezzati dalle mani profumate della bella Onoto, che l’aveva ascoltata quella sera per la prima volta e si era gettata con entusiasmo tra le sue braccia dopo l’ultimo numero. Anche Onoto era un’artista, e il picco che aveva provato all’inizio per il successo di Annouchka non poteva durare dopo l’emozione suscitata dalla preghiera serale davanti alla capanna. “Vieni a cena”, le aveva detto Annouchka.

“Con chi?” domandò l’artista spagnola.

“Con Gounsovski”.

“Mai”.

“Vieni. Mi aiuterai a pagare il mio debito e forse sarà utile anche a te. È utile a tutti”.

Decisamente Onoto non capiva questo paese, dove i peggiori nemici cenavano insieme.

Rouletabille era stato monopolizzato subito dal Principe Galitch, che lo aveva preso in un angolo e gli aveva detto:

“Cosa fai qui?”

“Ti sono d’intralcio?” chiese il ragazzo.

L’altro assunse il sorriso divertito del gran signore.

“Finché sei ancora in tempo”, disse, “credi a me, dovresti partire, lasciare questo paese. Non hai ricevuto abbastanza avvertimenti?”

“Sì”, rispose il reporter. “E puoi fare a meno di ogni ulteriore avvertimento d’ora in avanti”.

Gli voltò le spalle.

“Ma guarda, è il piccolo francese della villa Trebassof”, esordì la voce in falsetto di Gounsovski mentre spingeva una sedia verso il giovane e lo pregava di sedersi tra lui e Athanase Georgevitch, che era già occupato con gli antipasti.

“Come state, monsieur?” disse la bella voce grave di Annouchka.

Rouletabille salutò.

“Vedo che sono in un paese di conoscenti”, disse, senza apparire turbato.

Rivolse un vivace complimento ad Annouchka, che gli mandò un bacio.

“Rouletabille!” esclamò la bella Onoto. “Ma allora è lui il ragazzino che ha risolto il mistero della Camera Gialla”.

“Proprio lui”.

“Cosa fai qui?”

“È venuto per salvare la vita al Generale Trebassof”, ridacchiò Gounsovski. “È certamente un giovane coraggioso”.

“La polizia sa tutto”, disse Rouletabille freddamente. E chiese dello champagne, che non beveva mai.

Lo champagne iniziò il suo effetto. Mentre Thaddeus e gli ufficiali si raccontavano storie di Bakou o facevano complimenti alle donne, Gounsovski, che aveva finito con lo scherno, si sporse verso Rouletabille e diede al giovane consigli paterni con grande unzione.

“Hai intrapreso, giovane uomo, un nobile compito e uno tanto più difficile perché il Generale Trebassof è condannato non solo dai suoi nemici ma ancor più dall’ignoranza di Koupriane. Comprendimi bene: Koupriane è mio amico e un uomo che stimo molto. È buono, coraggioso come un guerriero, ma non darei un copeco per la sua polizia. Si è intromesso nei nostri affari ultimamente creando la sua polizia segreta, ma non desidero immischiarmi in questo. Ci diverte. È il nuovo stile, comunque; tutti vogliono la loro polizia segreta oggigiorno. E tu, giovane uomo, cosa fai qui, dopo tutto? Cronaca? No. Lavoro di polizia? Quello è il nostro mestiere e il tuo mestiere. Ti auguro buona fortuna, ma non me l’aspetto. Ricorda che se hai bisogno di aiuto te lo darò volentieri. Amo essere utile. E non desidero che ti accada alcun male”.

“Lei è molto gentile, monsieur”, fu tutto ciò che rispose Rouletabille, e richiese dello champagne.

Parecchie volte Gounsovski rivolse osservazioni ad Annouchka, che si occupava del suo pasto e aveva poche risposte per lui.

“Sai chi ti ha applaudito di più questa sera?”

“No”, disse Annouchka con indifferenza.

“La figlia del Generale Trebassof”.

“Sì, è vero, parola mia”, esclamò Ivan Petrovitch.

“Sì, sì, Natacha era lì”, aggiunsero gli altri amici della datcha des Iles.

“Per quanto mi riguarda, l’ho vista piangere”, disse Rouletabille, guardando Annouchka fissamente.

Ma Annouchka rispose con tono gelido:

“Non la conosco”.

“È sfortunata ad avere un padre...” iniziò il Principe Galitch.

“Principe, niente politica, o mi lasci congedare”, chiocciò Gounsovski. “Alla sua salute, cara Annouchka”.

“Alla sua salute, Gounsovski. Ma lei non deve preoccuparsi di questo”.

“Perché?” domandò Thaddeus Tchitchnikoff in modo equivoco.

“Perché è troppo utile al governo”, esclamò Ivan Petrovitch.

“No”, rispose Annouchka; “ai rivoluzionari”.

Tutti scoppiarono a ridere. Gounsovski recuperò i suoi occhiali scivolanti con il suo solito movimento rapido e ridacchiò dolcemente, in modo insinuante, come grasso che bolle nella pentola:

“Così dicono. Ed è la mia forza”.

“Il suo sistema è eccellente”, disse il principe. “Poiché è in buoni rapporti con tutti, tutti sono in buoni rapporti con la polizia, senza saperlo”.

“Dicono... ah, ah... dicono...” (Athanase stava soffocando per un pezzetto di pane tostato che aveva inzuppato nella zuppa) “dicono che abbia scacciato tutti i teppisti e persino tutti i mendicanti della chiesa di Kasan”.

Dopodiché iniziarono a raccontare storie di teppisti, ladri di strada che fin dai recenti disordini politici infestavano San Pietroburgo e dei quali nessuno riusciva a liberarsi senza pagarli.

Athanase Georgevitch disse:

“Ci sono teppisti che avrebbero dovuto esistere anche se non ci fossero mai stati. Uno di loro fermò una ragazzina davanti alla stazione di Varsavia. La ragazza, spaventata, gli porse immediatamente la borsa, con due rubli e cinquanta copechi dentro. Il teppista prese tutto. ‘Mio Dio’, gridò lei, ‘ora non ho nulla per prendere il treno’. ‘Quanto costa?’ chiese il teppista. ‘Sessanta copechi’. ‘Sessanta copechi! Perché non l’hai detto prima?’ E il bandito, tenendosi i due rubli, restituì il pezzo da cinquanta copechi alla bambina tremante e aggiunse un pezzo da dieci copechi di tasca propria”.

“Qualcosa di altrettanto divertente è successo a me due inverni fa, a Mosca”, disse la bella Onoto. “Ero appena uscita dalla porta quando fui fermata da un teppista. ‘Dammi venti copechi’, disse il teppista. Ero così spaventata che non riuscivo ad aprire la borsa. ‘Più in fretta’, disse. Alla fine gli diedi venti copechi. ‘Ora’, disse poi, ‘baciami la mano’. E dovetti baciarla, perché nell’altra teneva il coltello”.

“Oh, sono svelti con i coltelli”, disse Thaddeus. “Mentre uscivo da Gastinidvor una volta, fui fermato da un teppista che mi infilò un enorme coltello da cucina sotto il naso. ‘Puoi averlo per un rublo e mezzo’, disse. Potete credere che lo comprai senza discutere. Ed era un ottimo affare. Valeva almeno tre rubli. Alla sua salute, bella Onoto”.

“Prendo sempre il mio revolver quando esco”, disse Athanase. “È più prudente. Lo dico davanti alla polizia. Ma preferirei essere arrestato dalla polizia che accoltellato dai teppisti”.

“Non c’è più nessun posto dove comprare revolver”, dichiarò Ivan Petrovitch. “Tutti quei negozi sono chiusi”.

Gounsovski si sistemò gli occhiali, si fregò le mani grassocce e disse:

“Ce ne sono ancora dal mio fabbro. La prova è che oggi nel piccolo Kaniouche il mio fabbro, il cui nome è Smith, è entrato in casa del droghiere all’angolo e ha voluto vendergli un revolver. Era un Browning. ‘Un’arma della massima affidabilità’, gli ha detto, ‘che non fa mai cilecca e che funziona molto facilmente’. Pronunciate queste parole, il fabbro ha provato il suo revolver e ha alloggiato una pallottola nel polmone del droghiere. Il droghiere è morto, ma prima di morire ha comprato il revolver. ‘Ha ragione’, ha detto al fabbro; ‘è un’arma terribile’. E poi è morto”.

Gli altri risero di gusto. La trovarono molto divertente. Decisamente, questo grande Gounsovski aveva sempre una storia buffa in serbo. Chi non vorrebbe essere suo amico? Annouchka si era degnata di sorridere. Gounsovski, in segno di gratitudine, le tese la mano come un mendicante. La giovane donna la sfiorò con la punta delle dita, come se stesse mettendo una moneta da venti copechi nella mano di un teppista, e si ritrasse con disgusto. Poi le porte si aprirono per i Boemi. La loro scura brigata riempì presto la sala. Ogni sera, uomini e donne nei loro costumi nativi arrivavano dalla vecchia Derevnia, dove vivevano tutti insieme in una sorta di antica comunità patriarcale, con usanze che non erano cambiate da secoli; si sparpagliavano nei luoghi di piacere, nei ristoranti alla moda, dove raccoglievano ingenti somme, poiché era un lusso di moda averli a cantare alla fine delle cene, e tutti li ricoprivano di denaro per non essere da meno degli altri. Si accompagnavano con gusle, nacchere, tamburelli, e cantavano le vecchie arie, dolenti e languide, o eccitabili e senza fiato come la fuga dei primissimi nomadi agli albori del mondo.

Quando furono entrati, i presenti fecero loro posto, e Rouletabille, che da qualche istante mostrava segni di stanchezza e di una vertigine abbastanza naturale in un giovane che non è abituato a bere i migliori champagne, ne approfittò per guadagnare un angolo del divano non lontano dal principe Galitch, che occupava il posto alla destra di Annouchka.

“Guardate, Rouletabille dorme”, fece notare la bella Onoto.

“Povero ragazzo!” disse Annouchka.

E, voltandosi verso Gounsovski:

“Non lo toglierete presto di mezzo? Ho sentito alcuni dei nostri fratelli l’altro giorno parlare in un modo che causerebbe dolore a coloro che hanno a cuore la sua salute.”

“Oh, questo”, disse Gounsovski, scuotendo la testa, “è un affare con cui non ho nulla a che fare. Rivolgetevi a Koupriane. Alla vostra salute, bella Annouchka.”

Ma i Boemi intonarono alcuni accordi di apertura per le loro canzoni, e i cantanti attirarono l’attenzione di tutti, tutti eccetto il principe Galitch e Annouchka, che, mezzi voltati l’uno verso l’altra, scambiavano alcune parole ai margini di tutto quel tumulto musicale. Quanto a Rouletabille, doveva certamente dormire profondamente per non essere stato svegliato da tutto quel rumore, per quanto melodioso fosse. È vero che aveva, apparentemente, bevuto molto e, come tutti sanno, in Russia l’alcol stende chi non lo regge. Quando i Boemi ebbero cantato tre volte, Gounsovski fece segno che potevano andare a incantare altre orecchie, e scivolò nelle mani del capo della banda una banconota da venticinque rubli. Ma Onoto volle dare il suo obolo, e iniziò una regolare colletta. Ognuno gettava rubli nel piatto porto da una piccola boema scura con i capelli neri come il corvo, trascuratamente pettinati, che le ricadevano sulla fronte, sugli occhi e sul viso, in un modo così buffo che si sarebbe detto che la ragazzina fosse un salice piangente inzuppato nell’inchiostro. Il piatto raggiunse il principe Galitch, che frugò inutilmente nelle tasche.

“Bah!” disse lui, con aria signorile, “non ho denaro. Ma ecco il mio portafoglio; ve lo darò come ricordo di me, Katharina.”

Thaddeus e Athanase esclamarono per la generosità del principe, ma Annouchka disse:

“Il principe fa come deve, perché i miei amici non potranno mai ripagare abbastanza l’ospitalità che quella ragazzina diede a me nella sua capanna sporca quando ero nascosta, mentre il vostro famoso dipartimento decideva cosa fare di me, mio caro Gounsovski.”

“Eh”, rispose Gounsovski, “vi faccio notare che tutto ciò che dovevate fare era prendere un bell’appartamento in città.”

Annouchka sputò a terra come un carrettiere, e Gounsovski da giallo divenne verde.

“Ma perché vi siete nascosta in quel modo, Annouchka?” chiese Onoto mentre accarezzava le belle trecce della cantante.

“Sapete che ero stata condannata a morte, e poi graziata. Ero riuscita a lasciare Mosca, e non avevo alcun desiderio di essere ripresa qui e mandata ad assaporare le gioie della Siberia.”

“Ma perché siete stata condannata a morte?”

“Ma guarda, non sa nulla!” esclamarono gli altri.

“Mio Dio, sono appena tornata da Londra e Parigi, come dovrei sapere qualcosa! Ma essere stata condannata a morte! Deve essere stato divertente.”

“Molto divertente”, disse Annouchka gelidamente. “E se avete un fratello che amate, Onoto, pensate quanto deve essere più divertente vederlo fucilare davanti a voi.”

“Oh, cara, perdonami!”

“Affinché sappiate e non diate alcun dolore alla vostra Annouchka in futuro, vi racconterò, madame, cosa è successo alla nostra cara amica”, disse il principe Galitch.

“Faremmo meglio a scacciare ricordi così terribili”, azzardò Gounsovski, sollevando le ciglia dietro i suoi occhiali, ma chinò la testa quando Annouchka gli lanciò uno sguardo fiammeggiante.

“Parlate, Galitch.”

Il principe fece come gli era stato chiesto.

“Annouchka aveva un fratello, Vlassof, ingegnere sulla linea di Kasan, a cui il Comitato di Sciopero aveva ordinato di far uscire un treno come unico mezzo di fuga per i capi delle truppe rivoluzionarie quando i soldati di Trebassof, aiutati dal reggimento Semenowsky, erano diventati padroni della città. L’ultima resistenza ebbe luogo alla stazione. Era necessario partire. Tutte le vie erano presidiate dai militari. C’erano soldati ovunque! Vlassof disse ai suoi compagni: ‘Vi salverò’; e i suoi compagni lo videro salire sulla locomotiva con una donna. Quella donna era… beh, eccola seduta lì. Il fuochista di Vlassof era stato ucciso la sera prima, su una barricata; fu Annouchka a prendere il suo posto. Si diedero da fare e il treno partì come un colpo di fucile. Su quella linea curva, scoperta all’istante, facile da attaccare, sotto una pioggia di proiettili, Vlassof raggiunse una velocità di novanta verste all’ora. Spinse l’indicatore fino al punto di esplosione. La signora laggiù continuava ad alimentare il carbone nel forno. Il pericolo divenne minore da parte dei militari e maggiore per un’esplosione in qualsiasi momento. In mezzo alle pallottole Vlassof mantenne la sua solita calma. Sfrecciò non solo con il focolaio aperto ma con il tiraggio forzato. Fu un miracolo che la locomotiva non venisse fracassata contro la curva dell’argine. Ma passarono. Nessuno fu ferito. Solo una donna fu colpita. Ricevette una pallottola nel petto.”

“Ecco!” gridò Annouchka.

Con un gesto magnifico spalancò il suo petto bianco e ansimante, e pose il dito su una cicatrice che Gounsovski, il cui grasso iniziava a sciogliersi in pesanti gocce di sudore attorno alle tempie, non osò guardare.

“Quindici giorni dopo”, continuò il principe, “Vlassof entrò in una locanda a Lubetszy. Non sapeva che fosse piena di soldati. Il suo volto non mutò mai. Lo perquisirono. Gli trovarono addosso un revolver e dei documenti. Sapevano con chi avevano a che fare. Era un buon bottino. Vlassof fu portato a Mosca e condannato alla fucilazione. Sua sorella, ferita com’era, seppe del suo arresto e lo raggiunse. ‘Non voglio’, gli disse, ‘lasciarti morire solo’. Anche lei fu condannata. Prima dell’esecuzione i soldati offrirono di bendar loro gli occhi, ma entrambi rifiutarono, dicendo che preferivano affrontare la morte faccia a faccia. Gli ordini erano di fucilare prima tutti gli altri rivoluzionari condannati, poi Vlassof, poi sua sorella. Fu invano che Vlassof chiese di morire per ultimo. I loro compagni di esecuzione caddero in ginocchio, sanguinando dalle ferite mortali. Vlassof abbracciò sua sorella e camminò verso il luogo della morte. Lì si rivolse ai soldati: ‘Ora dovete compiere il vostro dovere secondo il giuramento che avete fatto. Adempitelo onestamente come io ho adempiuto al mio. Capitano, date l’ordine’. La salva risuonò. Vlassof rimase eretto, le braccia incrociate sul petto, sano e salvo. Nessuna pallottola lo aveva toccato. I soldati non volevano sparare su di lui. Dovette sollecitarli di nuovo ad adempiere al loro dovere e a obbedire al loro capo. Allora spararono di nuovo, ed egli cadde. Guardò sua sorella con gli occhi pieni di orribile sofferenza. Vedendo che viveva, e volendo apparire caritatevole, il capitano, alle preghiere di Annouchka, si avvicinò e troncò le sue sofferenze sparando un colpo di revolver nel suo orecchio. Ora era il turno di Annouchka. Si inginocchiò accanto al corpo di suo fratello, baciò le sue labbra sanguinanti, si alzò e disse: ‘Sono pronta’. Mentre i fucili venivano alzati, un ufficiale arrivò correndo, portando la grazia dello Zar. Lei non la volle, e lei che non avevano legato quando doveva morire dovette essere trattenuta quando seppe che doveva vivere.”

Il principe Galitch, nel silenzio angosciato di tutti i presenti, iniziò ad aggiungere alcune parole di commento al suo sinistro racconto, ma Annouchka interruppe:

“La storia è finita”, disse lei. “Non una parola, principe. Se vi ho chiesto di raccontarla in tutto il suo orrore, se ho voluto che ci riportaste l’atroce momento della morte di mio fratello, è affinché monsieur” (le sue dita indicarono Gounsovski) “sappia bene, una volta per tutte, che se ho tollerato per qualche ora questa compagnia promiscua che mi è stata imposta, ora che ho pagato il debito accettando questa cena abominevole, non ho più nulla a che fare con questo fornitore di bordelli e di corde da boia che si trova qui.”

“È pazza”, mormorò lui. “È pazza. Cosa le è preso? Cosa è successo? Solo oggi era così, così amabile.”

E balbettava, desolato, con una risata imbarazzata:

“Ah, le donne, le donne! Ora cosa le ho fatto?”

“Cosa mi avete fatto, miserabile? Dove sono Belachof, Bartowsky e Strassof? E Pierre Slutch? Tutti i compagni che giurarono con me di vendicare mio fratello? Dove sono? Su quale forca li avete fatti impiccare? In quale miniera li avete sepolti? E ancora continuate il vostro compito servile. E i miei amici, gli altri miei amici, i poveri compagni della mia vita d’artista, gli innocui giovani che non hanno commesso altro crimine che venire a trovarmi troppo spesso quando ero allegra, e che credevano di poter parlare liberamente nel mio camerino, dove sono? Perché mi hanno lasciata, uno a uno? Perché sono scomparsi? Siete voi, miserabile, che li avete sorvegliati, che li avete spiati, rendendomi, non ne ho alcun dubbio, vostra orribile complice, immischiandomi nel vostro lavoro bestiale, cane! Sapevate come mi chiamano. Lo sapete da molto tempo, e potete ben riderne. Ma io, non l’ho mai saputo fino a stasera; non ho mai imparato fino a stasera tutto ciò che vi devo. ‘Spia! Infame!’ Io! Orrore! Ah, cane, cane! Vostra madre, quando siete venuto al mondo, vostra madre…” Qui gli scagliò contro l’insulto più offensivo che un russo possa offrire a un uomo di quella razza.

Tremava e singhiozzava di rabbia, sputava per la furia, e si alzò pronta ad andarsene, avvolta nel suo mantello come una grande bandiera rossa. Era la statua dell’odio e della vendetta. Era orribile e terribile. Era bellissima. All’insulto finale supremo, Gounsovski trasalì e balzò in piedi come se avesse ricevuto un colpo vero e proprio in faccia. Non guardò Annouchka, ma fissò gli occhi sul principe Galitch. Il suo dito lo indicò:

“Ecco l’uomo”, sibilò, “che vi ha raccontato tutte queste belle cose.”

“Sì, sono io”, disse il principe, con tranquillità.

“Caracho!” abbaiò Gounsovski, riacquistando istantaneamente la sua freddezza.

“Ah, sì, ma non lo toccherete”, esclamò la ragazza focosa della Terra Nera; “non siete abbastanza forte per questo.”

“So che monsieur ha molti amici a corte”, convenne il capo della polizia segreta con una calma sinistra. “Non voglio del male a monsieur. Voi parlate, madame, del modo in cui alcuni dei vostri amici sono dovuti essere sacrificati. Spero che un giorno sarete meglio informata, e che capirete che li ho salvati tutti quelli che potevo.”

“Andiamocene”, mormorò Annouchka. “Gli sputerò in faccia.”

“Sì, tutti quelli che potevo”, rispose l’altro, con il suo gesto abituale di aggrapparsi agli occhiali. “E continuerò a farlo. Vi prometto di non dire nulla di più spiacevole al principe di quanto riguardi la sua piccola amica, la boema Katharina, che ha trattato così generosamente proprio ora, senza dubbio perché Boris Mourazoff la paga troppo poco per le commissioni che sbriga ogni mattina alla villa di Krestowsky Ostrow.”

A queste parole il principe e Annouchka cambiarono entrambi espressione. La loro rabbia crebbe. Annouchka voltò la testa come per sistemare i lembi del suo mantello. Galitch si accontentò di scrollare le spalle con impazienza e mormorare:

“Ancora qualche altra abominazione che state architettando, monsieur, e a cui non sappiamo come rispondere.”

Dopodiché si inchinò ai convitati, prese il braccio di Annouchka e la fece muovere davanti a sé. Gounsovski si inchinò, quasi piegato in due. Quando si rialzò, vide davanti a sé le tre figure sbalordite e inorridite di Thaddeus Tchitchnikoff, Ivan Petrovitch e Athanase Georgevitch.

“Messieurs”, disse loro, con una voce incolore che non sembrava appartenergli, “è giunto il momento di separarci. Non c’è bisogno che dica che abbiamo cenato come amici e che, se lo desiderate, possiamo dimenticare tutto ciò che è stato detto qui.”

Gli altri tre, spaventati, protestarono subito la loro discrezione. Egli aggiunse, bruscamente questa volta, “Servizio dello Zar”, e i tre balbettarono, “Dio salvi lo Zar!” Dopodiché li accompagnò alla porta. Quando la porta si fu chiusa dietro di loro, disse: “Mia piccola Annouchka, non dovete fare i conti senza di me.” Si affrettò verso il divano, dove Rouletabille giaceva dimenticato, e gli diede un colpetto sulla spalla.

“Su, alzati. Non fare come se dormissi. Non c’è un istante da perdere. Stanno per portare a termine l’affare Trebassof stasera.”

Rouletabille era già in piedi.

“Oh, monsieur”, disse, “non volevo che me lo dicesse. Grazie lo stesso, e buona sera.”

Uscì.

Gounsovski suonò il campanello. Apparve un servitore.

“Dite loro che ora possono aprire tutte le stanze di questo corridoio; non li tratterrò più.” Così Gounsovski si era tenuto al sicuro.

Rimasto solo, il capo della polizia segreta si asciugò la fronte e bevve un gran bicchiere di acqua ghiacciata che svuotò d’un fiato. Poi disse:

“Koupriane avrà il suo bel da fare stasera; gli auguro buona fortuna. Quanto a loro, qualunque cosa accada, me ne lavo le mani.”

E si strofinò le mani.

X. UN DRAMMA NELLA NOTTE

Alla porta del Krestowsky Rouletabille, che aveva fretta di trovare un mezzo di trasporto, saltò in una carrozza aperta dove la bella Onoto era già seduta. La ballerina lo afferrò sulle sue ginocchia.

“A Eliaguine, il più velocemente possibile”, gridò il reporter per tutta spiegazione.

“Scan! Scan! (Presto, presto)” ripeté Onoto.

Era accompagnata da una vaga sorta di persona a cui nessuno dei due prestò la minima attenzione.

“Che cena! Ti sei svegliato alla fine, eh?” scherzò l’attrice. Ma Rouletabille, in piedi dietro l’enorme cocchiere, spronò i cavalli e diresse il percorso della carrozza. Volarono lungo la notte a un ritmo vertiginoso. All’angolo di un ponte ordinò di fermare i cavalli, ringraziò i suoi compagni e scomparve.

“Che paese! Che paese! Caramba!” disse l’artista spagnola.

La carrozza attese alcuni minuti, poi tornò verso la città.

Rouletabille scese dall’argine e lentamente, prendendo infinite precauzioni per non rivelare la sua presenza facendo il minimo rumore, si fece strada dove il fiume è più largo. Visto attraverso l’oscurità della notte, la massa più nera della villa Trebassof si stagliava come un’enorme macchia, lui si fermò. Poi scivolò come un serpente tra i canneti, l’erba, le felci. Era sul retro della villa, vicino al fiume, non lontano dal piccolo sentiero dove aveva scoperto il passaggio dell’assassino, grazie alle ragnatele spezzate. In quel momento sorse la luna e le betulle, che poco prima erano state come grandi bastoni neri, ora divennero candele bianche che sembravano illuminare quella solitudine sinistra.

Il reporter volle approfittare subito della subitanea luminosità per scoprire se i suoi movimenti fossero stati notati e se gli accessi alla villa da quel lato fossero sorvegliati. Raccolse un piccolo sasso e lo gettò a una certa distanza da lui lungo il sentiero. Al rumore inaspettato tre o quattro teste d’ombra si delinearono improvvisamente nella luce bianca della luna, ma scomparvero subito, perse di nuovo nei ciuffi scuri d’erba.

Aveva ottenuto le sue informazioni.

L’orecchio acuto del reporter colse uno scivolare nella sua direzione, un leggero fruscio di ramoscelli; poi tutt’a un tratto un’ombra crebbe al suo fianco e sentì il freddo della canna di un revolver sulla tempia. Disse “Koupriane”, e subito una mano afferrò la sua e la strinse.

La notte era tornata nera. Mormorò: “Com’è che siete qui di persona?”

Il prefetto di polizia sussurrò al suo orecchio:

“Sono stato informato che succederà qualcosa stasera. Natacha è andata a Krestowsky e ha scambiato alcune parole con Annouchka lì. Il principe Galitch è coinvolto, ed è un affare di Stato.”

“Natacha è tornata?” chiese Rouletabille.

“Sì, molto tempo fa. Dovrebbe essere a letto. In ogni caso sta facendo finta di essere a letto. La luce della sua camera, nella finestra sopra il giardino, è stata spenta.”

“Avete avvertito Matrena Petrovna?”

“Sì, le ho fatto sapere che deve stare in guardia stasera.”

“È un errore. Non avrei dovuto dirle nulla. Prenderà precauzioni così straordinarie che gli altri saranno avvertiti all’istante.”

“Le ho detto che non deve andare affatto al piano terra stasera, e che non deve lasciare la camera del generale.”

“È perfetto, se vi obbedirà.”

“Vedete, ho fatto tesoro di tutte le vostre informazioni. Ho seguito le vostre istruzioni. La strada che viene da Krestowsky è sotto sorveglianza.”

“Forse troppo. Come avete in mente di agire?”

“Li lasceremo entrare. Non so con chi ho a che fare. Voglio colpire un colpo sicuro. Lo prenderò sul fatto. Nessun dubbio dopo questo, contate su di me.”

“Addio.”

“Dove andate?”

“A letto. Ho pagato il mio debito verso il mio ospite. Ho diritto a un po’ di riposo ora. Buona fortuna!”

Ma Koupriane gli aveva afferrato la mano.

“Ascoltate.”

Con un po’ di attenzione rilevarono un leggero colpo sull’acqua. Se una barca si stava muovendo in quest’ora verso questa riva della Neva e desiderava rimanere nascosta, il momento giusto era certamente stato scelto. Una grande nuvola nera coprì la luna; il vento era leggero. La barca avrebbe avuto il tempo di passare da una riva all’altra senza essere scoperta. Rouletabille non attese oltre. A quattro zampe corse come una bestia, rapidamente e silenziosamente, e si alzò dietro il muro della villa, dove fece una curva, raggiunse il cancello, svegliò i portinai e chiese di Ermolai, che gli aprì il cancello.

“La Barinia?” disse.

Ermolai indicò col dito il piano delle camere da letto.

“Caracho!”

Rouletabille aveva già attraversato il giardino e si era issato con le dita fino alla finestra della camera di Natacha, dove rimase ad ascoltare. Sentiva distintamente Natacha camminare nella camera buia. Ricadde leggermente sui piedi, salì i gradini della veranda e aprì la porta, richiudendola poi così piano che Ermolai, che lo osservava dall’esterno a meno di due piedi di distanza, non udì il minimo cigolio dei cardini. All’interno della villa, Rouletabille avanzò in punta di piedi. Trovò la porta del salotto aperta. La porta del soggiorno non era stata chiusa, o forse era stata riaperta. Tornò sui suoi passi, tastò al buio in cerca di una sedia e si sedette, con la mano sul revolver in tasca, in attesa di eventi che ormai non avrebbero tardato. Di sopra, sentiva distintamente di tanto in tanto i movimenti di Matrena Petrovna. E questo avrebbe evidentemente dato un senso di sicurezza a coloro che avevano bisogno di avere il piano terra libero quella notte. Rouletabille immaginò che le porte delle stanze al piano terra fossero state lasciate aperte affinché fosse più facile per chi si trovava di sotto sentire cosa succedesse di sopra. E forse non si sbagliava.

Improvvisamente apparve una striscia verticale di luce pallida dal soggiorno che dava sulla Neva. Dedusse due cose: primo, che la finestra era già leggermente aperta, e poi che la luna era uscita di nuovo dalle nuvole. La striscia di luce morì quasi istantaneamente, ma gli occhi di Rouletabille, ormai abituati all’oscurità, distinguevano ancora la linea aperta della finestra. Lì l’ombra era meno profonda. Improvvisamente sentì il sangue pulsargli alle tempie, poiché la linea della finestra aperta si allargò, aumentò, e l’ombra di un uomo si sollevò gradualmente sul balcone. Rouletabille estrasse il revolver.

L’uomo si alzò immediatamente dietro una delle imposte e diede un leggero colpo sul vetro. Messo com’era ora, non poteva più essere visto. La sua ombra si mescolava all’ombra dell’imposta. Al rumore sul vetro, la porta di Natacha si era aperta con cautela ed ella era entrata nel soggiorno. In punta di piedi andò rapidamente alla finestra e la aprì. L’uomo entrò. La poca luce che ormai cominciava ad albeggiare fu sufficiente a mostrare a Rouletabille che Natacha indossava ancora la toilette in cui l’aveva vista quella stessa sera a Krestowsky. Quanto all’uomo, cercò invano di identificarlo; era solo una massa scura avvolta in un mantello. Si sporse e baciò la mano di Natacha. Ella disse solo una parola: “Skoro!” (Presto).

Ma non aveva appena finito di dirlo che, sotto un vigore attacco, le imposte e le due metà della finestra furono spalancate, e ombre silenziose saltarono rapidamente sul balcone e si precipitarono nella villa. Natacha emise un grido acuto nel quale Rouletabille credette di udire ancora più disperazione che terrore, e le ombre si gettarono sull’uomo; ma lui, al primo allarme, si era gettato sul tappeto ed era scivolato via tra le loro gambe. Raggiunse il balcone e vi saltò giù mentre gli altri si voltavano verso di lui. Almeno, fu così che Rouletabille credette di vedere la misteriosa lotta svolgersi nella penombra, in mezzo a un silenzio quanto mai impressionante, dopo quel grido spaventato di Natacha. L’intera faccenda era durata solo pochi secondi, e l’uomo era ancora appeso al balcone, quando dal fondo dell’atrio balzò una nuova persona. Era Matrena Petrovna.

Avvertita da Koupriane che quella notte sarebbe successo qualcosa, e prevedendo che sarebbe accaduto al piano terra, dove le era proibito stare, non aveva trovato nulla di meglio da fare che mandare segretamente la sua fedele domestica al piano delle camere da letto, con l’ordine di camminare lì per tutta la notte, per far credere a tutti che lei stessa fosse vicina al generale, mentre lei restava di sotto, nascosta nella sala da pranzo.

Matrena Petrovna si gettò ora sul balcone, gridando in russo: “Sparate! Sparate!” Proprio in quel momento l’uomo esitava se rischiare il salto e forse rompersi l’osso del collo, o scendere meno rapidamente lungo la grondaia. Un poliziotto sparò e lo mancò, e l’uomo, dopo aver risposto al fuoco e aver ferito il poliziotto, scomparve. Era ancora troppo presto per l’alba perché potessero vedere chiaramente cosa succedeva di sotto, dove si udiva solo l’abbaiare delle Browning. E non poteva esserci nulla di più sinistro di quegli spari di revolver non accompagnati da grida nelle nebbie del mattino. L’uomo, prima di sparire, aveva avuto solo il tempo, con un rapido calcio, di buttare giù una delle due scale che erano state usate dalla polizia per salire; lungo l’altra, tutti i poliziotti in gruppo, compreso quello ferito, scivolarono, caddero, si rialzarono, correndo dietro l’ombra che fuggiva ancora, scaricando costantemente la Browning; altre ombre sorgevano dalla riva del fiume, fluttuando nella nebbia. Improvvisamente si udì la voce di Koupriane gridare ordini, chiamando i suoi agenti a prendere la preda viva o morta. Dal balcone gridava anche Matrena Petrovna, come una selvaggia, e Rouletabille cercò invano di farla tacere. Era in delirio al pensiero che “L’Altro” potesse ancora scappare. Sparò anche lei un colpo di revolver nel gruppo, non sapendo chi potesse colpire. Rouletabille l’afferrò per il braccio e, mentre lei si voltava verso di lui con rabbia, osservò Natacha che, sporgendosi fin quasi a cadere dal balcone, con le labbra tremanti per un delirante mormorio, seguiva come meglio poteva il progresso della lotta, cercando di capire cosa accadesse di sotto, sotto gli alberi, vicino alla Neva, dove il tumulto si era ormai esteso. Matrena Petrovna la tirò indietro per le braccia. Poi la prese per il collo e la gettò nel salotto come un mucchio. Quando ebbe quasi strangolato la figliastra, Matrena Petrovna vide che il generale era lì. Apparve nei pallidi bagliori dell’alba come uno spettro. Per quale miracolo Feodor Feodorovitch era riuscito a scendere le scale e ad arrivare fin lì? Come era potuto accadere? Lo vide tremare di rabbia o di miseria sotto le pieghe del mantello da soldato che fluttuava attorno a lui. Domandò con voce rauca: “Cos’è?”

Matrena Petrovna si gettò ai suoi piedi, fece il segno della Croce ortodossa, come se volesse chiamare Dio a testimone, e poi, indicando Natacha, denunciò sua figlia al marito come l’avrebbe indicata a un giudice.

“Quella che, Feodor Feodorovitch, ha voluto più di una volta assassinarti, e che questa notte ha aperto la datcha al tuo assassino, è tua figlia.”

Il generale si sostenne con le due mani contro il muro e, guardando Matrena e Natacha, che ora erano entrambe a terra davanti a lui come supplicanti, disse a Matrena:

“Sei tu che mi assassini.”

“Io! Dio vivente!” balbettò Matrena Petrovna disperatamente. “Se avessi potuto evitartelo, Gesù sarebbe stato buono! Ma non dico altro per non crocifiggerti. Feodor Feodorovitch, interroga tua figlia, e se quello che ho detto non è vero, uccidimi, uccidimi come una bestia bugiarda e malvagia. Ti dirò grazie, grazie, e morirò più felice che se quello che ho detto fosse vero. Ah, desidero morire! Uccidimi!”

Feodor Feodorovitch la respinse con il suo bastone come si respingerebbe un verme sul proprio cammino. Senza dire altro, lei si alzò dalle ginocchia e guardò con i suoi occhi scavati, con il suo volto sconvolto, Rouletabille, che le stringeva il braccio. Se avesse avuto ancora le mani libere, non avrebbe esitato un secondo a farsi giustizia da sola sotto questo amaro destino di alienare Feodor. E sembrò spaventoso a Rouletabille che egli dovesse assistere a uno di quei terribili drammi familiari il cui esito, nei tempi feroci di Pietro il Grande, avrebbe mandato il generale al boia come padre o come marito.

Il generale non degnò nemmeno di prendere in considerazione per molto tempo il delirio di Matrena. Disse a sua figlia, che tremava di singhiozzi sul pavimento: “Alzati, Natacha Feodorovna”. E la figlia di Feodor comprese che suo padre non avrebbe mai creduto alla sua colpevolezza. Si rialzò verso di lui e gli baciò le mani come una schiava felice.

In questo momento colpi ripetuti scossero la porta della veranda. Matrena, il cane da guardia, ansiosa di morire dopo il rimprovero di Feodor, ma ancora al suo posto, corse verso quello che credeva essere un nuovo pericolo. Ma riconobbe la voce di Koupriane, che la chiamava ad aprire. Lo fece entrare lei stessa.

“Cos’è?” implorò.

“Beh, è morto.”

Un grido gli rispose. Natacha aveva udito.

“Ma chi… chi… chi?” domandò Matrena senza fiato.

Koupriane andò verso Feodor e gli afferrò le mani.

“Generale,” disse, “c’era un uomo che aveva giurato la vostra rovina e che era diventato uno strumento dei vostri nemici. Abbiamo appena ucciso quell’uomo.”

“Lo conosco?” domandò Feodor.

“È uno dei vostri amici, lo avete trattato come un figlio.”

“Il suo nome?”

“Chiedetelo a vostra figlia, Generale.”

Feodor si voltò verso Natacha, che bruciava Koupriane con il suo sguardo, cercando di imparare cosa fosse questa notizia che portava: la verità o un inganno.

“Conosci l’uomo che voleva uccidermi, Natacha?”

“No,” rispose ella a suo padre, con accenti di perfetta furia. “No, non conosco alcun uomo del genere.”

“Mademoiselle,” disse Koupriane, con voce ferma, terribilmente ostile, “voi stessa, con le vostre mani, avete aperto quella finestra stanotte; e gliel’avete aperta molte altre volte oltre a questa. Mentre tutti gli altri qui fanno il loro dovere e vegliano affinché nessuna persona possa entrare di notte nella casa dove dorme il Generale Trebassof, governatore di Mosca, condannato a morte dal Comitato Rivoluzionario Centrale ora riunito a Presnia, ecco cosa fate voi; siete voi che introducete il nemico in questo luogo.”

“Rispondi, Natacha; dimmi, sì o no, se hai fatto entrare qualcuno in questa casa di notte.”

“Padre, è vero.”

Feodor ruggì come un leone:

“Il suo nome!”

“Monsieur ve lo dirà lui stesso,” disse Natacha, con una voce resa spessa dal terrore, e indicò Koupriane. “Perché non vi dice lui stesso il nome di quella persona? Deve saperlo, se l’uomo è morto.”

“E se l’uomo non fosse morto,” replicò Feodor, che visibilmente si tratteneva, “se quell’uomo, che avete aiutato a entrare in casa mia stanotte, fosse riuscito a scappare, come sembrate sperare, ci direte il suo nome?”

“Non potrei dirlo, Padre.”

“E se vi pregassi di farlo?”

Natacha scosse disperatamente la testa.

“E se ve lo ordinassi?”

“Potete uccidermi, Padre, ma non pronuncerò quel nome.”

“Sciagurata!”

Alzò il bastone verso di lei. Così Ivan il Terribile aveva ucciso suo figlio con un colpo del suo spiedo da caccia.

Ma Natacha, invece di chinare la testa sotto il colpo che la minacciava, si voltò verso Koupriane e gli scagliò contro, con accenti di trionfo:

“Non è morto. Se foste riusciti a prenderlo, morto o vivo, avreste già il suo nome.”

Koupriane fece due passi verso di lei, le mise la mano sulla spalla e disse:

“Michael Nikolaievitch.”

“Michael Korsakoff!” gridò il generale.

Matrena Petrovna, come se fosse rivoltata da quel suggerimento, si drizzò per ripetere:

“Michael Korsakoff!”

Il generale non poteva credere alle proprie orecchie, e stava per protestare quando notò che sua figlia si era voltata ed era intenta a fuggire verso la sua stanza. La fermò con un gesto terribile.

“Natacha, ci dirai cosa è venuto a fare qui Michael Korsakoff stanotte.”

“Feodor Feodorovitch, è venuto per avvelenarvi.”

Fu Matrena a parlare ora e che nulla avrebbe potuto far tacere, poiché vedeva nel tentativo di fuga di Natacha la confessione più sinistra. Come una furia vendicatrice raccontò tra grida e gesti terribili ciò che aveva vissuto, come se ancora una volta si stendesse davanti a lei la mano armata di veleno, la misteriosa mano sopra il cuscino del suo povero invalido, il suo caro, rigoroso tiranno; raccontò della notte precedente e di tutti i suoi terrori, e dalle sue labbra, con la sua volubile espressione staccata, quel sinistro racconto ebbe un’enfasi grottesca. Infine raccontò tutto ciò che aveva fatto, lei e il piccolo francese, per non tradire i propri sospetti a L’Altro, per tendere finalmente la loro trappola a tutti coloro che per tanti giorni e notti complottavano per la morte di Feodor Feodorovitch. Mentre finiva, indicò Rouletabille a Feodor e gridò: “È lui quello che vi ha salvato.”

Natacha, mentre ascoltava quel tragico racconto, si trattenne più volte per non interrompere, e Rouletabille, che la osservava attentamente, vide che doveva compiere sforzi quasi sovrumani per riuscirci. Tutto l’orrore di quella che sembrava essere per lei, così come per Feodor, una rivelazione del crimine di Michael, non la abbatté, ma sembrò, al contrario, restituirle con piena forza tutta la vita che pochi secondi prima le era sfuggita. Matrena aveva appena finito di gridare “È lui quello che vi ha salvato,” che Natacha gridò a sua volta, affrontando il reporter con uno sguardo pieno del più spaventoso odio: “È lui quello che è stato la morte di un uomo innocente!” Si rivolse al padre. “Ah, papà, lasciatemi, lasciatemi dire che Michael Nikolaievitch, che è venuto qui questa sera, lo ammetto, e che, è vero, ho fatto entrare in casa, che Michael Nikolaievitch non è venuto ieri, e che l’uomo che ha cercato di avvelenarvi è certamente qualcun altro.”

A queste parole Rouletabille impallidì, ma non si lasciò perdere il controllo. Rispose semplicemente:

“No, mademoiselle, era lo stesso uomo.”

E Koupriane si sentì in dovere di aggiungere:

“Comunque, abbiamo trovato la prova delle relazioni di Michael Nikolaievitch con i rivoluzionari.”

“Dove l’avete trovata?” domandò la giovane, volgendo verso il Capo della Polizia un volto rapito dall’angoscia.

“A Krestowsky, mademoiselle.”

Ella lo guardò a lungo come se volesse penetrare fino in fondo ai suoi pensieri.

“Quali prove?” implorò.

“Una corrispondenza che abbiamo messo sotto sigillo.”

“Era indirizzata a lui? Che tipo di corrispondenza?”

“Se vi interessa, la apriremo davanti a voi.”

“Mio Dio! Mio Dio!” ansimò. “Dove avete trovato questa corrispondenza? Dove? Ditemi dove!”

“Ve lo dirò. Alla villa, nella sua camera. Abbiamo forzato la serratura del suo scrittoio.”

Sembrò riprendere fiato, ma suo padre la prese brutalmente per il braccio.

“Vieni, Natacha, ci dirai cosa stava facendo quell’uomo qui stanotte.”

“Nella sua camera!” gridò Matrena Petrovna.

Natacha si voltò verso Matrena:

“Cosa credete, dunque? Ditemelo ora.”

“E io, cosa dovrei credere?” mormorò Feodor. “Non me l’hai ancora detto. Non sapevi che quell’uomo aveva relazioni con i miei nemici. Sei innocente di ciò, forse. Voglio crederlo. Lo voglio, in nome del Cielo lo voglio. Ma perché lo hai ricevuto? Perché? Perché lo hai fatto entrare qui, come un ladro o come un...”

“Oh, papà, sapete che amo Boris, che lo amo con tutto il mio cuore, e che non appartengo a nessun altro se non a lui.”

“Allora, allora, allora… parla!”

La giovane aveva raggiunto la crisi.

“Ah, Padre, Padre, non interrogarmi! Tu, soprattutto tu, non interrogarmi ora. Non posso dire nulla! Non c’è nulla che io possa dirti. Eccetto che sono sicura… sicura, capisci… che Michael Nikolaievitch non è venuto qui la notte scorsa.”

“È venuto,” insistette Rouletabille con voce leggermente turbata.

“È venuto qui con il veleno. È venuto qui per avvelenare vostro padre, Natacha,” gemette Matrena Petrovna, che intrecciava le mani in gesti di sincera e ingenua tragedia.

“E io,” replicò la figlia di Feodor ardentemente, con un accento di convinzione che fece vibrare tutti i presenti, e in particolare Rouletabille, “e io, vi dico che non era lui, che non era lui, che non poteva assolutamente essere lui. Vi giuro che era un altro, un altro.”

“Ma allora, quest’altro, lo avete fatto entrare pure lui?” disse Koupriane.

“Ah, sì, sì. Sono stata io. Sono stata io. Sono stata io a lasciare la finestra e le persiane aperte. Sì, sono io che ho fatto questo. Ma non aspettavo l’altro, l’altro che è venuto ad assassinare. Quanto a Michael Nikolaievitch, vi giuro, mio padre, su tutto ciò che c’è di più sacro in cielo e in terra, che non avrebbe potuto commettere il crimine che dite. E ora… uccidetemi, perché non ho nient’altro da dire.”

“Il veleno,” replicò Koupriane freddamente, “il veleno che ha versato nella pozione del generale era quell’arseniato di soda che si trovava sull’uva che il Maresciallo di Corte ha portato qui. Quell’uva era stata lasciata dal Maresciallo, che aveva avvertito Michael Nikolaievitch e Boris Alexandrovitch di lavarla. L’uva è scomparsa. Se Michael è innocente, accusate Boris?”

Natacha, che sembrava aver perso improvvisamente ogni potere di difesa, gemette, supplicò, inveì, sembrava morire.

“No, no. Non accusate Boris. Lui non c’entra nulla. Non accusate Michael. Non accusate nessuno finché non sapete. Ma questi due sono innocenti. Credetemi. Credetemi. Ah, come devo dirlo, come devo persuadervi! Non sono capace di dirvi nulla. E avete ucciso Michael. Ah, cosa avete fatto, cosa avete fatto!”

“Abbiamo soppresso un uomo,” disse la voce gelida di Koupriane, “che era semplicemente l’agente per le vili azioni del Nichilismo.”

Ella riuscì a recuperare una nuova energia che, nel profondo della sua disperazione, avrebbero supposto impossibile. Scosse i pugni contro Koupriane:

“Non è vero, non è vero. Sono calunnie, infamie! Le invenzioni della polizia! Carte architettate per incriminarlo. Non c’è nulla di tutto ciò che avete detto di aver trovato a casa sua. Non è possibile. Non è vero.”

“Dove sono queste carte?” domandò la voce secca di Feodor. “Portatele qui subito, Koupriane; voglio vederle.”

Koupriane fu leggermente turbato, e ciò non sfuggì a Natacha, che gridò:

“Sì, sì, che ce le dia, che le porti se le ha. Ma non le ha,” esclamò con una gioia selvaggia. “Non ha nulla. Vedete, papà, che non ha nulla. Le avrebbe già tirate fuori. Non ha nulla. Vi dico che non ha nulla. Ah, non ha nulla! Non ha nulla!”

E si gettò sul pavimento, piangendo, singhiozzando, “Non ha nulla, non ha nulla!” Sembrava piangere di gioia.

“È vero?” domandò Feodor Feodorovitch, con il suo modo più cupo. “È vero, Koupriane, che non avete nulla?”

“È vero, Generale, che non abbiamo trovato nulla. Era già stato tutto portato via.”

Ma Natacha emise un vero torrente di allegria:

“Non ha trovato nulla! Eppure lo accusa di essere alleato con i rivoluzionari. Perché? Perché? Perché l’ho fatto entrare? Ma io, sono forse una rivoluzionaria? Ditemelo. Ho giurato di uccidere papà? Io? Io? Ah, non sa cosa dire. Vedete voi stesso, papà, è in silenzio. Ha mentito. Ha mentito.”

“Perché avete fatto questa falsa dichiarazione, Koupriane?”

“Oh, sospettavamo di Michael da tempo, e davvero, dopo quello che è appena successo, non possiamo avere alcun dubbio.”

“Sì, ma avete dichiarato di avere delle carte, e non ne avete. È una procedura abominabile, Koupriane,” replicò Feodor severamente. “Vi ho sentito condannare tali espedienti molte volte.”

“Generale! Siamo sicuri, sentite, siamo assolutamente sicuri che l’uomo che ha cercato di avvelenarvi ieri e l’uomo di oggi che è morto sono la stessa persona.”

“E che ragione avete per essere così sicuri? È necessario dirlo,” insistette il generale, che tremava di angoscia e impazienza.

“Sì, che lo dica ora.”

“Chiedetelo a monsieur,” disse Koupriane.

Tutti si voltarono verso Rouletabille.

Il reporter rispose, ostentando una calma che forse non sentiva del tutto:

“Sono in grado di dichiararvi, come ho già fatto davanti al signor Prefetto di Polizia, che una, e una sola, persona ha lasciato le tracce delle sue varie scalate sul muro e sul balcone.”

«Idiota!» interruppe Natacha, con un appassionato disprezzo per il giovane. «E questo ti soddisfa?»

Il generale afferrò bruscamente il polso del reporter:

«Ascoltatemi, monsieur. Un uomo è venuto qui stanotte. Questo riguarda soltanto me. Nessuno ha il diritto di stupirsi, eccetto me stesso. Ne faccio una faccenda mia, una questione tra mia figlia e me. Ma voi, voi ci avete appena detto di essere certo che quell'uomo sia un assassino. Allora, vedete, ciò richiede qualcos'altro. Sono necessarie le prove, e io voglio le prove immediatamente. Parlate di tracce; ebbene, andremo a esaminare quelle tracce insieme. E spero, per il vostro bene, monsieur, che ne rimarrò convinto quanto voi.»

Rouletabille si liberò tranquillamente il polso e rispose con perfetta calma:

«Ora, monsieur, non sono più in grado di provarvi nulla.»

«Perché?»

«Perché le scale degli agenti di polizia hanno cancellato tutte le mie prove, monsieur.»

«Dunque ora non ci rimane che la vostra parola, che la vostra fede in voi stesso. E se vi sbagliaste?»

«Non lo ammetterebbe mai, papà», gridò Natacha. «Ah, è lui che merita la sorte che ha appena incontrato Michael Nikolaievitch. Non è così? Non lo sapete? E questo sarà il vostro eterno rimorso! Non c'è qualcosa che vi impedisce sempre di ammettere che vi state sbagliando? Avete fatto uccidere un innocente. Ora, lo sapete bene, sapete bene che non avrei fatto entrare Michael Nikolaievitch qui se avessi creduto che fosse capace di voler avvelenare mio padre.»

«Mademoiselle», rispose Rouletabille, senza abbassare lo sguardo sotto quello fulminante di Natacha, «ne sono certo.»

Lo disse con un tono tale che Natacha continuò a fissarlo con un'angoscia incomprensibile negli occhi. Ah, lo sconcerto di quegli sguardi, la scena muta tra quei due giovani, di cui uno desiderava farsi comprendere e l'altra temeva sopra ogni cosa di essere compresa fino in fondo. Natacha mormorò:

«Come mi guarda! Vedete, lui è il demone; sì, sì, il piccolo domovoi, il piccolo domovoi. Ma attento, poveretto; non sai cosa hai fatto.»

Si voltò bruscamente verso Koupriane:

«Dov'è il corpo di Michael Nikolaievitch?» disse. «Voglio vederlo. Devo vederlo.»

Feodor Feodorovitch era caduto, come addormentato, su una sedia. Matrena Petrovna non osava avvicinarsi a lui. Il gigante appariva ferito a morte, avvilito per sempre. Ciò che né le bombe, né i proiettili, né il veleno avevano potuto fare, la sola idea della collaborazione di sua figlia nell'opera di orrore ordita contro di lui – o piuttosto l'impossibilità in cui si trovava di comprendere l'atteggiamento di Natacha, la sua condotta misteriosa, il caos delle sue spiegazioni, le sue grida insensate, le sue proteste di innocenza, le sue accuse, le sue minacce, le sue preghiere e tutto il suo disordine, il fatto confessato della sua partecipazione a quella tragica avventura notturna in cui Michael Nikolaievitch aveva trovato la morte, avevano abbattuto Feodor Feodorovitch come un fuscello. Per un istante cercò rifugio in una vaga speranza che Koupriane fosse meno sicuro di quanto pretendesse della colpevolezza dell'aiutante. Ma quello, dopo tutto, era solo un dettaglio senza importanza ai suoi occhi. Ciò che contava era solo il significato dell'atto di Natacha, e l'infelice ragazza sembrava non preoccuparsi di ciò che lui potesse pensarne. Era lì per combattere contro Koupriane, Rouletabille e Matrena Petrovna, difendendo il suo Michael Nikolaievitch, mentre lui, il padre, dopo aver fallito nel sopraffarla poco prima, era lì in un angolo a soffrire agonizzante.

Koupriane si avvicinò a lui e disse:

«Ascoltatemi bene, Feodor Feodorovitch. Colui che vi parla è Capo della Polizia per volontà dello Zar, e vostro amico per grazia di Dio. Se non chiedete davanti a noi, che siamo al corrente di tutto ciò che è accaduto e che sappiamo come mantenere ogni segreto necessario, se non chiedete a vostra figlia la ragione della sua condotta con Michael Nikolaievitch, e se lei non vi dice in tutta sincerità, non c'è più nulla che io possa fare qui. I miei uomini sono già stati fatti allontanare da questa casa in quanto indegni di sorvegliare il più leale suddito di Sua Maestà; non ho protestato, ma ora io, a mia volta, vi chiedo di provarmi che il più pericoloso nemico che abbiate avuto in casa non sia vostra figlia.»

Queste parole, che riassumevano l'orribile situazione, furono un sollievo per Feodor. Sì, dovevano sapere. Koupriane aveva ragione. Lei doveva parlare. Ordinò a sua figlia di raccontare tutto, tutto.

Natacha fissò di nuovo Koupriane con il suo sguardo di odio mortale, si voltò da lui e ripeté con voce ferma:

«Non ho nulla da dire.»

«Ecco la complice dei vostri assassini», ringhiò allora Koupriane, con il braccio teso.

Natacha lanciò un grido come una bestia ferita e cadde ai piedi del padre. Li raccolse tra le sue braccia supplicanti. Li strinse al petto. Singhiozzò dal profondo del cuore. E lui, non comprendendo, la lasciò giacere lì, distante, ostile, cupo. Poi lei gemette, distrattamente, e pianse amaramente, e l'atmosfera drammatica in cui avvolse così improvvisamente Feodor fece sembrare tutto come quelle grida di un tempo lontano, quando il padre onnipotente e punitore appariva negli appartamenti delle donne per castigare le colpevoli.

«Mio padre! Caro padre! Guardami! Guardami! Abbi pietà di me e non chiedermi di parlare quando devo tacere per sempre. E credimi! Non credere a questi uomini! Non credere a Matrena Petrovna. E non sono forse tua figlia? La tua vera figlia! La tua Natacha Feodorovna! Non posso renderti le cose chiare. No, no, per la Santa Vergine Madre di Gesù non posso spiegare. Per le sante icone, è perché non devo. Per mia madre, che non ho conosciuto e di cui hai preso il posto, oh, padre mio, non chiedermi altro! Non chiedermi altro! Ma stringimi tra le tue braccia come facevi quando ero piccola; abbracciami, caro padre; amami. Non ho mai avuto così tanto bisogno di essere amata. Amami! Sono infelice. Infelice me, che non posso nemmeno uccidermi davanti ai tuoi occhi per provare la mia innocenza e il mio amore. Papà, papà! A cosa serviranno le tue braccia nei giorni che ti restano da vivere, se non vuoi più stringermi al tuo cuore? Papà! Papà!»

Appoggiò la testa sulle ginocchia di Feodor. I capelli le erano scesi e le ricadevano intorno in una magnifica massa disordinata di nero.

«Guardami negli occhi! Guardami negli occhi! Guarda come ti amano, Batouchka! Batouchka! Il mio caro Batouchka!»

Allora Feodor pianse. Le sue grandi lacrime caddero su quelle di Natacha. Le sollevò la testa e chiese semplicemente, con voce rotta:

«Non puoi dirmi nulla ora? Ma quando me lo dirai?»

Natacha sollevò gli occhi verso i suoi, poi il suo sguardo andò oltre lui verso il cielo, e dalle sue labbra uscì solo una parola, in un singhiozzo:

«Mai.»

Matrena Petrovna, Koupriane e il reporter rabbrividirono davanti a quella cosa alta e terribile che accadde allora. Feodor aveva preso il volto di sua figlia tra le mani. Guardò a lungo quegli occhi rivolti al cielo, la bocca che aveva appena pronunciato la parola «Mai», poi, lentamente, le sue labbra rude si posarono su quelle torturate e frementi della ragazza. La strinse a sé. Lei sollevò la testa selvaggiamente, trionfante, e gridò, con il braccio teso verso Matrena Petrovna:

«Lui mi crede! Lui mi crede! E anche tu mi avresti creduto se fossi stata la mia vera madre.»

La testa le ricadde indietro e svenne sul pavimento. Feodor cadde in ginocchio, accudendola, deplorandola, facendo segno agli altri di uscire dalla stanza.

«Andatevene! Tutti voi, andatevene! Tutti! Anche tu, Matrena Petrovna. Andatevene!»

Scomparvero, terrorizzati dal suo gesto selvaggio.

Nella piccola dacia oltre il fiume a Krestowsky c'era un corpo. Agenti dei Servizi Segreti lo sorvegliavano in attesa del loro capo. Michael Nikolaievitch era venuto lì per morire, e la polizia lo aveva raggiunto proprio al suo ultimo respiro. Erano dietro di lui mentre, con il rantolo della morte in gola, si trascinava nella sua stanza e cadeva in un mucchio. Katharina la boema era lì. Chinò la sua testa sveglia e confusa sulla sua agonia. La polizia brulicava ovunque, frugando, forzando serrature, tirando fuori i cassetti dalla scrivania e dai tavoli, svuotando gli armadi. La loro perquisizione comprendeva tutto, persino lo squarciare i materassi, e non rispettava le stanze di Boris Mourazoff, che quella notte era assente. Cercarono a fondo, ma non trovarono assolutamente nulla di ciò che stavano cercando nelle stanze di Michael. Ma accumularono una moltitudine di pubblicazioni appartenute a Boris: libri occidentali, saggi di economia politica, una storia della Rivoluzione Francese e versi per i quali un uomo dovrebbe essere impiccato. Li posero tutti sotto sigillo. Durante la perquisizione Michael morì tra le braccia di Katharina. Lei lo aveva tenuto stretto, dopo avergli aperto i vestiti sul petto, senza dubbio per rendere più facili i suoi ultimi respiri. Lo sfortunato ufficiale aveva ricevuto un proiettile alla nuca subito dopo essersi tuffato nella Neva dal retro della dacia dei Trebassof e aver iniziato a nuotare verso l'altra sponda. Fu un miracolo che fosse riuscito a continuare. Senza dubbio sperava di morire in pace se solo fosse riuscito a raggiungere la sua casa. Apparentemente aveva creduto di farcela una volta superati i suoi segugi umani. Non sapeva di essere stato riconosciuto e che il suo luogo di rifugio fosse quindi noto.

Ora la polizia se n'era andata dalla cantina alla soffitta. Koupriane uscì dalla villa dei Trebassof e li raggiunse, Rouletabille lo seguiva. Il reporter non sopportava la vista di quel corpo, che aveva ancora un calore persistente, di quei grandi occhi aperti che sembravano fissarlo, rimproverandolo per quella morte violenta. Si voltò con disgusto, e forse un po' di paura. Koupriane colse il movimento.

«Rimpianti?» chiese.

«Sì», disse Rouletabille. «Una morte deve sempre essere rimpianta. Ciononostante, era un criminale. Ma mi dispiace sinceramente che sia morto prima di essere stato costretto a confessare, anche se ne siamo certi.»

«Essendo al soldo dei Nichilisti, volete dire? È ancora questa la vostra opinione?» chiese Koupriane.

«Sì.»

«Sapete che non è stato trovato nulla qui nelle sue stanze. Gli unici documenti compromettenti che sono stati trovati appartengono a Boris Mourazoff.»

«Perché lo dite?»

«Oh... niente.»

Koupriane interrogò ulteriormente i suoi uomini. Risposero categoricamente. No, non era stato trovato nulla che incriminasse direttamente qualcuno; e improvvisamente Rouletabille notò che la conversazione della polizia e del loro capo era diventata più animata. Koupriane si era arrabbiato e li stava rimproverando violentemente. Si giustificavano con gesti vivaci e un linguaggio rapido.

Koupriane si allontanò. Rouletabille lo seguì. Cosa era successo?

Mentre raggiungeva Koupriane, pose la domanda. In poche parole brusche, continuando ad affrettarsi, Koupriane disse al reporter di aver appena saputo che la polizia aveva lasciato la piccola boema Katharina sola per un momento con l'ufficiale in fin di vita. Katharina faceva da governante per Michael e Boris. Conosceva i segreti di entrambi. La prima cosa che qualsiasi novizio avrebbe dovuto sapere era di tenerla costantemente d'occhio, e ora nessuno sapeva dove fosse. Doveva essere cercata e trovata immediatamente, poiché aveva aperto la camicia di Michael, e probabilmente risiedeva lì il motivo per cui non erano stati trovati documenti sul cadavere quando la polizia lo aveva perquisito. L'assenza di documenti, di un portafoglio, non era naturale.

La caccia ebbe inizio nell'alba rosata delle isole. Già tinte color sangue erano all'orizzonte. Alcuni poliziotti gridarono di avere la pista. Corsero sotto gli alberi, perché era quasi certo che avesse preso lo stretto sentiero che porta al ponte che unisce Krestowsky a Kameny-Ostrow. Alcune indicazioni scoperte dalla polizia che brulicava a destra e a sinistra del sentiero confermarono questa ipotesi. E nessuna carrozza in vista! Corsero tutti avanti, Koupriane tra i primi. Rouletabille gli stava alle calcagna, ma non lo superò. Improvvisamente ci furono grida e richiami tra la polizia. Uno indicò qualcosa in basso che scivolava lungo la discesa. Era la piccola Katharina. Volava come il vento, ma in un percorso distratto. Aveva raggiunto Kameny-Ostrow sulla riva ovest. «Oh, per una carrozza, un cavallo!» reclamò Koupriane, che aveva lasciato il suo calesse a Eliaguine. «La prova è lì. È la prova finale di tutto ciò che ci sta sfuggendo!»

L'alba era ormai abbastanza avanzata da mostrare chiaramente il terreno. Katharina era facilmente distinguibile mentre raggiungeva il ponte di Eliaguine. Eccola a Eliaguine-Ostrow. Cosa stava facendo lì? Stava andando alla villa dei Trebassof? Cosa avrebbe avuto da dire loro? No, svoltò a destra. La polizia correva dietro di lei. Lei era ancora molto avanti e sembrava instancabile. Poi scomparve tra gli alberi, nel boschetto, tenendo ancora la destra. Koupriane lanciò un grido di gioia. Andando da quella parte doveva essere presa. Diede alcuni ordini senza fiato affinché l'isola venisse sbarrata. Non poteva scappare ora! Non poteva scappare! Ma dove stava andando? Koupriane conosceva quell'isola meglio di chiunque altro. Prese una scorciatoia per raggiungere l'altra parte verso cui Katharina sembrava dirigersi, e tutto a un tratto quasi inciampò nella ragazza, che lanciò un grido di sorpresa e si precipitò via, sembrando fatta di sole braccia e gambe.

«Fermati, o sparo!» gridò Koupriane, ed estrasse il revolver. Ma una mano glielo afferrò.

«Non quello!» disse Rouletabille, mentre gettava il revolver lontano da loro. Koupriane lo maledì e riprese l'inseguimento. La sua furia moltiplicava la sua forza, la sua agilità; quasi raggiunse Katharina, che era quasi senza fiato, ma Rouletabille si gettò tra le braccia del Capo e rotolarono insieme sull'erba. Quando Koupriane si rialzò, vide Katharina montare in fretta folle le scale che portavano al Barque, il ristorante galleggiante della Strielka. Maledicendo Rouletabille, ma credendo la sua preda ormai facilmente catturata, il Capo a sua volta si affrettò verso il Barque, nel quale Katharina era scomparsa. Raggiunse il fondo delle scale. Sul gradino più alto, in procinto di scendere dal luogo festoso, apparve la figura del Principe Galitch. Koupriane ricevette la vista come un colpo che lo bloccò a metà dell'ascesa. Galitch aveva un'aria esultante che Koupriane non equivocò. Evidentemente era arrivato troppo tardi. Ne sentì la certezza in un profondo scoraggiamento. E quell'apparizione del principe sul Barque spiegava in modo convincente la ragione della fuga di Katharina fin lì.

Se la boema aveva sottratto i documenti o il portafoglio al morto, era il principe ora ad averli in tasca.

Koupriane, mentre vedeva il principe in procinto di passargli accanto, tremò. Il principe lo salutò e ironicamente si divertì a chiedere:

«Ebbene, ebbene, come va, mio caro Monsieur Koupriane. Sua Eccellenza si è alzata di buon mattino stamattina, mi sembra. O forse sono io che vado a letto troppo tardi.»

«Principe», disse Koupriane, «i miei uomini sono all'inseguimento di una piccola boema di nome Katharina, ben nota nei ristoranti dove canta. L'abbiamo vista entrare nel Barque. L'avete incontrata per caso?»

«Santo cielo, Monsieur Koupriane, non sono il portiere del Barque, e non ho notato assolutamente nulla, e nessuno. Inoltre, sono naturalmente un po' assonnato. Mi perdoni.»

«Principe, non è possibile che non abbiate visto Katharina.»

«Oh, Monsieur il Prefetto di Polizia, se l'avessi vista non glielo direi, visto che la sta inseguendo. Mi prende per uno dei suoi segugi? Dicono che ne abbia in tutte le classi, ma insisto nel dire che non mi sono ancora arruolato. Ha sbagliato persona, Monsieur Koupriane.»

Il principe salutò di nuovo. Ma Koupriane gli sbarrava ancora la strada.

«Principe, consideri che questa faccenda è molto seria. Michael Nikolaievitch, l'aiutante del generale Trebassof, è morto, e questa ragazzina ha rubato i suoi documenti dal suo cadavere. Tutte le persone che hanno parlato con Katharina saranno sotto sospetto. Questa è una questione di Stato, monsieur, che può andare molto lontano. Potete giurarmi che non avete visto, che non avete parlato con Katharina?»

Il principe guardò Koupriane con tale insolenza che il Prefetto impallidì dalla rabbia. Ah, se avesse potuto... se solo avesse osato!... ma uomini come quello erano fuori dalla sua portata. Galitch gli passò accanto senza una parola di risposta e ordinò allo schwitzar di chiamargli una carrozza.

«Molto bene», disse Koupriane, «farò il mio rapporto allo Zar.»

Galitch si voltò. Era pallido quanto Koupriane.

«In tal caso, monsieur», disse, «non si dimentichi di aggiungere che sono l'umilissimo servitore di Sua Maestà.»

La carrozza si accostò. Il principe salì. Koupriane lo guardò allontanarsi, furioso in cuor suo e con i pugni serrati. Proprio allora arrivarono i suoi uomini.

«Andate. Cercate», disse bruscamente, indicando il Barque.

Si sparpagliarono per lo stabilimento, entrando in tutte le stanze. Si levarono grida di irritazione e di protesta. Coloro che si attardavano dopo gli ultimi dei tardi banchetti non erano contenti di questa invasione della polizia. Ognuno dovette alzarsi mentre la polizia guardava sotto i tavoli, le panche, le lunghe tovaglie. Entrarono nelle dispense e giù nella stiva. Nessun segno di Katharina. Improvvisamente Koupriane, che si appoggiava a una rete e guardava vagamente l'orizzonte, in attesa dell'esito della perquisizione, ebbe un sussulto. Laggiù, lontano dall'altra parte del fiume, tra un piccolo bosco e la Staria Derevnia, una barca leggera si accostò alla riva, e un piccolo punto nero ne saltò fuori come una pulce. Koupriane riconobbe il piccolo punto nero come Katharina. Era al sicuro. Ora non poteva raggiungerla. Sarebbe stato inutile perquisire il labirinto del quartiere boemo, dove i suoi compatrioti vivevano in pieno controllo, con consuetudini e privilegi che non erano mai stati violati. L'intera popolazione boema della capitale si sarebbe sollevata contro di lui. Era stato il Principe Galitch a farlo fallire. Uno dei suoi uomini andò da lui:

«Nessuna fortuna», disse. «Non abbiamo trovato Katharina, ma è stata qui tuttavia. Ha incontrato il Principe Galitch per appena un minuto, gli ha dato qualcosa, poi è andata dall'altra parte in una canoa.»

«Molto bene», e il Prefetto si strinse nelle spalle. «Ne ero sicuro.»

Si sentiva sempre più esasperato. Scese lungo il bordo del fiume e la prima persona che vide fu Rouletabille, che lo aspettava senza alcuna impazienza, seduto filosoficamente su una panchina.

«Ti stavo cercando», gridò il Prefetto. «Abbiamo fallito. Per colpa tua! Se non ti fossi gettato tra le mie braccia...»

«L'ho fatto apposta», dichiarò il reporter.

«Cosa! Cosa dici? L'hai fatto apposta?»

Koupriane soffocò dalla rabbia.

«Vostra Eccellenza», disse Rouletabille, prendendolo per il braccio, «calmatevi. Ci stanno osservando. Venite con me a prendere una tazza di tè da Cubat. Calma ora, come se fossimo fuori per una passeggiata.»

«Mi spiegherete?»

«No, no, Vostra Eccellenza. Ricordate che vi ho promesso la vita del generale Trebassof in cambio della vostra prigioniera. Ebbene; gettandomi tra le vostre braccia e impedendovi di raggiungere Katharina, ho salvato la vita del generale. È molto semplice.»

«Mi state ridendo in faccia? Pensate di potervi prendere gioco di me?»

Ma il prefetto vide presto che Rouletabille non stava scherzando e non aveva alcuna derisione nei modi.

«Monsieur», insistette, «visto che parlate seriamente, desidero certamente capire...»

«È inutile», disse Rouletabille. «È molto necessario che voi non capiate.»

«Ma almeno...»

«No, no, non posso dirvi nulla.»

«Quando, dunque, mi direte qualcosa per spiegare la vostra incredibile condotta?»

Rouletabille si fermò sui suoi passi e dichiarò solennemente:

«Monsieur Koupriane, ricordate ciò che Natacha Feodorovna, mentre alzava i suoi bellissimi occhi al cielo, rispose a suo padre, quando anche lui desiderava capire: “Mai.”»

Alle dieci di quella mattina, Rouletabille si recò alla villa Trebassof, che aveva di nuovo la sua guardia di agenti segreti, una doppia guardia, poiché Koupriane era certo che i nichilisti non avrebbero tardato a vendicare la morte di Michael. Rouletabille fu accolto da Ermolai, che non gli permise di entrare. Il fedele servitore pronunciò una qualche spiegazione in russo, che il giovane non comprese, o, piuttosto, Rouletabille comprese perfettamente dai suoi modi che d’ora in poi la porta della villa gli era preclusa. Invano insistette per vedere il generale, Matrena Petrovna e Mademoiselle Natacha. Ermolai non fece altro che rispondere «Niet, niet, niet». Il reporter si voltò senza aver visto nessuno e si allontanò profondamente abbattuto. Si incamminò a piedi fino in città, una lunga passeggiata durante la quale il suo cervello ribolliva dei presagi più cupi. Passando davanti al Dipartimento di Polizia, decise di rivedere Koupriane. Entrò, diede il suo nome e fu subito introdotto dal Capo della Polizia, che trovò chino su un lungo rapporto che stava leggendo con notevole agitazione.

«Gounsovski mi ha mandato questo», disse con voce ruvida, indicando il rapporto. «Gounsovski, “per farmi un favore”, desidera farmi sapere di essere pienamente al corrente di tutto ciò che è accaduto alla dacia Trebassof la scorsa notte. Mi avverte che i rivoluzionari hanno deciso di farla finita subito con il generale e che a due di loro è stata data la missione di entrare nella dacia in ogni modo possibile. Avranno delle bombe addosso e faranno esplodere le bombe e se stessi insieme non appena saranno accanto al generale. Chi sono le due vittime designate per questa orribile vendetta, e chi ha accettato a cuor leggero una tale morte per se stessi così come per il generale? Questo è ciò che non sappiamo. Questo è ciò che avremmo saputo, forse, se non mi avessi impedito di sequestrare le carte che ora sono in mano al Principe Galitch», concluse Koupriane, voltandosi con ostilità verso Rouletabille.

Rouletabille era diventato pallido.

«Non si penta di ciò che è accaduto alle carte», disse. «Sono io che le dico di non farlo. Ma ciò che dice non mi sorprende. Devono credere che Natacha li abbia traditi.»

«Ah, allora ammette finalmente che lei è davvero loro complice?»

«Non l’ho detto e non lo ammetto. Ma so cosa intendo, e lei, lei non può saperlo. Solo, sappia una cosa: che in questo momento sono l’unica persona in grado di salvarla in questa orribile situazione. Per farlo devo vedere Natacha immediatamente. Le faccia capire questo, mentre io attendo notizie al mio albergo. Non mi muoverò da lì.»

Rouletabille salutò Koupriane e uscì.

Trascorsero due giorni, durante i quali Rouletabille non ricevette alcuna notizia né da Natacha né da Koupriane, e tentò invano di vederli. Fece un viaggio di poche ore in Finlandia, spingendosi fino a Pergalovo, una città isolata che si diceva fosse frequentata dai rivoluzionari, poi tornò, molto turbato, al suo albergo, dopo aver scritto un’ultima lettera a Natacha implorando un colloquio. I minuti passavano molto lentamente per lui nel vestibolo dell’albergo, dove sembrava aver stabilito una residenza definitiva.

Installato su una panca, sembrava essere diventato parte del personale dell’albergo, e più di un viaggiatore lo scambiò per un interprete. Altri pensavano che fosse un agente della Polizia Segreta incaricato di studiare i volti di chi arrivava e partiva. Cosa stava aspettando, dunque? Era il ritorno di Annouchka per un pranzo o una cena in quel posto che lei frequentava talvolta? E teneva allo stesso tempo d’occhio gli appartamenti di Annouchka proprio lì di fronte? Se era così, non poteva che lamentarsi della sua fortuna, poiché Annouchka non appariva né ai suoi appartamenti, né all’albergo, né allo stabilimento Krestowsky, che era stato costretto a sospendere il suo spettacolo. Rouletabille pensò naturalmente, a questo proposito, che dietro ci fosse qualche vendetta di Gounsovski, dato che il capo del Servizio Segreto non poteva certo dimenticare il modo in cui era stato trattato. Il reporter poteva già vedere la povera cantante, nonostante tutte le sue precauzioni e il favore della famiglia imperiale, sulla strada per le steppe siberiane o per le segrete di Schlusselbourg.

«Cielo, che paese!» mormorò.

Ma i suoi pensieri presto abbandonarono Annouchka e tornarono all’oggetto della sua principale preoccupazione. Non aspettava che una sola cosa, e il prima possibile: avere un colloquio privato con Natacha. Le aveva scritto dieci lettere in due giorni, ma erano rimaste tutte senza risposta. Era una risposta che attendeva così pazientemente nel vestibolo dell’albergo; così pazientemente, ma così nervosamente, così febbrilmente.

Quando il postino entrava, il cuore del povero Rouletabille batteva rapidamente. Da quella risposta che attendeva dipendeva la parte formidabile che intendeva recitare prima di lasciare la Russia. Non aveva concluso nulla fino a quel momento, a meno che non fosse riuscito a giocare la sua parte in questo ultimo sviluppo.

Ma la lettera non arrivava. Il postino se ne andava e lo schwitzar, dopo aver esaminato tutta la posta, gli faceva un segno negativo. Ah, i servitori che entravano, e i fattorini, come li osservava! Ma non venivano mai per lui. Finalmente, alle sei di sera del secondo giorno, un uomo in redingote, con un falso colletto di astrakan, entrò e consegnò al portiere una lettera per Joseph Rouletabille. Il reporter scattò in piedi. Prima che l’uomo fosse fuori dalla porta, aveva strappato la lettera e l’aveva letta. La lettera non era di Natacha. Era di Gounsovski. Diceva questo:

«Mio caro Monsieur Joseph Rouletabille, se non le è di disturbo, vorrei che venisse a cenare con me oggi. L’aspetterò entro due ore. Madame Gounsovski sarà lieta di fare la sua conoscenza. Mi creda, il suo devoto Gounsovski.»

Rouletabille rifletté e decise:

«Andrò. Deve avere sentore di ciò che si sta tramando, e quanto a me, non so dove sia finita Annouchka. Ho più da imparare da lui che lui da me. Inoltre, come diceva Athanase Georgevitch, si potrebbe pentirsi di non aver accettato il piacevole invito del Capo dell’Okrana.»

Dalle sei alle sette attese ancora invano la risposta di Natacha. Alle sette, decise di vestirsi per la cena. Proprio mentre si alzava, arrivò un messaggero. C’era ancora un’altra lettera per Joseph Rouletabille. Questa volta era di Natacha, che gli scriveva:

«Il generale Trebassof e mia madre saranno molto felici di averla a cena oggi. Per quanto mi riguarda, monsieur, mi perdonerà l’ordine che le ha precluso per alcuni giorni un’abitazione dove lei ha reso servizi che non dimenticherò per tutta la vita.»

La lettera terminava con una vaga formula di cortesia. Con la lettera in mano, il reporter sedette a riflettere. Sembrava chiedersi: «È carne o pesce?» Era una lettera di ringraziamento o di minaccia? Era ciò che non riusciva a decidere. Ebbene, lo avrebbe saputo presto, poiché aveva deciso di accettare quell’invito. Qualsiasi cosa mettesse lui e Natacha in comunicazione in quel momento era una cosa di capitale importanza per lui. Mezz’ora dopo diede l’indirizzo della villa a un isvotchick e presto scese davanti al cancello dove Ermolai sembrava aspettarlo.

Rouletabille era così occupato dal pensiero della conversazione che avrebbe avuto con Natacha da aver completamente dimenticato l’eccellente Monsieur Gounsovski e il suo invito.

Il reporter trovò gli agenti di Koupriane che formavano una catena serrata intorno al terreno, ognuno a sorvegliare l’altro. Matrena non aveva voluto alcun agente in casa. Mostrò il lasciapassare di Koupriane ed entrò.

Ermolai fece entrare Rouletabille con un volto raggiante. Sembrava felice di averlo di nuovo lì. Si inchinò profondamente davanti a lui e pronunciò molti complimenti, di cui il reporter non comprese una parola. Rouletabille proseguì, entrò in giardino e vide Matrena Petrovna che passeggiava con la figliastra. Sembravano in ottimi rapporti. Il terreno aveva un’aria di tranquillità e i residenti sembravano aver dimenticato totalmente la cupa tragedia dell’altra notte. Matrena e Natacha si avvicinarono sorridenti al giovane, che chiese notizie del generale. Entrambe si voltarono e indicarono Feodor Feodorovitch, che lo salutò dall’alto del chiosco, dove sembrava fosse stata apparecchiata la tavola. Avrebbero cenato all’aperto in quella bella serata.

«Tutto va molto bene, molto bene davvero, caro piccolo domovoi», disse Matrena. «Quanto è felice di vederti e ringraziarti. Se solo sapessi quanto ho sofferto in tua assenza, io che so quanto mia figlia sia stata ingiusta con te. Ma la cara Natacha sa ora cosa ti deve. Non dubita più della tua parola, né della tua chiara intelligenza, piccolo angelo. Michael Nikolaievitch era un mostro ed è stato punito come meritava. Sai che la polizia ha ora le prove che lui era uno dei più pericolosi agenti del Comitato Rivoluzionario Centrale. E lui un ufficiale! Di chi possiamo fidarci ora!»

«E Monsieur Boris Mourazoff, lo avete più visto?» chiese Rouletabille.

«Boris è passato a trovarci oggi, per salutare, ma non lo abbiamo ricevuto, sotto gli ordini della polizia. Natacha gli ha scritto per informarlo degli ordini di Koupriane. Abbiamo ricevuto lettere da lui; sta lasciando San Pietroburgo.»

«Perché?»

«Beh, dopo la spaventosa scena di sangue nella sua casetta, quando ha saputo come Michael Nikolaievitch avesse trovato la morte, e dopo che lui stesso aveva subito un duro interrogatorio dalla polizia, e quando ha saputo che la polizia aveva saccheggiato la sua biblioteca e perquisito le sue carte, si è dimesso e ha deciso di vivere d’ora in poi in campagna, senza vedere nessuno, come il filosofo e poeta che è. Per quanto mi riguarda, penso che stia facendo assolutamente bene. Quando un giovane è un poeta, è inutile vivere come un soldato. Qualcuno l’ha detto, non ricordo il nome ora, e quando si hanno idee che possono turbare le altre persone, sicuramente dovrebbero vivere in solitudine.»

Rouletabille guardò Natacha, che era pallida come il suo abito bianco e che non aggiunse parola allo sfogo della madre. Si erano avvicinati al chiosco. Rouletabille salutò il generale, che lo chiamò per salire e, quando il giovane gli tese la mano, lo trasse bruscamente più vicino e lo abbracciò. Per mostrare a Rouletabille quanto stesse diventando di nuovo attivo, Feodor Feodorovitch andò avanti e indietro per il chiosco con il solo aiuto di un bastone. Andava e veniva con una sorta di allegria selvaggia e furiosa.

«Non mi hanno ancora preso, i cani. Non mi hanno preso! E uno (pensava a Michael) che mi vedeva ogni giorno era qui proprio per quello. Molto bene. Le chiedo dove sia ora. Eppure eccomi qui! Un attentato! Sono sempre qui! Ma con un buon occhio; e comincio ad avere una buona gamba. Vedremo. Perché, ricordo come, quando ero a Tiflis, ci fu un’insurrezione nel Caucaso. Combattemmo. Diverse volte potevo sentire il sibilo dei proiettili vicino ai capelli. I miei compagni cadevano attorno a me come mosche. Ma non mi accadde nulla, proprio nulla. E qui ora! Non mi prenderanno, non mi prenderanno. Sai come progettano ora di venire da me, come bombe viventi. Sì, hanno deciso così. Non posso più stringere la mano a un amico senza il timore di vederlo esplodere. Cosa ne pensi? Ma non mi prenderanno. Vieni, bevi alla mia salute. Un bicchierino di vodka per antipasto. Vedi, giovane uomo, avremo degli zakouskis qui. Che panorama meraviglioso! Si può vedere tutto da qui. Se il nemico arriva», aggiunse con una singolare risata sonora, «non potremo fare a meno di individuarlo.»

Certamente il chiosco si ergeva in alto sopra il giardino ed era completamente isolato, senza alcun muro vicino. Avevano una visuale libera. Nessun ramo di albero pendeva sopra il tetto e nessun albero nascondeva la vista. Il tavolo rustico di legno grezzo era coperto da una tovaglia corta ed era imbandito di zakouskis. Era un pasto sotto il cielo aperto, un posto e un bicchiere nell’azzurro limpido. La serata non avrebbe potuto essere più dolce e limpida. E, poiché il generale si sentiva così allegro, il banchetto avrebbe promesso di essere molto gradevole, se Rouletabille non avesse notato che Matrena Petrovna e Natacha erano inquiete e abbattute. Il reporter vide presto, inoltre, che tutta la giovialità del generale era un po’ eccessiva. Chiunque avrebbe detto che Feodor Feodorovitch parlasse per distrarsi, per impedire a se stesso di pensare. C’era giustificazione sufficiente per lui dopo l’oltraggioso dramma dell’altra notte. Rouletabille notò inoltre che il generale non guardava mai sua figlia, nemmeno quando le parlava. C’era un mistero troppo formidabile che giaceva tra loro perché la tensione non aumentasse di giorno in giorno. Rouletabille scosse involontariamente la testa, rattristato da tutto ciò che vedeva. Il suo movimento fu colto da Matrena Petrovna, che gli strinse la mano in silenzio.

«Bene, allora», disse il generale, «bene, allora miei figli, dov’è la vodka?»

Tra tutte le bottiglie che adornavano il tavolo, il generale cercò invano la sua fiaschetta di vodka. Come diavolo poteva cenare se non si preparava a quell’atto importante con la rapida assunzione di due o tre bicchierini di vino bianco, tra due o tre panini al caviale!

«Ermolai deve averla lasciata nella ghiacciaia», disse Matrena.

La ghiacciaia era nella sala da pranzo. Si alzò per andare, ma Natacha si affrettò prima di lei lungo la piccola rampa di scale, gridando: «Resta lì, mamma. Vado io.»

«Non ti disturbare nemmeno tu. So dove si trova», gridò Rouletabille, e corse dietro a Natacha.

Lei non si fermò. I due giovani arrivarono nella sala da pranzo contemporaneamente. Erano lì da soli, come Rouletabille aveva previsto. Fermò Natacha e si piazzò davanti a lei.

«Perché, mademoiselle, non mi ha risposto prima?»

«Perché non desidero avere alcuna conversazione con lei.»

«Se fosse stato così, non sarebbe venuta qui, dove era sicura che l’avrei seguita.»

Lei esitò, con un’emozione che sarebbe stata incomprensibile a tutti gli altri forse, ma non a Rouletabille.

«Ebbene, sì, volevo dirle questo: non mi scriva più. Non mi parli. Non mi veda. Vada via di qui, monsieur; vada via. Le toglieranno la vita. E se ha scoperto qualcosa, lo dimentichi. Ah, sulla testa di sua madre, lo dimentichi, o è perduto. Questo è ciò che desideravo dirle. E ora, vada.»

Gli afferrò la mano in un rapido movimento empatico che sembrò subito pentirsi.

«Vada via», ripeté.

Rouletabille restò fermo al suo posto davanti a lei. Lei si voltò dall’altra parte; non desiderava sentire altro.

«Mademoiselle», disse lui, «lei è sorvegliata più che mai. Chi prenderà il posto di Michael Nikolaievitch?»

«Pazzo, stia in silenzio! Taccia!»

«Sono qui.»

Disse questo con un coraggio così semplice che le lacrime le salirono agli occhi.

«Caro uomo! Povero uomo! Caro uomo coraggioso!» Non sapeva cosa dire. La sua emozione bloccava ogni parola. Ma era necessario per lei fargli capire che non c’era nulla che potesse fare per aiutarla nelle sue tristi difficoltà.

«No. Se sapessero cosa ha appena detto, cosa ha proposto ora, sarebbe morto domani. Non lasci che sospettino. E soprattutto, non cerchi di vedermi da nessuna parte. Torni subito da papà. Siamo stati qui troppo a lungo. E se lo scoprissero? — e scoprono tutto! Sono ovunque, e hanno orecchie ovunque.»

«Mademoiselle, solo una parola ancora, una sola parola. Dubita ancora che Michael abbia tentato di avvelenare suo padre?»

«Ah, vorrei crederci. Vorrei tanto. Vorrei crederci per il suo bene, povero ragazzo mio.»

Rouletabille desiderava qualcosa di più di «vorrei crederci per il suo bene, povero ragazzo mio». Era ben lontano dall’essere soddisfatto. La vide diventare pallida. Cercò di rassicurarlo mentre le sue mani tremanti sollevavano il coperchio della ghiacciaia.

«Ciò che mi fa pensare che lei abbia ragione è che ho deciso io stessa che una sola e medesima persona, come lei ha detto, si è arrampicata alla finestra del balconcino. Sì, nessuno può dubitarne, e lei ha ragionato bene.»

Ma lui insistette ancora.

«Eppure, nonostante questo, lei non ne è del tutto sicura, visto che dice: “Vorrei crederci, povero ragazzo mio”.»

«Monsieur Rouletabille, qualcuno potrebbe aver tentato di avvelenare mio padre, e non essere passato dalla finestra.»

«No, è impossibile.»

«Nulla è impossibile per loro.»

E voltò di nuovo la testa.

«Perché, perché», disse, con la voce completamente cambiata e alquanto indifferente, come se desiderasse essere semplicemente ‘la figlia di casa’ in conversazione con il giovane, «la vodka non è nella ghiacciaia, dopo tutto. Cosa ne ha fatto Ermolai, allora?»

Corse verso la credenza e trovò la fiaschetta.

«Oh, eccola. Papà non ne rimarrà senza, dopo tutto.»

Rouletabille era già tornato in giardino.

«Se questo è l’unico dubbio che ha», disse a se stesso, «posso rassicurarla. Nessuno avrebbe potuto venire, se non dalla finestra. E solo uno è venuto da quella parte.»

La giovane lo aveva raggiunto, portando la fiaschetta. Attraversarono il giardino insieme verso il generale, che ingannava il tempo in attesa della sua vodka spiegando a Matrena Petrovna la natura della «costituzione». Aveva rovesciato una scatola di fiammiferi sul tavolo e li aveva disposti con cura.

«Ecco», gridò a Natacha e Rouletabille. «Venite qui e vi spiegherò anche cosa rappresenta questa Costituzione.»

I giovani si sporsero curiosi sulla sua dimostrazione e tutti gli occhi nel chiosco erano intenti ai fiammiferi.

«Vedete questo fiammifero», disse Feodor Feodorovitch. «È l’Imperatore. E quest’altro fiammifero è l’Imperatrice; questo è lo Tsarevitch; e quello è il Granduca Alexander; e questi sono gli altri granduchi. Ora, ecco i ministri e là i principali governatori, e poi i generali; questi qui sono i vescovi.»

L’intera scatola di fiammiferi fu esaurita e ogni fiammifero era al suo posto, come accade in un impero dove una corretta etichetta prevale nel governo e nell’ordine sociale.

«Bene», continuò il generale, «volete sapere, Matrena Petrovna, cos’è una costituzione? Ecco! Quella è la Costituzione.»

Il generale, con un colpo di mano, mescolò tutti i fiammiferi. Rouletabille rise, ma la buona Matrena disse:

«Non capisco, Feodor.»

«Trova l’Imperatore ora.»

Allora Matrena comprese. Rise di cuore, rise violentemente, e anche Natacha rise. Deliziato dal suo successo, Feodor Feodorovitch prese uno dei bicchierini che Natacha aveva riempito con la vodka che aveva portato.

«Ascoltate, miei figli», disse. «Inizieremo gli zakouskis. Koupriane avrebbe dovuto essere qui prima di ora.»

Dicendo questo, tenendo ancora il bicchierino in mano, cercò in tasca con l’altra il suo orologio, ed estrasse un magnifico grande orologio il cui ticchettio si sentiva facilmente.

«Ah, l’orologio è tornato dall’orologiaio», osservò sorridendo Rouletabille a Matrena Petrovna. «Sembra magnifico.»

«Ha dei meccanismi molto raffinati», disse il generale. «Mi fu lasciato in eredità da mio nonno. Segna i secondi, le fasi della luna, e suona le ore e le mezz’ore.»

Rouletabille si chinò sull’orologio, ammirandolo.

«Si aspetta M. Koupriane per cena?» chiese il giovane, sempre esaminando l’orologio.

«Sì, ma dato che è così in ritardo, non indugeremo oltre. Alla vostra salute, miei figli», disse il generale mentre Rouletabille gli restituiva l’orologio e lui lo riponeva in tasca.

«Alla sua salute, Feodor Feodorovitch», rispose Matrena Petrovna, con la sua solita tenerezza.

Rouletabille e Natacha si limitarono a sfiorare la vodka con le labbra, ma Feodor Feodorovitch e Matrena la bevvero alla russa, a testa alta e tutta d’un fiato, vuotandola fino in fondo e rovesciandone il contenuto in fondo alla gola. Non avevano nemmeno terminato questo gesto che il generale lanciò una imprecazione e cercò di espellere ciò che aveva tracannato così avidamente. Anche Matrena Petrovna sputò violentemente, guardando il marito con orrore.

«Cos’è? Cosa ha messo qualcuno nella vodka?» gridò Feodor.

«Cosa ha messo qualcuno nella vodka?» ripeté Matrena Petrovna con voce impastata, gli occhi quasi fuori dalle orbite.

I due giovani si avventarono sui poveretti. Il volto di Feodor aveva un’espressione di atroce sofferenza.

«Siamo avvelenati», gridò il generale, tra i conati. «Brucio dentro.»

Quasi folle, Natacha prese la testa del padre tra le mani. Gli gridò:

«Vomiti, papà; vomiti!»

«Dobbiamo trovare un emetico», gridò Rouletabille, reggendo il generale, che gli era quasi scivolato dalle braccia.

Matrena Petrovna, i cui conati erano violenti, scese in fretta i gradini del chiosco, attraversò il giardino come se avesse il fuoco alle calcagna e balzò nella veranda. Durante questo tempo il generale riuscì a liberarsi, grazie a Rouletabille, che gli aveva infilato un cucchiaio fino alla radice della lingua. Natacha non poteva fare altro che gridare: «Mio Dio, mio Dio, mio Dio!» Feodor si teneva lo stomaco, continuando a gridare: «Brucio, brucio!» La scena era spaventosamente tragica e buffa allo stesso tempo. Per aggiungere una nota grottesca, l’orologio del generale in tasca batté le otto. Feodor Feodorovitch si alzò con uno sforzo supremo. «Oh, è orribile!» Matrena Petrovna mostrò un viso rosso, quasi violetto, mentre tornava; si contorceva, soffocava, la bocca le tremava, ma portava qualcosa, un piccolo pacchetto che agitava e dal quale, tremante di paura, scosse una polvere nei primi due bicchieri vuoti, che si trovavano dalla sua parte del tavolo e che erano quelli che lei e il generale avevano vuotato. Ebbe ancora la forza di riempirli d’acqua, mentre Rouletabille era quasi sopraffatto dal generale, che aveva ancora tra le braccia, e Natacha non si occupava d’altro che del padre, chinata su di lui come per seguire il progresso del terribile veleno, per leggere nei suoi occhi se fosse questione di vita o di morte. «Ipecacuana», gridò Matrena Petrovna, e la fece bere al generale. Lei non bevve se non dopo di lui. L’eroica donna doveva aver esercitato una forza sovrumana per andare lei stessa a cercare l’antidoto salvifico nel suo armadietto dei medicinali, proprio mentre l’agonia le pervadeva le viscere.

Qualche minuto dopo entrambi potevano considerarsi salvi. I domestici, con Ermolai in testa, erano raggruppati intorno. La maggior parte di loro era stata alla portineria e non aveva, a quanto pare, sentito l’inizio della faccenda, le grida di Natacha e Rouletabille. Koupriane arrivò proprio in quel momento. Fu lui a lavorare con Natacha per mettere i due a letto. Poi ordinò a uno dei suoi agenti di andare a cercare i medici più vicini che riuscissero a trovare.

Fatto ciò, il Prefetto di Polizia si diresse verso il chiosco dove aveva lasciato Rouletabille. Ma Rouletabille non si trovava, e anche la fiaschetta della vodka e i bicchieri da cui avevano bevuto erano spariti. Ermolai era lì vicino, e chiese al servitore del giovane francese. Ermolai rispose che se n’era appena andato, portando con sé la fiaschetta e i bicchieri. Koupriane imprecò. Scosse Ermolai e accennò persino a dargli un pugno per aver permesso che una cosa del genere accadesse davanti ai suoi occhi senza protestare.

Ermolai, che aveva la sua fierezza, schivò il pugno di Koupriane e rispose che avrebbe voluto impedirlo al giovane francese, ma il cronista gli aveva mostrato un documento della polizia su cui Koupriane stesso aveva dichiarato in anticipo che il giovane francese doveva fare tutto ciò che voleva.

XII. PERE ALEXIS

Koupriane balzò in carrozza e si affrettò verso San Pietroburgo. Per strada parlò con tre agenti che solo lui sapeva fossero appostati nei dintorni di Eliaguine. Gli indicarono la rotta presa da Rouletabille. Il cronista era certamente tornato in città. Si precipitò verso il ponte Troitski. Lì, all’angolo della Naberjnaia, Koupriane vide il cronista su una vettura a nolo. Rouletabille stava prendendo a pugni la schiena del suo cocchiere, alla russa, per farlo andare più veloce, e stava urlando con tutte le sue forze una delle poche parole che aveva avuto il tempo di imparare: «Naleva, naleva» (a sinistra). Il cocchiere fu costretto a capire infine, perché non c’era altra strada per girare che a sinistra. Se avesse girato a destra (naprava) sarebbe finito nel fiume. La carrozza sferragliò sulle selci appuntite di un quartiere che portava a una stradina, Aptiekarski-Pereoulok, all’angolo del canale Caterina. Questo «vicolo dei farmacisti» in realtà non conteneva farmacisti, ma c’era una curiosa insegna di un erborista, dove Rouletabille fece fermare il cocchiere. Mentre la carrozza rotolava sotto l’arco, Rouletabille riconobbe Koupriane. Non aspettò, ma gli gridò: «Ah, eccovi. Va bene; seguitemi.» Aveva ancora la fiaschetta e i bicchieri tra le mani. Koupriane non poté fare a meno di notare quanto sembrasse strano. Attraversò un cortile con lui, ed entrò in un negozio squallido.

«Cosa», disse Koupriane, «conoscete Pere Alexis?»

Erano in mezzo a un curioso disordine. Grappoli di erbe essiccate pendevano dal soffitto, e in mezzo a loro c’erano mucchi di vecchi stivali, pelli raggrinzite, pentole ammaccate, rottami di ferro, pelli di pecora, touloupes inutili, e sul pavimento vecchi vestiti ammuffiti, pellicce tarlate e giacche di montone che nemmeno un moujik delle paludi avrebbe degnato di indossare. Qua e là c’erano denti vecchi, ornamenti logori, cappelli in rovina e barattoli di erbe strane disposti su qualche scaffale traballante. Tra il set di bilance sul bancone e un mucchio di piccoli blocchi di legno usati per calcolare i conti di questo singolare commercio c’erano icone non dorate, croci d’argento ossidato e immagini bizantine che rappresentavano scene dell’Antico e del Nuovo Testamento. Barattoli di alcol con quelli che sembravano scheletri di rane che vi nuotavano dentro riempivano lo spazio rimasto. In un angolo di questa grande stanza cupa, sotto la volta di pietra muscosa, sorgeva un piccolo altare e la luce ardeva in un bicchiere d’olio sospeso davanti alle sante immagini. Un uomo stava pregando davanti all’altare. Indossava il costume della vecchia Russia, il caftano di panno verde, abbottonato sulla spalla e stretto in vita da una cintura stretta. Aveva una barba folta e i capelli gli ricadevano sulle spalle. Quando ebbe terminato la sua preghiera si alzò, percepì Rouletabille e si avvicinò per prendergli la mano. Parlò in francese al cronista:

«Bene, eccovi di nuovo, ragazzo. Portate di nuovo del veleno oggi? Questo finirà per essere scoperto, e la polizia...»

Proprio allora scorse la figura di Koupriane nell’ombra, si avvicinò per capire chi fosse, e cadde in ginocchio quando vide chi era. Rouletabille cercò di rialzarlo, ma lui insistette per prostrarsi. Era sicuro che il Prefetto di Polizia fosse venuto a casa sua per impiccarlo. Alla fine fu rassicurato dalle affermazioni positive di Rouletabille e dalla risata robusta del grande capo. Il Prefetto voleva sapere come il giovane fosse venuto a conoscenza dell’«alchimista» della polizia. Rouletabille glielo disse in poche parole.

Maitre Alexis, in gioventù, era andato in Francia a piedi per studiare farmacia, a causa del suo entusiasmo per la chimica. Ma era sempre rimasto campagnolo, molto contadino russo, un orso semi-orientale, e non ottenne la laurea. Prese alcuni certificati, ma gli esami erano troppo per lui. Per cinquant’anni visse miseramente come assistente farmacista nel retro di un negozio malfamato nel quartiere di Notre Dame. Il proprietario del posto fu implicato nella famosa faccenda dei lingotti d’oro, che diede il via alla reputazione di Rouletabille, e fu arrestato insieme al suo assistente, Alexis. Fu Rouletabille a provare, chiaro come il giorno, che il povero Alexis era innocente, e che non era mai stato al corrente delle cattive maniere del suo padrone, essendo assorbito nei meandri del suo laboratorio nel cercare di elaborare una ingenua alchimia che lo affascinava, sebbene il mondo della chimica l’avesse superata secoli prima. Al processo Alexis fu assolto, ma si ritrovò in strada. Sparse le lacrime che gli rimanevano in corpo sul collo del cronista, assicurandogli il paradiso se lo avesse riportato al suo paese, perché desiderava solo una cosa di più dalla vita, poter vedere la sua terra natale prima di morire. Rouletabille anticipò i mezzi necessari e lo mandò a San Pietroburgo. Lì fu raccolto alla fine di due giorni dalla polizia, in un gioco d’azzardo da poco, e gettato in prigione, dove ebbe subito la possibilità di mostrare i suoi talenti. Curò alcuni dei suoi compagni di sventura, e persino alcune delle guardie. Una guardia che aveva una gamba ferita, della cui guarigione si era disperato, fu curata da Alexis. Poi si scoprì che non c’era alcuna accusa reale contro di lui. Lo rimisero in libertà e, per di più, si interessarono a lui. Gli trovarono un magro impiego nello Stchoukine-dvor, un immenso bazar popolare. Accumulò qualche rublo e si installò per conto proprio nel retro di un cortile in Aptiekarski-Pereoulok, dove gradualmente accumulò un mucchio di vecchi ninnoli che nessuno voleva nemmeno nello Stchoukine-dvor. Ma era felice, perché dietro il suo negozio aveva installato un piccolo laboratorio dove continuava per suo piacere i suoi esperimenti di alchimia e il suo studio delle piante. Progettava ancora di scrivere un libro di cui aveva già parlato in Francia a Rouletabille, per provare la verità del «Trattamento empirico delle erbe medicinali, la scienza dell’alchimia e gli antichi esperimenti di stregoneria». Nel frattempo continuava a curare chiunque si rivolgesse a lui, e la polizia in particolare. Le guardie di polizia lo proteggevano e lo usavano. Aveva splendidi cerotti per loro dopo «lo scandalo», come chiamavano le rivolte di ottobre. Così, quando i medici del quartiere cercarono di denunciarlo per esercizio abusivo, una delegazione di guardie di polizia andò da Koupriane, che si assunse la responsabilità e interruppe il procedimento contro di lui. Lo consideravano sotto la protezione dei santi, e Alexis finì presto per essere considerato lui stesso una specie di uomo santo. Non mancava mai, a Natale e a Pasqua, di inviare le sue immagini più belle a Rouletabille, augurandogli ogni prosperità e dicendo che se mai fosse venuto a San Pietroburgo sarebbe stato felice di riceverlo ad Aptiekarski-Pereoulok, dove si era stabilito in onesto lavoro. Pere Alexis, come tutti i veri santi, era un uomo modesto.

Quando Alexis si fu ripreso un po’ dalla sua emozione, Rouletabille gli disse:

«Pere Alexis, vi porto di nuovo del veleno, ma non avete nulla da temere, perché Sua Eccellenza il Capo della Polizia è con me. Ecco cosa vogliamo che facciate. Dovete dirci cosa hanno contenuto questi quattro bicchieri, e che veleno c’è ancora in questa fiaschetta e in questa piccola fiala.»

«Cos’è quella piccola fiala?» chiese Koupriane, mentre vedeva Rouletabille tirare fuori dalla tasca una piccola bottiglia tappata.

Il cronista rispose: «Ho messo in questa bottiglia la vodka che è stata versata nel bicchiere di Natacha e nel mio e che abbiamo appena sfiorato.»

«Qualcuno ha cercato di avvelenarvi!» esclamò Pere Alexis.

«No, non me», rispose Rouletabille, in modo annoiato. «Non pensate a questo. Fate semplicemente quello che vi dico. Poi, analizzate anche questi due tovaglioli.»

E trasse dal cappotto due tovaglioli sporchi.

«Bene», disse Koupriane, «avete pensato a tutto.»

«Sono i tovaglioli che hanno usato il generale e sua moglie.»

«Sì, sì, capisco», disse il Capo della Polizia.

«E voi, Alexis, capite?» chiese il cronista. «Quando possiamo avere il risultato della vostra analisi?»

«Tra un’ora, al massimo.»

«Molto bene», disse Koupriane. «Ora non ho bisogno di dirvi di tenere la lingua a posto. Lascerò qui uno dei miei uomini. Scriverete un biglietto che sigillerete, e lui lo porterà al quartier generale. Sicuro di aver capito? Tra un’ora?»

«Tra un’ora, Eccellenza.»

Uscirono, e Alexis li seguì, inchinandosi fino a terra. Koupriane fece salire Rouletabille sulla sua carrozza. Il giovane fece come gli era stato detto. Si sarebbe detto che non sapesse dove fosse o cosa facesse. Non rispose alle domande del capo.

«Questo Pere Alexis», riprese Koupriane, «è un personaggio, davvero una figura. E un po’ un intrigante, direi. Ha visto come ha fatto successo Padre Giovanni di Cronstadt, e si dice: "Visto che i marinai hanno avuto il loro Padre Giovanni di Cronstadt, perché le guardie di polizia non dovrebbero avere il loro Padre Alexis di Aptiekarski-Pereoulok?"»

Ma Rouletabille non rispose affatto, e Koupriane finì per chiedere cosa avesse.

«Il fatto è», rispose Rouletabille, non potendo più nascondere la sua angoscia, «che il veleno continua.»

«Vi stupisce?» ribatté Koupriane. «A me no.»

Rouletabille lo guardò e scosse la testa. Le sue labbra tremarono mentre diceva: «So cosa pensate. È abominio. Ma la cosa che ho fatto certamente è ancora più abominevole.»

«Cosa avete fatto, allora, Monsieur Rouletabille?»

«Forse ho causato la morte di un innocente.»

«Finché non ne siete sicuro, fareste meglio a non tormentarvi per questo, mio caro amico.»

«È sufficiente che il dubbio sia sorto», disse il cronista, «quasi da uccidermi»; e trasse un sospiro così cupo che l’eccellente Monsieur Koupriane provò pietà per il ragazzo. Gli picchiettò il ginocchio.

«Avanti, avanti, giovanotto, dovreste sapere una cosa a quest’ora: "non si possono fare frittate senza rompere le uova", come si dice, credo, a Parigi.»

Rouletabille si voltò verso di lui con l’orrore nel cuore. Se ce ne fosse stato un altro, qualcuno oltre a Michael! Se fosse stata un’altra mano che quella che era apparsa a Matrena e a lui nella notte misteriosa! Se Michael Nikolaievitch fosse stato innocente! Beh, si sarebbe ucciso, tutto qui. E quelle orribili parole che aveva scambiato con Natacha sorsero nella sua memoria, cantando nelle sue orecchie come se volessero assordarlo.

«Dubitate ancora», le aveva chiesto, «che Michael abbia cercato di avvelenare vostro padre?»

E Natacha aveva risposto: «Voglio crederlo! Voglio crederlo, per il vostro bene, povero ragazzo.» E poi ricordò le sue altre parole, ancora più spaventose ora! «Qualcuno non avrebbe potuto cercare di avvelenare mio padre senza passare dalla finestra?» Aveva affrontato tale ipotesi con sicurezza allora, ma ora, ora che il veleno continuava, continuava all’interno della casa, dove credeva di essere pienamente a conoscenza di tutte le persone e le cose, continuava ora che Michael Nikolaievitch era morto; ah, da dove veniva, questo veleno? E cos’era? Pere Alexis avrebbe affrettato la sua analisi se avesse avuto un po’ di riguardo per il povero Rouletabille.

Per Rouletabille dubitare, e in una faccenda dove già c’era un uomo morto per sua causa, era un tormento peggiore della morte.

Quando arrivarono al quartier generale della polizia, Rouletabille balzò dalla carrozza di Koupriane e, senza dire una parola, chiamò un isvotchick vuoto che passava. Si fece riportare da Pere Alexis. Il suo dubbio dominava la sua volontà; non poteva sopportare di aspettare lontano. Sotto l’arco di Aptiekarski-Pereoulok vide ancora una volta l’uomo che Koupriane aveva piazzato lì con l’ordine di portargli il messaggio di Alexis. L’uomo lo guardò con stupore. Rouletabille attraversò il cortile ed entrò di nuovo nella squallida vecchia stanza. Pere Alexis non c’era, naturalmente, impegnato com’era nel suo laboratorio. Ma una persona che non riconobbe a prima vista attirò l’attenzione del cronista. Nella penombra del negozio un’ombra malinconica era chinata sulle icone sul bancone. Fu solo quando si raddrizzò, con un profondo sospiro, e una luce debole, deviata e gialla dal passare attraverso vetri che non avevano conosciuto il tocco di una pulizia da quando erano stati posati lì, cadde debolmente sul volto, che Rouletabille accertò di essere faccia a faccia con Boris Mourazoff. Era proprio lui, l’ufficiale un tempo brillante la cui eleganza e fascino il cronista aveva ammirato mentre lo vedeva ai piedi della bella Natacha nella datcha a Eliaguine. Ora, non più in uniforme, aveva gettato sulle sue spalle curve un cappotto miserabile, le cui maniche oscillavano stancamente ai suoi fianchi, in accordo con il suo umore di languida disperazione, un cappello di feltro con la tesa abbassata nascondeva un po’ la miseria sul suo volto in questi pochi giorni, queste non molte ore, come era cambiato! Ma, così com’era, interessava ancora Rouletabille. Cosa faceva lì? Non se ne sarebbe andato, forse? Aveva preso un’icona dal bancone e l’aveva portata alla finestra per esaminare il suo argento ossidato, prestando un’attenzione così meticolosa che il cronista sperò di poter raggiungere la porta del laboratorio senza essere notato. Aveva già la mano sulla maniglia di quella porta, che era dietro il bancone, quando sentì chiamare il suo nome.

«Siete voi, Monsieur Rouletabille», disse la voce bassa e triste di Boris. «Cosa vi ha portato qui, allora?»

«Bene, bene, Monsieur Boris Mourazoff, se non mi sbaglio? Certamente non mi aspettavo di trovarvi qui nel posto di Pere Alexis.»

«Perché no, Monsieur Rouletabille? Si può trovare qualsiasi cosa qui nel magazzino di Pere Alexis. Vedete; qui ci sono due vecchie icone in legno, intagliate con sculture, che arrivano direttamente dall’Athos, e non possono essere eguagliate, vi assicuro, né al Gastini-Dvor né nemmeno allo Stchoukine-Dvor.»

«Sì, sì, è possibile», disse Rouletabille, impaziente. «Siete un amatore di tali cose?» aggiunse, per dire qualcosa.

«Oh, come chiunque altro. Ma vi stavo dicendo, Monsieur Rouletabille, ho rassegnato le mie dimissioni. Ho deciso di ritirarmi dal mondo; sto per fare un lungo viaggio.» (Rouletabille pensò: "Perché non essere partiti subito?") «E prima di partire, sono venuto qui per rifornirmi di qualche piccolo regalo da inviare a quegli amici a cui tengo particolarmente, sebbene ora, mio caro Monsieur Rouletabille, non mi importi molto di nulla.»

«Sembrate abbastanza desolato, monsieur.»

Boris sospirò come un bambino.

«Come potrebbe essere altrimenti?» disse. «Amavo e credevo di essere ricambiato. Ma si è rivelato essere... niente, ahimè!»

«A volte si immaginano solo le cose», disse Rouletabille, tenendo la mano sulla porta.

«Oh, sì», disse l’altro, diventando sempre più malinconico. «Così un uomo soffre. È il suo stesso carnefice; egli stesso crea la ruota su cui, come il suo boia, si lega.»

«Non è necessario, monsieur; non è necessario», consigliò il cronista.

«Ascoltate», implorò Boris con una voce che mostrava che le lacrime non erano lontane. «Siete ancora un bambino, ma comunque potete vedere le cose. Credete che Natacha mi ami?»

«Ne sono sicuro, Monsieur Boris; ne sono sicuro.»

«Ne sono sicuro anch’io. Ma non so cosa pensare ora. Mi ha lasciato andare, senza cercare di trattenermi, senza una parola di speranza.»

«E dove state andando così?»

«Sto tornando nel paese di Orel, dove l’ho vista per la prima volta.»

«È bene, molto bene, Monsieur Boris. Almeno lì siete sicuro di rivederla. Ci va ogni anno con i suoi genitori per qualche settimana. È un dettaglio che non avete trascurato, senza dubbio.»

«Certamente non l’ho fatto. Vi dirò che quella prospettiva ha deciso il mio luogo di ritiro.»

«Vedi!»

«Dio non mi dà nulla, ma apre i Suoi tesori, e ognuno prende ciò che può.»

«Sì, sì; e Mademoiselle Natacha, sa che è a Orel che avete deciso di ritirarvi?»

«Non ho motivo di nasconderglielo, Monsieur Rouletabille.»

«Fin qui tutto bene. Non dovete sentirvi così desolato, mio caro Monsieur Boris. Non tutto è perduto. Dirò anche che vedo un futuro per voi pieno di speranza.»

«Ah, se siete in grado di dirlo con sincerità, sono davvero felice di avervi incontrato. Non dimenticherò mai questa corda che mi avete lanciato quando tutte le acque sembravano chiudersi sopra la mia testa. "Cosa consigliate, dunque?"»

«Vi consiglio di andare a Orel, monsieur, e il più rapidamente possibile.»

«Va bene. Dovete avere delle ragioni per dire questo. Vi obbedisco, monsieur, e vado.»

Mentre Boris si avviava verso l'arco d'ingresso, Rouletabille scivolò nel laboratorio. Il vecchio Alexis era chino sulle sue storte. Una lampada misera illuminava a stento il suo lavoro oscuro. Si voltò al rumore fatto dal giornalista.

«Ah, sei tu, ragazzo!»

«Ebbene?»

«Oh, niente di così rapido. Tuttavia, ho già analizzato i due tovaglioli, sai.»

«Sì? Le macchie? Ditemelo, per l'amor di Dio!»

«Beh, ragazzo mio, è di nuovo arseniato di sodio.»

Rouletabille, colpito al cuore, emise un grido sommesso e tutto sembrò danzare intorno a lui. Pére Alexis, in mezzo a tutti quegli strani strumenti di laboratorio, sembrava Satana in persona, e lui respinse le braccia gentili tese a sostenerlo; nell'oscurità, dove danzavano qua e là le piccole fiamme blu dei crogioli, vivaci come lingue tremolanti, credette di vedere il fantasma di Michael Nikolaievitch venire a gridare: «L'arseniato di sodio continua, e io sono morto». Cadde contro la porta, che si spalancò, e rotolò fino al bancone, colpendovi il viso. Lo shock, che avrebbe potuto essere fatale, lo trasse dal suo intenso incubo e lo rese istantaneamente di nuovo se stesso. Si alzò, saltò oltre il mucchio di stivali e cianfrusaglie, e balzò nel cortile. Lì Boris lo afferrò per il cappotto. Rouletabille si voltò, furioso:

«Cosa volete? Non siete ancora partito per Orel?»

«Monsieur, sto andando, ma vi sarò molto grato se porterete voi stesso queste cose a... a Natacha.» Gli mostrò, sempre con aria disperata, le due icone del Monte Athos, e Rouletabille le prese, se le infilò in tasca e si affrettò, gridando: «Ho capito».

Fuori, Rouletabille cercò di riprendersi, di recuperare un po' di calma. Era possibile che avesse commesso un errore mortale? Ahimè, ahimè, come poteva dubitarne ora! L'arseniato di sodio continuava. Fece uno sforzo sovrumano per allontanare l'orrore di ciò, anche solo momentaneamente — la morte dell'innocente Michael Nikolaievitch — e per non pensare ad altro che alle conseguenze immediate, che dovevano essere attentamente considerate se voleva evitare qualche nuova catastrofe. Ah, l'assassino non si scoraggiava. E quella volta, che opera aveva tentato! Che ecatombe se ci fosse riuscito! Il generale, Matrena Petrovna, Natacha e Rouletabille stesso (che quasi si rammaricava, per quanto lo riguardava, che non fosse riuscito) — e Koupriane! Koupriane, che avrebbe dovuto essere lì per il pranzo. Che bottino per i Nichilisti! Ecco cos'era, ecco cos'era. Rouletabille capiva ora perché non avevano esitato ad avvelenare tutti in una volta: Koupriane era tra loro.

Michael Nikolaievitch sarebbe stato vendicato!

Il tentativo era fallito questa volta, ma cosa non si poteva aspettare ora! Dal momento in cui credette che Michael Nikolaievitch non fosse più colpevole, come aveva immaginato, Rouletabille cadde in un abisso senza fondo.

Dove doveva andare? Dopo qualche istante fece il giro della Rotonda, che funge da mercato per questo quartiere ed è il più bell'ornamento dell'Aptiekarski-Pereoulok. Fece il giro senza saperlo, senza fermarsi per nulla, senza vedere o capire nulla. Come un cavallo col fiato corto procede nel mulino, così camminava intorno con il pensiero che anche lui fosse perduto in un mulino che non portava da nessuna parte. Rouletabille non era più Rouletabille.

XIII. LE BOMBE VIVENTI

A caso — perché ora poteva agire solo a caso — ritornò alla dacia. Grande disordine regnava lì. La guardia era stata raddoppiata. Gli amici del generale, convocati da Trebassof, circondavano i due sofferenti avvelenati e riempivano la casa con la loro affaccendata devozione e le loro proteste di affetto. Tuttavia, un medico insignificante dal quartiere comune del Vasili-Ostrow, portato dalla polizia, rassicurò tutti. La polizia non aveva trovato in casa il medico di famiglia del generale, ma aveva promesso l'arrivo immediato di due specialisti, che avevano trovato al suo posto. Nel frattempo avevano raccolto per strada questo piccolo medico, che era allegro e chiacchierone come una gazza. Aveva avuto il suo bel da fare a curare Matrena Petrovna, che era stata così male che suo marito, Feodor Feodorovitch, tremava ancora, «per la prima volta nella sua vita», come disse l'eccellente Ivan Petrovitch.

Il giornalista si stupì di non trovare Natacha né nell'appartamento di Matrena né in quello di Feodor. Chiese a Matrena dove fosse la figliastra. Matrena volse verso di lui un viso spaventato. Quando furono soli, disse:

«Non sappiamo dove sia. Quasi subito dopo che ve ne siete andato è sparita, e nessuno l'ha più vista da allora. Il generale l'ha chiesta più volte. Ho dovuto dirgli che Koupriane l'aveva portata con sé per apprendere da lei i dettagli di quanto accaduto.»

«Non è con Koupriane», disse Rouletabille.

«Dov'è? Questa scomparsa è più che strana nel momento in cui morivamo, quando suo padre... O Dio! Lasciatemi, figlio mio; sto soffocando; sto soffocando.»

Rouletabille chiamò il medico temporaneo e si ritirò dalla camera. Era venuto con l'idea di ispezionare la casa stanza per stanza, angolo per angolo, per accertarsi se esistesse o meno una possibilità di ingresso che non avesse notato prima, un ingresso che i potenziali avvelenatori continuavano a usare. Ma ora un nuovo fatto lo affrontava e oscurava tutto: la scomparsa di Natacha. Come rimpiangeva la sua ignoranza della lingua russa — e nessuno degli uomini di Koupriane conosceva il francese. Avrebbe potuto cavare qualcosa da Ermolai.

Ermolai disse di aver visto Natacha appena fuori dal cancello per un momento, a guardare su e giù per la strada. Poi era stato chiamato dal generale, e quindi non sapeva altro.

Questo era tutto ciò che il giornalista riuscì a raccogliere dai gesti piuttosto che dalle parole del vecchio servitore.

Una difficoltà aggiuntiva ora era che il crepuscolo avanzava, ed era impossibile per il giornalista scorgere le impronte di Natacha. Era vero che la giovane ragazza era fuggita in un momento simile, subito dopo l'avvelenamento, prima di sapere se suo padre e sua madre fossero completamente fuori pericolo? Se Natacha fosse innocente, come Rouletabille voleva ancora credere, un tale atteggiamento era semplicemente incomprensibile. E la ragazza non poteva non essere consapevole che avrebbe aumentato i sospetti di Koupriane. Il giornalista aveva una ragione vitale per vederla immediatamente, una ragione vitale per tutti gli interessati, soprattutto in questo momento in cui i Nichilisti stavano portando al culmine i loro piani, una ragione vitale per lei e per lui, ugualmente minacciati di morte, per parlare con lei e per rinnovare le proposte che le aveva fatto pochi minuti prima dell'avvelenamento e di cui lei non aveva voluto sentirlo parlare, per pietà timorosa verso di lui o in sfida a lui. Dov'era Natacha? Pensò che forse stesse cercando di raggiungere Annouchka, e c'erano ragioni per questo, sia se fosse innocente sia se fosse colpevole. Ma dov'era Annouchka? Chi poteva dirlo! Gounsovski forse. Rouletabille saltò su un isvostchik, di ritorno dal Point vuoto, e diede l'indirizzo di Gounsovski. Si degnò allora di ricordare che era stato invitato quel giorno stesso a cenare dai Gounsovski. Non lo avrebbero più aspettato. Si diede del colpevole.

Lo ricevettero, ma avevano finito di cenare da un pezzo.

Monsieur e Madame Gounsovski stavano facendo una partita a dama sotto la lampada. Rouletabille, entrando nel salotto, riconobbe la testa calva, lucida e grassoccia del terribile uomo. Gounsovski andò verso di lui, inchinandosi, ossequioso, le sue mani grasse tese. Fu presentato a Madame Gounsovski, che era cosparsa di gioielli sopra il suo abito di seta nera. Aveva una pelle fangosa e occhi magnifici. Anche lei fu tentativamente effusiva. «L'abbiamo aspettata, monsieur», disse, facendo un sorrisetto timido, con il fascino attento di una donna un po' avanti negli anni che conta ancora su grazie infantili. Mentre il giovane rinnegato offriva le sue scuse, «Oh, sappiamo che siete molto occupato, Monsieur Rouletabille. Mio marito me lo ha detto solo un momento fa. Ma sapeva che alla fine sareste venuto. Alla fine si accetta sempre l'invito di mio marito». Lo disse con un sorriso grasso di importanza.

Rouletabille si gelò a quest'ultima frase. Provò una paura reale in presenza di queste due figure, così atrocemente comuni, nel loro orribile, dignitoso salottino.

Madame continuò:

«Ma avete già cenato piuttosto male, a causa di quella terribile faccenda del generale Trebassof. Venite in sala da pranzo.» «Ah, dunque qualcuno vi ha informato?» disse Rouletabille. «No, no, grazie; non ho bisogno di altro. Sapete cosa è successo?»

«Se foste venuto a cena, forse non sarebbe successo nulla, sapete», disse Gounsovski tranquillamente, sedendosi di nuovo sui cuscini e considerando la sua partita a dama attraverso gli occhiali. «Ad ogni modo, congratulazioni a Koupriane per essere stato lontano da lì per la sua paura.»

Per Gounsovski esisteva solo Koupriane! La vita o la morte di Trebassof non occupavano la sua mente. Solo gli atti e i movimenti del Prefetto di Polizia avevano il potere di muoverlo. Ordinò a una cameriera che scivolava nell'appartamento senza far più rumore di un'ombra di portare un piccolo tavolino carico di zakouski e bottiglie di champagne vicino al tavolo da gioco, e mosse una delle sue pedine, dicendo: «Mi permetterete? Questa mossa è mia. Non vorrei perderla».

Rouletabille si azzardò a posare la mano sul pugno oleoso e peloso che si estendeva da un polsino dubbio.

«Cosa mi dite? Come avreste potuto prevederlo?»

«Era facile prevedere tutto», rispose Gounsovski, offrendo sigari, «prevedere tutto dal momento in cui il posto di Matiew è stato occupato da Priemkof.»

«Ebbene?» chiese Rouletabille, ricordando con una certa inquietudine la scena della fustigazione nella cappella delle guardie.

«Beh, questo Priemkof, tra noi», (e si chinò vicino all'orecchio del giornalista) «non è migliore, come guardia di polizia per Koupriane, di Matiew stesso. Molto pericoloso. Perciò, quando ho saputo che ha preso il posto di Matiew alla dacia delle Isole, ho pensato che ci sarebbe stata sicuramente qualche sfortunata evenienza. Ma non erano affari miei, vero? Koupriane avrebbe potuto dirmi: "Fatti i fatti tuoi". Mi ero spinto abbastanza lontano nell'avvertirlo delle "bombe viventi". Erano state denunciate a noi dalla stessa agenzia che ci ha permesso di sequestrare le due bombe viventi (donne, se vi aggrada!) che stavano andando al tribunale militare di Kronstadt dopo la ribellione nella flotta. Che se lo ricordi. Ciò dovrebbe farlo riflettere. Sono un uomo coraggioso. So che parla male di me; ma non gli voglio alcun male. Gli interessi dell'Impero prima di tutto tra noi! Non vi parlerei come faccio se non sapessi che lo Zar vi onora del suo favore. Allora vi ho invitato a cena. Mentre si cena si parla. Ma non siete venuto. E, mentre voi cenavate laggiù e mentre Priemkof era di guardia alla dacia, è successa quella spiacevole faccenda di cui ha parlato Madame Gounsovski.»

Rouletabille non si era seduto, nonostante le insistenze di Madame Gounsovski. Prese bruscamente la scatola di sigari dalla mano del Capo del Servizio Segreto, che aveva continuato a porgerli, poiché questo dettaglio di ospitalità infastidiva soltanto il suo umore, che era stato abbastanza cupo per ore ed era ora approfondito da ciò che l'altro aveva appena detto. Comprese una sola cosa: che un uomo chiamato Priemkof, di cui non aveva mai sentito parlare, determinato quanto Matiew a distruggere il generale, era stato incaricato da Koupriane della guardia alla dacia delle Isole. Era necessario avvertire Koupriane istantaneamente.

«Com'è che non l'avete già fatto voi stesso, Monsieur Gounsovski? Perché aspettare di parlarne a me? È inimmaginabile.»

«Pardon, pardon», disse Gounsovski, sorridendo dolcemente dietro i suoi occhiali; «non è la stessa cosa.»

«No, no, non è la stessa cosa», fece eco la signora con la seta nera, i gioielli brillanti e il mento flaccido. «Parliamo qui a un amico nel corso di una chiacchierata a cena, a un amico che non appartiene alla polizia. Non denunciamo mai nessuno.»

«Dobbiamo dirvelo. Ma sedetevi ora», insistette ancora Gounsovski, accendendo il suo sigaro. «Siate ragionevole. Hanno appena tentato di avvelenarlo, quindi si prenderanno tempo per respirare prima di tentare qualcos'altro. Poi, anche, questo veleno mi fa pensare che potrebbero aver rinunciato all'idea delle bombe viventi. Poi, dopo tutto, ciò che deve essere, sarà.»

«Sì, sì», approvò l'ampia signora. «La polizia non è mai stata in grado di impedire ciò che doveva accadere. Ma, parlando di questo Priemkof, rimane tra noi, eh? Solo tra noi?»

«Sì, dobbiamo dirvelo ora», Gounsovski inserì dolcemente, «che sarà molto meglio non far sapere a Koupriane che avete ottenuto l'informazione da me. Perché allora, capite, non vi crederebbe; o, piuttosto, non crederebbe a me. Ecco perché prendiamo queste precauzioni di cenare e fumare un sigaro. Parliamo di una cosa e dell'altra e voi fate come vi pare con ciò che diciamo. Ma, per renderle utili, è assolutamente necessario, ripeto, tacere sulla loro fonte.» (Mentre diceva ciò, Gounsovski lanciò a Rouletabille uno sguardo penetrante attraverso i suoi occhiali, la prima volta che Rouletabille aveva visto un tale sguardo nei suoi occhi. Non lo avrebbe mai sospettato capace di tale fuoco.) «Priemkof», continuò Gounsovski a voce bassa, usando il fazzoletto vigorosamente, «era impiegato qui a casa mia e ci siamo separati in cattivi rapporti, per colpa sua, è necessario dirlo. Poi è entrato nella fiducia di Koupriane dicendo il peggio che poteva di noi, mio caro piccolo monsieur.»

«Ma cosa poteva dire? Storie di servitori! Mio caro piccolo monsieur», ripeté la grassa signora, e roteò i suoi grandi occhi neri magnifici furiosamente. «Storie che sono state trattate come meritavano a Corte, certamente. Madame Daquin, la moglie del capocuoco di Sua Maestà, che certamente conoscete, e il nipote della seconda Dama d'Onore dell'Imperatrice, che gode di ottima posizione presso sua zia, ce l'hanno detto; storie di servitori che avrebbero potuto rovinarci ma non hanno prodotto alcun effetto su Sua Maestà, per il quale daremmo la nostra vita, Cristo lo sa. Beh, capite ora che se diceste a Koupriane: "Gaspadine Gounsovski ha parlato male di Priemkof davanti a me", non vorrebbe sentirne una parola di più. Eppure, Priemkof è coinvolto nel piano per le bombe viventi, questo è tutto ciò che posso dirvi; almeno, lo era prima della faccenda dell'avvelenamento. Quell'avvelenamento è certamente molto sorprendente, tra noi. Non sembra essere venuto dall'esterno, mentre le bombe viventi dovranno venire dall'esterno. E Priemkof ci è coinvolto dentro.»

«Sì, sì», approvò di nuovo Madame Gounsovski, «è impegnato in esso. Ci sono state storie anche su di lui. Anche altre persone oltre a lui sanno raccontare storie; non è difficile da fare. Deve mostrare qualcosa ora se vuole rimanere con la cricca di Annouchka.»

«Koupriane, il nostro caro Koupriane», interruppe Gounsovski, leggermente turbato nel sentire sua moglie pronunciare il nome di Annouchka, «Koupriane dovrebbe essere in grado di capire che questa volta Priemkof deve portare a termine le cose, o è definitivamente rovinato.»

«Priemkof lo sa abbastanza bene», rispose Madame mentre riempiva i bicchieri, «ma Koupriane non lo sa; questo è tutto ciò che possiamo dirvi. È abbastanza? Tutto il resto sono solo chiacchiere.»

Era certamente abbastanza per Rouletabille; ne aveva abbastanza! Queste chiacchiere oziose e queste bombe viventi! Questi gingilli, questi sussurratori nel loro ambiente borghese e campagnolo; queste combinazioni politico-poliziesche il cui lato grottesco era sempre quello predominante; mentre il lato terribile, l'aspetto siberiano, le prigioni, i buchi neri, le impiccagioni, le sparizioni, gli esili e le morti e i martiri rimanevano così gelosamente nascosti che nessuno ne parlava mai! Tutto quel peso di orrore, tra un buon sigaro e «un bicchierino di anisetta, monsieur, se non volete champagne». Eppure, dovette bere prima di andarsene, brindare alla salute, promettere di tornare, ogni volta che ne avesse avuto voglia — la casa era aperta per lui. Rouletabille sapeva che era aperta a chiunque — chiunque avesse una storia da raccontare, qualcosa che avrebbe mandato qualche altra persona in prigione o a morte e all'oblio. Nessuna guardia all'ingresso a controllare un visitatore — gli uomini entravano in casa di Gounsovski come nella casa di un amico, ed egli era sempre pronto a farti un servizio, certamente!

Accompagnò il giornalista fino alle scale. Rouletabille stava proprio per rischiare di parlargli di Annouchka, per affrontare il soggetto di Natacha, quando Gounsovski disse improvvisamente, con un sorriso singolare:

«A proposito, credete ancora in Natacha Trebassof?»

«Crederò in lei fino alla mia morte», ribatté Rouletabille; «ma ammetto con voi che in questo momento non so dove sia andata.»

«Osservate la Baia di Lachtka, e venite a dirmelo domani se crederete ancora in lei», rispose Gounsovski, confidenzialmente, con una risata orribile che fece affrettare il giornalista giù per le scale.

E ora ecco Priemkof di cui occuparsi! Priemkof dopo Matiew! Sembrava al giovane di dover combattere non solo contro tutti i rivoluzionari, ma anche contro tutta la polizia russa — e Gounsovski stesso, e Koupriane! Tutti, tutti! Ma più urgente era Priemkof e le sue bombe viventi. Che avventura strana, quasi incomprensibile e snervante, questa tra il Nichilismo e la polizia russa. Koupriane e Gounsovski impiegavano entrambi un uomo che sapevano essere un rivoluzionario e amico di rivoluzionari. Il Nichilismo, dal canto suo, considerava quest'uomo delle forze di polizia come uno dei suoi agenti. A sua volta, quest'uomo, per mantenere il suo pericoloso equilibrio, doveva lavorare sia per la polizia che per i rivoluzionari, e accettare qualsiasi cosa l'una o l'altra gli desse da fare man mano che arrivava, perché era necessario che desse loro assicurazioni della sua fedeltà. Solo gli imbecilli, come Gapone, si lasciavano impiccare o finivano giustiziati, come Azef, a causa dei loro goffi passi falsi. Ma un Priemkof, che giocava su entrambi i rami della polizia, aveva buone probabilità di vivere a lungo, e un Gounsovski sarebbe morto tranquillamente nel suo letto con tutti i conforti della religione.

Tuttavia, i cuori giovani, caldi di sincerità, rivestiti di dinamite, sono misteriosamente mossi nell'atroce oscurità della Santa Russia, e non sanno dove saranno mandati, e per loro è lo stesso, perché tutto ciò che chiedono è di morire in un folle delirio spirituale di odio e amore — bombe viventi!*

* Nel processo dopo la rivolta di Kronstadt due giovani donne furono accusate di indossare bombe come falsi seni.

All'angolo dell'Aptiekarski-Pereoulok Rouletabille si imbatté in Koupriane, che stava partendo per il posto di Pére Alexis e, vedendo il giornalista, fermò la carrozza e gridò che stava andando immediatamente alla dacia.

«Avete visto Pére Alexis?»

«Sì», disse Koupriane. «E questa volta vi ho colto. Ciò che vi ho detto, ciò che ho previsto, è accaduto. Ma avete notizie dei sofferenti? A proposito, è successa una cosa piuttosto curiosa. Ho incontrato Kister sulla Nevsky poco fa.»

«Il medico?»

«Sì, uno dei medici di Trebassof che avevo mandato un ispettore a prelevare a casa sua per portarlo alla dacia, così come il suo solito associato, il dottor Litchkof. Bene, né Litchkof né lui erano stati convocati. Non sapevano nulla di quanto fosse accaduto alla dacia. Non avevano visto il mio ispettore. Spero che abbia incontrato qualche altro medico per strada e, vista l'urgenza, lo abbia portato alla dacia.»

«È quello che è successo», rispose Rouletabille, che era diventato molto pallido. «Tuttavia, è strano che questi signori non fossero stati avvisati, perché alla dacia ai Trebassof è stato detto che i soliti medici del generale non erano in casa e quindi la polizia ne aveva convocati altri due che sarebbero arrivati subito.»

Koupriane balzò in piedi nella carrozza.

«Ma Kister e Litchkof non avevano lasciato le loro case. Kister, che aveva appena incontrato Litchkof, lo ha detto. Cosa significa questo?»

«Potete dirmi», chiese Rouletabille, pronto ora per il colpo di fulmine che la sua domanda invitava, «il nome dell'ispettore che avete ordinato di portarli?»

«Priemkof, un uomo che gode della mia completa fiducia.»

La carrozza di Koupriane corse verso le Isole. Era giunta la tarda serata. Soli sulla strada deserta, i cavalli sembravano diretti verso le stelle; la carrozza al seguito non sembrava essere un peso per loro. Il cocchiere era chino su di loro, le braccia protese, come se volesse balzare nell'etere. Ah, la bella notte, la notte incantevole e tranquilla accanto alla Neva, guastata dal galoppo selvaggio di questi cavalli impazziti!

«Priemkof! Priemkof! Uno degli uomini di Gounsovski! Avrei dovuto sospettare di lui», imprecò Koupriane dopo le spiegazioni di Rouletabille. «Ma ora, arriveremo in tempo?»

Si alzarono in piedi nella carrozza, incitando il cocchiere, eccitando i cavalli: «Scan! Scan! Più veloci, douriak!» Potevano arrivare prima delle «bombe viventi»? Potevano sentirli prima che arrivassero? Ah, ecco Eliaguine!

Si precipitarono da una sponda all'altra come se non ci fossero ponti nel loro corso insensato. E le loro orecchie erano tese all'esplosione, all'abominio che stava per compiersi, preparato astutamente nella notte così ipocritamente dolce sotto lo sguardo freddo delle stelle. All'improvviso, «Fermati, fermati!» gridò Rouletabille al cocchiere.

«Sei pazzo!» urlò Koupriane.

«Siamo pazzi se arriviamo come pazzi. Ciò renderebbe la catastrofe sicura. C'è ancora una possibilità. Se non vogliamo perderla, allora dobbiamo arrivare con calma e tranquillità, come amici che sanno che il generale è fuori pericolo.»

«La nostra unica possibilità è arrivare prima dei falsi dottori. O non sono lì, o è già tutto finito. Priemkof deve essere rimasto sorpreso dalla faccenda dell'avvelenamento, ma ha colto l'occasione; fortunatamente non è riuscito a trovare subito i suoi complici.»

«Ecco la datcha, comunque. In nome del cielo, dite al vostro guidatore di fermare i cavalli qui. Se i ‘dottori’ sono già lì, saremo noi ad aver ucciso il generale.»

«Hai ragione.»

Koupriane moderò la sua eccitazione e quella del suo guidatore e dei cavalli, e la carrozza si fermò senza rumore, non lontano dalla datcha. Ermolai andò loro incontro.

«Priemkof?» esitò Koupriane.

«Se n'è andato di nuovo, Eccellenza.»

«Come... andato di nuovo?»

«Sì, ma ha portato i dottori.»

Koupriane strinse il polso di Rouletabille. I dottori erano lì!

«Madame Trebassof sta meglio», continuò Ermolai, che non capiva nulla della loro emozione. «Il generale sta andando a incontrarli per portarli lui stesso da sua moglie.»

«Dove sono?»

«Stanno aspettando nel salotto.»

«Oh, Eccellenza, mantenga la calma, mantenga la calma, e non tutto è perduto», implorò il reporter.

Rouletabille e Koupriane scivolarono con cautela nel giardino. Ermolai li seguì.

«Lì?» chiese Koupriane.

«Lì», rispose Ermolai.

Dall'angolo in cui si trovavano, guardando attraverso la veranda, potevano vedere i «dottori» mentre aspettavano.

Erano seduti su sedie fianco a fianco, in un angolo del salotto da dove potevano vedere tutto nella stanza e una parte del giardino, verso cui erano rivolti, e potevano sentire tutto. Una finestra del primo piano era aperta sopra le loro teste, così che potevano sentire qualsiasi rumore provenire da lì. Non potevano essere sorpresi da alcun lato e tenevano d'occhio ogni porta. Parlavano a bassa voce e con tranquillità, guardando dritto davanti a sé. Sembravano giovani. Uno aveva un volto piacevole, pallido ma sorridente, con capelli piuttosto lunghi e ricci; l'altro era più spigoloso, con un portamento altero e un volto grave, naso aquilino e occhiali. Entrambi indossavano lunghi cappotti neri abbottonati sui loro petti calmi.

Koupriane e il reporter, seguiti da Ermolai, avanzarono con la massima precauzione attraverso il prato. Schermati dai gradini di legno che portavano alla veranda e dalla balaustra coperta di viti, arrivarono abbastanza vicini da sentirli. Koupriane tese avidamente l'orecchio alle parole di questi due giovani, che avrebbero potuto essere così ricchi dei molti anni di vita che naturalmente appartenevano loro, e che stavano per morire di una morte così orribile distruggendo tutto ciò che li circondava. Parlavano di che ora fosse, della dolcezza della notte e della bellezza del cielo; parlavano delle ombre sotto le betulle, del golfo che brillava nella luce dorata calante della tarda serata, della freschezza del fiume e della dolcezza della primavera nel Nord. Di questo parlavano. Koupriane mormorò: «Gli assassini!»

Ora era necessario decidere di agire, e quella necessità era orribile. Un falso movimento, una goffaggine, e i «dottori» sarebbero stati avvertiti, e tutto perduto. Dovevano avere le bombe sotto i cappotti; c'erano certamente almeno due «bombe viventi». I loro petti, mentre respiravano, dovevano sollevarsi e abbassarsi e i loro cuori battere contro un'imminente esplosione.

Di sopra, al piano delle camere da letto, sentirono il rapido riordino della stanza, passi sul pavimento e una confusione di voci; ombre passarono attraverso lo spazio della finestra. Koupriane interrogò rapidamente Ermolai e apprese che tutti gli amici del generale erano lì. I due dottori erano arrivati solo un paio di minuti prima del Prefetto di Polizia e del reporter. Il piccolo medico di Vassili-Ostrow se n'era già andato, dicendo che non c'era più nulla da fare per lui una volta arrivati due specialisti così celebri. Tuttavia, nonostante la loro celebrità, nessuno aveva mai sentito i nomi che si erano dati. Koupriane credeva che il piccolo medico fosse un complice. La cosa più necessaria era avvertire coloro che si trovavano nella stanza di sopra. C'era il pericolo immediato che qualcuno scendesse a cercare i dottori per portarli dal generale, o che il generale scendesse lui stesso a incontrarli. Evidentemente era quello che stavano aspettando. Volevano morire tra le sue braccia, per assicurarsi che questa volta non sfuggisse loro! Koupriane ordinò a Ermolai di andare nella veranda e di parlare in modo banale a loro sulla soglia della porta del salotto, dicendo che sarebbe salito al piano di sopra per vedere se poteva ora accompagnarli nella stanza di Madame Trebassof. Una volta nella stanza di sopra, avrebbe potuto avvertire gli altri di non fare nulla se non aspettare Koupriane; poi Ermolai doveva scendere e dire agli uomini: «Ancora un momento, per favore.»

Ermolai si intrufolò fino alla portineria, e poi risalì il sentiero in modo del tutto normale, lasciando che la ghiaia scricchiolasse sotto i suoi passi campagnoli. Era un uomo intelligente e colse con straordinaria freddezza l'importanza del piano d'azione. Facilmente e naturalmente salì i gradini della veranda, si fermò sulla soglia del salotto, fece l'osservazione che gli era stata detta di fare e salì al piano di sopra. Koupriane e Rouletabille ora osservavano le finestre della camera da letto. Le ombre che guizzavano lì divennero improvvisamente immobili. Ogni movimento cessò; non si sentirono più passi, nulla. E quel silenzio improvviso fece alzare il volto ai due «dottori» verso il soffitto. Poi si scambiarono uno sguardo allertato. Questo cambiamento nel modo di fare di chi stava sopra era pericoloso. Koupriane mormorò: «Gli idioti!» Era un colpo tale per quelli di sopra sapere che camminavano sopra una mina pronta a esplodere che evidentemente aveva paralizzato i loro arti. Fortunatamente Ermolai scese quasi subito e disse ai «dottori» nel suo miglior modo da domestico:

«Ancora un secondo, messieurs, se permettete.»

Lo fece ancora con assoluta naturalezza. E ritornò alla soglia prima di raggiungere Koupriane e Rouletabille passando per il prato. Rouletabille, del tutto freddo, completamente padrone di sé, calmo ora quanto Koupriane era nervoso, disse al Prefetto di Polizia:

«Dobbiamo agire ora, e in fretta. Stanno iniziando a sospettare. Avete un piano?»

«Ecco tutto quello che vedo», disse Koupriane. «Fate scendere il generale dalla stretta scala di servizio e fatelo uscire di casa dalla finestra del salottino di Natacha, con l'aiuto di un lenzuolo annodato. Matrena Petrovna andrà a parlare loro durante questo periodo; ciò li terrà buoni finché il generale non sarà fuori pericolo. Non appena Matrena si sarà ritirata in giardino, chiamerò i miei uomini, che spareranno loro da lontano.»

«E la casa stessa? E gli amici del generale?»

«Lasciamo che provino a scappare anche loro dalla scala di servizio e a saltare dalla finestra dopo il generale. Dobbiamo tentare qualcosa. Dite che li tengo sotto tiro con la mia rivoltella.»

«Il vostro piano non funzionerà», disse Rouletabille, «a meno che la porta del salottino di Natacha che apre sul salotto non sia chiusa.»

«Lo è. Posso vedere da qui.»

«E a meno che la porta del piccolo passaggio prima di quella scala che apre nel salotto non sia chiusa anch'essa, e non potete vederla da qui.»

«Quella porta è aperta», disse Ermolai.

Koupriane imprecò. Ma si riprese prontamente.

«Madame Trebassof chiuderà la porta quando parlerà loro.»

«È impraticabile», disse il reporter. «Ciò desterebbe i loro sospetti più che mai. Lasciate fare a me; ho un piano.»

«Quale?»

«Ho il tempo di eseguirlo, ma non di raccontarvelo. Hanno già aspettato troppo a lungo. Dovrò salire al piano di sopra, però. Ermolai dovrà venire con me, come amico di famiglia.»

«Verrò anch'io.»

«Ciò rivelerebbe tutto, se vi vedessero, il Prefetto di Polizia.»

«Ma no. Se mi vedono - e sanno che dovrei essere lì - non appena mi mostrerò loro, concluderanno che non so nulla di tutto ciò.»

«Vi sbagliate.»

«È il mio dovere. Dovrei essere vicino al generale per difenderlo fino all'ultimo.»

Rouletabille fece spallucce davanti a questo pericoloso eroismo, ma non si fermò a discutere. Sapeva che il suo piano doveva avere successo subito, o al più tardi entro cinque minuti non sarebbero rimaste che rovine, i morti e i moribondi nella datcha des Iles.

Tuttavia rimase sorprendentemente calmo. In linea di principio aveva ammesso che stava per morire. L'unica speranza di salvarsi che rimaneva loro poggiava interamente sul mantenere la calma perfetta e sulla pazienza delle bombe viventi. Avrebbero ancora avuto tre minuti di pazienza?

Ermolai precedette Koupriane e Rouletabille. Nel momento in cui raggiunsero la base dei gradini della veranda il servitore disse ad alta voce, ripetendo la sua lezione:

«Oh, il generale vi sta aspettando, Eccellenza. Mi ha detto di farvi venire da lui subito. Sta benissimo e anche Madame Trebassof.»

Quando furono nella veranda, aggiunse:

«Deve vedere anche, subito, questi signori, che saranno in grado di dirle che non c'è più pericolo.»

E tutti e tre passarono mentre Koupriane e Rouletabille salutavano vagamente i due cospiratori nel salotto. Fu un momento decisivo. Riconoscendo Koupriane, i due nichilisti avrebbero ben potuto credersi scoperti, come aveva detto il reporter, e precipitare la catastrofe. Tuttavia, Ermolai, Koupriane e Rouletabille salirono le scale verso la camera da letto come automi, non osando guardarsi indietro, e aspettandosi la fine a ogni istante. Ma nessuno si mosse. Ermolai scese di nuovo, per ordine di Rouletabille, normalmente, naturalmente, con tranquillità. Entrarono nella camera di Matrena Petrovna. Tutti erano lì. Era un raduno di fantasmi.

Ecco cosa era successo di sopra. Che i «dottori» rimanessero ancora di sotto, che non fossero stati ricevuti istantaneamente, in breve, che la catastrofe fosse stata ritardata fino ad ora era merito di Matrena Petrovna, il cui amore vigile, come un cane da guardia, era sempre pronto a fiutare il pericolo. Questi due «dottori» di cui non conosceva i nomi, che arrivarono così tardi, e la partenza precipitosa del piccolo medico di Vassili-Ostrow avevano destato la sua vigilanza. Prima di permettere loro di salire al piano di sopra dal generale, decise di dare lei stessa un'occhiata di sotto. Si alzò dal letto per questo; e ora il suo presentimento era giustificato. Quando vide Ermolai, sobrio e misterioso, entrare con il messaggio di Koupriane, seppe istintivamente, prima che parlasse, che c'erano bombe in casa. Quando Ermolai parlò, fu un colpo per tutti. Dapprima lei, Matrena Petrovna, era stata una figura spaventata e sciocca nella grande vestaglia a fiori appartenente a Feodor che si era avvolta addosso in fretta. Quando Ermolai se ne andò, il generale, che sapeva che lei tremava solo per lui, cercò di rassicurarla e, nel mezzo del silenzio spaventato di tutti loro, disse poche parole ricordando il fallimento di tutti i tentativi precedenti. Ma lei scosse la testa e tremò, tremando di paura per lui, in agonia al pensiero che non poteva far nulla lassù sopra quelle bombe viventi se non aspettare che scoppiassero. Quanto agli amici, già i loro arti erano rovinati, assolutamente rovinati, in verità. Per un momento furono del tutto incapaci di muoversi. Il gioviale Consigliere dell'Impero, Ivan Petrovitch, non aveva più una storia vivace da raccontare, e l'abominevole prospettiva di «questo orribile pasticcio» proprio a portata di mano lo rendeva molto meno allegro che nelle sue ore migliori da Cubat. E il povero Thaddeus Tchitchnikoff era più bianco della neve che copre i vecchi campi della Lituania quando è in corso la caccia invernale. Athanase Georgevitch stesso non era brillante, e il suo volto sanguigno era del tutto cambiato, come se avesse difficoltà a digerire il suo ultimo capolavoro con coltello e forchetta. Ma, a loro giustizia, quello fu il primo effetto istantaneo. Nessuno poteva apprendere così, tutto d'un tratto, che stava per morire in un massacro indiscriminato senza che il cuore si fermasse per un po'. Le parole di Ermolai avevano trasformato quegli amabili sfaccendati in statue di cera, ma, a poco a poco, i loro cuori iniziarono a battere di nuovo e ognuno suggerì qualche modo per prevenire il disastro - tutti abbastanza incoerenti - mentre Matrena Petrovna invocava la Vergine e allo stesso tempo aiutava Feodor Feodorovitch ad aggiustarsi la sciabola e ad allacciarsi la cintura; perché il generale voleva morire in uniforme.

Athanase Georgevitch, con gli occhi che gli uscivano dalla testa e il corpo piegato come se temesse che i nichilisti proprio sotto di lui potessero percepire la sua alta figura - attraverso il pavimento, senza dubbio - propose che si gettassero fuori dalla finestra, anche a costo di gambe rotte. Il rattristato Consigliere dell'Impero dichiarò quel progetto semplicemente idiota, poiché cadendo sarebbero stati assolutamente alla mercé dei nichilisti, che sarebbero stati attirati dal rumore e avrebbero fatto di loro un pugno di polvere con un solo gesto attraverso la finestra. Thaddeus Tchitchnikoff, che non riusciva a pensare a nulla, incolpò Koupriane e il resto della polizia per non aver escogitato qualcosa. Perché non si erano già sbarazzati di questi nichilisti? Dopo il silenzio spaventato che avevano mantenuto in principio, ora parlavano tutti insieme, a bassa voce, roca e rapida, con il fiato corto, facendo movimenti selvaggi con le braccia e la testa, e camminavano di qua e di là nella camera del tutto senza motivo, ma molto dolcemente in punta di piedi, andando alle finestre, tornando, ascoltando alle porte, scrutando attraverso i buchi delle serrature, scambiandosi suggerimenti assurdi, pieni delle più selvagge fantasie. «Se dovessimo... se... se», - tutti parlavano e tutti facevano segni agli altri di stare zitti. «Più piano! Se ci sentono, siamo perduti.» E Koupriane, che non veniva, e la sua polizia, che essi stessi avevano portato due assassini in casa, e non erano in grado ora di farli andare via senza far saltare tutti! Erano certamente perduti. Non rimaneva che dire le preghiere. Si voltarono verso il generale e Matrena Petrovna, che erano avvolti in un abbraccio stretto. Feodor aveva preso la povera testa scompigliata della buona Matrena tra le mani e l'aveva premuta sulle sue spalle mentre l'abbracciava. Disse: «Riposa tranquillamente contro il mio cuore, Matrena Petrovna. Non può accaderci nulla se non ciò che Dio vuole.»

A quella vista e a quella osservazione gli altri si vergognarono della loro confusione. L'armonia di quella coppia che si abbracciava in presenza della morte li riportò a se stessi, al loro coraggio e al loro «Nitchevo». Athanase Georgevitch, Ivan Petrovitch e Thaddeus Tchitchnikoff ripeterono dopo Matrena Petrovna: «Come Dio vuole.» E poi dissero «Nitchevo! Nitchevo!* Moriremo tutti con voi, Feodor Feodorovitch.» E si baciarono tutti e si strinsero l'un l'altro tra le braccia, i loro occhi appannati dall'amore l'uno per l'altro, come alla fine di un grande banchetto quando avevano mangiato e bevuto pesantemente in onore l'uno dell'altro.

* «Che importa!»

«Ascoltate. Qualcuno sta salendo le scale», sussurrò Matrena, con il suo orecchio acuto, e si scivolò dalla stretta di suo marito.

Senza fiato, si affrettarono tutti verso la porta che apriva sul pianerottolo, ma con passi leggeri «come se camminassero sulle uova». Tutti e quattro erano protesi lì vicino alla porta, osando a malapena respirare. Sentirono due uomini sulle scale. Erano Koupriane e Rouletabille, o erano gli altri? Avevano rivoltelle nelle mani e si ritrassero un po' quando i passi risuonarono vicino alla porta. Dietro di loro Trebassof era tranquillamente seduto sulla sua sedia. La porta fu aperta e Koupriane e Rouletabille percepirono queste figure cadaveriche, immobili e mute. Nessuno osava parlare o fare un movimento finché la porta non fu chiusa. Ma poi:

«Bene? Bene? Salvateci! Dove sono? Ah, il mio caro piccolo domovoi-doukh, salvate il generale, per l'amor della Vergine!»

«Tsst! tsst! Silenzio.»

Rouletabille, molto pallido, ma calmo, parlò:

«Il piano è semplice. Sono tra le due scale, sorvegliando l'una e l'altra. Andrò a cercarli e li farò salire da una mentre voi scendete dall'altra.»

«Caracho! È abbastanza semplice. Perché non ci abbiamo pensato prima? Perché tutti hanno perso la testa tranne il caro piccolo domovoi-doukh!»

Ma qui accadde qualcosa su cui Rouletabille non aveva fatto conto. Il generale si alzò e disse: «Avete dimenticato una cosa, mio giovane amico; ed è che il generale Trebassof non scenderà dalla scala di servizio.»

I suoi amici lo guardarono sbalorditi e chiesero se fosse impazzito.

«Cos'è questo che dite, Feodor?» implorò Matrena.

«Dico», insistette il generale, «che ne ho abbastanza di questa commedia, e che poiché Monsieur Koupriane non è stato in grado di arrestare questi uomini, e poiché, da parte loro, non sembrano decidere di fare il loro dovere, andrò io stesso a cacciarli via da casa mia.»

Fece qualche passo, ma non aveva il suo bastone e improvvisamente vacillò. Matrena Petrovna balzò verso di lui e lo sollevò tra le sue braccia come se fosse una piuma.

«Non dalla scala di servizio, non dalla scala di servizio», ringhiò l'ostinato generale.

«Andrete», gli rispose Matrena, «per la strada che vi porto io.»

E lo riportò nell'appartamento mentre diceva velocemente a Rouletabille:

«Andate, piccolo domovoi! E che Dio ci protegga!»

Rouletabille scomparve immediatamente attraverso la porta della scala principale, e il gruppo, assistito da Koupriane, passò attraverso lo spogliatoio e la camera del generale, Matrena Petrovna in testa con il suo prezioso carico. Ivan Petrovitch aveva già la mano sul famoso chiavistello che chiudeva la porta della scala di servizio quando tutti si voltarono al suono di un passo rapido dietro di loro. Rouletabille era tornato.

«Non sono più nel salotto.»

«Non nel salotto! Dove sono, allora?»

Rouletabille indicò la porta che stavano per aprire.

«Forse dietro quella porta. State attenti!»

Tutti si ritrassero.

«Ma Ermolai dovrebbe sapere dove sono», esclamò Koupriane. «Forse se ne sono andati, scoprendo di essere stati scoperti.»

«Hanno assassinato Ermolai.»

«Assassinato Ermolai!»

«Ho visto il suo corpo giacere nel mezzo del salotto mentre mi sporgevo sopra la ringhiera. Ma non erano nella stanza, e temevo che vi sareste imbattuti in loro, perché potrebbero benissimo essere nascosti nella scala di servizio.»

«Allora aprite la finestra, Koupriane, e chiamate i vostri uomini per liberarci.»

«Sono ben disposto», rispose Koupriane freddamente, «ma è il segnale della nostra morte.»

«Bene, perché aspettano così tanto per farci morire?» brontolò Feodor Feodorovitch. «Trovo che siano molto noiosi al riguardo, per quanto mi riguarda. Cosa state facendo, Ivan Petrovitch?»

La figura spettrale di Ivan Petrovitch, piegata accanto alla porta della scala, sembrava sentire cose che gli altri non riuscivano a cogliere, ma che li spaventarono così tanto che fuggirono dalla camera del generale in disordine. Ivan Petrovitch era vicino a loro, i suoi occhi quasi uscivano dalla testa, la sua bocca balbettava:

«Sono lì! Sono lì!»

Athanase Georgevitch aprì una finestra furiosamente e disse:

«Sto per saltare.»

Ma Thaddeus Tchitchnikoff lo fermò con una parola. «Quanto a me, non lascerò Feodor Feodorovitch.»

Athanase e Ivan si vergognarono entrambi e, tremanti ma coraggiosi, si radunarono attorno al generale e dissero: «Moriremo insieme, moriremo insieme. Abbiamo vissuto con Feodor Feodorovitch e moriremo con lui.»

«Cosa stanno aspettando? Cosa stanno aspettando?» brontolò il generale.

I denti di Matrena Petrovna battevano. «Aspettano che scendiamo», disse Koupriane.

«Molto bene, facciamolo. Questa cosa deve finire», disse Feodor.

«Sì, sì», dissero tutti, poiché la situazione stava diventando intollerabile; «basta così. Scendete. Scendete. Dio, la Vergine e i santi Pietro e Paolo ci proteggano. Andiamo.»

L’intero gruppo, dunque, si diresse verso la scalinata principale, con i movimenti di uomini ubriachi, un fantastico ondeggiare di braccia, le bocche che parlavano tutte insieme, dicendo cose che nessuno, all'infuori di loro, comprendeva. Rouletabille li aveva già frettolosamente preceduti, era giù per la scala, aveva avuto il tempo di gettare uno sguardo nel salotto, aveva scavalcato l’enorme cadavere di Ermolai, era entrato nel salottino di Natacha e nella sua camera, aveva trovato tutti quei luoghi deserti ed era balzato di nuovo sulla veranda nel momento in cui gli altri cominciavano a discendere i gradini attorno a Feodor Feodorovitch. Gli occhi del reporter scandagliarono ogni angolo buio e non avevano percepito nulla di sospetto quando, nella veranda, egli spostò una sedia. Un’ombra si staccò da essa e scivolò sotto la scala. Rouletabille gridò al gruppo sulle scale:

«Sono sotto la scala!»

Poi Rouletabille si trovò di fronte a uno spettacolo che non avrebbe mai potuto dimenticare per tutta la vita.

A quel grido, tutti si fermarono, dopo un movimento istintivo per tornare indietro. Feodor Feodorovitch, che era ancora tra le braccia di Matrena Petrovna, gridò:

«Vive le Tsar!»

E allora, coloro che il reporter si aspettava quasi di vedere fuggire, distratti, da una parte e dall’altra, o gettarsi follemente dall’altezza dei gradini, abbandonando Feodor e Matrena, si radunarono invece con un movimento spontaneo attorno al generale, come una guardia d’onore, in battaglia, attorno alla bandiera. Koupriane marciava davanti. E insistettero anche nel discendere lentamente i terribili gradini, e cantarono il Bodje tsara Krani, l’inno nazionale!

Con un boato travolgente, che scosse terra e cielo e le orecchie di Rouletabille, l’intera casa sembrò sollevarsi in aria; la scala si alzò tra fiamme e fumo, e il gruppo che cantava il Bodje tsara Krani scomparve in un’orribile apoteosi.

XIV. LE PALUDI

Il giorno seguente accertarono che vi erano state due esplosioni, quasi simultanee, una sotto ciascuna scala. I due nichilisti, quando si sentirono scoperti e sorvegliati da Ermolai, si erano gettati silenziosamente su di lui mentre voltava le spalle passandogli accanto, e lo avevano strangolato con un pezzo di spago. Poi si erano separati, ciascuno per sorvegliare una delle scale, ragionando sul fatto che Koupriane e il generale Trebassof avrebbero dovuto decidere di scendere.

La datcha des Iles non era ormai che un cumulo di rovine fumanti. Ma dal fatto che le bombe umane erano esplose separatamente l’effetto distruttivo era stato diffuso e, sebbene vi fossero numerosi feriti, come nel caso dell’attentato alla datcha Stolypine, almeno nessuno era morto sul colpo; vale a dire, eccetto i due nichilisti, dei quali non si poté trovare traccia se non qualche straccio.

Rouletabille era stato scagliato nel giardino e fu ben lieto di scampare così, un po’ scosso, ma senza un graffio. Il gruppo composto da Feodor e i suoi amici era stato stranamente protetto dalla leggerezza della costruzione della datcha. La scala di ferro, che, per così dire, pendeva quasi dai due piani, essendo appena attaccata in alto e in basso, si era sollevata sotto di loro e poi li aveva sbalzati via mentre andava in mille pezzi, ma solo dopo che, col suo stesso cedere, li aveva protetti dalla forza primaria della bomba. Si erano rialzati dalle rovine senza ferite mortali. Koupriane aveva una mano gravemente ustionata, Athanase Georgevitch aveva naso e guance seriamente feriti, Ivan Petrovitch aveva perso un orecchio; il più gravemente ferito era Thaddeus Tchitchnikoff, che aveva entrambe le gambe rotte. Cosa straordinaria, la prima persona che apparve, sollevandosi in mezzo al relitto, fu Matrena Petrovna, che teneva ancora Feodor tra le braccia. Era scampata con qualche ustione e il generale, salvato ancora una volta dalla fortuna del soldato che la Morte non vuole, era assolutamente illeso. Feodor emise grida di gioia. Si sforzarono di calmarlo, perché, dopo tutto, attorno a lui alcuni poveretti erano stati gravemente feriti, così come il povero Ermolai, che giaceva lì morto. I domestici nel seminterrato erano stati più gravemente feriti e ustionati perché la forza principale dell’esplosione si era diretta verso il basso; il che aveva probabilmente salvato i personaggi di sopra.

Rouletabille era stato portato con le altre vittime in una datcha vicina; ma non appena si fu scrollato di dosso quel terribile incubo, scappò dal luogo. Si pentiva davvero di non essere morto. Quelle onde successive di eventi lo avevano sommerso; e accusava solo se stesso di tutto quel disastro. Con estrema ansia si era informato sulle condizioni di ognuna delle “sue vittime”. Feodor non era stato ferito, ma ora delirava quasi, chiedendo ogni minuto, col trascorrere delle ore, di Natacha, che non era riapparsa. Quella ragazza infelice Rouletabille l’aveva costantemente ritenuta innocente. Era colpevole? «Ah, se solo avesse voluto! Se avesse avuto fiducia», gridava, alzando le mani angosciate verso il cielo, «niente di tutto questo sarebbe dovuto accadere. Nessuno avrebbe attaccato e nessuno attaccherebbe mai più la vita di Trebassof. Poiché non mi sbagliavo quando sostenevo davanti a Koupriane che la vita del generale era nelle mie mani, e avevo il diritto di dirgli: “Vita per vita! Datemi quella di Matiew e io vi darò quella del generale”. E ora c’è stato un altro inutile tentativo di uccidere Feodor Feodorovitch ed è colpa di Natacha, lo giuro, perché non ha voluto ascoltarmi. E Natacha è implicata in tutto ciò? O mio Dio», Rouletabille poneva questa vana domanda alla Divinità, poiché non si aspettava più aiuto nel rispondervi sulla terra.

Natacha! Innocente o colpevole, dov’era? Cosa faceva? Saperlo! Sapere se si avesse ragione o torto – e se si avesse torto, sparire, morire!

Così l’infelice Rouletabille mormorava mentre camminava lungo la riva della Neva, non lontano dalle rovine della povera datcha, dove i gioiosi amici di Feodor Feodorovitch non avrebbero più fatto buone cene, mai più; così soliloquiava, con la testa in fiamme.

E, tutt’a un tratto, ritrovò la traccia della giovane, quella traccia persa in precedenza, una traccia lasciata nel momento della sua fuga, dopo l’avvelenamento e prima dell’esplosione. E non vi era in ciò una terribile coincidenza? Poiché il veleno avrebbe potuto benissimo essere solo in preparazione per l’attacco finale, il pretesto per il tragico arrivo dei due falsi dottori. Natacha, Natacha, il mistero vivente circondato già da tanti morti!

Non lontano dalle rovine della datcha Rouletabille si assicurò presto che un gruppo di persone era stato lì la notte precedente, venendo dai boschi vicini, e ritornandovi. Fu in grado di esserne certo perché i confini della datcha erano stati sorvegliati da truppe e polizia non appena avvenne l’esplosione, con l’ordine di tenere lontana la folla che accorreva a Eliaguine. Osservò attentamente l’erba, le felci, i ramoscelli spezzati e calpestati. Certamente lì era avvenuta una colluttazione. Poteva distinguere chiaramente nella terra morbida di una stretta radura le impronte dei due stivaletti di Natacha tra tutte le grandi orme.

Continuò la sua ricerca col cuore sempre più pesante, aveva il presentimento di essere sul punto di scoprire una nuova disgrazia. Le orme passavano costantemente sotto i rami lungo il fianco della Neva. Da un cespuglio raccolse un brandello di stoffa bianca, e gli parve che lì avesse avuto luogo una vera battaglia. Rami strappati cospargevano l’erba. Proseguì. Molto vicino alla riva vide, esaminando il terreno dove non c’era più traccia di piccoli tacchi e suole minuscole, che la donna che era stata trovata lì era stata trasportata, e trasportata, in una barca, il cui punto di ormeggio alla riva era ancora visibile.

«Hanno portato via Natacha», gridò in un impeto di angoscia. «Imbranato che sono, anche questa è colpa mia – tutta colpa mia – tutta colpa mia! Volevano vendicare la morte di Michael Nikolaievitch, per la quale ritengono Natacha responsabile, e l’hanno rapita.»

I suoi occhi cercarono il grande braccio del fiume per scorgere una barca. Il fiume era deserto. Nemmeno una vela, nulla di visibile sulle acque morte! «Che cosa farò? Che cosa farò? Devo salvarla.»

Riprese il suo corso lungo il fiume. Chi avrebbe potuto dargli qualche informazione utile? Si avvicinò a un piccolo riparo occupato da una guardia. La guardia stava parlando con un ufficiale. Forse aveva notato qualcosa durante il suo turno di guardia quella sera lungo il fiume. Quel ramo del fiume era quasi sempre deserto dopo la fine della giornata. Una barca che facesse la spola tra queste rive al crepuscolo avrebbe certamente attirato l’attenzione. Rouletabille mostrò alla guardia il documento che Koupriane gli aveva dato all’inizio e, con l’ufficiale (che si rivelò essere un ufficiale di polizia) come interprete, pose le sue domande. In effetti, la guardia era rimasta alquanto perplessa dal viavai di una barca leggera che, dopo essere scomparsa per un istante attorno all’ansa del fiume, era improvvisamente uscita di nuovo a remi veloci e aveva abbordato uno yacht a vela che appariva all’apertura del golfo. Era una di quelle piccole ma rapide ed eleganti imbarcazioni a vela come se ne vedono nelle regate di Lachtka.

Lachtka! «La baia di Lachtka!»

La parola fu un raggio di luce per il reporter, che ricordò ora il consiglio che Gounsovski gli aveva dato. «Tieni d’occhio la baia di Lachtka, e dimmi allora se credi ancora che Natacha sia innocente!» Gounsovski doveva sapere, quando disse questo, che Natacha si era imbarcata in compagnia dei nichilisti, ma evidentemente ignorava che lei fosse andata con loro per costrizione, come loro prigioniera.

Era troppo tardi per salvare Natacha? In ogni caso, prima di morire, avrebbe tentato in ogni modo possibile, per averla almeno tenuta quanto più possibile lontana dal disastro per il quale si riteneva responsabile. Corse alla Barque, vicino alla Punta.

La sua voce fu ferma mentre chiamava la canoa del ristorante galleggiante dove, grazie a lui, Koupriane era stato ostacolato in un’ira impotente. Si fece portare appena sotto Staria-Derevnia e saltò giù nel punto in cui aveva visto la piccola Katharina sparire qualche giorno prima. Atterrò nel fango e si arrampicò carponi lungo il pendio di una carreggiata che seguiva la riva. Questa riva conduceva alla baia di Lachtka, non lontano dalla frontiera della Finlandia.

Alla sinistra di Rouletabille giaceva il mare, l’immenso golfo con lievi onde; alla sua destra c’era l’estensione in decomposizione della palude. Acqua stagnante che si stendeva fino all’orizzonte, erba grossolana e canne, uno straordinario groviglio di piante acquatiche, piccoli stagni la cui schiuma verdastra non si muoveva sotto la brezza tesa, acqua pesante e sporca. Lungo questa stretta striscia di terra lanciata così tra la palude, il cielo e il mare, si affrettò, con molti inciampi, gli occhi fissi sul golfo deserto. Improvvisamente voltò la testa per un rumore singolare. Dapprima non vide nulla, ma udì in lontananza un vago clamore mentre una sorta di vapore cominciava a salire dalla palude. E poi notò, più vicino a lui, le alte erbe palustri ondeggiare. Infine vide un gregge innumerevole levarsi dal letto delle paludi. Bestie, gruppi di bestie, le cui corna si vedevano come baionette, si urtavano cercando di restare sulla terraferma. Molte di esse nuotavano e sul dorso di alcune vi erano uomini nudi, nudi come vermi, con i capelli che cadevano sulle spalle e fluttuavano dietro di loro come criniere. Gridavano grida di guerra e agitavano i loro bastoni. Rouletabille si fermò di colpo davanti a questa invasione preistorica. Non avrebbe mai immaginato che a poche miglia dalla Prospettiva Nevskij si sarebbe potuto ritrovare in mezzo a uno spettacolo simile. Quei selvaggi non avevano nemmeno un perizoma. Da dove venivano con la loro mandria? Da quale luogo remoto del mondo o di una storia antica e perduta erano emersi? Che cos’era questa nuova invasione? Quale prodigioso mattatoio attendeva queste mandrie indisciplinate? Facevano un rumore come di tuono nella palude. Ecco mille groppe spettinate ondeggiare nella palude come l’oceano mentre si avvicina una tempesta. Gli uomini nudi saltavano lungo il percorso, agitando i bastoni, gridando gutturalmente in un modo che le bestie sembravano capire. Si fecero strada fuori dalla palude e si voltarono verso la città, lasciandosi dietro, ad avvolgere la vista di loro per un po’ e poi svanire, una foschia pestilenziale che pendeva come un’aura attorno agli uomini nudi e dai lunghi capelli. Era terribile e magnifico. Per non essere spinto in acqua, Rouletabille si era arrampicato su una piccola roccia che stava accanto al percorso, ed era rimasto lì come pietrificato lui stesso. Quando i barbari furono finalmente passati, scese di nuovo, ma il percorso era diventato una palude di lordura calpestata.

Felice, udì il rumore di un mezzo di trasporto primitivo dietro di lui. Era una telega. Curiosamente primitiva, la telega ha quattro ruote, con due assi di legno gettate rozzamente attraverso gli assali. Rouletabille diede all’uomo che vi sedeva sopra tre rubli e saltò sulle assi accanto a lui, e i due cavallini finlandesi, le cui criniere pendevano fino al fango, andarono come il vento. Tali mezzi rozzi sono necessari su strade così rozze, ma richiede una costituzione forte per fare un viaggio su di essi. Eppure, il reporter non avvertì nessuno scossone, era così intento al mare e alla costa della baia di Lachtka. Il veicolo raggiunse infine un ponte di legno, attraverso un torrente torbido. Mentre il giorno cominciava a sbiadire senza colore, Rouletabille saltò giù sulla riva e il suo equipaggio rustico attraversò verso il lato di Sestroriesk. Era un angolo di terra nero e cupo come i suoi pensieri quello che esplorava ora. «Tieni d’occhio la baia di Lachtka!» Il reporter sapeva che questa pianura desolata, questa palude impenetrabile, questo mare che offriva al fuggitivo rifugio in innumerevoli guadi, era sempre stato un utile riparo per gli avventurieri nichilisti. Cento leggende circolavano a San Pietroburgo sui misteri delle paludi di Lachtka. E quello gli dava la sua ultima speranza. Forse sarebbe riuscito a imbattersi in qualche rivoluzionario a cui spiegare di Natacha, il più prudentemente possibile; avrebbe potuto persino vedere Natacha stessa. Gounsovski non poteva avergli detto parole vane.

Tra la palude di Lachtkrinsky e la spiaggia scorse ai margini delle foreste che corrono fino a Sestroriesk una piccola casa di legno le cui pareti erano dipinte di un rosso-marrone, e il suo tetto verde. Non era l’isba russa, ma la touba finlandese. Tuttavia, un’insegna russa annunciava che si trattava di un ristorante. Il giovane dovette fare solo pochi passi per entrarvi. Era l’unico cliente lì. Un vecchio, con occhiali e una lunga barba grigia, evidentemente il proprietario dello stabilimento, stava dietro il bancone, presiedendo ai zakouski. Rouletabille scelse alcuni piccoli panini che pose su un piatto. Prese una bottiglia di pivo e fece capire all’uomo che più tardi, se fosse stato possibile, avrebbe gradito una buona cena calda. L’altro fece un segno di aver capito e lo mostrò in una stanza adiacente che era usata per i commensali. Rouletabille era abbastanza pronto a morire di fronte ai suoi fallimenti, ma non voleva morire di fame.

Un tavolo era posto accanto a una finestra che si affacciava sul mare e sull’ingresso della baia. Non avrebbe potuto essere migliore e, con l’occhio ora all’orizzonte, ora all’estuario lì vicino, cominciò a mangiare con cupa avidità. Era incline a provare pietà per se stesso, ad abbandonarsi all’autocommiserazione. «Proprio così, due più due fa sempre quattro», si disse; «ma nei miei calcoli forse ho dimenticato la radice. Ah, c’è stato un tempo in cui non avrei trascurato nulla. E anche ora non ho trascurato nulla, se Natacha è innocente!» Dopo aver letteralmente ripulito il piatto, colpì il tavolo con un gran pugno e disse: «Lo è!»

Proprio allora la porta si aprì. Rouletabille suppose che il proprietario del locale stesse entrando.

Era Koupriane.

Si alzò, sorpreso. Non poteva immaginare per quale mistero il Prefetto di Polizia avesse fatto la sua strada fin lì, ma gioì dal profondo del cuore, poiché se stava cercando di salvare Natacha dalle mani dei rivoluzionari, Koupriane sarebbe stato un prezioso alleato. Diede una pacca sulla spalla al Prefetto.

«Bene, bene!» disse, quasi gioiosamente. «Di certo non mi aspettavo lei qui. Come va la sua ferita?»

«Nitchevo! Non vale la pena parlarne; non è nulla.»

«E il generale e...! Ah, quella notte spaventosa! E quei due disgraziati che...?»

«Nitchevo! Nitchevo!»

«E il povero Ermolai!»

«Nitchevo! Nitchevo! Non è nulla.»

Rouletabille lo esaminò. Il Prefetto di Polizia aveva un braccio al collo, ma era brillante e splendente come una nuova moneta da dieci rubli, mentre lui, povero Rouletabille, era così abominabilmente sporco e depresso. Da dove veniva? Koupriane comprese il suo sguardo e sorrise.

«Bene, arrivo proprio ora dal treno della Finlandia; è la strada migliore.»

«Ma che cosa può essere venuto a fare qui, Eccellenza?»

«La stessa cosa che è venuto a fare lei.»

«Bah!» esclamò Rouletabille, «vuole dire che è venuto qui per salvare Natacha?»

«Come – salvarla! Sono venuto per catturarla.»

«Catturarla?»

«Monsieur Rouletabille, ho una bellissima piccola prigione nella fortezza dei santi Pietro e Paolo che è tutta pronta per lei.»

«Lei sta per gettare Natacha in una prigione!»

«Ordine dell’Imperatore, Monsieur Rouletabille. E se mi vede qui di persona è semplicemente perché Sua Maestà richiede che la cosa sia fatta nel modo più rispettoso e discreto possibile.»

«Natacha in prigione!» gridò il reporter, che vedeva con orrore tutti gli ostacoli elevarsi davanti a lui tutti insieme. «Per quali motivi, se posso chiedere?»

«Il motivo è abbastanza semplice. Natacha Feodorovna è l’ultima parola in fatto di malvagità e non merita la pietà di nessuno. È la complice dei rivoluzionari e l’istigatrice di tutti i crimini contro suo padre.»

«Sono sicuro che lei si sbaglia, Eccellenza. Ma come è stato guidato fino a lei?»

«Semplicemente da lei.»

«Da me?»

«Sì, avevamo perso ogni traccia di Natacha. Ma, dato che anche lei era sparito, mi sono messo in testa che lei non potesse essere occupato che nel cercarla, e che trovando lei avrei potuto avere la possibilità di mettere le mani su di lei.»

«Ma non ho visto nessuno dei suoi uomini.»

«Perché, uno di loro l’ha portata qui.»

«Io?»

«Sì, lei. Non è salito su una telega?»

«Ah, il conducente.»

«Esattamente. Avevo organizzato di fargli incontrare me alla stazione di Sestroriesk. Mi ha indicato il posto dove lei è sceso, ed eccomi qui.»

Il reporter chinò la testa, rosso di dispetto. Decisamente l’idea sinistra di essere responsabile della morte di un uomo innocente e di tutti i mali che ne erano seguiti aveva paralizzato i suoi talenti investigativi. Lo riconosceva ora. Che utilità aveva lottare! Se qualcuno gli avesse detto che un giorno sarebbe stato preso in giro in quel modo, lui, Rouletabille!, avrebbe riso di gusto – allora. Ma ora, bene, non era più capace di nient’altro. Era il suo più crudele nemico. Non solo Natacha era nelle mani dei rivoluzionari per colpa sua, per il suo abominabile errore, ma peggio ancora, proprio nel momento in cui desiderava salvarla, egli follemente, ingenuamente, aveva condotto la polizia proprio nel luogo da cui avrebbero dovuto essere tenuti lontani. Era il culmine della sua umiliazione; Koupriane provava davvero pietà per il reporter.

«Su, non si incolpi troppo», disse. «Avremmo trovato Natacha senza di lei; Gounsovski ci aveva avvertito che si sarebbe imbarcata nella baia di Lachtka questa sera con Priemkof.»

«Natacha con Priemkof!» esclamò Rouletabille. «Natacha con l’uomo che ha introdotto le due bombe umane nella casa di suo padre! Se lei è con lui, Eccellenza, è perché è sua prigioniera, e questo solo basterà a provare la sua innocenza. Ringrazio il Cielo che l’ha mandata qui.»

Koupriane inghiottì un bicchiere di vodka, ne versò un altro dopo di esso, e finalmente si degnò di tradurre il suo pensiero:

«Natacha è l’amica di questi uomini preziosi e li vedremo sbarcare mano nella mano.»

«I vostri uomini, dunque, non hanno studiato le tracce della lotta che questi "uomini preziosi" hanno sostenuto sulle rive della Neva prima di portare via Natacha?»

«Oh, non si sono fatti abbindolare. A dire il vero, la lotta era fin troppo visibile per non essere stata fatta per amore delle apparenze. Che bambino sei! Non vedi che la presenza di Natacha nella dacia era diventata fin troppo pericolosa per quella affascinante ragazza dopo il fallimento dell'avvelenamento di suo padre e della sua matrigna e nel momento in cui i suoi compagni si preparavano a inviare al Generale Trebassof un piacevole regalino di dinamite? Ha fatto in modo di scappare e tuttavia di apparire rapita. È troppo semplice.»

Rouletabille alzò la testa.

«C’è qualcosa di ancora più semplice da immaginare della colpevolezza di Natacha. È che Priemkof abbia tramato di versare il veleno nella fiaschetta di vodka, dicendosi che se il veleno non avesse funzionato, almeno avrebbe fornito l'occasione per introdurre la sua dinamite in casa nelle tasche dei "medici" che sarebbero andati a cercare.»

Koupriane afferrò il polso di Rouletabille e gli scagliò contro alcune parole terribili, guardandolo nel profondo degli occhi:

«Non è stato Priemkof a versare il veleno, perché non c’era veleno nella fiaschetta.»

Rouletabille, udendo questa straordinaria dichiarazione, si alzò, più sbalordito di quanto non fosse mai stato nel corso di questa sorprendente campagna.

Se non c’era veleno nella fiaschetta, il veleno doveva essere stato versato direttamente nei bicchieri da una persona che si trovava nel chiosco! Ora, c’erano solo quattro persone nel chiosco: i due che erano stati avvelenati, Natacha e lui stesso, Rouletabille. E quel chiosco era così perfettamente isolato che era impossibile per qualsiasi altra persona che non fossero le quattro presenti versare veleno sul tavolo.

«Ma non è possibile!» gridò.

«È così possibile che è così. Pere Alexis ha dichiarato che non c’è veleno nella fiaschetta, e devo dirti che un’analisi che ho fatto eseguire dopo la sua conferma quanto dice. Non c’era veleno, neppure, nella boccetta che hai portato a Pere Alexis e nella quale avevi versato tu stesso il contenuto del bicchiere di Natacha e del tuo; nessuna traccia di veleno se non in due dei quattro bicchieri, l’arseniato di soda è stato trovato solo sui tovaglioli sporchi di Trebassof e di sua moglie e nei due bicchieri dai quali hanno bevuto.»

«Oh, è orribile», mormorò lo stupefatto reporter; «è orribile, perché allora l’avvelenatore deve essere Natacha o io.»

«Ho piena fiducia in te», dichiarò Koupriane con una grande risata di soddisfazione, colpendolo sulla spalla. «E io arresto Natacha, e tu che ami la logica dovresti essere soddisfatto ora.»

Rouletabille non ebbe altro da dire. Si sedette di nuovo e lasciò cadere la testa tra le mani, come qualcuno che sia stato colto dal sonno.

«Ah, le nostre giovani ragazze; non le conoscete. Sono terribili, terribili!» disse Koupriane, accendendo un grosso sigaro. «Molto più terribili dei ragazzi. Nelle buone famiglie i ragazzi si divertono ancora; ma le ragazze... leggono! Dà loro alla testa. Sono pronte a tutto; non conoscono né padre né madre. Ah, sei un bambino, non puoi comprendere. Due begli occhi, un’aria malinconica, una voce dolce e bassa, e sei catturato: credi di avere davanti a te semplicemente una brava ragazzina inoffensiva. Bene, Rouletabille, ecco cosa ti dirò per tua istruzione. C’è stato il tempo dell’attentato a Tchipoff; i rivoluzionari che erano stati incaricati di uccidere Tchipoff erano travestiti da cocchieri e lacchè. Tutto era stato accuratamente preparato e sembrerebbe che nessuno avrebbe potuto scoprire le bombe nel luogo in cui erano state riposte. Bene, sai dove sono state trovate quelle bombe? Nelle stanze del governatore, della figlia di Wladmir! Esattamente, amico mio, proprio lì! Le stanze della figlia del governatore, Mademoiselle Alexeieiv. Ah, queste giovani ragazze! Del resto, fu questa stessa Mademoiselle Alexeieiv che, così graziosamente, trafisse il cervello di un onesto mercante svizzero che ebbe la sventura di somigliare a uno dei nostri ministri. Se avessimo impiccato quella affascinante ragazza prima, mio caro Monsieur Rouletabille, quell’ultima catastrofe avrebbe potuto essere evitata. Una buona corda intorno al collo di tutte queste femminucce: è l’unico modo, l’unico modo!»

Entrò un uomo. Rouletabille riconobbe il conducente del telega. Ci furono alcune parole rapide tra il Capo e l’agente. L’uomo chiuse le persiane della stanza, ma attraverso le fessure avrebbero potuto vedere cosa succedeva fuori. Poi l’agente se ne andò; Koupriane, mentre spingeva via il tavolo che era vicino alla finestra, disse al reporter:

«Faresti meglio a venire alla finestra; il mio uomo mi ha appena detto che la barca si sta avvicinando. Puoi osservare uno spettacolo interessante. Siamo sicuri che Natacha sia ancora a bordo. Lo yacht, dopo l’esplosione alla dacia, ha preso due uomini che si erano allontanati su una canoa, e da allora ha semplicemente navigato avanti e indietro nel golfo. Abbiamo preso le nostre precauzioni in Finlandia esattamente come qui ed è qui che cercheranno di sbarcare. Tienili d’occhio.»

Koupriane era al suo posto di osservazione. La sera scendeva lentamente. Il cielo stava diventando grigio-nero, una tinta che si fondeva con il mare color ardesia. A coloro che si trovavano sulla riva, il suono degli uomini in procinto di morire giungeva sommessamente attraverso l’acqua. C’era una vela in lontananza. Tra la spiaggia e la touba dove Koupriane osservava, c’era un crinale, una finestra, che tuttavia non nascondeva la riva o la baia al prefetto di polizia, perché all’altezza in cui si trovava il suo sguardo passava ad angolo sopra di essa. Ma dal mare questo crinale nascondeva completamente chiunque si trovasse in agguato dietro di esso. Il reporter osservò cinquanta mugik a pancia in giù che strisciavano lungo il crinale, dietro due dei loro compagni le cui teste superavano appena il crinale. Sulla linea di mira presa da quelle due teste c’era la vela bianca, che ora appariva molto più grande. Lo yacht era inclinato nell’acqua e scivolava con autentica eleganza, procedendo dritto. Improvvisamente, proprio quando supponevano che stesse venendo dritto verso la riva, le vele caddero e una canoa fu calata dal lato. Quattro uomini vi salirono; poi una donna saltò leggermente giù da una piccola passerella nella canoa. Era Natacha. Koupriane non ebbe difficoltà a riconoscerla attraverso l’oscurità crescente.

«Ah, mio caro Monsieur Rouletabille», disse, «guarda la tua prigioniera dei Nichilisti. Nota come è legata. Le sue cinghie le stanno certamente causando un grande dolore. Questi rivoluzionari sono davvero dei bruti!»

La verità era che Natacha si era avvicinata abbastanza prontamente al timone e mentre gli altri remavano lei guidava la leggera imbarcazione verso il punto della spiaggia che le era stato indicato. Presto la prua della canoa toccò la sabbia. Non sembrava esserci anima viva nei paraggi, e quella fu la conclusione a cui sembrarono giungere gli uomini nella canoa che si alzarono guardandosi intorno. Saltarono fuori, e poi fu il turno di Natacha. Lei accettò la mano che le veniva tesa, parlando piacevolmente con gli uomini per tutto il tempo. Si voltò persino per stringere la mano a uno di loro. Il gruppo risalì attraverso la spiaggia. Per tutto questo tempo gli osservatori nella piccola trattoria potevano vedere i falsi mugik, che si erano dimenati sulle pance fino al bordo stesso del crinale, tenendosi pronti a scattare.

Dietro la sua persiana, Koupriane non poté trattenere un’esclamazione di trionfo; identificò gradualmente alcune delle figure nel gruppo, e mormorò:

«Eh! eh! C’è Priemkof stesso e gli altri. Gounsovski ha ragione e certamente è ben informato; il suo sistema è decisamente valido. Che retata!»

Trattenne a stento il respiro mentre osservava l’esito. Poteva scorgere altrove, accanto alla baia, distesi a terra, nascosti dalla minima elevazione del suolo, altri falsi mugik. Il bosco di Sestroriesk era sorvegliato allo stesso modo. Il gruppo di rivoluzionari che passeggiava dietro Natacha si fermò per conferire. In tre, forse due minuti, sarebbero stati circondati, tagliati fuori, presi nella trappola. Improvvisamente un colpo di fucile risuonò nella notte, e il gruppo, con sorprendente rapidità, tornò sui suoi passi e si diresse silenziosamente verso il mare, mentre da tutte le direzioni si riversavano gli agenti nascosti e si gettavano all’inseguimento, spintonandosi a vicenda e urlando dietro ai fuggitivi. Ma le grida divennero grida di rabbia, poiché il gruppo di rivoluzionari raggiunse la spiaggia. Videro Natacha, che era sorretta da Priemkof stesso, rifiutare l’aiuto del Nichilista, che non voleva abbandonarla, affinché potesse salvarsi. Lei lo fece andare e, vedendo che stava per essere presa, si fermò bruscamente e attese il nemico stoicamente, a braccia conserte. Nel frattempo, i suoi tre compagni riuscirono a gettarsi nella canoa e usarono i remi con forza mentre gli uomini di Koupriane, nell’acqua fino al petto, scaricavano i loro revolver sui fuggitivi. Gli uomini nella canoa, temendo di ferire Natacha, non risposero al fuoco. Lo yacht aveva le vele spiegate nel momento in cui lo raggiunsero, e si allontanò come un uccello verso i misteriosi guadi della Finlandia, issando audacemente la bandiera nera della Rivoluzione.

Nel frattempo, gli agenti di Koupriane, tremanti davanti alla sua rabbia, si radunarono alla trattoria. Il Prefetto di Polizia scatenò la sua furia su di loro e li trattò come i più infami degli animali. La cattura di Natacha era ben magra consolazione. Aveva pianificato l’intero bottino, e la stupidità dei suoi uomini gli fece perdere ogni autocontrollo. Se avesse avuto una frusta a portata di mano avrebbe trovato un pronto conforto per le sue speranze minate. Natacha, in piedi in un angolo, con il viso singolarmente calmo, osservava questa scena straordinaria che sembrava un serraglio in cui il domatore stesso era diventato una bestia feroce. Da un altro angolo, Rouletabille teneva gli occhi fissi su Natacha che lo ignorava. Ah, quella ragazza, sfinge per tutti loro! Anche per lui che pensava poco fa di poter leggere nelle sue fattezze, nei suoi occhi, cose invisibili ad altri uomini volgari! Il volto impassibile di quella ragazza il cui padre avevano tentato di assassinare solo poche ore prima e che aveva appena stretto la mano di Priemkof, l’assassino! Una volta voltò leggermente la testa verso Rouletabille. Il reporter allora guardò verso di lei con accresciuto fervore, con gli occhi che bruciavano, come a voler dire: «Certamente, Natacha, non sei la complice degli assassini di tuo padre; certamente non sei stata tu a versare il veleno!»

Ma lo sguardo di Natacha oltrepassò il reporter freddamente. Ah, quella maschera misteriosa e fredda, la bocca con il suo sorriso amaro e impertinente, un sorriso atroce che sembrava dire al reporter: «Se non sono io ad aver versato il veleno, allora sei tu!»

Era il volto piuttosto comune alle ragazze di cui Koupriane aveva parlato poco prima, «le giovani ragazze che leggono» e, finita la lettura, si mettono a compiere qualche cosa di terribile, qualcosa per cui, di tanto in tanto, mettono corde rigide intorno al collo di queste giovani femmine.

Alla fine, la frenesia di Koupriane si esaurì ed egli fece un segno. Gli uomini uscirono in lugubre silenzio. Due di loro rimasero a sorvegliare Natacha. Da fuori giunsero i rumori di una carrozza di Sestroriesk pronta a condurre la ragazza alle Prigioni di San Pietro e San Paolo. Un gesto finale del Prefetto di Polizia e le ruvide mani delle due guardie afferrarono i fragili polsi della prigioniera. La strattonarono, la spinsero fuori, schiacciandola contro la porta, sfogando così la loro rabbia per i rimproveri del loro capo. Pochi secondi dopo la carrozza partì, per non fermarsi finché non fu raggiunta la fortezza con le tombe stillanti sotto il letto del fiume dove sono confinate le giovani ragazze in procinto di morire, che hanno letto troppo, senza comprendere del tutto, come dice Monsieur Kropotkine.

Koupriane si preparò a partire a sua volta. Rouletabille lo fermò.

«Eccellenza, voglio che mi dica perché ha mostrato tanta rabbia verso i suoi uomini poco fa.»

«Sono bestie brute», gridò il Capo della Polizia, di nuovo fuori di sé. «Mi hanno fatto perdere la più grossa preda della mia vita. Si sono gettati sul gruppo due minuti troppo presto. Alcuni di loro hanno sparato un colpo che hanno preso per il segnale e che è servito ad avvertire i Nichilisti. Ma li lascerò marcire tutti in prigione finché non saprò chi ha sparato quel colpo.»

«Non deve cercare lontano per questo», disse Rouletabille. «Sono stato io.»

«Tu! Allora devi essere uscito dalla touba?»

«Sì, per avvertirli. Ma comunque ero un po’ in ritardo, visto che ha preso Natacha.»

Gli occhi di Koupriane brillarono.

«Sei il loro complice in tutto questo», urlò al reporter, «e vado dallo Zar per il permesso di arrestarti.»

«Si sbrighi, allora, Eccellenza», rispose freddamente il reporter, «perché i Nichilisti, che pensano anch’essi di avere un piccolo conto in sospeso con me, potrebbero raggiungermi prima di lei.»

E salutò.

XV. «VI STAVO ASPETTANDO»

All’hotel un biglietto di Gounsovski: «Non dimenticare questa volta di venire domani a pranzare con me. Cordiali saluti da Madame Gounsovski.» Poi una notte orribile, insonne, scossa dagli echi delle esplosioni e dal clamore dei feriti; e l’ombra solenne di Pere Alexis, che tendeva verso Rouletabille una fiala di veleno dicendo: «O Natacha o tu!» Poi, emergendo tra le ombre la forma insanguinata di Michael Nikolaievitch l’Innocente!

Al mattino un biglietto del Maresciallo di Corte.

Monsieur le Marechal non aveva evidentemente buone notizie particolari, poiché in termini del tutto privi di entusiasmo invitava il giovane a pranzo per quello stesso giorno, piuttosto presto, a mezzogiorno, poiché desiderava vederlo ancora una volta prima della sua partenza per la Francia. «Vedo», disse Rouletabille a se stesso; «Monsieur le Marechal pronuncia la mia espulsione dal paese» – e dimenticò ancora una volta il pranzo di Gounsovski. Il luogo dell’incontro indicato era il grande ristorante chiamato il Bear. Rouletabille vi entrò puntualmente a mezzogiorno. Chiese allo schwitzar se il Gran Maresciallo di Corte fosse arrivato, e gli fu risposto che nessuno lo aveva ancora visto. Lo condussero nella grande sala principale, dove, tuttavia, c’era una sola persona. Quest’uomo, in piedi davanti al tavolo imbandito di zakouski, si stava abbuffando. Al suono del passo di Rouletabille sul pavimento quell’unico avventore affamato si voltò e alzò le mani al cielo non appena riconobbe il reporter. Quest’ultimo avrebbe dato tutti i rubli nelle sue tasche per aver evitato il riconoscimento. Ma era già faccia a faccia con l’avvocato così celebre per le sue prodezze a tavola, l’amabile Athanase Georgevitch, la testa avvolta in bende e medicazioni dalle quali si potevano scorgere distintamente solo gli occhi e, soprattutto, la bocca.

«Come va, piccolo amico?»

«Come sta?»

«Oh, io! Non c’è nulla che non vada. In una settimana avremo dimenticato tutto.»

«Che faccenda terribile», disse il reporter, «credevo certamente che fossimo tutti uomini morti.»

«No, no. Non è stato nulla. Nitchevo!»

«E il povero Thaddeus Tchitchnikoff con le sue due povere gambe rotte!»

«Eh! Nitchevo! Ha un sacco di buone stecche solide che gli rifaranno due buone gambe. Nitchevo! Non pensarci più! Non è nulla. Sei venuto qui a pranzare? Una casa molto celebre questa. Caracho!» Si diede da fare per fare gli onori di casa. Si sarebbe detto che il ristorante fosse suo. Si vantava della sua architettura e della cucina «a la Francaise».

«Sai», chiese con confidenza, «un ristorante più bello da qualche parte nel mondo?»

Infatti, sembrò a Rouletabille, guardando verso l’alto nella grande volta di vetro, di essere in una stazione ferroviaria decorata per qualche viaggiatore illustre, poiché c’erano fiori e piante ovunque. Ma il visitatore che la sala attendeva era il mangiatore russo, l’orco che non mancava mai di venire a mangiare al Bear. Indicando le file di tavoli che brillavano con le loro tovaglie bianche e l’argento lucente, Athanase Georgevitch, con la bocca piena, disse:

«Ah, mio caro piccolo monsieur francese, dovresti vederlo all’ora di cena, con le donne, e i gioielli, e la musica. Non c’è nulla in Francia che possa dartene un’idea, nulla! L’allegria, lo champagne, e i gioielli, monsieur, che valgono milioni e milioni di rubli! Le nostre donne li indossano tutti, tutto quello che hanno. Sono addobbate come santuari sacri! Tutti i gioielli di famiglia, fin dal fondo degli scrigni! È magnifico, profondamente russo, moscovita! Cosa dico? È asiatico. Monsieur, la sera, a una festa, siamo asiatici. Lascia che ti dica una cosa sottovoce. Noti che questa enorme sala da pranzo è circondata da quei balconi a vetri? Ognuna di quelle finestre appartiene a una saletta privata separata. Bene, vedi quella finestra lì? Sì, lì, quella è la stanza di un granduca, sì, è lui che intendo, un granduca molto gaio. Sai, una sera che c’era una gran folla qui, famiglie, monsieur, feste di famiglia, famiglie altolocate, la finestra di quel particolare balcone fu spalancata, e una donna completamente nuda, nuda come la mia mano, monsieur, fu fatta cadere nella sala da pranzo e corse attraverso di essa a tutta velocità. Era una scommessa, monsieur, una scommessa del gaio granduca, e la damigella la vinse. Ma che scandalo! Ah, non parlarne; sarebbe di pessimo gusto. Ma, abbastanza asiatico, eh? Veramente asiatico. E, qualcosa di molto più sfortunato, vedi quel tavolo? È successo la vigilia del Capodanno russo, a cena. Tutta la bellezza, l’intera capitale, era qui. Proprio a mezzanotte l’orchestra intonò il Bodje tsara krani* per inaugurare il gioioso Capodanno russo, e tutti si alzarono, secondo l’usanza, e ascoltarono in silenzio, come dovrebbero fare i sudditi leali. Bene, a quel tavolo, accompagnando la sua famiglia, c’era un giovane studente, un bel ragazzo, molto corretto, e in uniforme. Questo infelice giovane studente, che si era alzato come tutti gli altri per ascoltare il Bodje tsara krani, inavvertitamente appoggiò il ginocchio su una sedia. Veramente non è un atteggiamento corretto, monsieur, ma davvero non era una ragione per ucciderlo, vero? Certamente no. Bene, un bruto in uniforme, un ufficiale vestito in modo immacolato, estrasse un revolver dalla tasca e lo scaricò contro lo studente a bruciapelo. Puoi immaginare lo scandalo, perché lo studente era morto! C’erano giornalisti parigini lì, oltretutto, che non c’erano mai stati prima, vedi! Monsieur Gaston Leroux era proprio a quel tavolo. Che scandalo! Ebbero una vera battaglia. Spaccarono caraffe sulla testa dell’assassino, perché non era né più né meno che un assassino, un bevitore di sangue, un asiatico. Raccolsero l’assassino, che sanguinava da tutte le parti, e lo portarono via per curarlo. Quanto al morto, giaceva disteso lì sotto una tovaglia, in attesa della polizia, e quelli ai tavoli continuarono a bere. Non è abbastanza asiatico per te? Qui, una donna nuda; là, un cadavere! E i gioielli, e lo champagne! Cosa ne dici?»

* L’inno nazionale russo.

«Sua Eccellenza il Gran Maresciallo di Corte la sta aspettando, Monsieur.»

Rouletabille strinse la mano ad Athanase Georgevitch, che tornò ai suoi zakouski, e seguì l’interprete alla porta di una delle sale private. L’alto dignitario era lì. Con un fascino nella sua cortesia di cui l’alto rango russo possiede il segreto su quasi chiunque altro al mondo, il Maresciallo fece capire a Rouletabille che era incorso nel dispiacere imperiale.

«Lei è stato denunciato da Koupriane, che la ritiene responsabile degli scacchi che ha subito in questa faccenda.»

«Monsieur Koupriane ha ragione», rispose Rouletabille, «e Sua Maestà dovrebbe credergli, visto che è la verità. Ma non tema nulla da parte mia, Monsieur le Grand Marechal, poiché non importunerò ulteriormente Monsieur Koupriane, né chiunque altro. Scomparirò.»

«Credo che Koupriane sia già stato incaricato di vistare il suo passaporto.»

«È molto gentile, e fa molto male a se stesso.»

«Tutto ciò è un po’ colpa sua, Monsieur Rouletabille. Credevamo di poterla considerare come un amico, e lei non ha mai mancato, a quanto pare, in ogni occasione di dare il suo aiuto ai nostri nemici.»

«Chi lo dice?»

«Koupriane. Oh, è necessario essere uno dei nostri. E lei non è uno dei nostri. E se non è con noi, è contro di noi. Credo che lei lo capisca. Le cose devono andare così. I terroristi sono tornati ai metodi dei nichilisti, che ebbero un successo fin troppo grande contro Alessandro II. Quando le dico che sono riusciti a far recapitare i loro messaggi persino nel palazzo imperiale...»

«Sì, sì,» disse Rouletabille, vagamente, come se fosse già lontano dalle contingenze di questo mondo. «So che lo Zar Alessandro II trovava talvolta sotto il tovagliolo una lettera che annunciava la sua condanna a morte.»

«Monsieur, al Castello ieri mattina è accaduto qualcosa che è forse più allarmante della lettera trovata da Alessandro II sotto il suo tovagliolo.»

«Cosa può essere? Sono state scoperte delle bombe?»

«No. È un accadimento bizzarro e quasi incredibile. I piumini, tutti i copriletti di piuma appartenenti alla famiglia imperiale, sono scomparsi ieri mattina.» *

* Storicamente autentico.

«Certamente no!»

«È proprio come dico. Ed è stato impossibile sapere che fine avessero fatto, fino a ieri sera, quando sono stati ritrovati al loro posto nelle camere. Ecco il nuovo mistero!»

«Certamente. Ma come sono stati portati fuori?»

«Lo sapremo mai? Tutto ciò che abbiamo trovato, questa mattina, nel boudoir dell'Imperatrice, sono due piume, il che ci porta a pensare che i piumini siano stati portati fuori in quel modo. Sto portando le due piume a Koupriane.»

«Me le faccia vedere,» chiese il reporter.

Rouletabille le esaminò e le restituì.

«E cosa pensa che significhi tutta questa faccenda?»

«Siamo inclini a considerarla una minaccia da parte dei rivoluzionari. Se possono portare via i piumini, sarebbe altrettanto facile per loro portare via...»

«La famiglia imperiale? No, non credo che sia questo.»

«Cosa intende, allora?»

«Io? Niente più. Non solo non penso più, ma non voglio farlo. Mi dica, Monsieur le Grand Marechal, è inutile, suppongo, cercare di vedere Sua Maestà prima di partire?»

«A cosa servirebbe, monsieur? Sappiamo tutto ormai. Questa Natacha che lei ha difeso contro Koupriane si è rivelata colpevole. L'ultimo affare non lascia dubbi ragionevoli in proposito. Ed è sotto sorveglianza da questo momento in poi. Sua Maestà desidera non sentir più parlare di Natacha sotto alcun pretesto.»

«E cosa intendete fare con quella giovane ragazza?»

«Lo Zar ha deciso che non ci sarà alcun processo e che la figlia del Generale Trebassof sarà inviata, per ordine amministrativo, in Siberia. Lo Zar, monsieur, è molto buono, poiché avrebbe potuto farla impiccare. Se lo meritava.»

«Sì, sì, lo Zar è molto buono.»

«Lei è molto assorto, Monsieur Rouletabille, e non sta mangiando.»

«Non ho appetito, Monsieur le Marechal. Mi dica, l'Imperatore deve annoiarsi piuttosto a Tsarskoie-Coelo?»

«Oh, ha molto lavoro. Si alza alle sette e fa una leggera colazione all'inglese: tè e pane tostato. Alle otto inizia e lavora fino alle dieci. Dalle dieci alle undici passeggia.»

«Nel cortile della prigione?» chiese Rouletabille innocentemente.

«Cosa dice? Ah, lei è un enfant terrible! Certamente facciamo bene a mandar via lei. Fino alle undici passeggia in un viale del parco. Dalle undici all'una riceve in udienza; colazione all'una; poi trascorre il tempo fino alle due e mezzo con la sua famiglia.»

«Cosa mangia?»

«Zuppa. Sua Maestà è meravigliosamente amante della zuppa. La prende a ogni pasto. Dopo colazione fuma, ma mai un sigaro, sempre sigarette, doni del Sultano; e beve solo un liquore, il Maraschino. Alle due e mezzo esce di nuovo per un po' d'aria, sempre nel suo parco; poi si mette al lavoro fino alle otto. È un lavoro semplicemente spaventoso, con mucchi di carte inutili e innumerevoli firme. Nessun segretario può risparmiargli quel compito burocratico ingrato. Deve firmare, firmare, firmare, e leggere, leggere, leggere i rapporti. Ed è un lavoro senza inizio né fine; non appena partono alcuni rapporti, ne arrivano altri. Alle otto, cena, e poi altre firme, lavorando fino alle undici. Alle undici va a letto.»

«E dorme al cadenzato passo delle guardie di pattuglia,» aggiunse Rouletabille, bruscamente.

«Oh giovane uomo, giovane uomo!»

«Mi scusi, Monsieur le Grand Marechal,» disse il reporter, alzandosi; «sono, in effetti, uno spirito inquieto e so che non ho più nulla da fare in questo paese. Non mi vedrà più, Monsieur le Grand Marechal; ma prima di partire devo dirle quanto sono stato toccato dall'ospitalità della vostra grande nazione. Quell'ospitalità è talvolta un po' pericolosa, ma è sempre magnifica. Nessun'altra nazione al mondo sa come i russi accogliere un uomo, Eccellenza. Parlo come sento; e questo non è influenzato dal mio modo di lasciarvi, poiché sapete anche come mettere un uomo alla porta. Addio, dunque; senza rancore. Il mio più rispettoso omaggio a Sua Maestà. Ah, solo una parola ancora! Ricorderà che Natacha Feodorovna era fidanzata con il povero Boris Mourazoff, un altro giovane uomo che è scomparso e che, prima di sparire, mi ha incaricato di consegnare alla figlia del Generale Trebassof quest'ultimo pegno: queste due piccole icone. Le affido questa missione, Monsieur le Grand Marechal. Suo servitore, Eccellenza.»

Rouletabille ridiscese la grande Kaniouche. «Ora,» disse tra sé, «tocca a me comprare i regali d'addio.» E si diresse lentamente attraverso la Place des Grandes-Ecuries e il ponte del canale Katharine. Entrò in Aptiekarski-Pereoulok e spinse la porta di Pere Alexis, sotto l'arco, sul fondo del cortile oscuro.

«Salute e prosperità, Alexis Hutch!»

«Ah, di nuovo tu, piccolo uomo! Ebbene? Koupriane ti ha fatto sapere il risultato delle mie analisi?»

«Sì, sì. Dimmi, Alexis Hutch, sei sicuro di non esserti sbagliato? Non pensi di poterti essere sbagliato? Pensa attentamente prima di rispondere. È una questione di vita o di morte.»

«Per chi?»

«Per me.»

«Per te, buon piccolo amico! Vuoi far ridere, o piangere, il tuo vecchio Pere Alexis!»

«Rispondimi.»

«No, non potrei sbagliarmi. La cosa è certa come il fatto che noi due siamo qui: arseniato di sodio nelle macchie sui due tovaglioli e tracce di arseniato di sodio in due dei quattro bicchieri; nulla nella caraffa, nulla nella boccetta, nulla nei due bicchieri. Lo dico davanti a te e davanti a Dio.»

«Quindi è davvero vero. Grazie, Alexis Hutch. Koupriane non ha cercato di ingannarmi. Non c'è stato nulla di simile. Bene, sai, Alexis Hutch, chi ha versato il veleno? È lei o io. E dato che non sono io, è lei. E poiché è lei, bene, sto per morire!»

«La ami, dunque?» chiese Pere Alexis.

«No,» rispose Rouletabille, con un sorriso autoironico. «No, non la amo. Ma se è lei che ha versato il veleno, allora non è stato Michael Nikolaievitch, e sono io che ho fatto uccidere Michael Nikolaievitch. Vedi ora che di conseguenza devo morire. Fammi vedere le tue immagini più belle.»

«Ah, piccolo mio, se permetterai al tuo vecchio Alexis di farti un dono, ti offrirei queste due povere icone che sono certamente del convento di Troitza nel suo periodo migliore. Guarda quanto sono belle, e antiche. Hai mai visto una Madre di Dio così bella? E questo San Luca, crederesti che la mano fosse stata riparata, eh? Due piccoli capolavori, piccolo amico! Se i vecchi maestri di Salonicco tornassero nel mondo sarebbero soddisfatti dei loro allievi a Troitza. Ma non devi ucciderti alla tua età!»

«Vieni, batiouschka (piccolo padre), accetto il tuo dono, e, se incontro i vecchi maestri salonicchesi sulla strada che sto per percorrere, non mancherò di dire loro che non c'è persona quaggiù che li apprezzi come un certo pere di Aptiekarski-Pereoulok, Alexis Hutch.»

Così dicendo Rouletabille avvolse le due piccole icone e le mise in tasca. Il San Luca sarebbe sicuramente piaciuto al suo amico Sainclair. Quanto alla Madre di Dio, sarebbe stato il suo regalo di morte per la Dame en noir.

«Ah, sei triste, piccolo figlio; e la tua voce, così come suona ora, mi addolora.»

Rouletabille voltò la testa al rumore di due mugik che entravano, trasportando una lunga cesta.

«Cosa volete?» chiese Pere Alexis in russo, «e cosa portate lì dentro? Intendete riempire quella cesta enorme con le mie mercanzie? In tal caso siete i benvenuti e sono il vostro umile servitore.»

Ma i due ridacchiarono.

«Sì, sì, siamo venuti a liberare il tuo negozio da un miserabile pezzo di mercanzia che lo ingombra.»

«Cosa dite?» chiese il vecchio, ansioso, avvicinandosi a Rouletabille. «Piccolo amico, guarda questi uomini; non riconosco i loro volti e non riesco a capire perché siano venuti qui.»

Rouletabille guardò i nuovi arrivati, che si avvicinarono al bancone, dopo aver depositato la loro lunga cesta vicino alla porta. C'era un modo sarcastico e maliziosamente beffardo in loro che lo colpì fin dal primo momento. Ma mentre continuavano a chiacchierare con Pere Alexis, egli riempì la pipa e procedette ad accenderla. Proprio in quel momento la porta fu spinta di nuovo e entrarono tre uomini, vestiti semplicemente, come rispettabili piccoli commercianti. Anche loro agivano in modo strano e si guardavano intorno in tutto il negozio. Pere Alexis divenne sempre più allarmato e gli altri gli tiravano rudemente la barba.

«Credo che questi uomini siano venuti a derubarmi,» gridò in francese. «Cosa dici, figlio mio? Devo chiamare la polizia?»

«Aspetta,» rispose Rouletabille impassibile. «Sono tutti armati; hanno rivoltelle nelle tasche.»

I denti di Pere Alexis iniziarono a battere. Mentre cercava di avvicinarsi alla porta fu spinto bruscamente indietro ed entrò un ultimo personaggio, apparentemente un gentiluomo, e vestito come tale, se non fosse per il berretto di pelle con visiera.

«Ah,» disse subito in francese, «ma guarda, è il giovane giornalista francese dell'Hotel Grand-Morskaia. Saluti e buona salute! Vedo con piacere che anche lei apprezza i consigli del nostro caro Pere Alexis.»

«Non ascoltarlo, piccolo amico; non lo conosco,» gridò Alexis Hutch.

Ma il gentiluomo della Neva continuò:

«È un uomo vicino ai primi principi della scienza, e quindi non lontano dal divino; è un uomo santo, che è bene consultare nei momenti in cui il futuro appare difficile. Sa leggere come nessun altro può fare, Padre Giovanni di Kronstadt escluso, per essere rigorosamente precisi, sulle pelli di toro dove gli angeli oscuri hanno tracciato misteriosi segni del destino.»

Qui il gentiluomo raccolse un vecchio paio di stivali, che gettò sul bancone in mezzo alle icone.

«Pere Alexis, forse queste non sono pelle di toro, ma abbastanza buona pelle di vacca. Non vuole leggere su questa pelle di vacca il futuro di questo giovane uomo?»

Ma qui Rouletabille avanzò verso il gentiluomo e gli soffiò un'enorme nuvola di fumo in faccia.

«È inutile, monsieur,» disse Rouletabille, «sprecare il suo tempo e il suo fiato. La stavo aspettando.»

XVI. DAVANTI AL TRIBUNALE RIVOLUZIONARIO

Soltanto, Rouletabille si rifiutò di essere messo nella cesta. Non volle lasciarsi disarmare finché non promisero di chiamare una carrozza. Il veicolo rotolò nel cortile, e mentre Pere Alexis veniva trattenuto nel suo negozio sotto la minaccia di una rivoltella, Rouletabille salì tranquillamente, fumando la sua pipa. L'uomo che sembrava essere il capo della banda (il gentiluomo della Neva) salì anch'egli e si sedette accanto a lui. I finestrini della carrozza erano chiusi, impedendo ogni comunicazione con l'esterno, e solo una minuscola lanterna illuminava l'interno. Partirono. La carrozza era guidata da due uomini in cappotti marroni bordati di finto astrakan. I dvornik salutavano, credendola una faccenda di polizia. Il portiere si fece il segno della croce.

Il viaggio durò diverse ore senza altri incidenti se non quelli causati dai tremendi sobbalzi, che sbattevano i due passeggeri all'interno l'uno sull'altro. Ciò avrebbe potuto offrire un'opportunità di conversazione; e il «gentiluomo della Neva» ci provò; ma invano. Rouletabille non rispondeva. A un certo punto, in effetti, il gentiluomo, che si stava annoiando, divenne così insistente che il reporter alla fine disse con il tono brusco che usava sempre quando era irritato:

«La prego, monsieur, mi lasci fumare la pipa in pace.»

Dopodiché il gentiluomo si occupò prudentemente di abbassare uno dei finestrini, poiché l'aria stava diventando soffocante.

Alla fine, dopo molti sobbalzi, ci fu una sosta per cambiare i cavalli e il gentiluomo chiese a Rouletabille di lasciarsi bendare. «Il momento è giunto; mi impiccheranno senza alcuna forma di processo,» pensò il reporter, e quando, accecato dalla benda, si sentì sollevare sotto le braccia, ci fu una rivolta di tutto il suo essere, quell'essere che, ora che era sul punto di morire, non voleva finire. Rouletabille si sarebbe creduto più forte, più coraggioso, più stoico almeno. Ma l'istinto cieco spazzò via tutto questo, quell'istinto di conservazione che non aveva nulla a che fare con le piccole bravate del reporter, nulla a che fare con il fine modo eroico, con la posa determinata di morire con stile, perché l'istinto di conservazione, che è, come dice il suo nome rigido, essenzialmente materialistico, esige solo, pensa solo, a vivere. Ed è stato quell'istinto che fece spegnere l'ultima pipa di Rouletabille senza essere aspirata.

Il giovane era furioso con se stesso, e divenne pallido per la paura di non riuscire a dominare questa emozione, si prese con ferocia e i suoi arti, che si erano irrigiditi al contatto della presa di mani ruvide, si rilassarono, e si lasciò condurre. Davvero, era disgustato della sua debolezza e della sua fragilità. Aveva visto morire uomini che sapevano di dover morire. Il suo compito di reporter lo aveva condotto più di una volta ai piedi della ghigliottina. E i disgraziati che aveva visto lì erano morti coraggiosamente. Straordinariamente, i più criminali avevano solitamente incontrato la morte con maggior coraggio. Naturalmente, avevano avuto il tempo di prepararsi, pensando a lungo in anticipo a quel momento supremo. Ma affrontavano la morte, le venivano incontro quasi negligentemente, trovavano la forza persino di dire cose banali o provocatorie a coloro che li circondavano. Ricordava soprattutto un ragazzo di diciotto anni che aveva codardamente assassinato una vecchia e due bambini in una fattoria di campagna, e aveva camminato verso la morte senza un tremito, parlando in modo rassicurante al prete e al funzionario di polizia, che camminavano quasi malati di orrore ai suoi lati. Poteva, dunque, non essere coraggioso come quel bambino?

Lo fecero salire alcuni gradini e sentì di essere entrato nell'atmosfera soffocante di una stanza chiusa. Poi qualcuno rimosse la benda. Era in una stanza dall'aspetto sinistro e in mezzo a una compagnia piuttosto numerosa.

All'interno di queste pareti nude e trascurate c'erano circa trenta giovani, alcuni dei quali apparentemente tanto giovani quanto Rouletabille, con candidi occhi azzurri e carnagione pallida. Gli altri, uomini più anziani, erano del tipo fisico dei Cristi, non i Cristi animati dei pittori occidentali, ma quelli che si vedono sui pannelli della scuola bizantina o fissati sulle icone, sculture di argento o oro. I loro capelli lunghi, divisi profondamente nel mezzo, ricadevano sulle spalle in masse dorate dalle punte arricciate. Alcuni si appoggiavano al muro, eretti e immobili. Altri erano seduti sul pavimento, le gambe incrociate. La maggior parte di loro indossava cappotti invernali, comprati nei bazar. Ma c'erano anche uomini della campagna, con le loro pelli di bestie, i loro sayon, le loro touloupe. Uno di loro aveva le gambe avvolte da corde ed era calzato con ramoscelli di salice intrecciati. Il contrasto offerto da varie di queste figure gravi e attente mostrava che erano presenti rappresentanti dell'intero partito rivoluzionario. Sul fondo della stanza, dietro un tavolo, sedevano tre giovani, e il più anziano di loro non aveva più di venticinque anni e aveva la benigna bellezza di Gesù nei giorni di festa, coperto da palme consacrate.

Al centro della stanza c'era un piccolo tavolo, completamente spoglio e senza alcuno scopo apparente.

Sulla destra c'era un altro tavolo con carta, penne e calamai. Fu lì che Rouletabille fu condotto e invitato a sedersi. Poi vide che un altro uomo era al suo fianco, che doveva restare in piedi. Il suo volto era pallido e disperato, molto tirato. I suoi occhi bruciavano cupamente, nonostante il panico che deformava i suoi lineamenti Rouletabille riconobbe uno degli amici non presentati che Gounsovski aveva portato con sé alla cena di Krestowsky. Evidentemente da allora la sventura, sempre minacciosa, si era abbattuta su di lui. Stavano procedendo con il suo processo. Colui che sembrava presiedere a queste strane sessioni pronunciò un nome:

«Annouchka!»

Una porta si aprì e apparve Annouchka.

Rouletabille a stento la riconobbe, era vestita in modo così strano, come i poveri russi, con il suo sottogiacca di flanella rossa e il fazzoletto che, annodato sotto il mento, copriva tutti i suoi bei capelli.

Testimoniò immediatamente in russo contro l'uomo, che protestò finché non lo costrinsero a tacere. Estrasse dalla tasca documenti che furono letti ad alta voce, e che sembrarono schiacciare l'accusato. Ricadde sul suo sedile. Tremò. Si nascose il volto tra le mani, e Rouletabille vide le mani tremare. L'uomo mantenne quella posizione mentre venivano ascoltati gli altri testimoni, la cui testimonianza suscitava mormorii di indignazione che venivano rapidamente repressi. Annouchka era andata a prendere posto con gli altri contro il muro, nelle ombre che invadevano sempre più la stanza, al termine di una giornata lugubre. Due finestre che arrivavano fino al pavimento lasciavano che una luce pallida penetrasse con difficoltà attraverso i loro vetri sporchi, creando un vago crepuscolo nella stanza. Presto non si riuscì più a scorgere nulla delle figure immobili contro il muro, proprio come i volti sbiadiscono negli affreschi dai quali i secoli hanno cancellato i colori nelle profondità dei conventi ortodossi.

Ora qualcuno dalle profondità dell'ombra e dell'apparente silenzio lesse qualcosa; il verdetto, senza dubbio.

La voce cessò.

Allora alcune figure si staccarono dal muro e avanzarono.

L'uomo che era accovacciato vicino a Rouletabille si alzò con un balzo selvaggio e gridò rapidamente, parole selvagge, parole supplicanti, parole minacciose.

E poi, null'altro che rantoli strozzati. Le figure che si erano mosse dal muro gli avevano afferrato la gola.

Il reporter disse: «È da codardi.»

La voce di Annouchka, bassa, dalle profondità dell'ombra, rispose: «È giusto.»

Ma Rouletabille era soddisfatto di averlo detto, poiché aveva provato a se stesso che poteva ancora parlare. La sua emozione era stata tale, da quando lo avevano spinto al centro di questa sinistra e sbrigativa assemblea di giustizia rivoluzionaria, che non pensava ad altro che al terrore di non poter parlare loro, di dire loro qualcosa, non importa cosa, che provasse loro che non aveva paura. Bene, era finita. Non aveva mancato di dire: «È da codardi.»

E incrociò le braccia. Ma presto dovette voltare la testa per non vedere l'uso che veniva fatto del tavolo che stava al centro della stanza, dove era sembrato non servire a nulla.

Avevano sollevato l'uomo, ancora in lotta, sopra il piccolo tavolo. Gli misero una corda al collo. Poi uno dei «giudici», uno dei giovani biondi, che non sembrava più vecchio di Rouletabille, salì sul tavolo e fece passare l'altra estremità della corda attraverso un grande golfare che sporgeva da una trave del soffitto. Durante questo tempo l'uomo lottava inutilmente, e il suo rantolo di morte si levò infine attraverso il rumore continuo della sua resistenza e del suo superamento. Ma il suo ultimo respiro arrivò con uno scossone così violento del corpo che l'intero apparato di morte, corda e golfare, si separò dal soffitto e rotolò a terra con l'uomo morto.

Rouletabille lanciò un grido d'orrore. "Siete degli assassini!" esclamò. Ma l'uomo era certamente morto? Fu di questo che le figure pallide dai capelli gialli si accertarono. Lo era. Poi portarono due sacchi e il morto vi fu infilato dentro.

Rouletabille disse loro:

"Siete più coraggiosi quando uccidete con un'esplosione, sapete."

Rimpiangeva amaramente di non essere morto la notte prima nell'esplosione. Non si sentiva molto coraggioso. Parlava loro abbastanza coraggiosamente, ma tremava man mano che il suo momento si avvicinava. Quella morte lo inorridiva. Cercò di non guardare l'altro sacco. Prese le due icone, di San Luca e della Vergine, dalla tasca e pregò. Pensò alla Dama in Nero e pianse.

Una voce nell'ombra disse:

"Sta piangendo, il povero ragazzino."

Era la voce di Annouchka.

Rouletabille si asciugò le lacrime e disse:

"Messieurs, uno di voi deve avere una madre."

Ma tutte le voci gridarono:

"No, no, non abbiamo più madri!"

"Le hanno uccise", gridarono alcuni. "Le hanno mandate in Siberia", gridarono altri.

"Beh, io ho ancora una madre", disse il povero ragazzo. "Non avrò l'opportunità di abbracciarla. È una madre che ho perso il giorno della mia nascita e che ho ritrovato, ma--suppongo si debba dire così--il giorno della mia morte. Non la rivedrò più. Ho un amico; non rivedrò nemmeno lui. Ho qui due piccole icone per loro, e sto per scrivere una lettera a ciascuno di loro, se me lo permettete. Giuratemi che farete in modo che le ricevano."

"Lo giuro", disse, in francese, la voce di Annouchka.

"Grazie, madame, siete gentile. E ora, messieurs, questo è tutto ciò che vi chiedo. So di essere qui per rispondere ad accuse molto gravi. Permettetemi di dirvi subito che le ammetto tutte come fondate. Di conseguenza, non c'è bisogno di alcuna discussione tra noi. Ho meritato la morte e l'accetto. Permettetemi dunque di non preoccuparmi di ciò che accadrà qui. Vi chiedo semplicemente, come ultimo favore, di non affrettare troppo i vostri preparativi, affinché io possa finire le mie lettere."

Dopodiché, soddisfatto di sé questa volta, si risedette e cominciò a scrivere rapidamente. Lo lasciarono in pace, come desiderava. Non alzò la testa nemmeno una volta, nemmeno nel momento in cui un mormorio più forte del solito mostrò che gli ascoltatori consideravano i crimini di Rouletabille con particolare detestazione. Ebbe la felicità di aver completamente terminato la sua corrispondenza quando gli chiesero di alzarsi per ascoltare la sentenza pronunciata contro di lui. La comunione suprema che aveva appena avuto con il suo amico Sainclair e con la cara Dama in Nero gli restituì tutto lo spirito. Ascoltò rispettosamente la sentenza che lo condannava a morte, sebbene fosse occupato a far scorrere la lingua lungo il bordo gomrato della sua busta.

Questi erano i capi d'accusa per i quali doveva essere impiccato:

1. Perché era venuto in Russia e si era immischiato in affari che non riguardavano la sua nazionalità, e lo aveva fatto nonostante l'avvertimento di restare in Francia.

2. Perché non aveva mantenuto le promesse di neutralità fatte liberamente a un rappresentante del Comitato Rivoluzionario Centrale.

3. Per aver tentato di penetrare il mistero della dacia dei Trebassof.

4. Per aver fatto frustare e imprigionare il compagno Matiew da Koupriane.

5. Per aver denunciato a Koupriane l'identità dei due "dottori" che erano stati incaricati di uccidere il generale Trebassof.

6. Per aver causato l'arresto di Natacha Feodorovna.

Era un elenco più lungo di quanto fosse necessario per la sua condanna. Rouletabille baciò le sue icone e le porse ad Annouchka insieme alle lettere. Poi dichiarò, con le labbra che tremavano leggermente e un sudore freddo sulla fronte, che era pronto a sottomettersi al suo destino.

XVII. L'ULTIMA CRAVATTA

Il gentiluomo della Neva gli disse: "Se non avete altro da aggiungere, andremo nel cortile."

Rouletabille comprese finalmente che impiccarlo nella stanza in cui era stata pronunciata la sentenza era reso impossibile dalla violenza del prigioniero appena giustiziato. Non solo la corda e il golfare erano stati strappati, ma parte della trave si era scheggiata.

"Non c'è altro", rispose Rouletabille.

Si sbagliava. Gli venne in mente qualcosa, un'idea balenò così improvvisamente che divenne bianco come la sua camicia e dovette appoggiarsi al braccio del gentiluomo della Neva per accompagnarlo.

La porta era aperta. Tutti gli uomini che avevano votato la sua morte uscirono in un cupo silenzio. Il gentiluomo della Neva, che sembrava incaricato degli ultimi uffici per il prigioniero, lo spinse gentilmente nel cortile.

Era vasto e circondato da un alto muro di tavole; alcuni piccoli edifici, con le porte chiuse, sorgevano a destra e a sinistra. Un alto camino, parzialmente demolito, si alzava da un angolo. Rouletabille concluse che l'intero luogo facesse parte di un vecchio mulino abbandonato. Sopra la sua testa il cielo era pallido come un sudario. Un rumore tonante, intermittente e ritmico gli fece capire che non poteva essere lontano dal mare.

Ebbe tempo in abbondanza per notare tutte queste cose, poiché avevano interrotto la marcia verso l'esecuzione per un momento e lo avevano fatto sedere nel cortile aperto su una vecchia cassa. A pochi passi da lui, sotto la tettoia dove certamente stava per essere impiccato, un uomo salì su uno sgabello (lo sgabello che sarebbe servito a Rouletabille pochi istanti dopo) con il braccio sollevato e piantò con alcuni colpi di maglio un grande golfare in una trave sopra la sua testa.

Gli occhi del reporter, che non avevano perso l'abitudine di osservare ogni cosa, si posarono di nuovo su un sacco di tela grezza che giaceva a terra. Il giovane sentì un leggero tremito, poiché vide rapidamente che il sacco avvolgeva una forma umana. Voltò la testa, ma solo per trovarsi di fronte a un altro sacco vuoto che era destinato a lui. Poi chiuse gli occhi. Il suono di musica proveniva da qualche parte all'esterno, note di balalaika. Si disse: "Beh, siamo certamente in Finlandia"; poiché sapeva che, se la guzla è russa, la balalaika è certamente finlandese. È un tipo di fisarmonica che i contadini pizzicano lamentosamente sulle soglie delle loro toubas. Le aveva viste e sentite il pomeriggio in cui era andato a Pergalovo, e anche un po' più lontano, sulla linea di Viborg. Si figurò la struttura in rovina dove ora si trovava rinchiuso con il tribunale rivoluzionario, così come doveva apparire dall'esterno ai passanti; non sinistra, come molte altre vicine, che riparavano sotto il loro tetto in decomposizione alcune case di umili lavoratori, che riposavano ora mentre suonavano la balalaika sulle loro soglie, terminato il lavoro del giorno.

E improvvisamente dall'ineffabile pace della sua ultima sera, mentre la balalaika piangeva e l'uomo di sopra testava la solidità del suo golfare, una voce esterna, la voce grave e profonda di Annouchka, cantò per il piccolo francese:

"Per chi intrecciamo ora la corona Di lillà, rosa e timo? Quando la mia mano ricadrà languida Chi porterà allora la tua corona Di lillà, rosa e timo?

Oh, che qualcuno tra voi potesse udire, E venire, e la mia mano solitaria Stringere, e versare la lacrima amica-- Poiché sola alla fine io sto.

Chi porterà ora la corona Di lillà, rosa e timo?"

Rouletabille ascoltò la voce che svaniva con l'ultimo singhiozzo della balalaika. "È troppo triste", disse, alzandosi. "Andiamo", e barcollò un po'.

Vennero a perquisirlo. Tutto era pronto di sopra. Lo spinsero gentilmente verso la tettoia. Quando fu sotto il golfare, vicino allo sgabello, lo fecero voltare e gli lessero qualcosa in russo, senza dubbio meno per lui che per coloro che erano lì e non capivano il francese. Rouletabille ebbe molta difficoltà a tenersi eretto.

Il gentiluomo della Neva gli disse ancora:

"Monsieur, ora vi leggiamo la formula finale. Vi chiede di dire se, prima di morire, avete qualcosa che desiderate aggiungere a ciò che sappiamo riguardo alla sentenza che è stata pronunciata contro di voi."

Rouletabille pensò che la sua saliva, che in quel momento aveva la massima difficoltà a deglutire, non gli avrebbe permesso di pronunciare una parola. Ma il disprezzo per una tale debolezza, quando ricordò la freddezza di tanti illustri condannati nei loro ultimi momenti, gli portò l'ultima forza necessaria per mantenere la sua reputazione.

"Beh", disse, "questa sentenza non è redatta erroneamente. La rimprovero solo di essere troppo breve. Perché non c'è stata menzione del crimine che ho commesso architettando la tragica morte del povero Michael Korsakoff?"

"Michael Korsakoff era un miserabile", pronunciò la voce vendicativa del giovane che aveva presieduto al processo e che, in questo momento supremo, si trovava faccia a faccia con Rouletabille. "La polizia di Koupriane, uccidendo quell'uomo, ci ha liberato di un traditore."

Rouletabille lanciò un grido, un grido di gioia, e mentre aveva qualche ragione per credere che al punto in cui era giunto ora della sua carriera troppo breve solo la sfortuna potesse colpirlo, ecco che la Provvidenza, nella sua infinita grazia, gli inviò prima di morire questa ineffabile consolazione: la certezza di non essersi sbagliato.

"Perdono, perdono", mormorò, in un eccesso di gioia che lo soffocava quasi quanto la miserabile corda che stavano preparando dietro di lui avrebbe fatto a breve. "Perdono. Un secondo ancora, un piccolo secondo. Allora, messieurs, allora, siamo d'accordo su questo, vero? Questo Michael, Michael Nikolaievitch, era l'ultimo dei traditori."

"Il primo", disse la voce pesante.

"È la stessa cosa, mio caro monsieur. Un traditore, un miserabile traditore", continuò Rouletabille.

"Un avvelenatore", rispose la voce.

"Un volgare avvelenatore! Non è così? Ma, ditemi come--un volgare avvelenatore che, sotto la copertura del Nichilismo, lavorava per i propri meschini fini, lavorava per se stesso e tradiva tutti voi!"

Ora la voce di Rouletabille si alzò come una fanfara. Qualcuno disse:

"Non ci ha ingannato a lungo; i nostri stessi nemici si sono fatti carico della sua punizione."

"Sono stato io", gridò Rouletabille, di nuovo raggiante. "Sono stato io a porre fine a quella carriera. Vi dico che è stata gestita bene. Sono stato io a liberarvi di lui. Ah, lo sapevo bene, messieurs, in fondo al cuore sapevo che non potevo sbagliarmi. Due più due fa sempre quattro, no? E Rouletabille è sempre Rouletabille. Messieurs, va tutto bene, dopo tutto."

Ma era probabile che fosse anche tutto sbagliato, poiché il gentiluomo della Neva si avvicinò a lui col cappello in mano e disse:

"Monsieur, sapete ora perché i testimoni al vostro processo non hanno sollevato contro di voi un fatto che, al contrario, era interamente a vostro favore. Ora non ci resta che eseguire la sentenza che è interamente giustificata su altri motivi."

"Ah, ma--aspettate un po'. Che diavolo! Ora che sono sicuro di non essermi sbagliato e di essere stato me stesso, Rouletabille, per tutto il tempo, mi aggrappo un po' alla vita--oh, molto!"

Un mormorio ostile mostrò al condannato che la pazienza dei suoi giudici stava arrivando al limite.

"Monsieur", intervenne il presidente, "sappiamo che non appartenete alla religione ortodossa; ciononostante, porteremo un prete se lo desiderate."

"Sì, sì, è così, andate a prendere il prete", gridò Rouletabille.

E si disse: "È tutto tempo guadagnato."

Uno dei rivoluzionari si diresse verso una piccola capanna che era stata trasformata in una cappella, mentre gli altri guardavano il reporter con molta meno simpatia di quanta ne avessero mostrata. Se la sua spavalderia li aveva colpiti piacevolmente nell'aula del processo, stavano iniziando a essere piuttosto disgustati dalle sue grida, dalle sue proteste e da tutte le manovre con cui stava così apparentemente cercando di allontanare l'ora della sua morte.

Ma tutto a un tratto Rouletabille saltò sullo sgabello fatale. Credevano che avesse deciso finalmente di farla finita con la commedia e di morire con dignità; ma vi era salito solo per fare loro un discorso.

"Messieurs, comprendetemi ora. Se è vero che non mi state sopprimendo per vendicare Michael Nikolaievitch, allora perché mi impiccate? Perché mi infliggete questa odiosa punizione? Perché mi accusate di aver causato l'arresto di Natacha Feodorovna? In verità sono stato maldestro. Di quello, e solo di quello, mi accuso."

"Sei stato tu, con il tuo revolver, a dare il segnale agli agenti di Koupriane! Hai fatto il lavoro sporco per la polizia."

Rouletabille cercò invano di protestare, di spiegare, di dire che il suo colpo di revolver, al contrario, aveva salvato i rivoluzionari. Ma nessuno volle ascoltare e nessuno gli credette.

"Ecco il prete, monsieur", disse il gentiluomo della Neva.

"Un secondo! Queste sono le mie ultime parole, e vi giuro che dopo questo mi passerò io stesso la corda intorno al collo! Ma ascoltatemi! Ascoltatemi attentamente! Natacha Feodorovna era la recluta più preziosa che avevate, non è vero?"

"Un vero tesoro", dichiarò il presidente, la voce sempre più impaziente.

"È stato un colpo terribile, allora", continuò il reporter, "un colpo terribile per voi, questo arresto?"

"Terribile", esclamarono alcuni di loro.

"Non interrompetemi! Molto bene, allora, vi dirò questo: 'Se io prevengo questo colpo--se, dopo essere stato la causa involontaria dell'arresto di Natacha, faccio rimettere in libertà la figlia del generale Trebassof, e questo entro ventiquattro ore--cosa dite? Mi impicchereste ancora?'"

Il presidente, colui che aveva il volto simile a quello di Cristo, disse:

"Messieurs, Natacha Feodorovna è caduta vittima di terribili macchinazioni il cui mistero non siamo stati finora in grado di penetrare. È accusata di aver tentato di avvelenare suo padre e sua matrigna, e in condizioni tali che sembra impossibile per la ragione umana dimostrare il contrario. Natacha Feodorovna stessa, schiacciata dal tragico evento, non è stata affatto in grado di rispondere ai suoi accusatori, e il suo silenzio è stato preso per una confessione di colpevolezza. Messieurs, Natacha Feodorovna sarà avviata in Siberia domani. Non possiamo fare nulla per lei. Natacha Feodorovna è perduta per noi."

Poi, con un gesto verso coloro che circondavano Rouletabille:

"Fate il vostro dovere, messieurs."

"Perdono, perdono. Ma se io provassi l'innocenza di Natacha? Aspettate solo, messieurs. Solo io posso provare quell'innocenza! Perdete Natacha uccidendo me!"

"Se foste stato in grado di provare quell'innocenza, monsieur, la cosa sarebbe già fatta. Non avreste aspettato."

"Perdono, perdono. È solo in questo momento che sono diventato in grado di farlo."

"Come sarebbe?"

"È perché ero malato, vedete--molto gravemente malato. Quella faccenda di Michael Nikolaievitch e il veleno che continuava ancora dopo che era morto mi ha semplicemente derubato di tutti i miei poteri. Ora che sono sicuro di non essere stato il mezzo per uccidere un uomo innocente--sono di nuovo Rouletabille! Non è possibile che io non trovi il modo, che io non veda attraverso questo mistero."

La voce terribile della figura simile a Cristo disse monotonamente:

"Fate il vostro dovere, messieurs."

"Perdono, perdono. Questo è di grande importanza per voi--e la prova è che non mi avete ancora impiccato. Non siete stati così temporeggiatori con il mio predecessore, vero? Mi avete ascoltato perché avete sperato! Molto bene, lasciatemi pensare, lasciatemi riflettere. Oh, il diavolo! Ero lì io stesso al fatale pranzo, e so meglio di chiunque altro tutto ciò che è successo lì. Cinque minuti! Vi chiedo cinque minuti; non è molto. Cinque piccoli minuti!"

Queste ultime parole del condannato sembrarono influenzare singolarmente i rivoluzionari. Si guardarono in silenzio.

Poi il presidente tirò fuori il suo orologio e disse:

"Cinque minuti. Ve li concediamo."

"Mettete il vostro orologio qui. Qui su questo chiodo. Sono le sette meno cinque, eh? Mi darete fino allo scoccare dell'ora?"

"Sì, fino all'ora. L'orologio stesso suonerà quando sarà giunta l'ora."

"Ah, suona! Come l'orologio del generale, allora. Molto bene, eccoci qui."

Poi ci fu lo spettacolo curioso di Rouletabille in piedi sullo sgabello del boia, la corda fatale che pendeva sopra la sua testa, le gambe incrociate, il gomito sulle ginocchia in quell'eterno atteggiamento che l'Arte ha sempre dato al pensiero umano, i pugni sotto le mascelle, gli occhi fissi--attorno a lui, tutti quei giovani intenti al suo silenzio, senza muovere un muscolo, trasformati essi stessi in statue affinché non disturbassero la statua che pensava e pensava.

XVIII. UN'ESPERIENZA SINGOLARE

I cinque minuti scorsero e l'orologio cominciò a battere i sette rintocchi dell'ora. Segnarono la morte di Rouletabille? Forse no! Poiché al primo tintinnio d'argento videro Rouletabille scuotersi e alzare la testa, con il volto acceso e gli occhi lucenti. Lo videro alzarsi, aprire le braccia e gridare:

"L'ho trovato!"

Una gioia tale brillava sul suo volto che sembrava esserci un'aureola attorno a lui, e nessuno di coloro che erano lì dubitò che avesse la soluzione dell'impossibile problema.

"L'ho trovato! L'ho trovato!"

Si radunarono attorno a lui. Egli li scacciò come in un sogno a occhi aperti.

"Lasciatemi spazio. L'ho trovato, se il mio esperimento funziona. Uno, due, tre, quattro, cinque..."

Cosa stava facendo? Contava i suoi passi ora, a lunghe falcate, come nei preliminari di un duello. E gli altri, tutti loro, lo seguivano in silenzio, perplessi, ma senza protestare, come se anche loro fossero presi nello stesso strano sogno a occhi aperti. Contando costantemente i suoi passi, attraversò così il cortile, che era vasto. "Quaranta, quarantuno, quarantadue", gridò eccitato. "Questo è certamente strano, e molto promettente."

Gli altri, sebbene non capissero, si astennero dall'interrogarlo, poiché videro che non c'era altro da fare che lasciarlo proseguire senza interruzioni, proprio come si ha cura di non svegliare bruscamente un sonnambulo. Non avevano sfiducia nei suoi motivi, poiché l'idea era semplicemente insostenibile che Rouletabille fosse così sciocco da sperare di salvarsi da loro con un imbecille sotterfugio. No, cedettero all'impressione che il suo volto ispirato dava loro, e molti ne furono così colpiti che inconsciamente ripeterono i suoi gesti. Così Rouletabille raggiunse il bordo del cortile dove era stata pronunciata la sentenza contro di lui. Lì dovette salire una traballante rampa di scale, i cui gradini contò. Raggiunse un corridoio, ma allontanandosi dal lato dove la porta si apriva verso l'esterno, si voltò verso una scala che portava al piano superiore, e contò ancora i gradini mentre li saliva. Alcuni della compagnia lo seguirono, altri si affrettarono davanti a lui. Ma non sembrava consapevole né dell'uno né dell'altro, mentre camminava vivendo solo nei suoi pensieri. Raggiunse il pianerottolo, esitò, spinse una porta e si ritrovò in una stanza arredata con un tavolo, due sedie, un materasso e un enorme armadio. Andò all'armadio, girò la chiave e l'aprì. L'armadio era vuoto. Lo richiuse e mise la chiave in tasca. Poi uscì di nuovo sul pianerottolo. Lì chiese la chiave della porta della camera che aveva appena lasciato. Gliela diedero e chiuse quella porta, mettendo anche quella chiave in tasca. Ora tornò nel cortile. Chiese una sedia. Gli fu portata. Immediatamente si mise la testa tra le mani, pensando intensamente, prese la sedia e la portò un po' dietro la tettoia. I nichilisti osservarono tutto ciò che faceva e non sorrisero, perché gli uomini non sorridono quando la morte attende alla fine delle cose, per quanto sciocche.

Finalmente, Rouletabille parlò:

“Messieurs,” disse, la voce bassa e tremante, poiché sapeva che ora toccava il minuto decisivo, dopo il quale non vi sarebbe stato che un destino irrevocabile. “Messieurs, per proseguire il mio esperimento sono costretto a compiere dei movimenti che potrebbero suggerirvi l’idea di un tentativo di fuga, o di evasione. Spero non mi consideriate così sciocco da nutrire un simile pensiero.”

“Oh, monsieur,” disse il capo, “siete libero di compiere tutte le manovre che desiderate. Nessuno ci sfugge. Fuori vi avremmo a portata di mano esattamente come qui. E, d’altronde, è del tutto impossibile evadere da qui.”

“Molto bene. Allora è inteso. In tal caso, vi chiedo ora di rimanere esattamente dove siete e di non muovervi, qualunque cosa io faccia, se non volete arrecarmi disturbo. Soltanto, vi prego di mandare subito qualcuno al piano superiore, dove mi sto per recare di nuovo, e lasciate che osservi cosa accade da lassù, ma senza interferire. E non rivolgetemi parola durante l’esperimento.”

Due dei rivoluzionari andarono al piano superiore e aprirono una finestra per seguire ciò che accadeva nel cortile. Tutti ora mostravano il loro intenso interesse per gli atti e i gesti di Rouletabille.

Il reporter si piazzò nella tettoia, tra la sua sedia della morte e la sua corda per impiccarsi.

“Pronto,” disse; “sto per cominciare.”

E d’un tratto scattò come un forsennato, attraversò il cortile in linea retta come un lampo, disparve nella touba, balzò su per la scala, si tastò la tasca ed estrasse le chiavi, aprì la porta della stanza che aveva chiuso a chiave, la richiuse e la sprangò nuovamente, fece dietro-front, ridiscese con la stessa fretta, raggiunse il cortile e questa volta virò verso la sedia, le girò attorno, sempre correndo, e ritornò alla stessa velocità verso la tettoia. Non appena vi giunse, lanciò un grido di trionfo lanciando un’occhiata all’orologio che penzolava da un palo. “Ho vinto,” disse, e si gettò con un fremito di felicità sul fatale patibolo. Lo circondarono, ed egli lesse la più viva curiosità in tutti i loro volti. Ansante ancora per la folle corsa, chiese due parole in disparte al capo del comitato segreto.

L’uomo che aveva pronunciato la sentenza e che aveva il portamento di Gesù avanzò, e vi fu un breve scambio di parole tra i due giovani. Gli altri si ritrassero e attesero a distanza, in un silenzio impressionante, l’esito di questo misterioso colloquio, che certamente avrebbe deciso il destino di Rouletabille.

“Messieurs,” disse il capo, “al giovane francese sarà permesso di partire. Gli diamo ventiquattro ore per liberare Natacha Feodorovna. Tra ventiquattro ore, se non avrà avuto successo, tornerà qui per consegnarsi.”

Un mormorio felice accolse queste parole. Dal momento che il loro capo parlava così, si sentirono sicuri del destino di Natacha.

Il capo aggiunse:

“Poiché la liberazione di Natacha Feodorovna sarà seguita, a detta del giovane francese, da quella del nostro compagno Matiew, decidiamo che, se queste due condizioni saranno soddisfatte, al signor Joseph Rouletabille sarà permesso di tornare in tutta sicurezza in Francia, che non avrebbe mai dovuto lasciare.”

Solo due o tre del gruppo dissero: “Quel ragazzo gioca con noi; non è possibile.”

Ma il capo dichiarò:

“Lasciate che il ragazzo provi. Egli compie miracoli.”

XIX. LO ZAR

“Sono fuggito per una fortuna straordinaria,” gridò Rouletabille, mentre si ritrovava, nel cuore della notte, all’angolo dei canali Katharine e Aptiekarski Pereoulok, mentre la misteriosa carrozza che l’aveva portato lì ritornava rapidamente verso la Grande Ecurie. “Che paese! Che paese!”

Corse per un tratto verso la Grand Morskaia, che era vicina, entrò nell’albergo come una bomba, trascinò l’interprete giù dal letto, pretese che gli venisse fatto il conto e che gli venisse detto l’orario del prossimo treno per Tsarskoie-Coelo. L’interprete gli disse che non poteva avere il conto a quell’ora, che non poteva lasciare la città senza il suo passaporto e che non c’era alcun treno per Tsarskoie-Coelo, e Rouletabille fece una scenata che svegliò l’intero albergo. Gli ospiti, temendo sempre “une scandale”, rimasero chiusi nelle loro stanze. Ma il signor direttore scese, tremante. Quando scoprì di cosa si trattava fu tentato di essere perentorio, ma Rouletabille, che aveva visto rappresentare “Michele Strogoff”, gridò: “Servizio dello Zar!”, il che lo rese sottomesso come una pecora. Fece il conto al giovane e gli diede il suo passaporto, che era stato riportato dalla polizia durante il pomeriggio. Rouletabille scrisse rapidamente un messaggio all’indirizzo di Koupriane, che il messaggero fu incaricato di far consegnare senza un istante di ritardo, pena la morte! Il direttore promise umilmente e il reporter non spiegò che con “pena la morte” si riferiva alla propria. Poi, essendosi accertato che in effetti l’ultimo treno per Tsarskoie-Coelo era partito, ordinò una carrozza e si precipitò in camera sua a fare i bagagli.

E lui, solitamente così meticoloso, così particolare nelle sue faccende, gettò le cose alla rinfusa, biancheria, indumenti, a calci e spintoni. Era un sollievo dopo le emozioni che aveva vissuto. “Che paese!” non cessava di esclamare. “Che paese!”

Poi la carrozza fu pronta, con due piccoli cavalli finlandesi, la cui andatura conosceva bene, un cocchiere dall’aria malvagia, che tuttavia lo avrebbe portato lì; il baule; rubli ai domestici. “Spacibo, barine. Spacibo.” (Grazie, signore. Grazie.)

L’interprete chiese quale indirizzo dovesse dare al cocchiere.

“La casa dello Zar.”

L’interprete esitò, credendo fosse una facezia sconveniente, poi fece un vago gesto al cocchiere, e i cavalli partirono.

“Che trotto curioso! Non abbiamo idea di una cosa simile in Francia,” pensò Rouletabille. “Francia! Francia! Parigi! È possibile che presto sarò di ritorno! E quella cara Signora in Nero! Ah, alla prima occasione devo mandarle un dispaccio del mio ritorno... prima che riceva quelle icone, e le lettere che annunciano la mia morte. Scan! Scan! Scan! (Presto!)”

L’isvotchick frustava i suoi cavalli, facendosi largo tra i dvornick che vigilavano agli angoli delle case durante la notte di San Pietroburgo. “Dirigi! dirigi! dirigi! (Attenzione!)”

Il paese, cupo nella cupa notte. Il vasto paese aperto. Che monotona desolazione! Rapidamente, attraverso i vasti spazi silenziosi, la piccola carrozza scivolava sulla strada solitaria tra le braccia nere dei pini.

Rouletabille, aggrappato al suo sedile, si guardava attorno.

“Dio! è triste come una cerimonia funebre.”

Piccole capanne gelate, non più grandi di tombe, indicavano occasionalmente la strada, ma non vi era alcun segno di vita in quel paese se non il rumore del viaggio e le due bestie dal manto fumante.

Crack! Uno dei timoni spezzato. “Che paese!” A sentire Rouletabille si direbbe che solo in Russia possa rompersi il timone di una carrozza.

La riparazione fu difficile e rudimentale, con pezzi di corda. E da allora in poi il viaggio fu lento e cauto dopo la velocità frenetica. Invano Rouletabille ragionava con se stesso. “Arriverai comunque prima del mattino. Non puoi svegliare l’Imperatore nel cuore della notte.” La sua impazienza non conosceva ragione. “Che paese! Che paese!”

Dopo qualche altra piccola avventura (finirono in un burrone ed ebbero una tremenda difficoltà a recuperare il baule) arrivarono a Tsarskoie-Coelo alle sette meno un quarto.

Anche qui il paese non era piacevole. Rouletabille ricordava il luminoso risveglio della campagna francese. Qui sembrava vi fosse qualcosa di più morto della morte: era questa piccola città con le sue strade dove nessuno passava, non un’anima, non un fantasma, con le sue case così impenetrabili, le finestre persino di vetro smerigliato e ulteriormente oscurate dalla brina mattutina che escludeva la luce più completamente delle palpebre chiuse. Dietro di esse immaginava un mondo sconosciuto, un mondo che non parlava, né piangeva, né rideva, un mondo in cui nessuna corda viva risuonava. “Che paese! ‘Dov’è il castello? Non lo so; sono stato qui solo una volta, nella carrozza del maresciallo. Non conosco la strada. Non il grande palazzo! L’idiota di un cocchiere mi ha portato in questo grande palazzo per vederlo, non ne ho dubbi. Rouletabille ha l’aria di un turista? Dourak! La casa dello Zar, ti dico. La residenza dello Zar. Il posto dove vive il Piccol Padre. Chez Batouchka!”

Il cocchiere frustò i suoi pony. Passò per tutte le strade. “Stoi! (Fermo!)” gridò Rouletabille. Un cancello, un soldato, moschetto alla spalla, baionetta in pugno; un altro cancello, un altro soldato, un’altra baionetta; un parco con mura attorno, e attorno alle mura altri soldati.

“Nessun errore; ecco il posto,” pensò Rouletabille. C’era un solo prigioniero per il quale si sarebbero prese simili precauzioni. Avanzò verso il cancello. Ah! Gli incrociarono le baionette sotto il naso. Alt! Niente scherzi, Joseph Rouletabille, di “L’Epoque”. Un sottotenente uscì da un corpo di guardia e avanzò verso di lui. La spiegazione evidentemente sarebbe stata difficile. Il giovane vide che se avesse chiesto di vedere lo Zar, lo avrebbero creduto pazzo e ciò avrebbe complicato ulteriormente le cose. Chiese del Gran Maresciallo di Corte. Risposero che avrebbe potuto ottenere l’indirizzo del Maresciallo a Tsarskoie. Ma il sottotenente girò la testa. Vide qualcuno che avanzava. Era il Gran Maresciallo in persona. Qualche servizio eccezionale lo chiamava, senza dubbio, molto presto a Corte.

“Ma che cosa fate qui? Non siete ancora partito, allora, signor Rouletabille?”

“La cortesia prima di tutto, Monsieur le Grand-Marechal! Non vorrei andarmene prima di aver detto ‘Au revoir’ all’Imperatore. Siate così gentile, dato che state andando da lui ed egli si è alzato (voi stesso mi avete detto che si alza alle sette), siate così gentile da dirgli che desidero porgergli i miei omaggi prima di partire.”

“Il vostro piano, senza dubbio, è di parlargli ancora una volta riguardo a Natacha Feodorovna?”

“Affatto. Ditegli, Eccellenza, che sono venuto a spiegare il mistero dei piumini.”

“Ah, ah, i piumini! Sapete qualcosa?”

“So tutto.”

Il Gran Maresciallo vide che il giovane non fingeva. Gli chiese di attendere qualche minuto, e svanì nel parco.

Un quarto d’ora più tardi, Joseph Rouletabille, del giornale “L’Epoque”, fu ammesso nel gabinetto che conosceva bene dalla prima intervista che aveva avuto lì con Sua Maestà. Il semplice studio di una casa di campagna: alcuni quadri alle pareti, ritratti della Zarina e dei figli imperiali sul tavolo; sigarette orientali nelle minuscole coppe d’oro. Rouletabille era ben lungi dal sentirsi sicuro, poiché il Gran Maresciallo gli aveva detto:

“Siate prudente. L’Imperatore è di un umore terribile a causa vostra.”

Una porta si aprì e si chiuse. Lo Zar fece un cenno al Maresciallo, che disparve. Rouletabille si inchinò profondamente, poi osservò attentamente l’Imperatore.

Molto apparentemente Sua Maestà era contrariata. Il volto dello Zar, solitamente così calmo, così piacevole e sorridente, era severo, e i suoi occhi avevano una luce adirata. Si sedette e accese una sigaretta.

“Monsieur,” esordì, “non sono del tutto dispiaciuto di vedervi prima della vostra partenza per dirvi io stesso che non sono affatto soddisfatto di voi. Se foste uno dei miei sudditi vi avrei già avviato sulla strada per i monti Urali.”

“Mi allontano ancora di più, Sire.”

“Monsieur, vi prego di non interrompermi e di non parlare a meno che io non vi faccia una domanda.”

“Oh, perdono, Sire, perdono.”

“Non sono ingannato dal pretesto che avete offerto a Monsieur le Grand-Marechal per penetrare qui.”

“Non è un pretesto, Sire.”

“Ancora!”

“Oh, perdono, Sire, perdono.”

“Vi dico che, chiamati qui per aiutarmi contro i miei nemici, loro stessi non hanno trovato un sostegno più forte o più criminale del vostro.”

“Di che sono accusato, Sire?”

“Koupriane...”

“Ah! Ah! ... Perdono!”

“Il mio Capo della Polizia si lamenta giustamente del fatto che avete attraversato tutti i suoi disegni e che vi siete preso l’incarico di rovinarli. Per prima cosa, avete rimosso i suoi agenti, che vi disturbavano, a quanto pare; poi, nel momento in cui aveva in mano la prova dell’abominevole alleanza di Natacha Feodorovna con i nichilisti che tentano l’assassinio di suo padre, il vostro intervento ha permesso che quella prova gli sfuggisse. E vi siete vantato dell’impresa, monsieur, così che non possiamo che considerarvi responsabile dei tentativi che ne sono seguiti.

“Senza di voi, Natacha non avrebbe tentato di avvelenare suo padre. Senza di voi, non avrebbero mandato a cercare medici che potessero far saltare in aria la datcha des Iles. Infine, non più tardi di ieri, quando questo mio fedele servitore aveva teso una trappola dalla quale non avrebbero potuto scappare, avete avuto l’audacia, voi, di avvertirli. Devono a voi la loro fuga. Monsieur, questi sono tentativi contro la sicurezza dello Stato che meritano la punizione più severa. Eppure, un giorno siete uscito di qui promettendomi di salvare il generale Trebassof da tutti gli assassini cospiratori che si aggiravano attorno a lui. E poi fate il gioco degli assassini! La vostra condotta è miserabile quanto quella di Natacha Feodorovna è mostruosa!”

L’Imperatore cessò di parlare e guardò Rouletabille, che non aveva abbassato gli occhi.

“Cosa potete dire per vostra difesa? Parlate... ora.”

“Posso solo dire a Vostra Maestà che vengo a congedarmi da lei perché il mio compito qui è terminato. Le ho promesso la vita del generale Trebassof, e gliela porto. Non corre più alcun pericolo! Dico inoltre a Vostra Maestà che non esiste in nessun luogo al mondo una figlia più devota a suo padre, fino alla morte, una figlia più sublime di Natacha Feodorovna, né più innocente.”

“Fate attenzione, monsieur. Vi informo che ho studiato personalmente e molto da vicino questa faccenda. Avete le prove di queste affermazioni che avanzate?”

“Sì, Sire.”

“E io, io ho le prove che Natacha Feodorovna è una rinnegata.”

A questa contraddizione, pronunciata con voce ferma, l’Imperatore si agitò, un rossore d’ira e di maestà oltraggiata sul volto. Ma, dopo questo primo movimento, riuscì a controllarsi, aprì bruscamente un cassetto, trasse alcuni fogli e li gettò sul tavolo.

“Eccoli.”

Rouletabille allungò la mano verso i fogli.

“Voi non leggete il russo, monsieur. Vi tradurrò il loro contenuto. Sappiate, dunque, che vi è stato un misterioso scambio di lettere tra Natacha Feodorovna e il Comitato Rivoluzionario Centrale, e che queste lettere mostrano la figlia del generale Trebassof in perfetto accordo con gli assassini di suo padre per l’esecuzione del loro abominevole progetto.”

“La morte del generale?”

“Esattamente.”

“Dichiaro a Vostra Maestà che ciò non è possibile.”

“Uomo ostinato! Leggerò...”

“Inutile, Sire. È impossibile. Potrebbe esservi in esse la questione di un progetto, ma sarei molto sorpreso se questi cospiratori fossero stati abbastanza imprudenti da scrivere in quelle lettere che contano su Natacha per avvelenare suo padre.”

“Questo, in effetti, non è scritto, e voi stesso siete responsabile del fatto che non lo sia. Non ne consegue di meno che Natacha Feodorovna avesse un’intesa con i nichilisti.”

“È corretto, Sire.”

“Ah, confessate questo?”

“Non confesso; affermo semplicemente che Natacha aveva un’intesa con i nichilisti.”

“Che complottavano i loro abominevoli attentati contro l’ex Governatore di Mosca.”

“Sire, poiché Natacha aveva un’intesa con i nichilisti, non era per uccidere suo padre, ma per salvarlo. E il progetto di cui tenete qui le prove, ma del cui carattere siete ignaro, è di porre fine agli attentati di cui parlate, istantaneamente.”

“Voi dite questo.”

“Dico la verità, Sire.”

“Dove sono le prove? Mostratemi i vostri documenti.”

“Non ne ho. Ho solo la mia parola.”

“Non è sufficiente.”

“Sarà sufficiente, una volta che mi avrete ascoltato.”

“Ascolto.”

“Sire, prima di rivelarvi un segreto da cui dipende la vita del generale Trebassof, dovete permettermi alcune domande. Vostra Maestà ha molto a cuore la vita del generale?”

“Cosa c’entra questo?”

“Perdono. Desidero che Vostra Maestà mi assicuri su quel punto.”

“Il generale ha protetto il mio trono. Ha salvato l’Impero da uno dei più grandi pericoli che abbia mai corso. Se il servitore che ha compiuto un simile servizio dovesse essere ricompensato con la morte, con la punizione che i nemici del mio popolo gli preparano nell’oscurità, non me lo perdonerei mai. Ci sono stati già troppi martiri!”

“Mi avete risposto, Sire, in modo tale da farmi capire che non vi è sacrificio — persino il sacrificio del vostro amour-propre, il più grande che un sovrano possa soffrire — non vi è sacrificio troppo caro per riscattare dalla morte uno di questi martiri.”

“Ah, ah! Questi signori pongono condizioni a me! Denaro. Denaro. Hanno bisogno di denaro. E a quanto valutano la testa del generale?”

“Sire, ciò non tocca Vostra Maestà, e non verrò mai a offrirvi un simile patto. Quella faccenda riguarda solo Natacha Feodorovna, che ha offerto la sua fortuna!”

“La sua fortuna! Ma lei non ha nulla.”

“Ne avrà una alla morte del generale. Ora si impegna a darla tutta al Comitato Rivoluzionario il giorno in cui il generale morirà — se morirà di morte naturale!”

L’Imperatore si alzò, molto agitato.

“Al Partito Rivoluzionario! Cosa mi dite! La fortuna del generale! Eh, ma queste sono grandi ricchezze.”

“Sire, vi ho detto il segreto. Voi solo dovreste saperlo e custodirlo per sempre, e ho la vostra sacra parola che, quando giungerà l’ora, lascerete che il premio vada dove è promesso. Se il generale venisse mai a sapere di una cosa simile, di un simile trattato, farebbe facilmente in modo che non ne rimanesse nulla, e denuncerebbe sua figlia che lo ha salvato, e allora sarebbe prontamente preda dei suoi nemici e dei vostri, dai quali volete salvarlo. Non ho detto il segreto all’Imperatore, ma al rappresentante di Dio sulla terra russa. L’ho confessato al prete, che è tenuto a dimenticare le parole pronunciate solo davanti a Dio. Lasciate a Natacha Feodorovna la sua strada, Sire! E suo padre, il vostro servitore, la cui vita vi è così cara, è salvo. Alla morte naturale del generale la sua fortuna andrà a sua figlia, che ne ha disposto.”

Rouletabille si fermò un momento per valutare l’effetto prodotto. Non era buono. Il volto del suo augusto ascoltatore era sempre più corrucciato.

Il silenzio continuò, e ora il reporter non osava romperlo. Attese.

Infine, l’Imperatore si alzò e camminò avanti e indietro per la stanza, immerso nei pensieri. Per un momento si fermò alla finestra e fece un saluto paterno al piccolo Zarevic, che giocava nel parco con le granduchesse.

Poi ritornò da Rouletabille e gli pizzicò l’orecchio.

“Ma, ditemi, come avete appreso tutto questo? E chi dunque ha avvelenato il generale e sua moglie, nel chiosco, se non Natacha?”

“Natacha è una santa. Non è nulla, Sire, che sia stata cresciuta nel lusso e si voti alla miseria; ma è sublime che custodisca nel suo cuore il segreto del suo sacrificio da tutti, e, malgrado tutto, perché la segretezza è necessaria ed è stata richiesta da lei. Vedetela custodirlo davanti a suo padre, che è stato indotto a credere nel disonore di sua figlia, e tuttavia tacere quando una parola avrebbe provato la sua innocenza; custodirlo faccia a faccia con il suo fidanzato, che ama, e respinge perché il matrimonio è vietato alla ragazza che si suppone sia ricca e che sarà povera; custodirlo, soprattutto — e custodirlo ancora — nel profondo della prigione, e pronta a prendere la strada per la Siberia sotto l’accusa di assassinio, perché quell’ignominia è necessaria per la salvezza di suo padre. Questo, Sire — oh, Sire, lo vedete!”

“Ma voi, come siete riuscito a penetrare in questo segreto custodito?”

“Osservando i suoi occhi. Osservando, quando si credeva sola, lo sguardo di terrore e i bagliori d’amore. E, soprattutto, guardandola quando guardava suo padre. Ah, Sire, c’erano momenti in cui sul suo volto mistico si poteva leggere la gioia selvaggia e la devozione della martire. Poi, ascoltando e mettendo insieme frammenti di frasi incompatibili con l’idea di tradimento, ma che acquistavano immediatamente senso se si pensava al contrario, al sacrificio. Ah, è questo, Sire! Considerate sempre il movente alternativo. Ciò che io alla fine ho potuto vedere da solo, gli altri, che avevano un’opinione fissa su Natacha, non potevano vedere. E perché avevano la loro opinione fissa? Semplicemente perché l’idea di un compromesso con i nichilisti suscitava subito l’idea di complicità! Per gente simile è sempre la stessa cosa: non riescono mai a vedere che un solo lato della situazione. Ma, nondimeno, la situazione aveva due lati, come tutte le situazioni. La questione era semplice. Il compromesso era certo. Ma perché Natacha si era compromessa con i nichilisti? Era necessariamente per perdere suo padre? Non poteva essere, al contrario, per salvarlo? Quando si ha un appuntamento con un nemico non è necessariamente per entrare nel suo gioco, a volte è per disarmarlo con un’offerta. Tra queste due ipotesi, che io solo mi presi la briga di esaminare, non esitai a lungo, perché ogni atteggiamento di Natacha proclamava la sua innocenza: e i suoi occhi, Sire, nei quali si leggeva purezza e amore, prevalevano sempre in me su tutte le passeggere apparenze di vergogna e di crimine.

“Vidi che Natacha negoziava con loro. Ma cosa aveva da mettere sulla bilancia contro la vita di suo padre? Nulla, se non la fortuna che avrebbe avuto un giorno.

“Alcune parole che pronunciò sull’impossibilità di un matrimonio immediato, sulla povertà che poteva sempre bussare alla porta di qualsiasi palazzo, osservazioni che riuscii a sorprendere tra Natacha e Boris Mourazoff, che per lui non significavano nulla, mi misero decisamente sulla strada giusta. E non tardai ad accertare che le negoziazioni in questa formidabile faccenda stavano avvenendo nella casa stessa di Trebassof! Perseguitata all’esterno dall’incessante spionaggio di Koupriane, che cercava di sorprenderla in compagnia dei nichilisti, sorvegliata da vicino, anche, dalla gelosa supervisione di Boris, che era geloso di Michael Nikolaievitch, doveva cogliere le uniche opportunità possibili per tali negoziazioni, di notte, nella sua stessa casa, il solo luogo dove, per la sua stessa audacia, era in grado di recitare la sua parte in una certa sicurezza.

“Michael Nikolaievitch conosceva Annouchka. Ecco certamente il punto di partenza per le negoziazioni su cui quell’ufficiale fellone, traditore verso tutte le parti, lavorava a piacimento verso la realizzazione del suo infame progetto. Non credo che Michael abbia mai confidato a Natacha di essere, fin dal principio, lo strumento dei rivoluzionari. Natacha, che cercava di entrare in contatto con il partito rivoluzionario, dovette affidargli una corrispondenza per Annouchka, a seguito della quale lui assunse la direzione della faccenda, ingannando i nichilisti, che, nella loro assoluta penuria, in seguito alla rivolta, erano stati sedotti dalla proposta della figlia del generale Trebassof, e ingannando Natacha, che fingeva di amare e da cui si credeva amato. A questo punto della vicenda Natacha arrivò a comprendere che era necessario propiziarsi Michael Nikolaievitch, suo indispensabile intermediario, e riuscì a farlo così bene che Boris Mourazoff provò la più nera gelosia. Da parte sua, Michael arrivò a credere che Natacha non avrebbe avuto altro marito che lui, ma non si proponeva di sposare una ragazza senza dote! E, fatalmente, ne conseguì che Natacha, in quell’infernale intrigo, negoziò per la vita di suo padre attraverso l’agenzia di un uomo che, subdolamente, cercava di colpire il generale stesso, perché l’immediata morte di suo padre prima che la negoziazione fosse completata avrebbe arricchito Natacha, che aveva dato a Michael così tanto da sperare. Quella spaventosa tragedia, Sire, nella quale abbiamo vissuto le nostre ore più dolorose, appariva a me, fiducioso dell’innocenza di Natacha, assolutamente semplice come per gli altri sembrava complicata. Natacha credeva di avere in Michael Nikolaievitch un uomo che lavorava per lei, ma lui lavorava solo per se stesso. Il giorno in cui ne fui convinto, Sire, con il mio esame dell’accesso al balcone, ebbi l’intenzione di avvertire Natacha, di andare da lei e dirle: “Sbarazzati di quell’uomo. Ti tradirà. Se hai bisogno di un agente, sono al tuo servizio”. Ma quel giorno, a Krestowsky, il destino impedì che raggiungessi Natacha; e devo attribuirlo al destino, che non voleva permettere la perdita di quell’uomo. Michael Nikolaievitch, che era un traditore, era troppo dentro la “combinazione”, e se fosse stato respinto avrebbe rovinato tutto. Lo feci scomparire! La grande sventura fu allora che Natacha, ritenendomi responsabile della morte di un uomo che credeva innocente, non volle più vedermi e, quando mi vide, rifiutò di avere qualsiasi conversazione con me perché proponevo di prendere il posto di Michael per lei presso i rivoluzionari. Non volle avere nulla a che fare con me per proteggere il suo segreto. Nel frattempo, i nichilisti credettero di essere stati traditi da Natacha quando seppero della morte di Michael, e si incaricarono di vendicarlo. Sequestrarono Natacha e la portarono via con la forza. L’infelice ragazza seppe allora, quella stessa sera, dell’attentato che distrusse la dacia e, fortunatamente, risparmiò ancora suo padre. Questa volta raggiunse un’intesa definitiva con il partito rivoluzionario. Il suo patto era fatto. Le offro come prova solo il suo atteggiamento quando fu arrestata, e, anche in quel momento, il suo sublime silenzio.”

Mentre Rouletabille insisteva con la sua visione, l’Imperatore lo lasciava parlare ancora e ancora, e ora i suoi occhi erano velati.

“È possibile che Natacha non sia stata la complice, in tutto, di Michael Nikolaievitch?” chiese. “Fu lei ad aprirgli la casa di suo padre quella notte. Se non fosse stata sua complice avrebbe diffidato di lui, lo avrebbe sorvegliato.”

“Sire, Michael Nikolaievitch era un uomo molto astuto. Sapeva così bene come giocare su Natacha, e su Annouchka, in cui lei riponeva tutta la sua speranza. Era da Annouchka che voleva ottenere la vita di suo padre. Era la parola, la firma di Annouchka che esigeva prima di dare la propria. La sera in cui Michael Nikolaievitch morì, era incaricato di portarle quella firma. Lo so, io stesso, perché, fingendo l’ubriachezza, riuscii a origliare abbastanza di una conversazione tra Annouchka e un uomo il cui nome devo celare. Sì, quell’ultima sera, Michael Nikolaievitch, quando entrò nella dacia, aveva la firma in tasca, ma portava anche l’arma o il veleno con cui aveva già tentato ed era risolto a colpire il padre di colei che credeva sarebbe stata sicuramente sua moglie.”

“Parlate ora di una carta, molto preziosa, che mi rammarico di non possedere, monsieur,” disse lo Zar freddamente, “perché quella carta sola mi avrebbe provato l’innocenza della vostra protetta.”

“Se non l’avete, Sire, sapete bene che è perché ho voluto che l’aveste. Il cadavere era stato perquisito da Katharina, la piccola boema, e io, Sire, impedii a Koupriane di trovare quella firma in possesso di Katharina. Salvando il segreto ho salvato la vita del generale Trebassof, che avrebbe preferito morire piuttosto che accettare un tale accordo.”

Lo Zar interruppe Rouletabille nel suo entusiastico sfogo.

“Tutto ciò sarebbe molto bello e forse ammirevole,” disse, sempre più freddamente, poiché si era interamente ripreso, “se Natacha non avesse, lei stessa, con la sua mano, avvelenato suo padre e la sua matrigna! Sempre con arseniato di sodio.”

“Oh, un po’ ne era rimasto in casa,” rispose Rouletabille. “Non me ne avevano dato tutto per l’analisi dopo il primo tentativo. Ma Natacha è innocente di ciò, Sire. Ve lo giuro. Vero come il fatto che sono certamente scampato all’impiccagione.”

“Come, impiccato?”

“Oh, non è stato gran che, ora, Vostra Maestà.”

E Rouletabille raccontò la sua sinistra avventura, fino al momento della sua morte, o, meglio, fino al momento in cui aveva creduto di morire.

L’Imperatore ascoltò il giovane reporter con completo stupore. Mormorò: “Povero ragazzo!” poi, improvvisamente:

“Ma come siete riuscito a sfuggire loro?”

“Sire, mi hanno dato ventiquattro ore perché voi rimettiate Natacha in libertà, vale a dire, che le restituiate i suoi diritti, tutti i suoi diritti, e che sia sempre la riconosciuta erede di Trebassof. Mi capite, Sire?”

“Vi capirò, forse, quando mi avrete spiegato come Natacha non abbia avvelenato suo padre e sua matrigna.”

“Ci sono alcune cose così semplici, Sire, che si è in grado di pensarci solo con un cappio al collo. Ma ragioniamoci sopra. Abbiamo qui quattro persone, due delle quali sono state avvelenate e le altre due con loro non lo sono state. Ora, è certo che, delle quattro persone, il generale non ha voluto avvelenare se stesso, che sua moglie non ha voluto avvelenare il generale, e che, quanto a me, non ho voluto avvelenare nessuno. Questo, se ne siamo assolutamente certi, lascia come avvelenatrice solo Natacha. È così certo, così inevitabile, che c’è solo un caso, uno solo, dove, in tali condizioni, Natacha non sarebbe considerata l’avvelenatrice.”

“Confesso che, logicamente, non vedo,” disse lo Zar, “nient’altro che un groviglio sempre maggiore. Qual è?”

“Logicamente, l’unico caso sarebbe quello in cui nessuno fosse stato avvelenato, vale a dire, in cui nessuno avesse preso alcun veleno.”

“Ma la presenza del veleno è stata stabilita!” gridò l’Imperatore.

“Tuttavia, la presenza del veleno prova solo la sua presenza, non il crimine. Sia veleno che ipecacuana sono stati trovati nelle espulsioni dello stomaco. Da cui si è concluso per un crimine. Quale stato di cose era necessario perché non ci fosse stato alcun crimine? Semplicemente che il veleno fosse apparso nelle espulsioni dopo l’ipecacuana. Allora non ci sarebbe stato alcun avvelenamento, ma tutti avrebbero creduto che ci fosse stato. E, per questo, qualcuno avrebbe versato il veleno nelle espulsioni.”

Lo Zar non staccava mai gli occhi da Rouletabille.

“È straordinario,” disse. “Ma naturalmente è possibile. In ogni caso, è sempre solo un’ipotesi.”

“E finché poteva essere un’ipotesi a cui nessuno pensava, poteva essere solo questo, Sire. Ma se sono qui, è perché ho la prova che quell’ipotesi corrisponde alla realtà. Quella prova necessaria dell’innocenza di Natacha, Vostra Maestà, l’ho trovata con il cappio al collo. Ah, vi dico che era tempo! Cosa ci ha impedito finora, non dico di realizzare, ma anche solo di pensare, a quell’ipotesi? Semplicemente che pensavamo che la malattia del generale fosse iniziata prima dell’assorbimento dell’ipecacuana, poiché Matrena Petrovna era stata costretta ad andare a prenderla nel suo armadietto dei medicinali dopo che la sua malattia era iniziata, per contrastare il veleno di cui anche lei sembrava essere la vittima.”

“Ma, se acquisisco la prova che Matrena Petrovna aveva l’ipecacuana a portata di mano prima della malattia, la mia ipotesi di simulazione di avvelenamento ha una forza irresistibile. Perché, se non doveva usarla prima, perché l’aveva con sé prima? E se non era che voleva nascondere il fatto di averla usata prima, perché voleva far credere di essere andata a cercarla dopo?”

“Allora, per mostrare l’innocenza di Natacha, ecco cosa deve essere provato: che Matrena Petrovna aveva l’ipecacuana addosso, anche quando andò a cercarla.”

“Giovane Rouletabille, a stento respiro,” disse lo Zar.

“Respirate, Sire. La prova è qui. Matrena Petrovna aveva necessariamente l’ipecacuana addosso, perché dopo la malattia non aveva il tempo di andare a cercarla. Capite, Sire? Tra il momento in cui fuggì dal chiosco e quello in cui vi ritornò, non aveva il tempo materiale di andare al suo armadietto dei medicinali per trovare l’ipecacuana.”

“Come avete potuto calcolare il tempo?” chiese l’Imperatore.

“Sire, diresse il Buon Dio, che mi fece ammirare l’orologio di Feodor Feodorovitch proprio quando andammo a leggere, e a leggere sul quadrante di quell’orologio due minuti all’ora, e diresse ancora il Buon Dio, che, dopo la scena del veleno, nel momento in cui Matrena ritornò portando l’ipecacuana pubblicamente, fece battere l’ora da quell’orologio nella tasca del generale.”

“Due minuti. Era impossibile per Matrena aver coperto quella distanza in due minuti. Poteva solo essere entrata nella dacia deserta e uscita di nuovo istantaneamente. Non si era presa la briga di salire al piano superiore, dove, ci disse e ripeté quando ritornò, l’ipecacuana era nell’armadietto dei medicinali. Ha mentito! E se ha mentito, tutto è spiegato.”

“È stato il battito di un orologio, Sire, con un apparecchio di suoneria e un suono come quello del generale, lì nei quartieri dei rivoluzionari, che risvegliò la mia memoria e mi indicò in un secondo questo argomento del tempo.”

“Scesi dal mio patibolo, Vostra Maestà, per sperimentare quel limite di tempo. Oh, niente e nessuno avrebbe potuto impedirmi di fare quell’esperimento prima di morire, per provare a me stesso che Rouletabille aveva avuto ragione fin dall’inizio. Avevo studiato i terreni intorno alla dacia abbastanza da essere perfettamente esatto sulle distanze. Trovai nel cortile dove dovevo essere impiccato lo stesso numero di passi che c’erano dal chiosco ai gradini della veranda, e, siccome la scala dei rivoluzionari aveva meno gradini, allungai il mio percorso di qualche passo camminando intorno a una sedia. Infine, mi occupai dell’apertura e della chiusura delle porte che Matrena avrebbe dovuto fare. Avevo guardato un orologio quando partii. Quando ritornai, Sire, e guardai di nuovo l’orologio, avevo impiegato tre minuti a coprire la distanza — e non sta a me vantarmi, ma sono un po’ più vivace dell’eccellente Matrena.”

“Matrena aveva mentito. Matrena aveva simulato l’avvelenamento del generale. Matrena aveva freddamente versato l’ipecacuana nel bicchiere del generale mentre noi illustravamo con dei fiammiferi una teoria abbastanza curiosa sulla natura della costituzione dell’impero.”

“Ma questo è abominio!” gridò l’Imperatore, questa volta definitivamente convinto dall’intricato argomento di Rouletabille. “E quale fine poteva servire questa imitazione?”

“Il fine di impedire il vero crimine! Il fine che credeva di aver raggiunto, Sire, di aver rimosso Natacha per sempre — Natacha che credeva capace di qualsiasi crimine.”

“Oh, è mostruoso! Feodor Feodorovitch mi ha spesso detto che Matrena amava Natacha sinceramente.”

“La amava sinceramente fino al giorno in cui la credette colpevole. Matrena Petrovna era sicura della complicità di Natacha nel tentativo di Michael Nikolaievitch di avvelenare il generale. Condivisi il suo stupore, la sua disperazione, quando Feodor Feodorovitch prese sua figlia tra le braccia dopo quella tragica notte, e la abbracciò. Sembrava assolverla. Fu allora che Matrena risolse dentro di sé di salvare il generale a dispetto di lui stesso, ma rimango persuaso che, se aveva osato un tale piano contro Natacha, sarebbe stato solo a causa di ciò che credeva una prova definitiva dell’infamia della sua figliastra. Questi documenti, Sire, che mi avete mostrato, e che mostrano, se non altro, un’intesa tra Natacha e i rivoluzionari, potevano essere stati solo in possesso di Michael o di Natacha. Nulla fu trovato nei quartieri di Michael. Ditemi, allora, che Matrena li trovò nell’appartamento di Natacha. Allora, non esitò!”

“Se le si delineasse il suo crimine, credete che lo confesserebbe?” chiese l’Imperatore.

“Ne sono così sicuro che l’ho fatta portare qui. A quest’ora Koupriane dovrebbe essere qui al castello, con Matrena Petrovna.”

“Pensate a tutto, monsieur.”

Lo Zar si mosse per suonare un campanello. Rouletabille alzò la mano.

“Non ancora, Sire. Chiedo che mi permettiate di non essere presente alla confusione di quella brava, eroica, buona donna che mi ha voluto molto bene. Ma prima di andare, Sire — me lo promettete?”

L’Imperatore credette di non aver udito correttamente o non afferrò il significato. Ripeté ciò che Rouletabille aveva detto. Il giovane reporter lo ripeté ancora una volta:

“Lo promettete? No, Sire, non sono pazzo. Oso chiedervi questo. Ho confidato il mio onore a Vostra Maestà. Vi ho detto il segreto di Natacha. Ebbene, ora, prima della confessione di Matrena, oso chiedervi: Promettetemi di dimenticare quel segreto. Non basterà semplicemente restituire Natacha a suo padre. È necessario lasciarle la strada libera — se volete davvero salvare il generale Trebassof. Cosa decidete, Sire?”

“È la prima volta che qualcuno mi interroga, monsieur.”

“Ah, bene, sarà l’ultima. Ma imploro umilmente Vostra Maestà di rispondere.”

“Sarebbero molti milioni dati alla Rivoluzione.”

“Oh, Sire, non sono ancora dati. Il generale ha sessantacinque anni, ma ha molti anni davanti a sé, se lo volete. Per quando morirà — morte naturale, se lo volete — i vostri nemici avranno disarmato.”

“I miei nemici!” mormorò lo Zar a bassa voce. “No, no; i miei nemici non disarmeranno mai. Chi, allora, sarà in grado di disarmarli?” aggiunse, malinconicamente, scuotendo la testa.

“Il progresso, Sire! Se lo volete.”

Lo Zar divenne rosso e guardò l’audace giovane, che incontrò lo sguardo di Sua Maestà francamente.

“È gentile da parte vostra dire questo, mio giovane amico. Ma parlate come un bambino.”

“Come un bambino di Francia al Padre del popolo russo.”

Fu detto con una voce così solenne e, allo stesso tempo, così ingenuamente toccante, che lo Zar sussultò. Fissò ancora per qualche tempo in silenzio questo ragazzo che, questa volta, distolse i suoi occhi colmi di lacrime.

“Progresso e pietà, Sire.”

“Bene,” disse l’Imperatore, “è promesso.”

Rouletabille non poté trattenere un moto gioioso difficilmente consono.

“Potete suonare ora, Sire.”

E lo Zar suonò.

Il reporter passò in un piccolo salone, dove trovò il Maresciallo, Koupriane e Matrena Petrovna, che era “in stato”.

Lei lanciò un’occhiata sospettosa a Rouletabille, che non era trattato questa mattina come il caro piccolo domovoi-doukh. Si lasciò condurre, già tremante, davanti all’Imperatore.

“Cos’è successo?” chiese Koupriane agitato.

“È successo, mio caro Monsieur Koupriane, che ho il perdono dell’Imperatore per tutti i crimini di cui mi avete accusato, e che desidero stringervi la mano prima di andare, senza alcun rancore. Monsieur Koupriane, l’Imperatore vi dirà lui stesso che il generale Trebassof è salvo, e che la sua vita non sarà mai più in pericolo. Sapete cosa ne consegue? Ne consegue che dovete immediatamente rimettere in libertà Matiew, che ho preso, se ricordate, sotto la mia protezione. Ditegli che farà strada in Francia. Gli troverò un posto a condizione che dimentichi certe frustate.”

“Una tale promessa! Un tale atteggiamento verso di me!” gridò Koupriane. “Ma aspetterò che l’Imperatore mi dica tutte queste belle cose. E la vostra Natacha, cosa ne fate?”

“Liberiamo anche lei, monsieur. Natacha non è mai stata il mostro che pensate.”

“Come potete dire questo? Qualcuno almeno è colpevole.”

“Ci sono due colpevoli. Il primo, Monsieur le Marechal.”

“Cosa!” gridò il Maresciallo.

“Monsieur le Marechal, che ebbe l’imprudenza di portare uva così pericolosa alla dacia des Iles, e — e —”

“E l’altro?” chiese Koupriane, sempre più ansiosamente.

“Ascoltate lì,” disse Rouletabille, indicando verso lo studio dell’Imperatore.

Il suono di lacrime e singhiozzi giunse a loro. Il dolore e il rimorso di Matrena Petrovna superavano le pareti dello studio. Koupriane era completamente sconcertato.

Improvvisamente apparve l’Imperatore. Era in uno stato di esaltazione come non era mai stato conosciuto in lui. Koupriane, sgomento, fece un passo indietro.

«Monsieur,» gli disse lo Zar, «esigo che Natacha Feodorovna sia qui entro le prossime due ore e che venga scortata con gli onori dovuti al suo rango. Natacha è innocente e dobbiamo riparare al torto subìto.»

Poi, voltandosi verso Rouletabille:

«Ho appreso ciò che sa e ciò che deve a voi... ciò che noi dobbiamo a voi, mio giovane amico.»

Lo Zar disse «mio giovane amico». Rouletabille, in quest’ultimo istante prima della partenza, parlò russo?

«Allora lei non sa nulla, Sire. È meglio così, Sire, perché Vostra Maestà ed io dobbiamo dimenticare fin da oggi di sapere alcunché.»

«Avete ragione,» disse lo Zar pensieroso. «Ma, amico mio, cosa posso fare per voi?»

«Sire, un favore. Non permettete che perda il treno delle 10:55.»

E si gettò in ginocchio.

«Restate in ginocchio, amico mio. Siete pronto, così. Monsieur le Maréchal preparerà subito un brevetto, che firmerò immediatamente. Nel frattempo, Monsieur le Maréchal, trovatemi, nel mio studio, uno dei miei collari di Sant'Anna.»

E fu così che Joseph Rouletabille, de «L’Epoque», fu creato ufficiale di Sant'Anna di Russia dall’Imperatore stesso, che gli conferì l’abbraccio.

«Combinano l’intero corso del tempo in questo paese,» pensò Rouletabille, premendosi la mano sugli occhi per trattenere le lacrime.

Per il treno delle 10:55 tutti si erano accalcati alla stazione di Tsarskoie-Coelo. Tra coloro che erano giunti da San Pietroburgo per stringere la mano al giovane reporter, quando seppero dell’imminente partenza, c’erano Ivan Petrovitch, il gioviale Consigliere dell’Imperatore, e Athanase Georgevitch, l’esuberante avvocato così noto per le sue celebri imprese con coltello e forchetta. Erano giunti naturalmente con tutte le loro bende e medicazioni, che li facevano sembrare rovine gloriose. Portavano i saluti di Feodor Feodorovitch, che aveva ancora un po’ di febbre, e di Thaddeus Tchitchnikoff, il lituano, che aveva entrambe le gambe rotte.

Anche dopo essere salito nel suo scompartimento, Rouletabille dovette bere l’ultimo bicchiere di champagne. Quando non rimase più nulla nella bottiglia e tutti lo ebbero abbracciato e riabbracciato, poiché il treno non partiva ancora, Athanase Georgevitch aprì una seconda bottiglia dell’«ultimo». Fu allora che arrivò Monsieur le Grand Maréchal, senza fiato. Lo invitarono a bere ed egli accettò. Ma aveva bisogno di parlare in privato con Rouletabille e, dopo alcune scuse, condusse il reporter nel corridoio.

«È l’Imperatore stesso che mi manda,» disse l’alto dignitario con emozione. «Mi manda per i piumini. Avete dimenticato di spiegargli dei piumini.»

«Niet!» rispose Rouletabille, ridendo. «Non è nulla. Nitchevo! I piumini di Sua Maestà sono di finissimo piumino, come dimostra una delle piume che mi avete mostrato. Ebbene, apriteli ora. Sono un’imitazione a buon mercato, come dimostra la seconda piuma. La restituzione dei falsi piumini, prima di sera, prova dunque che speravano che la sostituzione passasse inosservata. Tutto qui. Caracho! Crollo dell’imbroglio. Alla vostra salute! Vive le Tsar!»

«Caracho! Caracho!»

La locomotiva sbuffava quando si vide correre una coppia, un uomo e una donna. Erano Monsieur e Madame Gounsovski.

Gounsovski si fermò sulla pedana.

«Madame Gounsovski ha insistito per stringervi la mano. Siete molto simpatico.»

«Complimenti, madame.»

«Ditemi, giovane uomo, avete fatto male a mancare alla cena a casa mia ieri.»

«Avrei certamente evitato un piccolo viaggio sgradevole in Finlandia. Non me ne pento, monsieur.»

Il treno tremò e si mosse. Gridarono: «Vive la France! Vive la Russie!» Athanase Georgevitch pianse. Matrena Petrovna, a una finestra della stazione, dove si era timidamente ritirata, agitò un fazzoletto al piccolo domovoi-doukh, che le aveva fatto vedere tutto sotto la giusta luce e che non aveva osato abbracciare dopo la terribile faccenda del falso veleno e l’ira dello Zar.

Il reporter le lanciò un bacio rispettoso.

Come aveva detto a Gounsovski, non c’era nulla di cui pentirsi.

Tuttavia, mentre il treno si dirigeva verso la frontiera, Rouletabille si lasciò andare sui cuscini e disse:

«Ouf!»

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