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The wisdom of Father Brown

by G. K. (Gilbert Keith) Chesterton · in Italian

L’ASSENZA DEL SIGNOR GLASS

Le stanze di consultazione del dottor Orion Hood, l’eminente criminologo e specialista in alcuni disturbi morali, si affacciavano sul lungomare di Scarborough, con una serie di finestre alla francese molto ampie e luminose, che mostravano il Mare del Nord come un’infinita parete esterna di marmo blu-verde. In un luogo simile, il mare aveva qualcosa della monotonia di uno zoccolo blu-verde: poiché le stanze stesse erano governate da un terribile ordine, non dissimile dal terribile ordine del mare. Non si deve pensare che gli appartamenti del dottor Hood escludessero il lusso, o persino la poesia. Queste cose c’erano, al loro posto; ma si aveva la sensazione che non fosse mai permesso loro di uscire dal proprio posto. Il lusso c’era: su un tavolino speciale stavano otto o dieci scatole dei migliori sigari; ma erano disposte secondo un piano tale che i più forti fossero sempre più vicini alla parete e i più delicati alla finestra. Un tantalo contenente tre tipi di liquore, tutti di eccellente qualità, stava sempre su questo tavolo del lusso; ma i più fantasiosi hanno asserito che il whisky, il brandy e il rum sembrassero sempre stare allo stesso livello. La poesia c’era: l’angolo sinistro della stanza era allineato con una serie di classici inglesi tanto completa quanto quella che la destra poteva mostrare di fisiologi inglesi e stranieri. Ma se si prendeva un volume di Chaucer o di Shelley da quello scaffale, la sua assenza irritava la mente come un vuoto tra i denti anteriori di un uomo. Non si poteva dire che i libri non venissero mai letti; probabilmente lo erano, ma c’era la sensazione che fossero incatenati ai loro posti, come le Bibbie nelle vecchie chiese. Il dottor Hood trattava la sua libreria privata come se fosse una biblioteca pubblica. E se questa rigorosa intangibilità scientifica permeava persino gli scaffali carichi di liriche e ballate e i tavoli carichi di bevande e tabacco, va da sé che una santità ancora più pagana proteggesse gli altri scaffali che contenevano la biblioteca dello specialista, e gli altri tavoli che sostenevano i fragili e persino fiabeschi strumenti di chimica o meccanica.

Il dottor Hood percorreva la lunghezza della sua serie di appartamenti, delimitati — come dicono i libri di geografia dei ragazzi — a est dal Mare del Nord e a ovest dalle file serrate della sua biblioteca sociologica e criminologica. Era vestito con un velluto da artista, ma senza alcuna negligenza da artista; i suoi capelli erano pesantemente brizzolati, ma crescevano folti e sani; il suo volto era magro, ma sanguigno e speranzoso. Tutto in lui e nella sua stanza indicava qualcosa di rigido e irrequieto al tempo stesso, come quel grande mare settentrionale presso il quale (secondo puri principi di igiene) aveva costruito la sua casa.

Il destino, essendo in vena di scherzi, spinse aperta la porta e introdusse in quegli appartamenti lunghi, severi e fiancheggiati dal mare, colui che era forse il più sorprendente opposto di essi e del loro padrone. In risposta a un richiamo brusco ma civile, la porta si aprì verso l’interno e vi entrò trascinandosi una figura piccola e informe, che sembrava trovare il proprio cappello e il proprio ombrello tanto ingestibili quanto un carico di bagagli. L’ombrello era un fagotto nero e prosaico da tempo irreparabile; il cappello era un cappello nero a tesa larga, clericale ma non comune in Inghilterra; l’uomo era l’incarnazione stessa di tutto ciò che è casalingo e indifeso.

Il dottore considerò il nuovo arrivato con uno stupore trattenuto, non dissimile da quello che avrebbe mostrato se una qualche enorme ma chiaramente innocua bestia marina fosse strisciata nella sua stanza. Il nuovo arrivato considerò il dottore con quella cordialità radiosa ma senza fiato che caratterizza una donna delle pulizie corpulenta che è appena riuscita a stiparsi in un autobus. È una ricca confusione di autocompiacimento sociale e disordine fisico. Il suo cappello cadde sul tappeto, il suo pesante ombrello scivolò tra le ginocchia con un tonfo; egli si allungò verso l’uno e si chinò verso l’altro, ma con un sorriso immutato sul volto rotondo parlò simultaneamente come segue:

“Il mio nome è Brown. Mi scusi, la prego. Sono venuto per quella faccenda dei MacNab. Ho sentito dire che lei aiuta spesso le persone in simili difficoltà. Mi scusi, la prego, se sbaglio.”

A questo punto aveva recuperato goffamente il cappello e aveva fatto uno strano piccolo inchino con esso, come per mettere ogni cosa a posto.

“Non la capisco bene,” rispose lo scienziato, con una fredda intensità di modi. “Temo che lei abbia sbagliato stanza. Io sono il dottor Hood, e il mio lavoro è quasi interamente letterario ed educativo. È vero che a volte sono stato consultato dalla polizia in casi di particolare difficoltà e importanza, ma...”

“Oh, questo è di estrema importanza,” intervenne l’omino chiamato Brown. “Perché, sua madre non vuole che si fidanzino.” E si appoggiò allo schienale della sedia con radiosa razionalità.

Le sopracciglia del dottor Hood si contrassero oscuramente, ma gli occhi sotto di esse erano luminosi di qualcosa che poteva essere rabbia o divertimento. “E tuttavia,” disse, “non capisco del tutto.”

“Vede, vogliono sposarsi,” disse l’uomo con il cappello clericale. “Maggie MacNab e il giovane Todhunter vogliono sposarsi. Ora, cosa può esserci di più importante di questo?”

I trionfi scientifici del grande Orion Hood lo avevano privato di molte cose — alcuni dicevano della sua salute, altri del suo Dio; ma non lo avevano spogliato interamente del suo senso dell’assurdo. All’ultima supplica dell’ingenuo sacerdote, una risata gli scoppiò dentro, e si gettò su una poltrona in un atteggiamento ironico da medico consultante.

“Signor Brown,” disse gravemente, “sono passati ben quattordici anni e mezzo da quando mi è stato chiesto personalmente di esaminare un problema personale: allora fu il caso di un tentativo di avvelenare il Presidente francese a un banchetto del Lord Sindaco. Ora, se ho capito bene, si tratta di stabilire se una sua amica di nome Maggie sia una fidanzata adatta per un suo amico di nome Todhunter. Bene, signor Brown, io sono uno sportivo. Accetto la sfida. Darò alla famiglia MacNab il mio miglior consiglio, buono quanto quello che diedi alla Repubblica Francese e al Re d’Inghilterra — no, meglio: quattordici anni meglio. Non ho nient’altro da fare questo pomeriggio. Mi racconti la sua storia.”

Il piccolo ecclesiastico chiamato Brown lo ringraziò con indiscutibile calore, ma pur sempre con una strana sorta di semplicità. Era piuttosto come se stesse ringraziando un estraneo in una sala fumatori per aver avuto la premura di passargli gli zolfanelli, piuttosto che come se stesse (come in effetti stava facendo) ringraziando praticamente il Curatore dei Kew Gardens per essere venuto con lui in un campo a cercare un quadrifoglio. Senza quasi un punto e virgola dopo i suoi calorosi ringraziamenti, l’omino iniziò il suo racconto:

“Le ho detto che il mio nome è Brown; bene, è la verità, e sono il prete della piccola chiesa cattolica che oserei dire lei abbia visto oltre quelle strade desolate, dove la città finisce verso nord. Nell’ultima e più desolata di quelle strade, che corre lungo il mare come una diga, c’è un membro del mio gregge molto onesto ma dal temperamento piuttosto irascibile, una vedova chiamata MacNab. Ha una figlia e affitta stanze, e tra lei e la figlia, e tra lei e gli inquilini... beh, oserei dire che ci sia molto da dire da entrambe le parti. Al momento ha solo un inquilino, il giovane chiamato Todhunter; ma ha dato più problemi di tutti gli altri, perché vuole sposare la giovane donna di casa.”

“E la giovane donna di casa,” chiese il dottor Hood, con enorme e silenzioso divertimento, “che cosa vuole?”

“Beh, vuole sposare lui,” gridò Padre Brown, mettendosi a sedere con entusiasmo. “Questa è proprio l’orribile complicazione.”

“È davvero un enigma orrendo,” disse il dottor Hood.

“Questo giovane James Todhunter,” continuò l’ecclesiastico, “è un uomo molto perbene per quanto ne so; ma poi nessuno sa molto. È un tipo piccolo, bruno e brillante, agile come una scimmia, sbarbato come un attore e premuroso come un cortigiano nato. Sembra avere la tasca piena di soldi, ma nessuno sa quale sia il suo mestiere. La signora MacNab, perciò (essendo di indole pessimista), è assolutamente certa che sia qualcosa di terribile, e probabilmente legato alla dinamite. La dinamite deve essere di un tipo timido e silenzioso, poiché il pover’uomo si chiude semplicemente per diverse ore del giorno e studia qualcosa dietro una porta chiusa a chiave. Dichiara che la sua riservatezza è temporanea e giustificata, e promette di spiegare tutto prima del matrimonio. Questo è tutto ciò che chiunque sappia per certo, ma la signora MacNab le racconterà molto di più di quanto lei stessa sia certa. Lei sa come le storie crescano come l’erba su un simile terreno di ignoranza. Ci sono storie di due voci sentite parlare nella stanza; sebbene, quando la porta viene aperta, Todhunter si trovi sempre solo. Ci sono storie di un misterioso uomo alto con un cappello a cilindro, che una volta uscì dalle nebbie marine e apparentemente dal mare, camminando dolcemente attraverso i campi sabbiosi e il piccolo giardino sul retro al crepuscolo, finché non fu sentito parlare con l’inquilino alla sua finestra aperta. Il colloquio sembrò finire in un litigio. Todhunter sbatté la finestra con violenza, e l’uomo con il cappello alto si sciolse di nuovo nella nebbia marina. Questa storia viene raccontata dalla famiglia con la più feroce mistificazione; ma credo davvero che la signora MacNab preferisca la sua storia originale: che l’Altro Uomo (o qualunque cosa sia) strisci fuori ogni notte dal grande baule nell’angolo, che viene tenuto chiuso a chiave tutto il giorno. Vede, dunque, come questa porta sigillata di Todhunter venga trattata come la porta di tutte le fantasie e mostruosità delle ‘Mille e una notte’. Eppure c’è il tipetto nella sua rispettabile giacca nera, puntuale e innocente come un orologio da salotto. Paga l’affitto al centesimo; è praticamente astemio; è instancabilmente gentile con i bambini più piccoli, e riesce a tenerli occupati per un’intera giornata; e, ultima e più urgente cosa, si è reso altrettanto popolare con la figlia maggiore, che è pronta ad andare in chiesa con lui domani.”

Un uomo profondamente coinvolto in qualsiasi grande teoria ha sempre il gusto di applicarla a qualsiasi banalità. Il grande specialista, essendosi degnato di ascoltare la semplicità del prete, si degnò espansivamente. Si sistemò comodamente in poltrona e iniziò a parlare con il tono di un conferenziere un po’ distratto:

“Anche in un caso minimo, è meglio guardare prima alle tendenze principali della Natura. Un fiore particolare potrebbe non essere morto all’inizio dell’inverno, ma i fiori stanno morendo; un ciottolo particolare potrebbe non essere mai bagnato dalla marea, ma la marea sta arrivando. Per l’occhio scientifico tutta la storia umana è una serie di movimenti collettivi, distruzioni o migrazioni, come il massacro delle mosche in inverno o il ritorno degli uccelli in primavera. Ora, il fatto fondamentale in tutta la storia è la Razza. La Razza produce la religione; la Razza produce guerre legali ed etiche. Non c’è caso più forte di quello della stirpe selvaggia, ultraterrena e morente che comunemente chiamiamo Celti, di cui i suoi amici MacNab sono esemplari. Piccoli, scuri e di questo sangue sognante e vagabondo, accettano facilmente la spiegazione superstiziosa di qualsiasi incidente, proprio come accettano ancora (mi scuserà se lo dico) quella spiegazione superstiziosa di tutti gli incidenti che lei e la sua Chiesa rappresentate. Non è sorprendente che persone simili, con il mare che geme dietro di loro e la Chiesa (mi scusi ancora) che ronza davanti a loro, debbano dare caratteristiche fantastiche a quelli che sono probabilmente eventi semplici. Lei, con le sue piccole responsabilità parrocchiali, vede solo questa particolare signora MacNab, terrorizzata da questa particolare storia di due voci e un uomo alto venuto dal mare. Ma l’uomo con l’immaginazione scientifica vede, per così dire, interi clan di MacNab sparsi in tutto il mondo, nella sua media finale uniformi come una tribù di uccelli. Vede migliaia di signore MacNab, in migliaia di case, che lasciano cadere la loro piccola goccia di morbosità nelle tazze da tè dei loro amici; vede...”

Prima che lo scienziato potesse concludere la frase, un altro richiamo più impaziente risuonò dall’esterno; qualcuno con gonne fruscianti fu scortato frettolosamente lungo il corridoio, e la porta si aprì su una giovane ragazza, vestita decentemente ma in disordine e rossa per la fretta. Aveva capelli biondi soffiati dal mare, e sarebbe stata interamente bella se i suoi zigomi non fossero stati, alla maniera scozzese, un po’ sporgenti oltre che coloriti. La sua scusa fu quasi brusca quanto un comando.

“Mi scusi se la interrompo, signore,” disse, “ma ho dovuto seguire Padre Brown immediatamente; si tratta nientemeno che di vita o di morte.”

Padre Brown iniziò ad alzarsi in piedi con un certo scompiglio. “Perché, cosa è successo, Maggie?” disse.

“James è stato assassinato, da quanto ho capito,” rispose la ragazza, ancora affannata per la corsa. “Quell’uomo Glass è stato di nuovo con lui; li ho sentiti parlare attraverso la porta chiaramente. Due voci separate: perché James parla piano, con un accento, e l’altra voce era alta e tremolante.”

“Quell’uomo Glass?” ripeté il prete con una certa perplessità.

“So che il suo nome è Glass,” rispose la ragazza, con grande impazienza. “L’ho sentito attraverso la porta. Stavano litigando — di soldi, credo — perché ho sentito James dire più e più volte: ‘È giusto, signor Glass’, o ‘No, signor Glass’, e poi, ‘Due o tre, signor Glass’. Ma stiamo parlando troppo; deve venire subito, e forse c’è ancora tempo.”

“Ma tempo per cosa?” chiese il dottor Hood, che aveva studiato la giovane signora con marcato interesse. “Cosa c’è riguardo al signor Glass e ai suoi problemi di soldi che dovrebbe spingere a tale urgenza?”

“Ho provato a sfondare la porta e non ci sono riuscita,” rispose la ragazza brevemente. “Poi ho corso verso il cortile sul retro, e sono riuscita ad arrampicarmi sul davanzale della finestra che dà nella stanza. Era tutto scuro, e sembrava vuoto, ma giuro di aver visto James sdraiato raggomitolato in un angolo, come se fosse drogato o strangolato.”

“Questo è molto grave,” disse Padre Brown, raccogliendo il suo cappello e l’ombrello vagabondi e alzandosi; “in effetti stavo proprio esponendo il suo caso a questo signore, e la sua opinione...”

“È stata ampiamente alterata,” disse lo scienziato gravemente. “Non penso che questa giovane signora sia così celtica come avevo supposto. Dato che non ho nient’altro da fare, metterò il mio cappello e farò una passeggiata in città con voi.”

In pochi minuti tutti e tre si stavano avvicinando alla desolata coda della strada dei MacNab: la ragazza con il passo severo e senza fiato dell’alpinista, il criminologo con una grazia oziosa (che non era priva di una certa rapidità da leopardo), e il prete con un trotto energico del tutto privo di distinzione. L’aspetto di questo lembo di città non era del tutto privo di giustificazione per gli accenni del dottore riguardo a stati d’animo e ambienti desolati. Le case sparse si trovavano sempre più lontane l’una dall’altra in una fila spezzata lungo la riva del mare; il pomeriggio stava chiudendo con un crepuscolo prematuro e in parte sinistro; il mare era di un viola inchiostrato e mormorava in modo minaccioso. Nel giardino sul retro dei MacNab, che correva verso la sabbia, due alberi neri e dall’aspetto sterile si ergevano come mani demoniache alzate per lo stupore, e mentre la signora MacNab correva lungo la strada per incontrarli con mani magre similmente distese, e il suo volto feroce nell’ombra, era essa stessa un po’ un demone. Il dottore e il prete diedero scarsa risposta alle sue stridule reiterazioni della storia della figlia, con dettagli ancora più inquietanti di sua propria invenzione, ai voti divisi di vendetta contro il signor Glass per aver assassinato, e contro il signor Todhunter per essere stato assassinato, o contro quest’ultimo per aver osato voler sposare sua figlia, e per non essere vissuto abbastanza per farlo. Passarono attraverso il passaggio stretto davanti alla casa finché non giunsero alla porta dell’inquilino sul retro, e lì il dottor Hood, con il trucco di un vecchio investigatore, appoggiò la spalla bruscamente al pannello e sfondò la porta.

Si aprì su una scena di catastrofe silenziosa. Nessuno vedendola, anche solo per un istante, avrebbe potuto dubitare che la stanza fosse stata il teatro di un qualche emozionante scontro tra due, o forse più, persone. Carte da gioco giacevano sparse sul tavolo o svolazzavano sul pavimento come se una partita fosse stata interrotta. Due bicchieri da vino stavano pronti per il vino su un tavolino, ma un terzo giaceva frantumato in una stella di cristallo sul tappeto. A pochi piedi da esso giaceva quello che sembrava un lungo coltello o una spada corta, dritta, ma con un’impugnatura ornamentale e istoriata, la cui lama opaca catturava appena un luccichio grigio dalla tetra finestra sul retro, che mostrava gli alberi neri contro il livello plumbeo del mare. Verso l’angolo opposto della stanza era rotolato un cappello a cilindro di seta da gentiluomo, come se fosse appena stato buttato giù dalla sua testa; tanto che, in effetti, si cercava quasi di vederlo ancora rotolare. E nell’angolo dietro di esso, gettato come un sacco di patate, ma cordato come un baule da viaggio, giaceva il signor James Todhunter, con una sciarpa sulla bocca, e sei o sette corde annodate attorno ai gomiti e alle caviglie. I suoi occhi castani erano vivi e si muovevano con attenzione.

Il dottor Orion Hood si fermò per un istante sullo zerbino e bevve l’intera scena di violenza silenziosa. Poi attraversò rapidamente il tappeto, raccolse l’alto cappello di seta e lo posò gravemente sulla testa del Todhunter ancora legato. Era così troppo grande per lui che scivolò quasi fino alle spalle.

“Il cappello del signor Glass,” disse il dottore, tornando con esso e scrutando all’interno con una lente tascabile. “Come spiegare l’assenza del signor Glass e la presenza del cappello del signor Glass? Perché il signor Glass non è un uomo negligente con i suoi vestiti. Quel cappello è di una forma elegante e sistematicamente spazzolato e lucidato, sebbene non molto nuovo. Un vecchio dandy, direi.”

“Ma, buon cielo!” esclamò la signorina MacNab, “non ha intenzione di slegare prima l’uomo?”

“Dico ‘vecchio’ con intenzione, sebbene non con certezza,” continuò l’espositore; “la mia ragione per questo potrebbe sembrare un po’ tirata per i capelli. I capelli degli esseri umani cadono in gradi molto variabili, ma quasi sempre cadono leggermente, e con la lente dovrei vedere i minuscoli capelli in un cappello indossato di recente. Non ne ha nessuno, il che mi porta a indovinare che il signor Glass sia calvo. Ora, quando questo viene preso insieme alla voce acuta e lamentosa che la signorina MacNab ha descritto così vividamente (pazienza, mia cara signora, pazienza), quando prendiamo la testa senza capelli insieme al tono comune nella rabbia senile, dovrei pensare che possiamo dedurre un certo avanzamento nell’età. Tuttavia, era probabilmente vigoroso, ed era quasi certamente alto. Potrei fare affidamento in qualche misura sulla storia della sua precedente apparizione alla finestra, come un uomo alto con un cappello a cilindro, ma penso di avere un’indicazione più esatta. Questo bicchiere da vino è stato frantumato dappertutto, ma una delle sue schegge giace sull’alta mensola accanto al caminetto. Nessun frammento del genere avrebbe potuto cadervi se il vaso fosse stato frantumato nella mano di un uomo relativamente basso come il signor Todhunter.”

“A proposito,” disse Padre Brown, “non sarebbe il caso di slegare il signor Todhunter?”

«La nostra lezione dai bicchieri non finisce qui», proseguì lo specialista. «Posso dire subito che è possibile che l’uomo di nome Glass fosse calvo o nervoso per dissolutezza piuttosto che per età. Il signor Todhunter, come è stato osservato, è un gentiluomo tranquillo e parsimonioso, essenzialmente astemio. Queste carte e questi calici non fanno parte delle sue abitudini normali; sono stati tirati fuori per un compagno particolare. Ma, come accade, possiamo andare oltre. Il signor Todhunter può possedere o meno questo servizio da vino, ma non c’è traccia che egli possieda del vino. Che cosa avrebbero dovuto contenere, dunque, questi recipienti? Suggerirei immediatamente del brandy o del whisky, forse di una qualità lussuosa, da una fiaschetta nella tasca del signor Glass. Abbiamo così qualcosa che assomiglia a un ritratto dell’uomo, o almeno del tipo: alto, anziano, alla moda, ma un po’ logoro, certamente amante del gioco e dei liquori forti, forse fin troppo. Il signor Glass è un gentiluomo non sconosciuto ai margini della società».

«Senta», gridò la giovane donna, «se non mi lascia passare per slegarlo, correrò fuori a gridare per chiamare la polizia».

«Non le consiglierei, signorina MacNab», disse il dottor Hood con gravità, «di avere tanta fretta di chiamare la polizia. Padre Brown, le chiedo seriamente di calmare il suo gregge, per il loro bene, non per il mio. Ebbene, abbiamo visto qualcosa della figura e della qualità del signor Glass; quali sono i fatti principali noti sul signor Todhunter? Sono sostanzialmente tre: che è parsimonioso, che è più o meno benestante e che ha un segreto. Ora, è certamente ovvio che questi siano i tre segni distintivi del tipo di uomo che viene ricattato. Ed è altrettanto ovvio che gli abiti sbiaditi, le abitudini dissolute e l’irritazione stridula del signor Glass siano i segni inconfondibili del tipo di uomo che lo ricatta. Abbiamo le due figure tipiche di una tragedia di denaro per il silenzio: da una parte, l’uomo rispettabile con un mistero; dall’altra, l’avvoltoio del West-end con il fiuto per un mistero. Questi due uomini si sono incontrati qui oggi e hanno litigato, usando colpi e un’arma sguainata».

«Ha intenzione di togliere quelle corde?» chiese la ragazza con ostinazione.

Il dottor Hood ripose con cura il cappello a cilindro sul tavolino laterale e si avvicinò al prigioniero. Lo studiò attentamente, arrivando persino a muoverlo un po’ e a girarlo a metà per le spalle, ma rispose soltanto:

«No; credo che queste corde andranno benissimo finché i suoi amici della polizia non porteranno le manette».

Padre Brown, che stava guardando con aria assente il tappeto, sollevò il suo viso rotondo e disse: «Che cosa intende dire?»

L’uomo di scienza aveva raccolto il particolare pugnale-spada dal tappeto e lo stava esaminando attentamente mentre rispondeva:

«Poiché trovate il signor Todhunter legato», disse, «saltate tutti alla conclusione che sia stato il signor Glass a legarlo; e poi, immagino, sia fuggito. Ci sono quattro obiezioni a questo: primo, perché un gentiluomo così elegante come il nostro amico Glass dovrebbe lasciare indietro il suo cappello, se se ne fosse andato di sua spontanea volontà? Secondo», continuò, muovendosi verso la finestra, «questa è l’unica uscita ed è chiusa dall’interno. Terzo, questa lama qui ha una minuscola traccia di sangue sulla punta, ma non c’è alcuna ferita sul signor Todhunter. Il signor Glass si è portato via quella ferita, da morto o da vivo. Aggiungete a tutto ciò la probabilità primaria. È molto più probabile che la persona ricattata cerchi di uccidere il proprio incubo, piuttosto che il ricattatore cerchi di uccidere l’oca dalle uova d’oro. Ecco, credo che abbiamo una storia abbastanza completa».

«Ma le corde?» chiese il prete, i cui occhi erano rimasti spalancati con un’ammirazione piuttosto vacua.

«Ah, le corde», disse l’esperto con un’intonazione singolare. «La signorina MacNab voleva molto sapere perché non ho liberato il signor Todhunter dalle sue corde. Ebbene, glielo dirò. Non l’ho fatto perché il signor Todhunter può liberarsene da solo in qualsiasi momento lo desideri».

«Che cosa?» gridò il pubblico con note di stupore del tutto diverse.

«Ho guardato tutti i nodi sul signor Todhunter», ribadì Hood con calma. «Mi capita di saperne qualcosa di nodi; sono proprio un ramo della scienza criminale. Ognuno di quei nodi è stato fatto da lui stesso e potrebbe scioglierlo da solo; nessuno di essi sarebbe stato fatto da un nemico che tentasse realmente di immobilizzarlo. L’intera faccenda delle corde è un abile falso, per farci credere che sia lui la vittima della lotta invece dello sciagurato Glass, il cui cadavere potrebbe essere nascosto in giardino o infilato su per il camino».

Ci fu un silenzio piuttosto depresso; la stanza si stava oscurando, i rami degli alberi del giardino, rovinati dalla salsedine, sembravano più spogli e neri che mai, eppure parevano essersi avvicinati alla finestra. Si sarebbe quasi potuto immaginare che fossero mostri marini come kraken o seppie, polipi contorti che erano strisciati fuori dal mare per vedere la fine di questa tragedia, proprio come lui, il cattivo e la vittima, il terribile uomo col cappello a cilindro, era un tempo strisciato fuori dal mare. Perché l’intera aria era densa della morbosità del ricatto, che è la più morbosa delle cose umane, perché è un crimine che ne nasconde un altro; un cerotto nero su una ferita ancora più nera.

Il volto del piccolo prete cattolico, che era solitamente compiacente e persino comico, si era improvvisamente increspato in un’espressione curiosa. Non era la vacua curiosità della sua prima innocenza. Era piuttosto quella curiosità creativa che nasce quando un uomo ha gli inizi di un’idea. «Lo dica di nuovo, per favore», disse in modo semplice e contrariato; «vuole dire che Todhunter può legarsi da solo e slegarsi da solo?»

«È quello che intendo», disse il dottore.

«Gerusalemme!» esclamò Brown improvvisamente, «mi chiedo se possa essere possibile!»

Si affrettò attraverso la stanza quasi come un coniglio e scrutò con un’impulsività del tutto nuova il volto parzialmente coperto del prigioniero. Poi voltò il proprio volto piuttosto fatuo verso gli altri. «Sì, è così!» gridò con una certa eccitazione. «Non riuscite a vederlo sul volto dell’uomo? Ma guardategli gli occhi!»

Sia il professore che la ragazza seguirono la direzione del suo sguardo. E sebbene la larga sciarpa nera mascherasse completamente la metà inferiore del volto di Todhunter, essi divennero consapevoli di qualcosa di combattuto e intenso nella parte superiore.

«I suoi occhi sembrano strani», gridò la giovane donna, fortemente colpita. «Voi bruti; credo che gli faccia male!»

«Non credo», disse il dottor Hood; «gli occhi hanno certamente un’espressione singolare. Ma interpreto quelle rughe trasversali come l’espressione piuttosto di una lieve anormalità psicologica...»

«Oh, sciocchezze!» gridò Padre Brown: «non vede che sta ridendo?»

«Ridendo!» ripeté il dottore, trasalendo; «ma perché diavolo dovrebbe ridere?»

«Beh», rispose Padre Brown scusandosi, «per non andare troppo per il sottile, credo che stia ridendo di lei. E in effetti, sono un po’ incline a ridere di me stesso, ora che ne conosco il motivo».

«Ora che conosce il motivo di cosa?» chiese Hood, con una certa esasperazione.

«Ora che conosco», rispose il prete, «la professione del signor Todhunter».

Si aggirò per la stanza, guardando un oggetto dopo l’altro con quello che sembrava uno sguardo vacuo, e poi scoppiando invariabilmente in una risata altrettanto vacua, un processo altamente irritante per coloro che dovevano osservarlo. Rise molto per il cappello, ancora più fragorosamente per il vetro rotto, ma il sangue sulla punta della spada lo mandò in convulsioni mortali di divertimento. Poi si voltò verso lo specialista furibondo.

«Dottor Hood», gridò con entusiasmo, «lei è un grande poeta! Ha chiamato un essere non creato dal vuoto. Quanto è più divino questo che se avesse solo scovato i meri fatti! In effetti, i meri fatti sono piuttosto banali e comici al confronto».

«Non ho idea di cosa stia parlando», disse il dottor Hood piuttosto altero; «i miei fatti sono tutti inevitabili, sebbene necessariamente incompleti. Si può concedere spazio all’intuizione, forse (o alla poesia se preferisce il termine), ma solo perché i dettagli corrispondenti non possono ancora essere accertati. In assenza del signor Glass...»

«Ecco, ecco», disse il prete annuendo con entusiasmo, «questa è la prima idea da fissare; l’assenza del signor Glass. È così estremamente assente. Immagino», aggiunse pensieroso, «che non ci sia mai stato nessuno così assente come il signor Glass».

«Intende dire che è assente dalla città?» domandò il dottore.

«Intendo dire che è assente ovunque», rispose Padre Brown; «è assente dalla Natura delle Cose, per così dire».

«Vuole dire seriamente», disse lo specialista con un sorriso, «che non esiste una persona del genere?»

Il prete fece un segno di assenso. «Sembra un peccato», disse.

Orion Hood scoppiò in una risata sprezzante. «Ebbene», disse, «prima di passare alle altre centouno prove, prendiamo la prima prova che abbiamo trovato; il primo fatto in cui siamo incappati quando siamo entrati in questa stanza. Se non esiste un signor Glass, di chi è questo cappello?»

«È del signor Todhunter», rispose Padre Brown.

«Ma non gli sta bene», gridò Hood con impazienza. «Non potrebbe mai indossarlo!»

Padre Brown scosse la testa con ineffabile mitezza. «Non ho mai detto che potesse indossarlo», rispose. «Ho detto che è il suo cappello. O, se insiste per una sfumatura di differenza, un cappello che è suo».

«E qual è la sfumatura di differenza?» chiese il criminologo con un leggero sogghigno.

«Mio caro signore», gridò il mite ometto, con il suo primo movimento simile all’impazienza, «se camminerà lungo la strada fino al negozio di cappelli più vicino, vedrà che c’è, nel linguaggio comune, una differenza tra il cappello di un uomo e i cappelli che sono suoi».

«Ma un cappellaio», protestò Hood, «può ricavare denaro dal suo stock di cappelli nuovi. Cosa potrebbe ricavare Todhunter da questo unico vecchio cappello?»

«Conigli», rispose Padre Brown prontamente.

«Cosa?» gridò il dottor Hood.

«Conigli, nastri, dolciumi, pesci rossi, rotoli di carta colorata», disse il reverendo con rapidità. «Non ha visto tutto quando ha scoperto le corde finte? È la stessa cosa con la spada. Il signor Todhunter non ha un graffio, come dice lei; ma ha un graffio dentro, se mi segue».

«Intende dire dentro i vestiti del signor Todhunter?» chiese la signora MacNab severamente.

«Non intendo dentro i vestiti del signor Todhunter», disse Padre Brown. «Intendo dentro il signor Todhunter».

«Ebbene, che diavolo intende dire?»

«Il signor Todhunter», spiegò Padre Brown placidamente, «sta imparando a diventare un prestigiatore professionista, oltre che giocoliere, ventriloquo ed esperto nel trucco delle corde. Il prestigio spiega il cappello. È senza tracce di capelli, non perché sia indossato dal prematuramente calvo signor Glass, ma perché non è mai stato indossato da nessuno. La giocoleria spiega i tre bicchieri, che Todhunter stava imparando a lanciare e riprendere a rotazione. Ma, essendo ancora alla fase di pratica, ne ha infranto uno contro il soffitto. E la giocoleria spiega anche la spada, che era orgoglio e dovere professionale del signor Todhunter inghiottire. Ma, di nuovo, essendo alla fase di pratica, ha graffiato molto leggermente l’interno della gola con l’arma. Da qui ha una ferita dentro di sé, che sono certo (dall’espressione sul suo volto) non sia grave. Stava anche praticando il trucco della liberazione dalle corde, come i fratelli Davenport, e stava proprio per liberarsi quando siamo irrotti tutti nella stanza. Le carte, naturalmente, sono per i giochi di prestigio, e sono sparse sul pavimento perché aveva appena provato uno di quei trucchi di farle volare nell’aria. Ha semplicemente tenuto segreto il suo mestiere, perché doveva tenere segreti i suoi trucchi, come ogni altro prestigiatore. Ma il solo fatto di un perditempo con il cilindro che aveva dato un’occhiata alla sua finestra sul retro, ed era stato scacciato con grande indignazione, è bastato a metterci tutti su una falsa pista romantica e a farci immaginare la sua intera vita oscurata dallo spettro in cilindro del signor Glass».

«Ma le due voci?» chiese Maggie, fissandolo.

«Non ha mai sentito un ventriloquo?» chiese Padre Brown. «Non sa che parlano prima con la loro voce naturale e poi rispondono a se stessi esattamente con quella voce stridula, acuta e innaturale che ha sentito?»

Ci fu un lungo silenzio e il dottor Hood guardò l’ometto che aveva parlato con un sorriso scuro e attento. «Lei è certamente una persona molto ingegnosa», disse; «non si sarebbe potuto fare di meglio in un libro. Ma c’è solo una parte del signor Glass che non è riuscito a spiegare, ed è il suo nome. La signorina MacNab l’ha sentito chiaramente chiamare così dal signor Todhunter».

Il reverendo Brown scoppiò in una risatina piuttosto infantile. «Beh, quella», disse, «è la parte più sciocca dell’intera storia sciocca. Quando il nostro amico giocoliere qui lanciava i tre bicchieri a turno, li contava ad alta voce mentre li prendeva, e commentava anche ad alta voce quando non riusciva a prenderli. Ciò che diceva realmente era: “Uno, due e tre... mancato un bicchiere uno, due... mancato un bicchiere”. E così via».

Ci fu un secondo di silenzio nella stanza, e poi tutti all’unisono scoppiarono a ridere. Mentre lo facevano, la figura nell’angolo srotolò con compiacenza tutte le corde e le lasciò cadere con un gesto teatrale. Poi, avanzando al centro della stanza con un inchino, estrasse dalla tasca un grande manifesto stampato in blu e rosso, che annunciava che ZALADIN, il più grande Prestigiatore, Contorsionista, Ventriloquo e Canguro Umano del Mondo sarebbe stato pronto con una serie di trucchi interamente nuova all’Empire Pavilion, Scarborough, lunedì prossimo alle otto in punto.

DUE. -- Il paradiso dei ladri

IL grande Muscari, il più originale dei giovani poeti toscani, camminò velocemente verso il suo ristorante preferito, che si affacciava sul Mediterraneo, era coperto da una tenda e recintato da piccoli alberi di limoni e aranci. I camerieri in grembiule bianco stavano già disponendo sui tavoli bianchi le insegne di un pranzo elegante e mattiniero; e questo sembrò accrescere una soddisfazione che già raggiungeva l’apice dell’ostentazione. Muscari aveva un naso aquilino come Dante; i capelli e il fazzoletto da collo erano scuri e fluenti; portava un mantello nero e avrebbe quasi potuto portare una maschera nera, tanto portava con sé una sorta di melodramma veneziano. Agiva come se un trovatore avesse ancora un ufficio sociale definito, come un vescovo. Si avvicinava il più possibile, per quanto il suo secolo lo permettesse, al camminare nel mondo letteralmente come Don Giovanni, con stocco e chitarra.

Poiché non viaggiava mai senza una custodia di spade, con le quali aveva combattuto molti duelli brillanti, o senza una corrispondente custodia per il suo mandolino, con il quale aveva persino fatto una serenata alla signorina Ethel Harrogate, la figlia altamente convenzionale di un banchiere dello Yorkshire in vacanza. Eppure non era né un ciarlatano né un bambino; ma un latino focoso e logico che amava una certa cosa e la era. La sua poesia era diretta come la prosa di chiunque altro. Desiderava la fama o il vino o la bellezza delle donne con una torbida immediatezza inconcepibile tra gli ideali nuvolosi o i compromessi nuvolosi del nord; per le razze più vaghe, la sua intensità puzzava di pericolo o addirittura di crimine. Come il fuoco o il mare, era troppo semplice per essere degno di fiducia.

Il banchiere e la sua bella figlia inglese alloggiavano nell’albergo annesso al ristorante di Muscari; ecco perché era il suo ristorante preferito. Un’occhiata lanciata intorno alla stanza gli disse subito, tuttavia, che gli inglesi non erano ancora scesi. Il ristorante era scintillante, ma ancora relativamente vuoto. Due preti stavano parlando a un tavolo in un angolo, ma Muscari (un ardente cattolico) non prestò loro più attenzione che a un paio di cornacchie. Ma da un posto ancora più lontano, parzialmente nascosto dietro un alberello dorato di arance, si alzò e avanzò verso il poeta una persona il cui costume era il più aggressivamente opposto al suo.

Questa figura era vestita con tweed a quadri pezzati, con una cravatta rosa, un colletto rigido e prominenti stivali gialli. Riusciva, nella vera tradizione di ‘Arry a Margate, ad apparire allo stesso tempo sorprendente e banale. Ma man mano che l’apparizione cockney si avvicinava, Muscari rimase sbalordito nell’osservare che la testa era decisamente diversa dal corpo. Era una testa italiana: lanosa, bruna e molto vivace, che sorgeva bruscamente dal colletto inamidato come cartone e dalla comica cravatta rosa. In effetti, era una testa che conosceva. La riconobbe, al di sopra di tutto quel terribile apparato del vestiario da vacanza inglese, come il volto di un vecchio ma dimenticato amico di nome Ezza. Questo giovane era stato un prodigio al college e gli era stata promessa una fama europea quando aveva appena quindici anni; ma quando apparve nel mondo fallì, prima pubblicamente come drammaturgo e demagogo, e poi privatamente per anni interi come attore, viaggiatore, agente di commercio o giornalista. Muscari lo aveva incontrato l’ultima volta dietro le quinte; era fin troppo in sintonia con le eccitazioni di quella professione e si credeva che qualche calamità morale lo avesse inghiottito.

«Ezza!» gridò il poeta, alzandosi e stringendogli la mano con piacevole stupore. «Beh, ti ho visto con molti costumi in camerino; ma non mi aspettavo di vederti vestito da inglese».

«Questo», rispose Ezza con gravità, «non è il costume di un inglese, ma dell’italiano del futuro».

«In tal caso», osservò Muscari, «confesso di preferire l’italiano del passato».

«Questo è il tuo vecchio errore, Muscari», disse l’uomo in tweed, scuotendo la testa; «e l’errore dell’Italia. Nel XVI secolo noi toscani abbiamo creato il mattino: avevamo l’acciaio più nuovo, la scultura più nuova, la chimica più nuova. Perché non dovremmo avere ora le fabbriche più nuove, i motori più nuovi, la finanza più nuova... gli abiti più nuovi?»

«Perché non vale la pena averli», rispose Muscari. «Non puoi rendere gli italiani davvero progressisti; sono troppo intelligenti. Gli uomini che vedono la scorciatoia per il buon vivere non percorreranno mai le nuove strade elaborate».

«Beh, per me Marconi, o D’Annunzio, è la stella dell’Italia», disse l’altro. «Ecco perché sono diventato un Futurista... e un corriere».

«Un corriere!» gridò Muscari ridendo. «È l’ultimo della tua lista di mestieri? E chi stai conducendo?»

«Oh, un uomo di nome Harrogate, e la sua famiglia, credo».

«Non il banchiere in questo albergo?» chiese il poeta, con una certa impazienza.

«È lui», rispose il corriere.

«Paga bene?» chiese il trovatore innocentemente.

«Pagherà me», disse Ezza, con un sorriso molto enigmatico. «Ma sono un tipo di corriere piuttosto curioso». Poi, come se cambiasse argomento, disse bruscamente: «Ha una figlia... e un figlio».

«La figlia è divina», affermò Muscari, «il padre e il figlio sono, suppongo, umani. Ma concesse le sue qualità innocue, quel banchiere non ti colpisce come uno splendido esempio della mia tesi? Harrogate ha milioni nelle sue casseforti, e io ho... il buco in tasca. Ma non oseresti dire... non puoi dire... che lui sia più intelligente di me, o più audace di me, o persino più energico. Non è intelligente, ha occhi come bottoni blu; non è energico, si muove da una sedia all’altra come un paralitico. È un vecchio testardo coscienzioso e gentile; ma ha denaro semplicemente perché colleziona denaro, come un ragazzo colleziona francobolli. Sei troppo forte di mente per gli affari, Ezza. Non farai strada. Per essere abbastanza intelligente da ottenere tutto quel denaro, bisogna essere abbastanza stupidi da desiderarlo».

«Sono abbastanza stupido per questo», disse Ezza cupamente. «Ma suggerirei una sospensione della tua critica al banchiere, perché eccolo che arriva».

Il signor Harrogate, il grande finanziere, entrò effettivamente nella stanza, ma nessuno lo guardò. Era un uomo anziano e massiccio, con un occhio vitreo e bluastro e baffi grigio-sabbia sbiaditi; se non fosse stato per la sua profonda gobba, avrebbe potuto essere un colonnello. Portava in mano diverse lettere ancora chiuse. Suo figlio Frank era un ragazzo davvero in gamba, dai capelli ricci, abbronzato e pieno di vitalità; ma neanche lui fu degnato di uno sguardo. Tutti gli occhi, come al solito, erano fissati, almeno per il momento, su Ethel Harrogate, la cui testa dorata, greca, e il cui colorito dell'aurora sembravano posti apposta sopra quel mare zaffiro, come quelli di una dea. Il poeta Muscari fece un respiro profondo come se stesse bevendo qualcosa, come in effetti stava facendo. Stava bevendo il Classico, creato dai suoi antenati. Ezza la studiò con uno sguardo altrettanto intenso e assai più enigmatico.

La signorina Harrogate era particolarmente radiosa e pronta alla conversazione in quell'occasione; e la sua famiglia aveva adottato la più disinvolta abitudine continentale, permettendo allo straniero Muscari e persino al corriere Ezza di condividere il loro tavolo e i loro discorsi. In Ethel Harrogate, la convenzionalità si incoronava con una perfezione e uno splendore tutti suoi. Orgogliosa della prosperità del padre, amante dei piaceri mondani, figlia affettuosa ma civetta incallita, era tutto questo con una sorta di aurea bonarietà che rendeva il suo stesso orgoglio piacevole e la sua rispettabilità mondana una cosa fresca e cordiale.

Si trovavano in un vortice di eccitazione a causa di un presunto pericolo nel sentiero di montagna che avrebbero dovuto affrontare quella settimana. Il pericolo non veniva dalla roccia e dalle valanghe, ma da qualcosa di ancora più romantico. Ethel era stata assicurata con fervore che i briganti, i veri tagliagole della leggenda moderna, infestavano ancora quel crinale e presidiavano quel passo degli Appennini.

«Dicono», esclamò lei, con il delizioso timore di una scolaretta, «che tutto quel territorio non sia governato dal Re d’Italia, ma dal Re dei Ladri. Chi è il Re dei Ladri?»

«Un grande uomo», rispose Muscari, «degno di stare al pari del vostro Robin Hood, signorina. Montano, il Re dei Ladri, fu sentito nominare per la prima volta tra le montagne circa dieci anni fa, quando la gente diceva che i briganti erano estinti. Ma la sua selvaggia autorità si diffuse con la rapidità di una rivoluzione silenziosa. Gli uomini trovavano i suoi feroci proclami affissi in ogni villaggio di montagna; le sue sentinelle, fucile in pugno, in ogni burrone. Sei volte il governo italiano cercò di sloggiarlo, e fu sconfitto in sei battaglie campali come se fosse stato Napoleone.»

«Ora, quel genere di cose», osservò il banchiere con gravità, «non sarebbe mai permesso in Inghilterra; forse, dopo tutto, faremmo meglio a scegliere un altro itinerario. Ma il corriere ha pensato che fosse perfettamente sicuro.»

«È perfettamente sicuro», disse il corriere con disprezzo. «Ci sono passato venti volte. Potrebbe esserci stato qualche vecchio galeotto chiamato Re ai tempi delle nostre nonne; ma appartiene alla storia, se non alla favola. Il brigantaggio è del tutto debellato.»

«Non potrà mai essere del tutto debellato», rispose Muscari; «perché la rivolta armata è una ricreazione naturale per noi gente del sud. I nostri contadini sono come le loro montagne, ricchi di grazia e di verde allegria, ma con i fuochi sotto la cenere. C’è un punto di disperazione umana in cui i poveri del nord si danno all’alcol... e i nostri poveri si danno ai pugnali.»

«Un poeta ha i suoi privilegi», rispose Ezza con un sogghigno. «Se il signor Muscari fosse inglese, starebbe ancora cercando i banditi di strada a Wandsworth. Credetemi, non c'è più pericolo di essere catturati in Italia che di essere scotennati a Boston.»

«Allora proponete di tentare?» chiese il signor Harrogate, aggrottando le sopracciglia.

«Oh, suona piuttosto spaventoso», esclamò la ragazza, volgendo i suoi occhi gloriosi verso Muscari. «Pensa davvero che il passo sia pericoloso?»

Muscari gettò indietro la sua criniera nera. «So che è pericoloso», disse. «Io lo attraverserò domani.»

Il giovane Harrogate fu lasciato indietro per un momento a finire un bicchiere di vino bianco e accendere una sigaretta, mentre la bella si ritirava con il banchiere, il corriere e il poeta, distribuendo cascate di arguta satira. Quasi nello stesso istante, i due preti nell'angolo si alzarono; il più alto, un italiano dai capelli bianchi, prendendo congedo. Il prete più basso si voltò e camminò verso il figlio del banchiere, e quest'ultimo fu stupito nel rendersi conto che, sebbene fosse un prete romano, l'uomo era inglese. Ricordava vagamente di averlo incontrato ai ricevimenti mondani di alcuni suoi amici cattolici. Ma l'uomo parlò prima che i suoi ricordi potessero mettersi in ordine.

«Signor Frank Harrogate, credo», disse. «Ho avuto una presentazione, ma non intendo approfittarne. La strana cosa che ho da dire uscirà molto meglio dalla bocca di uno straniero. Signor Harrogate, dico una parola e vado: si prenda cura di sua sorella nel suo grande dolore.»

Persino per la vera indifferenza fraterna di Frank, la radiosità e la derisione di sua sorella sembravano ancora scintillare e risuonare; poteva udire ancora le sue risate dal giardino dell'albergo, e fissò il suo cupo consigliere in preda alla perplessità.

«Si riferisce ai briganti?» chiese; e poi, ricordando una sua vaga paura, «o può pensare a Muscari?»

«Non si pensa mai al vero dolore», disse lo strano prete. «Si può solo essere gentili quando arriva.»

E uscì prontamente dalla stanza, lasciando l'altro quasi a bocca aperta.

Un giorno o due dopo, una carrozza che trasportava la compagnia stava effettivamente strisciando e barcollando lungo i contrafforti della minacciosa catena montuosa. Tra la lieta negazione del pericolo da parte di Ezza e la chiassosa sfida di Muscari, la famiglia di finanzieri rimase ferma nel suo proposito originale; e Muscari fece coincidere il suo viaggio in montagna con il loro. Un tratto più sorprendente fu la comparsa alla stazione della città costiera del prete del ristorante; sostenne semplicemente che degli affari lo portavano anch'egli ad attraversare le montagne dell'entroterra. Ma il giovane Harrogate non poté fare a meno di collegare la sua presenza alle paure e agli avvertimenti mistici del giorno precedente.

La carrozza era una sorta di comodo wagonette, inventato dal talento modernista del corriere, che dominava la spedizione con la sua attività scientifica e il suo spirito brioso. La teoria del pericolo dei ladri era bandita dal pensiero e dal discorso; sebbene, come concessione formale, si fosse impiegata una qualche leggera protezione. Il corriere e il giovane banchiere portavano revolver carichi, e Muscari (con molta infantile soddisfazione) si allacciò una sorta di scimitarra sotto il mantello nero.

Si era piazzato con un balzo accanto alla bella inglese; dall'altra parte di lei sedeva il prete, il cui nome era Brown e che era fortunatamente un individuo silenzioso; il corriere, il padre e il figlio erano sul sedile posteriore. Muscari era di un umore altissimo, credendo seriamente nel pericolo, e il suo modo di parlare a Ethel avrebbe potuto benissimo farla pensare che fosse un maniaco. Ma c'era qualcosa in quella folle e splendida ascesa, tra dirupi come picchi carichi di boschi come frutteti, che trascinava il suo spirito da solo insieme al suo in cieli porporini e assurdi con soli rotanti. La strada bianca saliva come un gatto bianco; scavalcava abissi senza sole come una corda tesa; veniva lanciata attorno a promontori lontani come un lazo.

Eppure, per quanto in alto andassero, il deserto fioriva ancora come la rosa. I campi erano bruniti dal sole e dal vento con il colore del martin pescatore, del pappagallo e del colibrì, le tinte di cento fiori sbocciati. Non ci sono prati e boschi più belli di quelli inglesi, non ci sono creste o abissi più nobili di quelli di Snowdon e Glencoe. Ma Ethel Harrogate non aveva mai visto prima i parchi del sud inclinati sui picchi scheggiati del nord; la gola di Glencoe carica dei frutti del Kent. Non c'era nulla qui di quel freddo e di quella desolazione che in Gran Bretagna si associa agli scenari alti e selvaggi. Era piuttosto come un palazzo di mosaici, squarciato dai terremoti; o come un giardino di tulipani olandesi fatto saltare verso le stelle con la dinamite.

«Sembrano i Kew Gardens su Beachy Head», disse Ethel.

«È il nostro segreto», rispose lui, «il segreto del vulcano; che è anche il segreto della rivoluzione: che una cosa possa essere violenta e tuttavia feconda.»

«Lei stesso è piuttosto violento», e lei gli sorrise.

«E tuttavia piuttosto infruttuoso», ammise; «se muoio stasera, muoio celibe e sciocco.»

«Non è colpa mia se è venuto», disse lei dopo un silenzio difficile.

«Non è mai colpa sua», rispose Muscari; «non è stata colpa sua se Troia cadde.»

Mentre parlavano, giunsero sotto scogliere travolgenti che si distendevano quasi come ali sopra un angolo di particolare pericolo. Scossi dall'ombra grande sulla sporgenza stretta, i cavalli si agitarono dubbiosi. Il cocchiere saltò a terra per tenerli per la testa, ma divennero ingovernabili. Un cavallo si impennò in tutta la sua altezza, l'altezza titanica e terrificante di un cavallo quando diventa bipede. Fu appena sufficiente a alterare l'equilibrio; l'intera carrozza si inclinò come una nave e si schiantò attraverso il bordo dei cespugli oltre la scogliera. Muscari gettò un braccio attorno a Ethel, che si aggrappò a lui, e gridò ad alta voce. Era per momenti simili che viveva.

Nel momento in cui le splendide pareti montuose ruotarono attorno alla testa del poeta come un mulino a vento porporino, accadde una cosa che fu superficialmente ancora più sorprendente. L'anziano e letargico banchiere scattò in piedi nella carrozza e balzò oltre il precipizio prima che il veicolo inclinato potesse trascinarcelo. Nel primo lampo sembrò folle quanto un suicidio; ma nel secondo fu sensato quanto un investimento sicuro. Lo Yorkshireman aveva evidentemente più prontezza, oltre che più sagacia, di quanto Muscari gli avesse accreditato; poiché atterrò in un lembo di terra che avrebbe potuto essere stato appositamente imbottito con zolle e trifoglio per riceverlo. Come accadde, infatti, l'intera compagnia fu ugualmente fortunata, sebbene meno dignitosa nella forma di espulsione. Immediatamente sotto quella svolta brusca della strada c'era una conca erbosa e fiorita come un prato infossato; una sorta di tasca di velluto verde nelle vesti lunghe, verdi e strascicate delle colline. In essa furono tutti ribaltati o ruzzolati con pochi danni, salvo che i loro bagagli più piccoli e persino il contenuto delle loro tasche furono sparsi nell'erba attorno a loro. La carrozza distrutta pendeva ancora sopra, impigliata nella siepe robusta, e i cavalli si tuffavano dolorosamente lungo il pendio. Il primo a mettersi seduto fu il prete basso, che si grattò la testa con una faccia di sciocca meraviglia. Frank Harrogate lo sentì dire tra sé: «Ora perché diavolo siamo caduti proprio qui?»

Batté le palpebre sui rottami attorno a lui e recuperò il suo ombrello molto goffo. Oltre esso giaceva l'ampio sombrero caduto dalla testa di Muscari, e accanto ad esso una lettera commerciale sigillata che, dopo uno sguardo all'indirizzo, restituì all'anziano Harrogate. Dall'altra parte di lui l'erba nascondeva in parte l'ombrellino della signorina Ethel, e appena oltre giaceva una curiosa bottiglietta di vetro lunga appena due pollici. Il prete la raccolse; in modo rapido e discreto la stappò e la annusò, e la sua faccia pesante divenne del colore dell'argilla.

«Che il cielo ci liberi!» mormorò; «non può essere sua! Il suo dolore è già arrivato?» La infilò nella tasca del proprio panciotto. «Credo di essere giustificato», disse, «finché non ne saprò un po' di più.»

Fissò dolorosamente la ragazza, in quel momento sollevata dai fiori da Muscari, che stava dicendo: «Siamo caduti in paradiso; è un segno. I mortali salgono e cadono; ma solo gli dei e le dee possono cadere verso l'alto.»

E in effetti lei si levò dal mare di colori come una visione così bella e felice che il prete sentì il suo sospetto scosso e spostato. «Dopo tutto», pensò, «forse il veleno non è suo; forse è uno dei trucchi melodrammatici di Muscari.»

Muscari mise la signora leggermente in piedi, le fece un inchino assurdamente teatrale e poi, estraendo la sua scimitarra, colpì duramente le redini tese dei cavalli, così che essi si agitarono fino a rimettersi in piedi e restare nell'erba tremanti. Quando ebbe fatto ciò, accadde una cosa davvero notevole. Un uomo molto tranquillo, vestito in modo molto povero ed estremamente abbronzato, uscì dai cespugli e prese le teste dei cavalli. Aveva un coltello dalla forma strana, molto largo e curvo, allacciato alla cintura; non c'era nient'altro di notevole in lui, eccetto la sua improvvisa e silenziosa apparizione. Il poeta gli chiese chi fosse, e lui non rispose.

Guardandosi attorno al gruppo confuso e sorpreso nella conca, Muscari percepì poi che un altro uomo abbronzato e cencioso, con un fucile corto sotto il braccio, li stava osservando dalla sporgenza appena sotto, appoggiando i gomiti sul bordo della zolla. Poi guardò verso la strada da cui erano caduti e vide, che li fissavano dall'alto, le canne di altri quattro moschetti e altri quattro volti bruni con occhi luminosi ma del tutto immobili.

«I briganti!» gridò Muscari, con una sorta di mostruosa allegria. «Questa era una trappola. Ezza, se vuole farmi il piacere di sparare prima al cocchiere, possiamo ancora farci strada combattendo. Sono solo in sei.»

«Il cocchiere», disse Ezza, che stava in piedi cupamente con le mani nelle tasche, «si dà il caso che sia un servitore del signor Harrogate.»

«Allora gli spari ancora di più», gridò il poeta con impazienza; «è stato corrotto per ribaltare il suo padrone. Poi metta la signora al centro, e romperemo la linea lassù... con una corsa.»

E, guadando nell'erba selvatica e tra i fiori, avanzò senza paura contro i quattro moschetti; ma scoprendo che nessuno lo seguiva eccetto il giovane Harrogate, si voltò, brandendo la sua scimitarra per incitare gli altri. Scorse il corriere ancora in piedi leggermente a gambe larghe al centro dell'anello erboso, le mani nelle tasche; e il suo volto italiano, magro e ironico, sembrava farsi sempre più lungo nella luce della sera.

«Lei pensava, Muscari, che io fossi il fallito tra i nostri compagni di scuola», disse, «e pensava di essere lei il successo. Ma io ho avuto più successo di lei e occupo un posto più grande nella storia. Io ho recitato epopee mentre lei le scriveva.»

«Venga avanti, le dico!» tuonò Muscari dall'alto. «Starà lì a dire sciocchezze su se stesso con una donna da salvare e tre uomini forti ad aiutarla? Come si definisce?»

«Mi definisco Montano», gridò lo strano corriere con una voce altrettanto forte e piena. «Sono il Re dei Ladri, e do il benvenuto a tutti voi nel mio palazzo estivo.»

E proprio mentre parlava, altri cinque uomini silenziosi con le armi pronte uscirono dai cespugli e guardarono verso di lui in attesa di ordini. Uno di loro teneva in mano un grande foglio.

«Questo grazioso nido dove stiamo tutti facendo un picnic», continuò il brigante-corriere, con lo stesso sorriso facile ma sinistro, «è, insieme ad alcune caverne sottostanti, noto con il nome di Paradiso dei Ladri. È la mia principale roccaforte su queste colline; poiché (come avrete senza dubbio notato) il nido dell'aquila è invisibile sia dalla strada sopra che dalla valle sotto. È qualcosa di meglio dell'inespugnabile; è impercettibile. Qui vivo per lo più, e qui morirò certamente, se mai i gendarmi mi rintracceranno. Non sono il tipo di criminale che 'riserva la propria difesa', ma quello migliore che riserva il suo ultimo proiettile.»

Tutti lo fissavano sbalorditi e immobili, eccetto Padre Brown, che emise un enorme sospiro di sollievo e giocherellò con la boccetta in tasca. «Grazie a Dio!» mormorò; «è molto più probabile. Il veleno appartiene a questo capo dei briganti, naturalmente. Lo porta con sé in modo da non essere mai catturato, come Catone.»

Il Re dei Ladri, tuttavia, stava continuando il suo discorso con lo stesso tipo di pericolosa cortesia. «Resta solo per me», disse, «spiegare ai miei ospiti le condizioni sociali alle quali ho il piacere di intrattenerli. Non ho bisogno di esporre il bizzarro vecchio rituale del riscatto, che è mio dovere mantenere; e persino questo si applica solo a una parte della compagnia. Il Reverendo Padre Brown e il celebre Signor Muscari saranno rilasciati domani all'alba e scortati ai miei avamposti. Poeti e preti, se mi perdonerete la semplicità di linguaggio, non hanno mai denaro. E così (dato che è impossibile ottenere alcunché da loro), cogliamo l'occasione per mostrare la nostra ammirazione per la letteratura classica e la nostra reverenza per la Santa Chiesa.»

Si fermò con un sorriso spiacevole; e Padre Brown batté le palpebre ripetutamente verso di lui, e sembrò improvvisamente ascoltare con grande attenzione. Il capitano dei briganti prese il grande foglio dal brigante assistente e, dandovi un'occhiata, continuò: «Le mie altre intenzioni sono chiaramente esposte in questo documento pubblico, che vi farò passare tra un momento; e che dopo ciò sarà affisso su un albero in ogni villaggio della valle, e ad ogni incrocio nelle colline. Non vi annoierò con la verbosità, dato che sarete in grado di controllarla; il succo del mio proclama è questo: annuncio innanzitutto di aver catturato il milionario inglese, il colosso della finanza, il signor Samuel Harrogate. Annuncio poi di aver trovato sulla sua persona note e obbligazioni per duemila sterline, che mi ha consegnato. Ora, dato che sarebbe davvero immorale annunciare una cosa simile a un pubblico credulone se non fosse accaduta, suggerisco che accada senza ulteriori indugi. Suggerisco che il signor Harrogate senior mi dia ora le duemila sterline che ha in tasca.»

Il banchiere lo guardò sotto sopracciglia calanti, rosso in volto e imbronciato, ma apparentemente soggiogato. Quel balzo dalla carrozza in avaria sembrava aver esaurito la sua ultima virilità. Si era trattenuto in modo remissivo quando suo figlio e Muscari avevano fatto un audace movimento per evadere dalla trappola dei briganti. E ora la sua mano rossa e tremante andò con riluttanza alla tasca interna della giacca, e passò un pacco di carte e buste al brigante.

«Eccellente!» gridò quel fuorilegge allegramente; «fin qui siamo tutti a nostro agio. Riprendo i punti del mio proclama, che sarà presto pubblicato in tutta Italia. Il terzo punto è quello del riscatto. Chiedo agli amici della famiglia Harrogate un riscatto di tremila sterline, che sono certo sia quasi un insulto a quella famiglia nella sua moderata stima della loro importanza. Chi non pagherebbe il triplo di questa somma per un altro giorno di frequentazione con una tale cerchia domestica? Non vi nasconderò che il documento termina con certe frasi legali riguardo alle cose spiacevoli che potrebbero accadere se il denaro non venisse pagato; ma nel frattempo, signore e signori, lasciate che vi assicuri che qui sono comodamente provvisto di alloggio, vino e sigari, e vi do per il momento un caloroso benvenuto sportivo ai lussi del Paradiso dei Ladri.»

Per tutto il tempo in cui aveva parlato, gli uomini dall'aspetto dubbioso con moschetti e cappelli flosci sporchi si erano radunati silenziosamente in numero così preponderante che persino Muscari fu costretto a riconoscere la sua sortita con la spada come disperata. Si guardò attorno; ma la ragazza era già andata a calmare e confortare suo padre, poiché il suo affetto naturale per la sua persona era forte o più forte del suo orgoglio alquanto snob per il suo successo. Muscari, con l'illogicità di un amante, ammirava questa devozione filiale, e tuttavia ne era irritato. Ripose la spada nel fodero e andò a gettarsi alquanto imbronciato su una delle sponde verdi. Il prete si sedette a un metro o due di distanza, e Muscari volse il suo naso aquilino verso di lui in un'irritazione istantanea.

«Bene», disse il poeta acidamente, «la gente mi considera ancora troppo romantico? Ci sono, mi chiedo, ancora dei briganti tra le montagne?»

«Potrebbero essercene», disse Padre Brown in modo agnostico.

«Cosa vuole dire?» chiese l'altro bruscamente.

«Intendo che sono perplesso», rispose il prete. «Sono perplesso riguardo a Ezza o Montano, o qualunque sia il suo nome. Mi sembra molto più inspiegabile come brigante di quanto non fosse come corriere.»

«Ma in che modo?» insistette il suo compagno. «Santa Maria! Avrei pensato che il brigante fosse abbastanza chiaro.»

«Trovo tre curiose difficoltà», disse il prete con voce tranquilla. «Vorrei avere la vostra opinione in merito. Innanzitutto devo dirvi che stavo pranzando in quel ristorante sulla costa. Mentre voi quattro lasciavate la sala, lei e la signorina Harrogate siete usciti per primi, parlando e ridendo; il banchiere e il corriere venivano dietro, parlando poco e piuttosto sottovoce. Ma non ho potuto fare a meno di sentire Ezza dire queste parole: "Bene, lasciale un po' di svago; sai che il colpo può annientarla da un momento all'altro". Il signor Harrogate non ha risposto nulla; quindi le parole dovevano avere un qualche significato. D'impulso ho avvertito suo fratello che lei poteva essere in pericolo; non ho detto nulla sulla natura del pericolo, perché non lo sapevo. Ma se si riferiva a questa cattura tra le montagne, la cosa non ha senso. Perché il brigante-corriere dovrebbe avvertire il suo protetto, anche solo con un accenno, quando il suo unico scopo era attirarlo nella trappola di montagna? Non può aver significato questo. Ma se non è così, qual è questo disastro, noto sia al corriere che al banchiere, che pende sulla testa della signorina Harrogate?»

«Un disastro per la signorina Harrogate!» esclamò il poeta, drizzandosi con una certa ferocia. «Si spieghi; continui.»

«Tutti i miei enigmi, tuttavia, ruotano attorno al nostro capo dei banditi», riprese il prete pensieroso. «Ed ecco il secondo. Perché ha messo così in evidenza, nella sua richiesta di riscatto, il fatto di aver sottratto duemila sterline alla sua vittima sul posto? Non aveva la minima tendenza a sollecitare il riscatto. Tutt'altro, in realtà. Gli amici di Harrogate avrebbero temuto molto di più per la sua sorte se avessero pensato che i ladri fossero poveri e disperati. Eppure la spoliazione sul momento è stata enfatizzata e persino messa al primo posto nella richiesta. Perché Ezza Montano dovrebbe voler dire così specificamente a tutta l'Europa di aver frugato nelle tasche prima di esigere il ricatto?»

«Non riesco a immaginare», disse Muscari, arruffandosi i capelli neri per una volta con un gesto spontaneo. «Può pensare di illuminarmi, ma mi sta portando sempre più a fondo nell'oscurità. Quale potrebbe essere la terza obiezione al Re dei Ladri?» «La terza obiezione», disse Padre Brown, ancora assorto, «è questa riva su cui siamo seduti. Perché il nostro brigante-corriere la chiama la sua fortezza principale e il Paradiso dei Ladri? È certamente un posto morbido su cui sdraiarsi e un posto dolce da guardare. È anche vero, come dice lui, che è invisibile dalla valle e dalla cima, ed è quindi un nascondiglio. Ma non è una fortezza. Non potrebbe mai essere una fortezza. Credo che sarebbe la peggior fortezza del mondo. Perché è in realtà dominata dall'alto dalla strada maestra che attraversa le montagne, proprio il luogo dove la polizia passerebbe molto probabilmente. Ma se cinque armi malandate ci hanno tenuti impotenti qui circa mezz'ora fa. Un quarto di compagnia di qualsiasi tipo di soldati ci avrebbe fatto volare oltre il precipizio. Qualunque sia il significato di questo strano angolino d'erba e fiori, non è una posizione fortificata. È qualcos'altro; ha un qualche altro strano tipo di importanza; un qualche valore che non comprendo. È più simile a un teatro accidentale o a un camerino naturale; è come la scena di una commedia romantica; è come...»

Mentre le parole del piccolo prete si allungavano e si smarrivano in una vacua e sognante sincerità, Muscari, i cui sensi animali erano vigili e impazienti, udì un rumore nuovo tra le montagne. Anche per lui il suono era ancora molto lieve e lontano; ma avrebbe giurato che la brezza serale portasse con sé qualcosa di simile al pulsare di zoccoli di cavallo e a un lontano richiamo.

Nello stesso momento, e molto prima che la vibrazione avesse raggiunto le orecchie meno esperte degli inglesi, Montano il brigante corse su per la riva sopra di loro e si fermò nella siepe spezzata, sostenendosi contro un albero e scrutando lungo la strada. Era una figura strana quella che stava lì, poiché aveva indossato un cappello a falda fantastico, una bandoliera oscillante e una scimitarra nella sua veste di re dei banditi, ma il vivace e prosaico tweed del corriere traspariva a chiazze su tutto il corpo.

L'istante successivo voltò il suo viso olivastro e beffardo e fece un movimento con la mano. I briganti si dispersero al segnale, non in confusione, ma in quella che era evidentemente una sorta di disciplina di guerriglia. Invece di occupare la strada lungo il crinale, si sparsero lungo il fianco di essa dietro gli alberi e la siepe, come se stessero osservando invisibili un nemico. Il rumore oltre crebbe, cominciando a scuotere la strada di montagna, e si poteva udire chiaramente una voce gridare ordini. I briganti ondeggiarono e si accalcarono, imprecando e bisbigliando, e l'aria serale fu piena di piccoli rumori metallici mentre armavano le pistole, allentavano i coltelli o trascinavano i foderi sulle pietre. Poi i rumori da entrambe le parti sembrarono incontrarsi sulla strada sopra; i rami si spezzarono, i cavalli nitrirono, gli uomini gridarono.

«Un salvataggio!» gridò Muscari, balzando in piedi e agitando il cappello; «i gendarmi sono su di loro! Ora per la libertà e colpi per essa! Ora di essere ribelli contro i rapinatori! Venite, non lasciamo tutto alla polizia; è così terribilmente moderno. Attaccate la retroguardia di questi furfanti. I gendarmi ci stanno salvando; venite, amici, salviamo noi i gendarmi!»

E gettando il cappello oltre gli alberi, sguainò ancora una volta la scimitarra e cominciò a scalare il pendio verso la strada. Frank Harrogate balzò in piedi e corse ad aiutarlo, rivoltella in mano, ma rimase stupito nel sentirsi richiamato imperativamente dalla voce rauca di suo padre, che sembrava in grande agitazione.

«Non lo permetterò», disse il banchiere con voce soffocata; «vi ordino di non interferire.»

«Ma, padre», disse Frank molto calorosamente, «un gentiluomo italiano ha aperto la strada. Non vorreste che si dicesse che gli inglesi si sono tirati indietro.»

«È inutile», disse l'uomo più anziano, che tremava violentemente, «è inutile. Dobbiamo sottometterci al nostro destino.»

Padre Brown guardò il banchiere; poi portò la mano istintivamente come se fosse al cuore, ma in realtà sulla boccetta di veleno; e una grande luce illuminò il suo volto come la luce della rivelazione della morte.

Muscari intanto, senza attendere rinforzi, aveva superato la riva fino alla strada e colpì pesantemente il re dei briganti sulla spalla, facendolo barcollare e voltare di scatto. Anche Montano aveva la scimitarra sguainata, e Muscari, senza ulteriori parole, vibrò un fendente alla sua testa che quello fu costretto a parare. Ma proprio mentre le due lame corte si incrociavano e cozzavano, il Re dei Ladri abbassò deliberatamente la punta e rise.

«A che serve, vecchio mio?» disse in uno slang italiano brioso; «questa maledetta farsa finirà presto.»

«Cosa intendi, tu evasivo?» ansimò il poeta focoso. «Il tuo coraggio è una finzione tanto quanto la tua onestà?»

«Tutto ciò che mi riguarda è una finzione», rispose l'ex corriere con perfetta buona grazia. «Sono un attore; e se mai ho avuto un carattere privato, l'ho dimenticato. Non sono più un brigante autentico di quanto io sia un corriere autentico. Sono solo un insieme di maschere, e non puoi combattere un duello contro questo.» E rise con piacere infantile e tornò alla sua vecchia posa a gambe larghe, dando le spalle alla scaramuccia lungo la strada.

L'oscurità si stava facendo più fitta sotto le pareti montuose, e non era facile discernere molto del progresso della lotta, se non che uomini alti spingevano i musi dei loro cavalli attraverso una folla avvinghiata di briganti, che sembravano più inclini a molestare e spintonare gli invasori che a ucciderli. Assomigliava più a una folla cittadina che impedisce il passaggio della polizia che a qualsiasi cosa il poeta avesse mai immaginato come l'ultima resistenza di uomini di sangue condannati e fuorilegge. Proprio mentre sbarrava gli occhi per lo sconcerto, sentì un tocco al gomito e trovò lo strano piccolo prete in piedi lì come un piccolo Noè con un cappello grande, che richiedeva il favore di una o due parole.

«Signor Muscari», disse l'ecclesiastico, «in questa strana crisi le questioni personali possono essere perdonate. Posso dirle senza offesa un modo in cui farà più bene che aiutando i gendarmi, i quali sono destinati a sfondare in ogni caso. Mi concederà l'impertinente intimità, ma le interessa quella ragazza? Le interessa abbastanza da sposarla e farle da buon marito, intendo?»

«Sì», disse il poeta molto semplicemente.

«Lei ricambia il suo interesse?»

«Credo di sì», fu l'altrettanto grave risposta.

«Allora vada là e si offra», disse il prete: «le offra tutto ciò che può; le offra il cielo e la terra se li possiede. Il tempo è poco.»

«Perché?» chiese l'attonito uomo di lettere.

«Perché», disse Padre Brown, «il suo Destino sta salendo per la strada.»

«Nulla sta salendo per la strada», obiettò Muscari, «eccetto i soccorsi.»

«Beh, lei vada là», disse il suo consigliere, «e sia pronto a salvarla dal salvataggio.»

Quasi mentre parlava, le siepi furono rotte lungo tutto il crinale da una corsa dei briganti in fuga. Si tuffarono nei cespugli e nell'erba alta come uomini sconfitti e inseguiti; e i grandi cappelli a due punte della gendarmeria a cavallo si videro passare lungo la siepe spezzata. Fu dato un altro ordine; si udì un rumore di cavalieri che smontavano, e un alto ufficiale con cappello a due punte, un imperiale grigio e un documento in mano apparve nel varco che era il cancello del Paradiso dei Ladri. Ci fu un silenzio momentaneo, rotto in modo straordinario dal banchiere, che gridò con voce rauca e strozzata: «Derubato! Sono stato derubato!»

«Perché, quello è successo ore fa», gridò suo figlio con stupore: «quando ti hanno rubato duemila sterline.»

«Non duemila sterline», disse il finanziere, con un'improvvisa e terribile compostezza, «solo una piccola bottiglia.»

Il poliziotto con l'imperiale grigio stava attraversando la conca verde. Incontrando il Re dei Ladri sul suo cammino, gli diede un colpetto sulla spalla tra una carezza e uno schiaffo e gli diede una spinta che lo fece barcollare via. «Finirai nei guai anche tu», disse, «se giochi a questi scherzi.»

Ancora una volta, all'occhio artistico di Muscari, non sembrò affatto la cattura di un grande fuorilegge alle strette. Passando oltre, il poliziotto si fermò davanti al gruppo Harrogate e disse: «Samuel Harrogate, la arresto in nome della legge per appropriazione indebita dei fondi della Hull and Huddersfield Bank.»

Il grande banchiere annuì con uno strano senso di assenso professionale, sembrò riflettere un momento, e prima che potessero intervenire fece mezzo giro e un passo che lo portò sul ciglio della parete esterna della montagna. Poi, alzando le mani, saltò esattamente come saltò giù dalla carrozza. Ma questa volta non cadde in un piccolo prato proprio sotto; cadde mille piedi più in basso, per diventare un ammasso di ossa nella valle.

La rabbia del poliziotto italiano, che espresse volubilmente a Padre Brown, era in gran parte mescolata ad ammirazione. «Era da lui sfuggirci alla fine», disse. «Era un grande brigante, se proprio vogliamo dirlo. Questo suo ultimo trucco credo sia assolutamente senza precedenti. È fuggito con il denaro della compagnia in Italia e si è fatto catturare da finti briganti al suo soldo, così da spiegare sia la sparizione del denaro che la sparizione di se stesso. Quella richiesta di riscatto fu presa davvero sul serio dalla maggior parte della polizia. Ma per anni ha fatto cose belle quanto questa, proprio belle quanto questa. Sarà una grave perdita per la sua famiglia.»

Muscari stava portando via l'infelice figlia, che si stringeva forte a lui, come fece per molti anni a venire. Ma anche in quel tragico naufragio non poté fare a meno di avere un sorriso e una mano di amicizia mezzo beffarda per l'indifendibile Ezza Montano. «E dove andrai adesso?» gli chiese voltandosi.

«Birmingham», rispose l'attore, aspirando una sigaretta. «Non ti ho detto che sono un Futurista? Credo davvero in quelle cose, se credo in qualcosa. Cambiamento, frenesia e cose nuove ogni mattina. Vado a Manchester, Liverpool, Leeds, Hull, Huddersfield, Glasgow, Chicago... in breve, verso l'illuminata, energica, civilizzata società!»

«In breve», disse Muscari, «verso il vero Paradiso dei Ladri.»

TRE -- Il duello del dottor Hirsch

M. Maurice Brun e M. Armand Armagnac stavano attraversando gli Champs-Élysées baciati dal sole con una sorta di vivace rispettabilità. Erano entrambi bassi, svelti e audaci. Avevano entrambi barbe nere che non sembravano appartenere ai loro volti, secondo la strana moda francese che fa sembrare i capelli veri come artificiali. M. Brun aveva un cuneo scuro di barba apparentemente fissato sotto il labbro inferiore. M. Armagnac, per cambiare, aveva due barbe; una che spuntava da ogni lato del suo mento enfatico. Erano entrambi giovani. Erano entrambi atei, con una deprimente fissità di prospettive ma una grande mobilità di esposizione. Erano entrambi allievi del grande dottor Hirsch, scienziato, pubblicista e moralista.

M. Brun era diventato famoso per la sua proposta che la comune espressione «Adieu» fosse cancellata da tutti i classici francesi e che una lieve multa fosse imposta per il suo uso nella vita privata. «Allora», diceva, «il nome stesso del vostro Dio immaginario avrà riecheggiato per l'ultima volta all'orecchio dell'uomo». M. Armagnac si era specializzato piuttosto in una resistenza al militarismo e desiderava che il coro della Marsigliese fosse cambiato da «Aux armes, citoyens» a «Aux grèves, citoyens». Ma il suo antimilitarismo era di una specie particolare e gallica. Un eminente e ricchissimo quacchero inglese, che era venuto a trovarlo per organizzare il disarmo dell'intero pianeta, rimase piuttosto turbato dalla proposta di Armagnac secondo cui (per iniziare) i soldati dovrebbero sparare ai propri ufficiali.

E in effetti era sotto questo aspetto che i due uomini differivano maggiormente dal loro leader e padre spirituale. Il dottor Hirsch, sebbene nato in Francia e coperto dai più trionfanti favori dell'istruzione francese, era temperamentalmente di un altro tipo: mite, sognatore, umano; e, nonostante il suo sistema scettico, non privo di trascendentalismo. Era, in breve, più simile a un tedesco che a un francese; e per quanto lo ammirassero, qualcosa nel subconscio di quei galli era irritato dal suo implorare la pace in un modo così pacifico. Per il loro partito in tutta Europa, tuttavia, Paul Hirsch era un santo della scienza. Le sue ampie e audaci teorie cosmiche pubblicizzavano la sua vita austera e la sua morale innocente, sebbene un po' frigida; occupava una posizione simile a quella di Darwin raddoppiata con la posizione di Tolstoj. Ma non era né un anarchico né un antipatriota; le sue opinioni sul disarmo erano moderate ed evolutive: il governo repubblicano riponeva in lui notevole fiducia per quanto riguardava vari miglioramenti chimici. Di recente aveva persino scoperto un esplosivo silenzioso, il cui segreto il Governo stava custodendo con cura.

La sua casa sorgeva in una bella strada vicino all'Eliseo, una strada che in quella forte estate sembrava quasi così piena di fogliame come il parco stesso; un filare di castagni infrangeva il sole, interrotto solo in un punto dove un grande caffè si protendeva sulla strada. Quasi di fronte a questo c'erano le persiane bianche e verdi della casa del grande scienziato, un balcone di ferro, anch'esso dipinto di verde, che correva lungo la parte anteriore delle finestre del primo piano. Sotto questo c'era l'ingresso in una sorta di cortile, allegro con arbusti e piastrelle, nel quale i due francesi passarono in animata conversazione.

La porta fu aperta loro dal vecchio servitore del dottore, Simon, che avrebbe potuto benissimo passare per un dottore lui stesso, avendo un austero completo nero, occhiali, capelli grigi e un modo confidenziale. In effetti, era un uomo di scienza molto più presentabile del suo padrone, il dottor Hirsch, che era un tipo simile a un ravanello biforcuto, con appena abbastanza bulbo di testa da rendere il suo corpo insignificante. Con tutta la gravità di un grande medico che maneggia una ricetta, Simon consegnò una lettera a M. Armagnac. Quel gentiluomo la strappò con impazienza razziale e lesse rapidamente quanto segue:

Non posso scendere a parlarvi. C'è un uomo in questa casa che mi rifiuto di incontrare. È un ufficiale sciovinista, Dubosc. È seduto sulle scale. Ha preso a calci i mobili in tutte le altre stanze; mi sono chiuso nel mio studio, di fronte a quel caffè. Se mi volete bene, andate al caffè e aspettate a uno dei tavoli fuori. Cercherò di mandarvelo. Voglio che gli rispondiate e che ve la vediate voi con lui. Non posso incontrarlo io stesso. Non posso: non voglio.

Ci sarà un altro caso Dreyfus.

P. HIRSCH

M. Armagnac guardò M. Brun. M. Brun prese in prestito la lettera, la lesse e guardò M. Armagnac. Poi entrambi si diressero svelti a uno dei tavolini sotto i castagni di fronte, dove si procurarono due bicchieri alti di orribile assenzio verde, che potevano bere apparentemente con qualsiasi tempo e in qualsiasi momento. Altrimenti il caffè sembrava vuoto, eccetto per un soldato che beveva caffè a un tavolo, e a un altro un uomo corpulento che beveva uno sciroppo piccolo e un prete che non beveva nulla.

Maurice Brun si schiarì la voce e disse: «Certamente dobbiamo aiutare il maestro in ogni modo, ma...»

Ci fu un silenzio brusco e Armagnac disse: «Potrebbe avere ottime ragioni per non incontrare l'uomo di persona, ma...»

Prima che uno dei due potesse completare la frase, fu evidente che l'invasore era stato espulso dalla casa di fronte. Gli arbusti sotto l'arcata ondeggiarono e scoppiarono, mentre quell'ospite sgradito ne veniva sparato fuori come una palla di cannone.

Era una figura robusta con un cappello di feltro tirolese piccolo e inclinato, una figura che aveva davvero qualcosa di generalmente tirolese. Le spalle dell'uomo erano grandi e larghe, ma le gambe erano agili e scattanti in calzoni al ginocchio e calze di lana. Il suo viso era marrone come una noce; aveva occhi marroni molto luminosi e irrequieti; i capelli scuri erano spazzolati indietro rigidamente davanti e tagliati corti dietro, delineando un cranio quadrato e potente; e aveva un enorme baffo nero come le corna di un bisonte. Una testa così sostanziosa è generalmente basata su un collo da toro; ma questo era nascosto da una grande sciarpa colorata, avvolta fin sopra le orecchie dell'uomo e che ricadeva davanti dentro la giacca come una sorta di gilet stravagante. Era una sciarpa dai colori forti e spenti, rosso scuro, oro antico e viola, probabilmente di fabbricazione orientale. Nel complesso l'uomo aveva qualcosa di leggermente barbaro; più simile a un proprietario terriero ungherese che a un comune ufficiale francese. Il suo francese, tuttavia, era ovviamente quello di un nativo; e il suo patriottismo francese era così impulsivo da essere leggermente assurdo. Il suo primo atto quando uscì dall'arcata fu di gridare con voce squillante lungo la strada: «Ci sono francesi qui?» come se stesse chiamando i cristiani alla Mecca.

Armagnac e Brun si alzarono all'istante; ma era troppo tardi. Gli uomini correvano già dagli angoli delle strade; c'era una folla piccola ma sempre più numerosa. Con il pronto istinto francese per la politica della strada, l'uomo con i baffi neri era già corso verso un angolo del caffè, era balzato su uno dei tavoli e, afferrando un ramo di castagno per tenersi in equilibrio, gridò come Camille Desmoulins gridò una volta quando sparse le foglie di quercia tra la popolazione.

«Francesi!» tuonò; «io non so parlare! Dio mi aiuti, è proprio per questo che parlo! I tipi nei loro sudici parlamenti che imparano a parlare imparano anche a tacere... a tacere come quella spia che si rannicchia nella casa di fronte! Tacere come quando batto alla porta della sua camera da letto! Tacere come fa adesso, sebbene oda la mia voce attraverso questa strada e tremi dove siede! Oh, sanno essere eloquenti nel silenzio... i politici! Ma è giunto il momento in cui noi che non sappiamo parlare dobbiamo parlare. Siete traditi dai prussiani. Traditi in questo preciso momento. Traditi da quell'uomo. Io sono Jules Dubosc, Colonnello d'Artiglieria, Belfort. Abbiamo catturato una spia tedesca nei Vosgi ieri, e gli è stato trovato addosso un documento... un documento che tengo nella mia mano. Oh, hanno cercato di insabbiare la faccenda; ma io l'ho portato direttamente all'uomo che l'ha scritto... l'uomo in quella casa! È di suo pugno. È firmato con le sue iniziali. È un'indicazione per trovare il segreto di questa nuova Polvere Silenziosa. Hirsch l'ha inventata; Hirsch ha scritto questa nota al riguardo. Questa nota è in tedesco, ed è stata trovata nella tasca di un tedesco. "Di' all'uomo che la formula per la polvere si trova nella busta grigia nel primo cassetto a sinistra della scrivania del Segretario, Ministero della Guerra, in inchiostro rosso. Deve stare attento. P.H."»

Sputava brevi frasi come una mitragliatrice, ma era chiaramente il tipo d'uomo che è o folle o nel giusto. La massa della folla era nazionalista, e già in tumulto minaccioso; e una minoranza di intellettuali altrettanto arrabbiati, guidati da Armagnac e Brun, rendeva solo più bellicosa la maggioranza.

«Se questo è un segreto militare,» gridò Brun, «perché lo urli per strada?»

«Vi dirò perché lo faccio!» ruggì Dubosc sopra il fragore della folla. «Sono andato da quest'uomo in modo diretto e civile. Se avesse avuto una spiegazione, avrebbe potuto darmela in totale confidenza. Si rifiuta di spiegare. Mi rimanda a due sconosciuti in un caffè come a due lacchè. Mi ha buttato fuori di casa, ma io ci rientrerò, con il popolo di Parigi alle spalle!»

Un grido sembrò scuotere la facciata stessa dei palazzi e volarono due pietre, una delle quali ruppe una finestra sopra il balcone. L'indignato colonnello si immerse ancora una volta sotto l'androne e lo si sentì gridare e tuonare all'interno. A ogni istante il mare umano si faceva sempre più vasto; si riversò contro le ringhiere e i gradini della casa del traditore; era ormai certo che il luogo sarebbe stato preso d'assalto come la Bastiglia, quando la finestra alla francese, rotta, si aprì e il dottor Hirsch uscì sul balcone. Per un istante la furia si mutò in parte in risata; poiché era una figura assurda in una scena simile. Il suo lungo collo nudo e le spalle spioventi avevano la forma di una bottiglia di champagne, ma quella era l'unica cosa festosa di lui. Il cappotto gli pendeva addosso come su un appendiabiti; portava i capelli color carota, lunghi e trasandati; le guance e il mento erano interamente contornati da una di quelle barbe irritanti che iniziano lontano dalla bocca. Era molto pallido e portava occhiali blu.

Livido com'era, parlò con una sorta di decisione formale, cosicché la folla tacque a metà della sua terza frase.

«...solo due cose da dirvi ora. La prima ai miei nemici, la seconda ai miei amici. Ai miei nemici dico: è vero, non incontrerò il signor Dubosc, sebbene stia facendo una scenata fuori da questa stessa stanza. È vero, ho chiesto ad altri due uomini di affrontarlo per me. E vi dirò perché! Perché non voglio e non devo vederlo... perché sarebbe contro ogni regola di dignità e onore vederlo. Prima che io venga trionfalmente scagionato davanti a un tribunale, c'è un altro arbitrato che questo gentiluomo mi deve in quanto gentiluomo, e nel rimandarlo ai miei secondi sono rigorosamente...»

Armagnac e Brun sventolavano i cappelli freneticamente, e persino i nemici del Dottore ruggirono applausi a questa inaspettata sfida. Ancora una volta alcune frasi furono inudibili, ma poterono sentirlo dire: «Ai miei amici... io stesso preferirei sempre armi puramente intellettuali, e a queste un'umanità evoluta certamente si limiterà. Ma la nostra verità più preziosa è la forza fondamentale della materia e dell'ereditarietà. I miei libri hanno successo; le mie teorie non sono confutate; ma in politica soffro di un pregiudizio quasi fisico nei francesi. Non posso parlare come Clemenceau e Déroulède, perché le loro parole sono come echi delle loro pistole. I francesi chiedono un duellante come gli inglesi chiedono uno sportivo. Ebbene, do le mie prove: pagherò questa barbara tangente, e poi tornerò alla ragione per il resto della mia vita.»

Due uomini furono immediatamente trovati tra la folla stessa per offrire i propri servigi al Colonnello Dubosc, che uscì poco dopo, soddisfatto. Uno era il soldato comune con il caffè, che disse semplicemente: «Agirò per lei, signore. Sono il Duc de Valognes.» L'altro era l'uomo robusto, che il suo amico prete cercò dapprima di dissuadere; per poi allontanarsi da solo.

Nel primo pomeriggio una cena leggera fu servita sul retro del Café Charlemagne. Sebbene privi di tetto di vetro o gesso dorato, gli ospiti erano quasi tutti sotto un tetto delicato e irregolare di foglie; poiché gli alberi ornamentali stavano così fitti intorno e tra i tavoli da dare qualcosa dell'oscurità e del luccichio di un piccolo frutteto. A uno dei tavoli centrali un prete molto tozzo sedeva in completa solitudine e si dedicava a un piatto di latterini con la più grave sorta di godimento. Essendo la sua vita quotidiana molto semplice, aveva un gusto particolare per lussi improvvisi e isolati; era un epicureo astemio. Non sollevò gli occhi dal piatto, attorno al quale pepe rosso, limoni, pane nero e burro, ecc., erano rigidamente allineati, finché un'ombra alta non cadde sul tavolo e il suo amico Flambeau si sedette di fronte. Flambeau era cupo.

«Temo di dover mollare questa faccenda,» disse pesantemente. «Sono tutto dalla parte dei soldati francesi come Dubosc, e sono tutto contro gli atei francesi come Hirsch; ma mi sembra che in questo caso abbiamo commesso un errore. Il Duca ed io abbiamo pensato fosse meglio indagare sull'accusa, e devo dire che sono contento di averlo fatto.»

«Il documento è un falso, dunque?» chiese il prete.

«È proprio questa la cosa strana,» rispose Flambeau. «È esattamente come la scrittura di Hirsch, e nessuno può indicare alcun errore in essa. Ma non è stata scritta da Hirsch. Se è un patriota francese non l'ha scritta, perché fornisce informazioni alla Germania. E se è una spia tedesca non l'ha scritta, beh... perché non fornisce informazioni alla Germania.»

«Intendi dire che le informazioni sono sbagliate?» chiese Padre Brown.

«Sbagliate,» rispose l'altro, «e sbagliate esattamente dove il Dottor Hirsch avrebbe avuto ragione... riguardo al nascondiglio della sua stessa formula segreta nel suo ufficio ufficiale. Per gentile concessione di Hirsch e delle autorità, il Duca ed io abbiamo effettivamente avuto il permesso di ispezionare il cassetto segreto al Ministero della Guerra dove è custodita la formula di Hirsch. Siamo le uniche persone che l'abbiano mai conosciuta, a parte l'inventore stesso e il Ministro della Guerra; ma il Ministro lo ha permesso per evitare che Hirsch combattesse. Dopo di ciò non possiamo davvero sostenere Dubosc se la sua rivelazione è un buco nell'acqua.»

«E lo è?» chiese Padre Brown.

«Lo è,» disse il suo amico cupamente. «È un falso grossolano di qualcuno che non sapeva nulla del vero nascondiglio. Dice che il documento è nell'armadio a destra della scrivania del Segretario. Di fatto, l'armadio con il cassetto segreto è un po' a sinistra della scrivania. Dice che la busta grigia contiene un lungo documento scritto in inchiostro rosso. Non è scritto in inchiostro rosso, ma in normale inchiostro nero. È manifestamente assurdo dire che Hirsch possa aver commesso un errore riguardo a un documento che nessuno conosceva tranne lui; o che possa aver cercato di aiutare un ladro straniero dicendogli di frugare nel cassetto sbagliato. Penso che dobbiamo lasciar perdere e chiedere scusa al vecchio Carote.»

Padre Brown sembrò riflettere; sollevò un piccolo latterino sulla forchetta. «Sei sicuro che la busta grigia fosse nell'armadio di sinistra?» chiese.

«Positivo,» rispose Flambeau. «La busta grigia... in realtà era una busta bianca... era...»

Padre Brown posò il piccolo pesce d'argento e la forchetta e fissò il suo compagno. «Cosa?» chiese, con voce alterata.

«Beh, cosa?» ripeté Flambeau, mangiando di gusto.

«Non era grigia,» disse il prete. «Flambeau, mi spaventi.»

«Che diavolo ti spaventa?»

«Mi spaventa una busta bianca,» disse l'altro seriamente. «Se fosse stata solo grigia! Accidenti, avrebbe potuto essere grigia. Ma se era bianca, l'intera faccenda è nera. Il Dottore ha pasticciato un po' con il vecchio zolfo, dopo tutto.»

«Ma ti dico che non avrebbe potuto scrivere una nota simile!» gridò Flambeau. «La nota è completamente sbagliata riguardo ai fatti. E innocente o colpevole, il Dottor Hirsch sapeva tutto dei fatti.»

«L'uomo che ha scritto quella nota sapeva tutto dei fatti,» disse il suo compagno clericale sobriamente. «Non avrebbe mai potuto sbagliarli così tanto senza conoscerli. Devi sapere un sacco di cose per sbagliare su ogni argomento... come il diavolo.»

«Intendi dire...?»

«Intendo dire che un uomo che dice bugie a caso avrebbe detto almeno una parte della verità,» disse il suo amico con fermezza. «Supponiamo che qualcuno ti mandi a cercare una casa con una porta verde e una tenda blu, con un giardino davanti ma senza giardino sul retro, con un cane ma senza gatto, e dove bevono caffè ma non tè. Se non trovassi una casa simile, diresti che è tutto inventato. Ma io dico di no. Dico che se trovassi una casa dove la porta è blu e la tenda verde, dove c'è un giardino sul retro e nessun giardino davanti, dove i gatti sono comuni e i cani vengono fucilati all'istante, dove il tè si beve a litri e il caffè è proibito... allora sapresti di aver trovato la casa. L'uomo deve aver conosciuto quella particolare casa per essere così accuratamente inaccurato.»

«Ma cosa potrebbe significare?» chiese il commensale di fronte.

«Non riesco a concepirlo,» disse Brown; «non capisco affatto questa faccenda di Hirsch. Finché si trattava solo del cassetto sinistro invece del destro, e dell'inchiostro rosso invece del nero, pensavo dovessero essere gli errori casuali di un falsario, come dici tu. Ma il tre è un numero mistico; conclude le cose. Conclude questa. Che l'indicazione sul cassetto, il colore dell'inchiostro, il colore della busta, nessuno di essi dovrebbe essere corretto per caso, non può essere una coincidenza. Non lo era.»

«Cosa era, allora? Tradimento?» chiese Flambeau, riprendendo a mangiare.

«Non so nemmeno questo,» rispose Brown, con un volto di assoluto smarrimento. «L'unica cosa a cui riesco a pensare... Beh, non ho mai capito quel caso Dreyfus. Riesco sempre a cogliere le prove morali più facilmente degli altri tipi. Vado in base agli occhi e alla voce di un uomo, sai, e se la sua famiglia sembra felice, e in base agli argomenti che sceglie... ed evita. Beh, ero perplesso nel caso Dreyfus. Non dalle cose orribili imputate da entrambe le parti; so (sebbene non sia moderno dirlo) che la natura umana nei posti più elevati è ancora capace di essere Cenci o Borgia. No, ciò che mi lasciava perplesso era la sincerità di entrambe le parti. Non intendo i partiti politici; la truppa è sempre grossomodo onesta, e spesso ingannata. Intendo i personaggi della commedia. Intendo i cospiratori, se erano cospiratori. Intendo il traditore, se era un traditore. Intendo gli uomini che dovevano aver conosciuto la verità. Ora, Dreyfus si comportava come un uomo che sapeva di essere un uomo ingiustiziato. E tuttavia gli statisti e i soldati francesi si comportavano come se sapessero che non era un uomo ingiustiziato, ma semplicemente un malvagio. Non intendo che si siano comportati bene; intendo che si sono comportati come se ne fossero certi. Non so descrivere queste cose; so cosa intendo.»

«Vorrei saperlo io,» disse il suo amico. «E cosa c'entra con il vecchio Hirsch?»

«Supponiamo che una persona in una posizione di fiducia,» continuò il prete, «abbia iniziato a dare informazioni al nemico perché erano informazioni false. Supponiamo che pensasse persino di salvare il suo paese fuorviando lo straniero. Supponiamo che questo lo abbia portato nei circoli delle spie, e che gli siano stati fatti piccoli prestiti, e che gli siano stati imposti piccoli legami. Supponiamo che abbia mantenuto la sua posizione contraddittoria in modo confuso senza mai dire la verità alle spie straniere, ma lasciando che venisse sempre più indovinata. La parte migliore di lui (quel che ne restava) direbbe ancora: "Non ho aiutato il nemico; ho detto che era il cassetto sinistro". La parte più meschina di lui starebbe già dicendo: "Ma potrebbero avere il buon senso di capire che significa quello destro". Penso sia psicologicamente possibile... in un'epoca illuminata, sai.»

«Può essere psicologicamente possibile,» rispose Flambeau, «e certamente spiegherebbe perché Dreyfus era certo di essere stato ingiustiziato e i suoi giudici sicuri che fosse colpevole. Ma non regge storicamente, perché il documento di Dreyfus (se era il suo documento) era letteralmente corretto.»

«Non stavo pensando a Dreyfus,» disse Padre Brown.

Il silenzio era calato attorno a loro con lo svuotarsi dei tavoli; era già tardi, sebbene la luce del sole si aggrappasse ancora a ogni cosa, come se fosse accidentalmente impigliata negli alberi. Nella quiete Flambeau cambiò posizione bruscamente... facendo un rumore isolato ed echeggiante... e gettò il gomito oltre l'angolo del tavolo. «Bene,» disse, piuttosto bruscamente, «se Hirsch non è meglio di un timido mercante di tradimenti...»

«Non devi essere troppo duro con loro,» disse Padre Brown gentilmente. «Non è interamente colpa loro; ma non hanno istinto. Intendo quelle cose che spingono una donna a rifiutarsi di ballare con un uomo o un uomo a non toccare un investimento. Gli è stato insegnato che è tutta una questione di gradi.»

«Comunque,» gridò Flambeau impazientemente, «non vale quanto il mio principale; e andrò fino in fondo. Il vecchio Dubosc può essere un po' folle, ma è una sorta di patriota dopo tutto.»

Padre Brown continuò a consumare i latterini.

Qualcosa nel modo stolido in cui lo faceva fece sì che i feroci occhi neri di Flambeau vagassero di nuovo sul suo compagno. «Che ti prende?» chiese Flambeau. «Dubosc è a posto in quel senso. Non dubiti di lui?»

«Amico mio,» disse il piccolo prete, posando coltello e forchetta in una sorta di fredda disperazione, «dubito di tutto. Tutto, intendo, ciò che è accaduto oggi. Dubito dell'intera storia, sebbene sia stata recitata davanti ai miei occhi. Dubito di ogni visione che i miei occhi abbiano visto da stamattina. C'è qualcosa in questa faccenda di completamente diverso dal comune mistero poliziesco dove un uomo mente più o meno e l'altro dice più o meno la verità. Qui entrambi gli uomini... Beh! Ti ho detto l'unica teoria a cui riesco a pensare che potrebbe soddisfare chiunque. Non soddisfa me.»

«Nemmeno me,» rispose Flambeau accigliato, mentre l'altro continuava a mangiare pesce con un'aria di totale rassegnazione. «Se tutto quello che riesci a suggerire è quell'idea di un messaggio trasmesso per contrari, la definisco straordinariamente intelligente, ma... beh, come la chiameresti?»

«La chiamerei sottile,» disse il prete prontamente. «La chiamerei straordinariamente sottile. Ma è questa la cosa strana dell'intera faccenda. La bugia è da scolaretti. Ci sono solo tre versioni, quella di Dubosc, quella di Hirsch e quella mia invenzione. O quella nota è stata scritta da un ufficiale francese per rovinare un funzionario francese; o è stata scritta dal funzionario francese per aiutare gli ufficiali tedeschi; o è stata scritta dal funzionario francese per fuorviare gli ufficiali tedeschi. Benissimo. Ti aspetteresti che un documento segreto che passa tra tali persone, funzionari o ufficiali, appaia completamente diverso da quello. Ti aspetteresti, probabilmente, una cifra, certamente delle abbreviazioni; molto certamente termini scientifici e strettamente professionali. Ma questa cosa è elaboratamente semplice, come un romanzo da due soldi: "Nella grotta viola troverai lo scrigno d'oro". Sembra come... come se fosse inteso per essere subito svelato.»

Quasi prima che potessero rendersene conto, una figura bassa in uniforme francese si era avvicinata al loro tavolo come il vento e si era seduta con una sorta di tonfo.

«Ho notizie straordinarie,» disse il Duc de Valognes. «Vengo appena dal nostro Colonnello. Sta facendo i bagagli per lasciare il paese, e ci chiede di presentare le sue scuse sur le terrain.»

«Cosa?» gridò Flambeau, con un'incredulità del tutto spaventosa... «scusarsi?»

«Sì,» disse il Duca bruscamente; «lì per lì... davanti a tutti... quando le spade saranno sguainate. E tu ed io dobbiamo farlo mentre lui lascia il paese.»

«Ma cosa può significare questo?» gridò Flambeau. «Non può aver paura di quel piccolo Hirsch! Dannazione!» gridò, in una sorta di rabbia razionale; «nessuno potrebbe aver paura di Hirsch!»

«Credo sia un complotto!» sbottò Valognes... «qualche complotto degli ebrei e dei massoni. Serve a creare gloria per Hirsch...»

Il volto di Padre Brown era comune, ma curiosamente soddisfatto; poteva risplendere di ignoranza tanto quanto di conoscenza. Ma c'era sempre un lampo in cui la maschera sciocca cadeva, e la maschera saggia si adattava al suo posto; e Flambeau, che conosceva il suo amico, sapeva che il suo amico aveva improvvisamente capito. Brown non disse nulla, ma finì il suo piatto di pesce.

«Dove hai visto per l'ultima volta il nostro prezioso Colonnello?» chiese Flambeau, irritato.

«È all'Hotel Saint Louis vicino all'Eliseo, dove siamo andati in auto con lui. Sta facendo i bagagli, ti dico.»

«Pensi che sarà ancora lì?» chiese Flambeau, accigliandosi verso il tavolo.

«Non credo possa andarsene ancora,» rispose il Duca; «sta preparando i bagagli per fare un lungo viaggio...»

«No,» disse Padre Brown, molto semplicemente, ma alzandosi improvvisamente, «per un viaggio molto breve. Per uno dei più brevi, infatti. Ma potremmo essere ancora in tempo per prenderlo se andiamo lì in un taxi.»

Non si riuscì a ottenere altro da lui finché il taxi non svoltò l'angolo dell'Hotel Saint Louis, dove scesero, e lui condusse il gruppo lungo un vicolo laterale già in profonda ombra con l'imbrunire incipiente. Una volta, quando il Duca chiese impazientemente se Hirsch fosse colpevole di tradimento o meno, rispose in modo piuttosto distratto: «No; solo di ambizione... come Cesare.» Poi aggiunse in modo alquanto inconseguente: «Vive una vita molto solitaria; ha dovuto fare tutto da solo.»

«Bene, se è ambizioso, dovrebbe essere soddisfatto ora,» disse Flambeau piuttosto amaramente. «Tutta Parigi lo acclamerà ora che il nostro maledetto Colonnello ha voltato le spalle.»

«Non parlare così forte,» disse Padre Brown, abbassando la voce, «il tuo maledetto Colonnello è proprio davanti.»

Gli altri due trasalirono e si ritrassero ulteriormente nell'ombra del muro, poiché la figura robusta del loro principale in fuga poteva effettivamente essere vista trascinarsi lungo il crepuscolo davanti a loro, una borsa in ogni mano. Sembrava più o meno lo stesso di quando l'avevano visto per la prima volta, tranne per il fatto che aveva cambiato i suoi pittoreschi pantaloni da alpinismo con un convenzionale paio di pantaloni. Era chiaro che stava già scappando dall'hotel.

Il vicolo lungo il quale lo seguirono era uno di quelli che sembrano stare sul retro delle cose, e sembrano il lato sbagliato delle scenografie teatrali. Un muro incolore e continuo correva lungo un fianco di esso, interrotto a intervalli da porte dai colori spenti e sporche, tutte ben chiuse e senza caratteristiche, tranne che per gli scarabocchi col gesso di qualche monello di passaggio. Le cime degli alberi, per lo più sempreverdi piuttosto deprimenti, apparivano a intervalli sopra la cima del muro, e oltre di esse, nel crepuscolo grigio e viola, si poteva vedere il retro di una lunga terrazza di alti palazzi parigini, in realtà relativamente vicini, ma che in qualche modo sembravano inaccessibili come una catena di montagne di marmo. Dall'altro lato del vicolo correvano le alte ringhiere dorate di un parco cupo.

Flambeau si stava guardando attorno in modo piuttosto strano. «Sai,» disse, «c'è qualcosa in questo posto che...»

«Ehi!» chiamò il Duca bruscamente; «quel tizio è sparito. Svanito, come una maledetta fata!»

«Ha una chiave,» spiegò il loro amico ecclesiastico. «È entrato solo in una di queste porte del giardino,» e mentre parlava udirono una delle porte di legno sordo chiudersi di nuovo con un clic davanti a loro.

Flambeau avanzò a grandi passi verso la porta così chiusa quasi in faccia a lui, e vi sostò davanti per un momento, mordendosi i baffi neri in un furore di curiosità. Poi sollevò le sue lunghe braccia, si issò in alto come una scimmia e rimase in piedi sulla cima del muro, la sua figura enorme scura contro il cielo viola, come le cime scure degli alberi.

Il Duca guardò il prete. «La fuga di Dubosc è più elaborata di quanto pensassimo,» disse; «ma suppongo che stia fuggendo dalla Francia.»

«Sta fuggendo da ogni luogo,» rispose Padre Brown.

Gli occhi di Valognes si illuminarono, ma la sua voce si abbassò. «Intende il suicidio?» chiese.

«Non troverete il suo corpo,» replicò l'altro.

Una sorta di grido venne da Flambeau sul muro sopra di loro. «Mio Dio,» esclamò in francese, «ora so che posto è questo! Ma è il retro della strada dove vive il vecchio Hirsch. Pensavo di saper riconoscere il retro di una casa tanto quanto il retro di un uomo.»

«E Dubosc è entrato lì!» gridò il Duca, colpendosi un fianco. «Ma allora si incontreranno davvero!» E con improvvisa vivacità gallica balzò sul muro accanto a Flambeau e sedette lì scalciando positivamente per l'eccitazione. Il prete rimase solo di sotto, appoggiato al muro, con le spalle all'intero teatro degli eventi, e guardando con desiderio oltre le palizzate del parco e gli alberi scintillanti nel crepuscolo.

Il Duca, per quanto stimolato, aveva l'istinto di un aristocratico e desiderava più fissare la casa che spiarla; ma Flambeau, che aveva l'istinto di un ladro (e di un detective), si era già lanciato dal muro nella biforcazione di un albero rado, da cui poteva strisciare molto vicino all'unica finestra illuminata sul retro dell'alta casa scura. Una tenda rossa era stata abbassata sopra la luce, ma in modo storto, così che da un lato rimaneva uno spiraglio, e rischiando l'osso del collo lungo un ramo che sembrava traditore quanto un ramoscello, Flambeau riuscì a vedere il Colonnello Dubosc camminare in una camera da letto lussuosa e brillantemente illuminata. Ma per quanto Flambeau fosse vicino alla casa, udì le parole dei suoi compagni vicino al muro e le ripeté a bassa voce.

«Sì, ora si incontreranno davvero!»

«Non si incontreranno mai,» disse Padre Brown. «Hirsch aveva ragione quando diceva che in un affare del genere i protagonisti non devono incontrarsi. Avete letto uno strano racconto psicologico di Henry James, di due persone che si mancavano così perpetuamente per caso da iniziare a sentirsi del tutto spaventate l'una dell'altra e a pensare che fosse il destino? Questo è qualcosa del genere, ma più curioso.»

«Ci sono persone a Parigi che li guariranno da tali fantasie morbose,» disse Valognes con spirito vendicativo. «Dovranno pure incontrarsi se li catturiamo e li costringiamo a battersi.»

«Non si incontreranno nel Giorno del Giudizio,» disse il prete. «Se Dio Onnipotente tenesse il bastone del torneo, se San Michele suonasse la tromba perché le spade si incrociassero... anche allora, se uno dei due stesse pronto, l'altro non verrebbe.»

«Oh, cosa significa tutto questo misticismo?» gridò il Duca di Valognes, impaziente; «perché diavolo non dovrebbero incontrarsi come le altre persone?»

«Sono l'opposto l'uno dell'altro,» disse Padre Brown, con una strana sorta di sorriso. «Si contraddicono a vicenda. Si annullano, per così dire.»

Continuò a fissare gli alberi che si oscuravano di fronte, ma Valognes voltò bruscamente la testa a un'esclamazione soffocata di Flambeau. Quell'investigatore, scrutando nella stanza illuminata, aveva appena visto il Colonnello, dopo un passo o due, procedere a togliersi la giacca. Il primo pensiero di Flambeau fu che ciò sembrasse davvero un combattimento; ma abbandonò presto il pensiero per un altro. La solidità e la squadratura del petto e delle spalle di Dubosc erano solo un potente pezzo di imbottitura che veniva via con la giacca. In camicia e pantaloni era un gentiluomo comparativamente sottile, che attraversava la camera da letto verso il bagno senza alcuno scopo più bellicoso di quello di lavarsi. Si chinò su un bacile, si asciugò le mani e il viso gocciolanti su un asciugamano e si voltò di nuovo, così che la luce intensa gli cadde sul viso. La sua carnagione bruna era sparita, i suoi grossi baffi neri erano spariti; lui... era sbarbato e molto pallido. Del Colonnello non restava nulla se non i suoi luminosi occhi castani, simili a quelli di un falco. Sotto il muro Padre Brown stava continuando in una pesante meditazione, come tra sé e sé.

«È tutto esattamente come dicevo a Flambeau. Questi opposti non vanno bene. Non funzionano. Non combattono. Se è bianco anziché nero, e solido anziché liquido, e così via lungo tutta la linea... allora c'è qualcosa che non va, Monsieur, c'è qualcosa che non va. Uno di questi uomini è chiaro e l'altro scuro, uno robusto e l'altro snello, uno forte e l'altro debole. Uno ha i baffi e non la barba, così non puoi vedergli la bocca; l'altro ha la barba e non i baffi, così non puoi vedergli il mento. Uno ha i capelli tagliati corti sul cranio, ma una sciarpa per nascondere il collo; l'altro ha colletti bassi, ma capelli lunghi per nascondere il cranio. È tutto troppo pulito e corretto, Monsieur, e c'è qualcosa che non va. Le cose fatte così opposte sono cose che non possono litigare. Ovunque l'uno sporge l'altro rientra. Come un volto e una maschera, come una serratura e una chiave...»

Flambeau stava scrutando dentro la casa con il volto bianco come un lenzuolo. L'occupante della stanza gli dava le spalle, ma era di fronte a uno specchio, e aveva già adattato attorno al viso una sorta di intelaiatura di rozzi capelli rossi, che pendevano disordinati dalla testa e si aggrappavano attorno alle mascelle e al mento, lasciando scoperta la bocca beffarda. Visto così nello specchio, il volto bianco sembrava il volto di Giuda che rideva orribilmente e circondato da fiamme danzanti dell'inferno. Per uno spasmo Flambeau vide i feroci occhi rosso-bruni danzare, poi furono coperti da un paio di occhiali blu. Infilandosi un cappotto nero largo, la figura svanì verso la parte anteriore della casa. Pochi istanti dopo un boato di applausi popolari dalla strada oltre annunciò che il Dr. Hirsch era apparso ancora una volta sul balcone.

QUATTRO — L'uomo nel passaggio

DUE uomini apparvero simultaneamente alle due estremità di una sorta di passaggio che correva lungo il lato dell'Apollo Theatre nell'Adelphi. La luce del giorno serale nelle strade era vasta e luminosa, opalescente e vuota. Il passaggio era relativamente lungo e buio, così che ogni uomo poteva vedere l'altro come una mera sagoma nera all'altra estremità. Ciononostante, ogni uomo conosceva l'altro, anche in quel profilo inchiostrato; perché erano entrambi uomini dall'aspetto sorprendente e si odiavano.

Il passaggio coperto si apriva a un'estremità su una delle ripide strade dell'Adelphi, e all'altra su una terrazza affacciata sul fiume color del tramonto. Un lato del passaggio era un muro cieco, poiché l'edificio che sosteneva era un vecchio ristorante teatrale senza successo, ora chiuso. L'altro lato del passaggio conteneva due porte, una a ciascuna estremità. Nessuna delle due era ciò che comunemente si chiamava porta di scena; erano una sorta di speciali e private porte di scena usate da artisti molto speciali, e in questo caso dall'attore protagonista e dall'attrice della rappresentazione shakespeariana del giorno. Persone di tale eminenza amano spesso avere tali entrate e uscite private, per incontrare amici o evitarli.

I due uomini in questione erano certamente due di tali amici, uomini che evidentemente conoscevano le porte e contavano sulla loro apertura, poiché ognuno si avvicinò alla porta all'estremità superiore con pari freddezza e sicurezza. Non, tuttavia, con pari velocità; ma l'uomo che camminava velocemente era l'uomo dall'altra estremità del tunnel, così che entrambi arrivarono davanti alla segreta porta di scena quasi nello stesso istante. Si salutarono con civiltà e attesero un momento prima che uno di loro, quello che camminava più spedito e che sembrava avere meno pazienza, bussasse alla porta.

In questo e in ogni altra cosa ogni uomo era l'opposto e nessuno dei due poteva dirsi inferiore. Come persone private entrambi erano belli, capaci e popolari. Come persone pubbliche, entrambi erano al primo rango pubblico. Ma ogni cosa riguardo a loro, dalla loro gloria alla loro bellezza, era di un genere diverso e incomparabile. Sir Wilson Seymour era il tipo di uomo la cui importanza è nota a chiunque se ne intenda. Più frequentavi il cerchio più intimo in ogni politica o professione, più spesso incontravi Sir Wilson Seymour. Era l'unico uomo intelligente in venti comitati non intelligenti — su ogni sorta di argomento, dalla riforma della Royal Academy al progetto di bimetallismo per la Greater Britain. Nelle Arti specialmente era onnipotente. Era così unico che nessuno poteva decidere del tutto se fosse un grande aristocratico che si era dedicato all'Arte, o un grande artista che gli aristocratici avevano adottato. Ma non potevi incontrarlo per cinque minuti senza renderti conto che eri stato realmente governato da lui per tutta la tua vita.

Il suo aspetto era "distinto" esattamente nello stesso senso; era al tempo stesso convenzionale e unico. La moda non avrebbe potuto trovare difetti nel suo alto cappello a cilindro, eppure era diverso dal cappello di chiunque altro — un po' più alto, forse, e aggiungeva qualcosa alla sua altezza naturale. La sua figura alta e slanciata aveva una leggera curvatura, eppure sembrava l'opposto di debole. I suoi capelli erano grigio argento, ma non sembrava vecchio; erano portati più lunghi del comune, eppure non sembrava effeminato; erano ricci, ma non sembravano arricciati. La sua barba accuratamente appuntita lo faceva sembrare più virile e militante che altro, come accade in quegli antichi ammiragli di Velázquez con i cui ritratti scuri la sua casa era appesa. I suoi guanti grigi erano di una sfumatura più blu, il suo bastone dal pomello d'argento di una sfumatura più lungo di dozzine di tali guanti e bastoni che sventolavano e volteggiavano attorno ai teatri e ai ristoranti.

L'altro uomo non era così alto, eppure non avrebbe colpito nessuno come basso, ma semplicemente come forte e bello. Anche i suoi capelli erano ricci, ma biondi e tagliati corti su una testa forte e massiccia — il tipo di testa con cui abbatti una porta, come diceva Chaucer di quella del Mugnaio. I suoi baffi militari e il portamento delle sue spalle rivelavano in lui un soldato, ma aveva un paio di quegli occhi blu particolarmente franchi e penetranti che sono più comuni nei marinai. Il suo viso era alquanto squadrato, la sua mascella era quadrata, le sue spalle erano quadrate, persino la sua giacca era quadrata. Infatti, nella selvaggia scuola di caricatura allora in voga, il signor Max Beerbohm lo aveva rappresentato come una proposizione nel quarto libro di Euclide.

Perché anche lui era un uomo pubblico, sebbene con tutt'altro tipo di successo. Non dovevi essere nella migliore società per aver sentito parlare del Capitano Cutler, dell'assedio di Hong-Kong e della grande marcia attraverso la Cina. Non potevi evitare di sentir parlare di lui ovunque tu fossi; il suo ritratto era su ogni altra cartolina; le sue mappe e battaglie in ogni altro giornale illustrato; canzoni in suo onore in ogni altro numero di music-hall o su ogni altro organetto. La sua fama, sebbene probabilmente più temporanea, era dieci volte più vasta, popolare e spontanea di quella dell'altro uomo. In migliaia di case inglesi appariva enorme sopra l'Inghilterra, come Nelson. Eppure aveva infinitamente meno potere in Inghilterra di Sir Wilson Seymour.

La porta fu aperta loro da un anziano servitore o "vestiarista", il cui volto e figura logori e il cappotto e i pantaloni neri logori contrastavano stranamente con l'interno scintillante del camerino della grande attrice. Era arredato e pieno di specchi ad ogni angolo di rifrazione, tanto che sembravano le cento faccette di un enorme diamante — se uno avesse potuto entrare dentro un diamante. Le altre caratteristiche di lusso, alcuni fiori, alcuni cuscini colorati, alcuni ritagli di costumi di scena, erano moltiplicati da tutti gli specchi nella follia delle Mille e una Notte, e danzavano e cambiavano posto perpetuamente mentre l'inserviente strascicante spostava uno specchio verso l'esterno o ne spingeva uno contro il muro.

Entrambi parlarono al vestiarista trasandato per nome, chiamandolo Parkinson, e chiedendo della signora come Miss Aurora Rome. Parkinson disse che era nell'altra stanza, ma che sarebbe andato ad avvertirla. Un'ombra attraversò la fronte di entrambi i visitatori; poiché l'altra stanza era la stanza privata del grande attore con cui Miss Aurora si stava esibendo, ed ella era del tipo che non infiamma l'ammirazione senza infiammare la gelosia. In circa mezzo minuto, tuttavia, la porta interna si aprì ed ella entrò come faceva sempre, anche nella vita privata, cosicché il silenzio stesso sembrava un boato di applausi, e ben meritato. Era vestita con uno strano abito di satini verde pavone e blu pavone, che brillavano come metalli blu e verdi, tali da deliziare bambini ed esteti, e i suoi capelli castani, pesanti e caldi, incorniciavano uno di quei volti magici che sono pericolosi per tutti gli uomini, ma specialmente per i ragazzi e per gli uomini che diventano grigi. In compagnia del suo collega maschio, il grande attore americano Isidore Bruno, stava producendo una interpretazione particolarmente poetica e fantastica di Sogno di una notte di mezza estate: in cui la preminenza artistica era data a Oberon e Titania, o in altre parole a Bruno e a lei stessa. Inserita in scenari sognanti e squisiti, e muovendosi in danze mistiche, il costume verde, come ali di scarabeo brunite, esprimeva tutta l'elusiva individualità di una regina degli elfi. Ma quando si veniva confrontati personalmente in quello che era ancora pieno giorno, un uomo guardava solo il viso della donna.

Salutò entrambi gli uomini con il sorriso raggiante e sconcertante che teneva così tanti maschi alla stessa giusta distanza di pericolo da lei. Accettò alcuni fiori da Cutler, che erano tropicali e costosi come le sue vittorie; e un altro tipo di regalo da Sir Wilson Seymour, offerto più tardi e più noncurantemente da quel signore. Perché era contro la sua educazione mostrare impazienza, e contro la sua convenzionale anticonvenzionalità dare qualcosa di così ovvio come i fiori. Aveva preso una bazzecola, disse, che era piuttosto una curiosità: era un antico pugnale greco dell'Epoca Micenea, e avrebbe potuto benissimo essere indossato ai tempi di Teseo e Ippolita. Era fatto di ottone come tutte le armi Eroiche, ma, stranamente, abbastanza affilato da pungere chiunque ancora. Ne era stato realmente attratto dalla forma a foglia; era perfetto come un vaso greco. Se fosse di interesse per Miss Rome o potesse servire in qualche punto dello spettacolo, sperava che lei volesse...

La porta interna si spalancò e apparve una grande figura, che era un contrasto maggiore con l'esplicativo Seymour persino del Capitano Cutler. Alto quasi due metri, e con muscoli e tendini più che teatrali, Isidore Bruno, nella splendida pelle di leopardo e negli abiti marrone dorato di Oberon, sembrava un dio barbaro. Si appoggiava a una sorta di lancia da caccia, che attraverso un teatro sembrava una sottile bacchetta argentata, ma che nella piccola e relativamente affollata stanza sembrava grande quanto un palo — e altrettanto minacciosa. I suoi vividi occhi neri roteavano vulcanicamente, il suo volto abbronzato, per quanto bello fosse, mostrava in quel momento una combinazione di zigomi alti con denti bianchi serrati, che ricordava certe congetture americane sulla sua origine nelle piantagioni del Sud.

«Aurora,» iniziò, con quella voce profonda come un tamburo di passione che aveva commosso così tanti pubblici, «vorresti...»

Si fermò indeciso perché una sesta figura si era improvvisamente presentata proprio dentro l'ingresso — una figura così incongrua nella scena da essere quasi comica. Era un uomo molto basso nell'uniforme nera del clero secolare romano, e sembrava (specialmente in una presenza come quella di Bruno e Aurora) piuttosto come il Noè di legno tratto da un'arca. Non sembrava, tuttavia, consapevole di alcun contrasto, ma disse con ottusa civiltà: «Credo che Miss Rome mi abbia mandato a chiamare.»

Un osservatore astuto avrebbe potuto notare che la temperatura emotiva si alzò piuttosto a un'interruzione così poco emotiva. Il distacco di un celibe professionista sembrava rivelare agli altri che essi stavano attorno alla donna come un cerchio di amanti rivali; proprio come uno straniero che entra con il gelo sul cappotto rivelerà che una stanza è come una fornace. La presenza dell'unico uomo che non si curava di lei aumentò in Miss Rome la sensazione che chiunque altro fosse innamorato di lei, e ciascuno in un modo alquanto pericoloso: l'attore con tutto l'appetito di un selvaggio e di un bambino viziato; il soldato con tutto il semplice egoismo di un uomo di volontà piuttosto che di mente; Sir Wilson con quella concentrazione che si indurisce quotidianamente con cui i vecchi Edonisti si dedicano a un hobby; no, persino l'abietto Parkinson, che l'aveva conosciuta prima dei suoi trionfi, e che la seguiva per la stanza con gli occhi o con i piedi, con il muto fascino di un cane.

Una persona astuta avrebbe potuto notare anche una cosa ancora più strana. L'uomo simile a un Noè di legno nero (che non era del tutto privo di astuzia) lo notò con un divertimento considerevole ma contenuto. Era evidente che la grande Aurora, sebbene tutt'altro che indifferente all'ammirazione dell'altro sesso, volesse in quel momento sbarazzarsi di tutti gli uomini che la ammiravano e restare sola con l'uomo che non lo faceva — non l'ammirava in quel senso almeno; poiché il piccolo prete ammirava e persino godeva della ferma diplomazia femminile con cui lei si accingeva al suo compito. C'era, forse, una sola cosa in cui Aurora Rome era abile, ed era l'altra metà dell'umanità — l'altra metà. Il piccolo prete osservava, come una campagna napoleonica, la rapida precisione della sua politica per espellere tutti senza bandire nessuno. Bruno, il grande attore, era così infantile che era facile mandarlo via in brutali musi lunghi, sbattendo la porta. Cutler, l'ufficiale britannico, era pachidermico verso le idee, ma puntiglioso riguardo al comportamento. Avrebbe ignorato tutti i suggerimenti, ma sarebbe morto piuttosto che ignorare un ordine preciso da una signora. Quanto al vecchio Seymour, doveva essere trattato diversamente; doveva essere lasciato per ultimo. L'unico modo per smuoverlo era fare appello a lui in confidenza come a un vecchio amico, per renderlo partecipe del segreto dello sgombero. Il prete ammirava davvero Miss Rome mentre otteneva tutti questi tre obiettivi in un'unica azione selezionata.

Ella si diresse verso il Capitano Cutler e disse nel suo modo più dolce: «Apprezzerò tutti questi fiori, perché devono essere i tuoi fiori preferiti. Ma non saranno completi, sai, senza il mio fiore preferito. Vai in quel negozio dietro l'angolo e prendimi dei mughetti, e allora sarà davvero incantevole.»

Il primo obiettivo della sua diplomazia, l'uscita dell'infuriato Bruno, fu subito raggiunto. Aveva già consegnato la sua lancia in uno stile signorile, come uno scettro, al pietoso Parkinson, e stava per occupare uno dei sedili imbottiti come un trono. Ma a questo aperto appello al suo rivale brillarono nei suoi occhi opalini tutta la sensibile insolenza dello schiavo; strinse i suoi enormi pugni bruni per un istante, e poi, spalancando la porta, scomparve nei suoi appartamenti oltre. Ma nel frattempo l'esperimento di Miss Rome nel mobilitare l'Esercito Britannico non era riuscito così semplicemente come sembrava probabile. Cutler si era infatti alzato rigidamente e improvvisamente, e camminò verso la porta, senza cappello, come a un ordine di comando. Ma forse c'era qualcosa di vistosamente elegante nella figura languida di Seymour appoggiato contro uno degli specchi che lo fermò di colpo all'ingresso, voltando la testa di qua e di là come un bulldog confuso.

«Devo mostrare a quest'uomo stupido dove andare,» disse Aurora in un sussurro a Seymour, e corse sulla soglia per affrettare l'ospite in partenza.

Seymour sembrò ascoltare, elegante e inconsapevole com’era nella sua postura, e parve sollevato quando udì la signora gridare alcune ultime istruzioni al Capitano, per poi voltarsi di scatto e correre ridendo lungo il corridoio verso l’altra estremità, quella sulla terrazza sopra il Tamigi. Eppure, un secondo o due dopo, la fronte di Seymour si oscurò di nuovo. Un uomo nella sua posizione ha così tanti rivali, e ricordò che all’altro capo del corridoio si trovava l’ingresso corrispondente alla stanza privata di Bruno. Non perse la sua dignità; disse alcune parole cortesi a Padre Brown riguardo alla rinascita dell’architettura bizantina nella Cattedrale di Westminster, e poi, con estrema naturalezza, si incamminò lui stesso verso l’estremità superiore del corridoio. Padre Brown e Parkinson furono lasciati soli, e nessuno dei due era uomo con un debole per le conversazioni superflue. Il guardarobiere girava per la stanza, tirando fuori specchi e spingendoli di nuovo dentro, il suo abito scuro e dimesso appariva ancora più lugubre poiché teneva ancora in mano la festosa lancia fatata di Re Oberon. Ogni volta che estraeva la cornice di un nuovo specchio, una nuova figura nera di Padre Brown appariva; l’assurda camera di specchi era piena di Padre Brown, a testa in giù nell’aria come angeli, che facevano capriole come acrobati, voltando le spalle a tutti come persone molto maleducate.

Padre Brown sembrava del tutto ignaro di questa nuvola di testimoni, ma seguì Parkinson con occhio pigramente attento finché questi non portò se stesso e la sua assurda lancia nella stanza più lontana di Bruno. Poi si abbandonò a meditazioni astratte come quelle che lo divertivano sempre — calcolare gli angoli degli specchi, gli angoli di ogni rifrazione, l’angolo in cui ciascuno doveva adattarsi alla parete... quando udì un grido forte ma strozzato.

Balzò in piedi e rimase in ascolto, rigido. Nello stesso istante Sir Wilson Seymour irruppe di nuovo nella stanza, bianco come l’avorio. «Chi è quell’uomo nel corridoio?» gridò. «Dov’è il mio pugnale?»

Prima che Padre Brown potesse voltarsi nei suoi pesanti scarponi, Seymour stava frugando per la stanza in cerca dell’arma. E prima che potesse mai trovare quell’arma o qualsiasi altra, un rapido calpestio di piedi ruppe il silenzio sul pavimento esterno, e il volto quadrato di Cutler fu spinto nella stessa porta. Stava ancora afferrando grottescamente un mazzetto di mughetti. «Cos’è questo?» gridò. «Cos’è quella creatura lungo il corridoio? È uno dei vostri trucchi?»

«I miei trucchi!» sibilò il suo pallido rivale, e fece un passo verso di lui.

Nell’istante in cui tutto ciò accadde, Padre Brown uscì verso l’inizio del corridoio, guardò in fondo e si incamminò subito a passo spedito verso ciò che vedeva.

A quel punto gli altri due uomini abbandonarono il loro litigio e scattarono dietro di lui, con Cutler che gridava: «Cosa sta facendo? Chi è lei?»

«Il mio nome è Brown,» disse il prete tristemente, mentre si chinava su qualcosa e si raddrizzava di nuovo. «La signorina Rome mi ha mandato a chiamare, e sono venuto il più velocemente possibile. Sono arrivato troppo tardi.»

I tre uomini guardarono in basso, e in uno di loro almeno la vita svanì in quella tarda luce del pomeriggio. Essa correva lungo il corridoio come un sentiero d’oro, e nel mezzo di esso Aurora Rome giaceva lucente nelle sue vesti verdi e oro, con il volto esanime rivolto verso l’alto. Il suo abito era strappato come in una lotta, lasciando la spalla destra nuda, ma la ferita da cui sgorgava il sangue era dall’altro lato. Il pugnale di ottone giaceva piatto e scintillante a circa un metro di distanza.

Ci fu un vuoto silenzio per un tempo misurabile, tanto che poterono udire in lontananza la risata di una fioraia fuori Charing Cross, e qualcuno che fischiava furiosamente per un taxi in una delle strade che portano allo Strand. Poi il Capitano, con un movimento così improvviso che poteva essere passione o recitazione, prese Sir Wilson Seymour per la gola.

Seymour lo guardò fisso senza lotta né paura. «Non ha bisogno di uccidermi,» disse con voce del tutto fredda; «lo farò per conto mio.»

La mano del Capitano esitò e ricadde; e l’altro aggiunse con lo stesso gelido candore: «Se scoprissi di non avere il coraggio di farlo con quel pugnale, posso farlo in un mese con l’alcol.»

«L’alcol non basta per me,» replicò Cutler, «ma voglio sangue per questo prima di morire. Non il suo... ma credo di sapere di chi.»

E prima che gli altri potessero comprendere la sua intenzione, afferrò il pugnale, balzò verso l’altra porta all’estremità inferiore del corridoio, la spalancò, catenaccio incluso, e affrontò Bruno nel suo camerino. Mentre lo faceva, il vecchio Parkinson barcollò fuori dalla porta nel suo modo vacillante e scorse il cadavere disteso nel corridoio. Si mosse tremante verso di esso; lo guardò debolmente con il volto contratto; poi tornò tremante nel camerino e si sedette improvvisamente su una delle sedie riccamente imbottite. Padre Brown corse immediatamente da lui, senza prestare attenzione a Cutler e all’attore colossale, sebbene la stanza risuonasse già dei loro colpi e avessero iniziato a lottare per il pugnale. Seymour, che conservava un certo senso pratico, stava fischiando per chiamare la polizia in fondo al corridoio.

Quando la polizia arrivò, fu per strappare i due uomini da una lotta quasi scimmiesca; e, dopo alcune indagini formali, per arrestare Isidore Bruno con l’accusa di omicidio, mossa contro di lui dal suo furioso avversario. L’idea che il grande eroe nazionale del momento avesse arrestato un malfattore con le proprie mani ebbe senza dubbio il suo peso sulla polizia, che non è priva di elementi giornalistici. Trattarono Cutler con una certa solenne attenzione e fecero notare che aveva un leggero taglio sulla mano. Proprio mentre Cutler lo spingeva indietro su una sedia e un tavolo rovesciati, Bruno aveva strappato il pugnale dalla sua presa e lo aveva ferito appena sotto il polso. La lesione era davvero lieve, ma finché non fu rimosso dalla stanza, il prigioniero mezzo selvaggio fissò il sangue che scorreva con un sorriso costante.

«Sembra un tipo cannibale, non è vero?» disse il poliziotto confidenzialmente a Cutler.

Cutler non rispose, ma disse bruscamente un momento dopo: «Dobbiamo occuparci... della... della morte...» e la sua voce perse l’articolazione.

«Le due morti,» giunse la voce del prete dall’altro lato della stanza. «Questo pover’uomo se n’era già andato quando sono arrivato da lui.» E rimase a guardare in basso il vecchio Parkinson, che sedeva in un groviglio nero sulla sedia sfarzosa. Anche lui aveva pagato il suo tributo, non senza eloquenza, alla donna che era morta.

Il silenzio fu rotto per primo da Cutler, che non sembrava privo di una ruvida tenerezza. «Vorrei essere lui,» disse con voce roca. «Ricordo che era solito osservarla ovunque camminasse più di... chiunque altro. Lei era la sua aria, ed è seccata. È semplicemente morto.»

«Siamo tutti morti,» disse Seymour con una voce strana, guardando lungo la strada.

Presero congedo da Padre Brown all’angolo della strada, con alcune scuse confuse per qualsiasi scortesia potessero aver mostrato. Entrambi i loro volti erano tragici, ma anche criptici.

La mente del piccolo prete era sempre una tana di conigli piena di pensieri selvaggi che saltavano troppo velocemente perché potesse afferrarli. Come la coda bianca di un coniglio, ebbe il pensiero sfuggente di essere certo del loro dolore, ma non altrettanto certo della loro innocenza.

«Far meglio ad andare tutti,» disse Seymour pesantemente; «abbiamo fatto tutto il possibile per aiutare.»

«Capirete i miei motivi,» chiese Padre Brown tranquillamente, «se dico che avete fatto tutto il possibile per nuocere?»

Entrambi trasalirono come se fossero in colpa, e Cutler disse bruscamente: «Per nuocere a chi?»

«A voi stessi,» rispose il prete. «Non aggiungerei nulla ai vostri problemi se non fosse comune giustizia avvertirvi. Avete fatto quasi tutto ciò che potevate per impiccarvi, se questo attore dovesse essere assolto. Saranno certi di convocarmi come testimone; sarò obbligato a dire che dopo aver udito il grido, ognuno di voi è corso nella stanza in uno stato selvaggio e ha iniziato a litigare per un pugnale. Per quanto le mie parole sotto giuramento possano contare, chiunque di voi due potrebbe averlo fatto. Vi siete danneggiati con questo; e poi il Capitano Cutler deve essersi danneggiato con il pugnale.»

«Danneggiato!» esclamò il Capitano, con disprezzo. «Un graffietto stupido.»

«Che ha fatto uscire del sangue,» replicò il prete, annuendo. «Sappiamo che c’è sangue sull’ottone ora. E così non sapremo mai se c’era sangue prima.»

Ci fu un silenzio; e poi Seymour disse, con un’enfasi del tutto estranea al suo accento quotidiano: «Ma ho visto un uomo nel corridoio.»

«Lo so che l’ha visto,» rispose l’ecclesiastico Brown con una faccia di legno, «così come il Capitano Cutler. È questo che sembra così improbabile.»

Prima che chiunque dei due potesse dare un senso sufficiente alla cosa anche solo per rispondere, Padre Brown si era cortesemente scusato ed era andato via, camminando pesantemente lungo la strada con il suo vecchio ombrello tozzo.

Per come vengono condotti i giornali moderni, le notizie più oneste e più importanti sono la cronaca nera. Se è vero che nel ventesimo secolo viene dato più spazio agli omicidi che alla politica, è per l’ottima ragione che l’omicidio è un argomento più serio. Ma anche questo spiegherebbe a stento l’enorme onnipresenza e i dettagli ampiamente diffusi del “Caso Bruno”, o del “Mistero del Corridoio”, nella stampa di Londra e delle province. Così vasta fu l’eccitazione che per alcune settimane la stampa disse davvero la verità; e i resoconti dell’esame e del controesame, se interminabili, anche se intollerabili, sono almeno affidabili. La vera ragione, naturalmente, era la coincidenza dei personaggi. La vittima era un’attrice popolare; l’accusato era un attore popolare; e l’accusato era stato colto in flagrante, per così dire, dal soldato più popolare della stagione patriottica. In quelle circostanze straordinarie, la stampa fu paralizzata verso la probità e l’accuratezza; e il resto di questa vicenda alquanto singolare può essere praticamente ricostruito dai resoconti del processo di Bruno.

Il processo fu presieduto dal giudice Monkhouse, uno di quelli derisi come giudici umoristici, ma che sono generalmente molto più seri dei giudici seri, poiché la loro leggerezza deriva da un’impazienza viva verso la solennità professionale; mentre il giudice serio è realmente pieno di frivolezza, perché è pieno di vanità. Essendo tutti gli attori principali di importanza mondana, gli avvocati erano ben equilibrati; l’accusa per la Corona era Sir Walter Cowdray, un avvocato pesante, ma autorevole, del tipo che sa come sembrare inglese e degno di fiducia, e come essere retorico con riluttanza. Il prigioniero era difeso dal signor Patrick Butler, K.C., scambiato per un semplice flaneur da coloro che fraintendevano il carattere irlandese — e da coloro che non erano stati interrogati da lui. La prova medica non comportò contraddizioni, il medico, che Seymour aveva convocato sul posto, concordava con l’eminente chirurgo che aveva esaminato il corpo in seguito. Aurora Rome era stata pugnalata con qualche strumento affilato come un coltello o un pugnale; qualche strumento, almeno, la cui lama era corta. La ferita era proprio sopra il cuore, ed era morta istantaneamente. Quando il medico la vide per la prima volta, non poteva essere morta da più di venti minuti. Pertanto, quando Padre Brown la trovò, non poteva essere morta da più di tre.

Seguì una testimonianza investigativa ufficiale, principalmente riguardante la presenza o l’assenza di qualsiasi prova di una lotta; l’unico indizio di ciò era lo strappo dell’abito alla spalla, e questo non sembrava adattarsi particolarmente bene alla direzione e alla definitività del colpo. Quando questi dettagli furono forniti, sebbene non spiegati, fu chiamato il primo dei testimoni importanti.

Sir Wilson Seymour rese testimonianza come faceva ogni altra cosa che facesse — non solo bene, ma perfettamente. Sebbene egli stesso fosse molto più un uomo pubblico del giudice, trasmise esattamente la sfumatura raffinata di auto-cancellazione davanti alla giustizia del Re; e sebbene tutti lo guardassero come avrebbero fatto con il Primo Ministro o l’Arcivescovo di Canterbury, non avrebbero potuto dire nulla del suo ruolo se non che era quello di un gentiluomo privato, con un accento sul sostantivo. Era anche piacevolmente lucido, come lo era nei comitati. Aveva fatto visita alla signorina Rome al teatro; aveva incontrato il Capitano Cutler lì; erano stati raggiunti per un breve periodo dall’accusato, che era poi tornato nel proprio camerino; erano stati poi raggiunti da un prete cattolico romano, che aveva chiesto della signora defunta e aveva detto che il suo nome era Brown. La signorina Rome era poi uscita appena fuori dal teatro verso l’ingresso del corridoio, per indicare al Capitano Cutler un fioraio presso il quale doveva comprarle altri fiori; e il testimone era rimasto nella stanza, scambiando poche parole con il prete. Aveva poi udito distintamente la defunta, dopo aver mandato il Capitano a fare la sua commissione, voltarsi ridendo e correre lungo il corridoio verso l’altra sua estremità, dove si trovava il camerino del prigioniero. Per oziosa curiosità riguardo al rapido movimento dei suoi amici, si era incamminato lui stesso verso l’inizio del corridoio e aveva guardato in fondo verso la porta del prigioniero. Aveva visto qualcosa nel corridoio? Sì; aveva visto qualcosa nel corridoio.

Sir Walter Cowdray concesse un intervallo impressionante, durante il quale il testimone guardò in basso e, nonostante la sua solita compostezza, sembrò avere più del suo solito pallore. Poi l’avvocato disse a voce più bassa, che sembrava al contempo simpatica e inquietante: «L’ha visto distintamente?»

Sir Wilson Seymour, per quanto scosso, aveva il suo eccellente cervello in pieno funzionamento. «Molto distintamente per quanto riguarda il suo contorno, ma in modo piuttosto indistinto, anzi per nulla, per quanto riguarda i dettagli all’interno del contorno. Il corridoio è di tale lunghezza che chiunque si trovi nel mezzo appare piuttosto nero contro la luce all’altra estremità.» Il testimone abbassò di nuovo i suoi occhi fermi e aggiunse: «Avevo notato il fatto prima, quando il Capitano Cutler vi era entrato per la prima volta.» Ci fu un altro silenzio, e il giudice si sporse in avanti e prese un appunto.

«Bene,» disse Sir Walter pazientemente, «com’era il contorno? Era, per esempio, come la figura della donna assassinata?»

«Per nulla,» rispose Seymour tranquillamente.

«Cosa le è sembrato?»

«Mi è sembrato,» rispose il testimone, «come un uomo alto.»

Tutti in tribunale tennero gli occhi fissi sulla propria penna, o sul manico dell’ombrello, o sul libro, o sugli stivali, o su qualsiasi cosa stessero guardando. Sembravano tenere gli occhi lontani dal prigioniero con la forza; ma sentivano la sua figura al banco degli imputati, e la percepivano come gigantesca. Alto quanto Bruno appariva alla vista, sembrava gonfiarsi ancora di più quando gli occhi erano stati distolti da lui.

Cowdray stava tornando al suo posto con il suo volto solenne, lisciandosi le vesti di seta nera e le basette di seta bianca. Sir Wilson stava lasciando il banco dei testimoni, dopo alcuni ultimi dettagli sui quali c’erano molti altri testimoni, quando il difensore balzò in piedi e lo fermò.

«La tratterrò solo un momento,» disse il signor Butler, che era una persona dall’aspetto rustico con le sopracciglia rosse e un’espressione di parziale sonnolenza. «Vuole dire a sua signoria come sapeva che era un uomo?»

Un sorriso lieve e raffinato sembrò passare sui lineamenti di Seymour. «Temo sia il volgare test dei pantaloni,» disse. «Quando ho visto la luce del giorno tra le gambe lunghe ero sicuro che fosse un uomo, dopo tutto.»

Gli occhi assonnati di Butler si aprirono come un’esplosione silenziosa. «Dopo tutto!» ripeté lentamente. «Quindi all’inizio ha pensato che fosse una donna?»

Seymour sembrò turbato per la prima volta. «Non è propriamente un punto di fatto,» disse, «ma se sua signoria desidera che risponda alla mia impressione, naturalmente lo farò. C’era qualcosa in quella cosa che non era esattamente una donna e tuttavia non era proprio un uomo; in qualche modo le curve erano diverse. E aveva qualcosa che sembrava capelli lunghi.»

«Grazie,» disse il signor Butler, K.C., e si sedette improvvisamente, come se avesse ottenuto ciò che voleva.

Il Capitano Cutler fu un testimone molto meno plausibile e composto di Sir Wilson, ma il suo racconto degli eventi iniziali fu solidamente lo stesso. Descrisse il ritorno di Bruno al suo camerino, l’invio di se stesso a comprare un mazzetto di mughetti, il suo ritorno all’estremità superiore del corridoio, la cosa che vide nel corridoio, il suo sospetto verso Seymour e la sua lotta con Bruno. Ma poté dare poco aiuto artistico riguardo alla figura nera che lui e Seymour avevano visto. Interrogato sul suo contorno, disse di non essere un critico d’arte — con un sogghigno un po’ troppo ovvio verso Seymour. Interrogato se fosse un uomo o una donna, disse che sembrava più una bestia — con un ringhio troppo ovvio verso il prigioniero. Ma l’uomo era chiaramente scosso dal dolore e da una sincera rabbia, e Cowdray lo scusò rapidamente dal confermare fatti che erano già abbastanza chiari.

Anche l’avvocato della difesa fu di nuovo breve nel suo controinterrogatorio; sebbene (come era sua abitudine) anche nell’essere breve, sembrò prendersi molto tempo. «Ha usato un’espressione piuttosto notevole,» disse, guardando Cutler assonnato. «Cosa intende dicendo che sembrava più una bestia che un uomo o una donna?»

Cutler sembrò seriamente agitato. «Forse non avrei dovuto dirlo,» disse; «ma quando il bruto ha enormi spalle curve come uno scimpanzé, e setole che spuntano dalla testa come un maiale...»

Il signor Butler interruppe la sua curiosa impazienza a metà. «Non importa se i suoi capelli erano come quelli di un maiale,» disse, «era come quelli di una donna?»

«Di una donna!» gridò il soldato. «Santo cielo, no!»

«L’ultimo testimone ha detto di sì,» commentò l’avvocato, con spietata rapidità. «E la figura aveva qualcuna di quelle curve serpentine e semi-femminili alle quali è stato fatto eloquente cenno? No? Nessuna curva femminile? La figura, se ho ben capito, era piuttosto pesante e quadrata che altro?»

«Potrebbe essersi piegato in avanti,» disse Cutler, con voce roca e piuttosto debole.

«O ancora, potrebbe non esserlo stato,» disse il signor Butler, e si sedette improvvisamente per la seconda volta.

Il terzo testimone chiamato da Sir Walter Cowdray fu il piccolo sacerdote cattolico, così piccolo, rispetto agli altri, che la sua testa sembrava a stento superare il bordo del banco, tanto che fu come interrogare un bambino. Ma sfortunatamente Sir Walter si era in qualche modo messo in testa (soprattutto per alcune ramificazioni della religione della sua famiglia) che Padre Brown fosse dalla parte del prigioniero, perché il prigioniero era malvagio, straniero e persino in parte nero. Pertanto riprese duramente Padre Brown ogni volta che quel fiero prelato cercava di spiegare qualcosa; e gli disse di rispondere sì o no, e di dire i fatti chiari senza alcuna gesuitica. Quando Padre Brown iniziò, nella sua semplicità, a dire chi pensava fosse l’uomo nel corridoio, l’avvocato gli disse che non voleva le sue teorie.

«È stata vista una sagoma nera nel corridoio. E lei dice di aver visto la sagoma nera. Bene, che sagoma era?»

Padre Brown sbatté le palpebre come sotto rimprovero; ma conosceva da tempo la natura letterale dell’obbedienza. «La sagoma,» disse, «era corta e spessa, ma aveva due proiezioni nere e affilate curve verso l’alto su ogni lato della testa o meglio della cima, simili a corna, e...»

«Oh! il diavolo con le corna, senza dubbio,» esclamò Cowdray, sedendosi in trionfante giocosità. «Era il diavolo venuto a mangiare i protestanti.»

«No,» disse il prete con distacco; «so chi era.»

Coloro che erano in tribunale erano stati condotti a un senso irrazionale, ma reale, di qualche mostruosità. Avevano dimenticato la figura al banco degli imputati e pensavano solo alla figura nel corridoio. E la figura nel corridoio, descritta da tre uomini capaci e rispettabili che l’avevano vista tutti, era un incubo mutevole: uno la chiamava donna, l’altro una bestia, l’altro ancora un diavolo...

Il giudice guardava Padre Brown con occhi livellati e penetranti. «Lei è un testimone davvero straordinario», disse; «ma c'è qualcosa in lei che mi porta a pensare che stia cercando di dire la verità. Bene, chi era l'uomo che ha visto nel corridoio?»

«Ero io stesso», disse Padre Brown.

Butler, K.C., scattò in piedi in un silenzio straordinario e disse con estrema calma: «Vostra Signoria mi permette di procedere al controinterrogatorio?» E poi, senza fermarsi, scagliò verso Brown una domanda apparentemente slegata: «Ha sentito parlare di questo pugnale; sa che gli esperti dicono che il crimine sia stato commesso con una lama corta?»

«Una lama corta», acconsentì Brown, annuendo solennemente come un gufo, «ma un'elsa molto lunga.»

Prima che il pubblico potesse del tutto scartare l'idea che il prete avesse visto davvero se stesso compiere un omicidio con un pugnale a lama corta e lunga elsa (il che sembrava in qualche modo renderlo ancora più orribile), lui stesso si era affrettato a spiegare.

«Intendo dire che i pugnali non sono le uniche cose con lame corte. Le lance hanno lame corte. E le lance si agganciano all'estremità dell'acciaio proprio come i pugnali, se sono quel tipo di lancia teatrale; come la lancia con cui il povero vecchio Parkinson uccise sua moglie, proprio quando lei aveva mandato a chiamarmi per risolvere i loro problemi familiari... e io arrivai appena troppo tardi, Dio mi perdoni! Ma morì pentito; morì proprio per il fatto di essere pentito. Non riusciva a sopportare ciò che aveva fatto.»

L'impressione generale in tribunale era che il prete, che stava biascicando a ruota libera, fosse letteralmente impazzito sul banco. Ma il giudice continuava a guardarlo con occhi luminosi e fermi, pieni di interesse; e l'avvocato della difesa proseguì con le sue domande imperterrito.

«Se Parkinson lo fece con quella lancia da pantomima», disse Butler, «deve aver colpito da quattro metri di distanza. Come spiega i segni di lotta, come l'abito strappato dalla spalla?» Era scivolato nel trattare il suo semplice testimone come un esperto; ma nessuno ci fece caso a quel punto.

«L'abito della povera signora era strappato», disse il testimone, «perché era rimasto impigliato in un pannello che era scivolato proprio dietro di lei. Lei lottò per liberarsi e, mentre lo faceva, Parkinson uscì dalla stanza del prigioniero e affondò il colpo con la lancia.»

«Un pannello?» ripeté l'avvocato con voce curiosa.

«Dall'altra parte c'era uno specchio», spiegò Padre Brown. «Quando ero nello spogliatoio notai che alcuni di essi potevano probabilmente essere fatti scivolare nel corridoio.»

Ci fu un altro vasto e innaturale silenzio, e questa volta fu il giudice a parlare. «Quindi lei intende dire che quando ha guardato lungo quel corridoio, l'uomo che ha visto era lei stesso... riflesso in uno specchio?»

«Sì, mio signore; era quello che stavo cercando di dire», disse Brown, «ma mi hanno chiesto la forma; e i nostri cappelli hanno angoli proprio come corna, e così io...»

Il giudice si sporse in avanti, i suoi vecchi occhi ancora più brillanti, e disse con toni particolarmente distinti: «Intende davvero dire che quando Sir Wilson Seymour vide quel selvaggio coso con curve e capelli da donna e pantaloni da uomo, ciò che vide era Sir Wilson Seymour?»

«Sì, mio signore», disse Padre Brown.

«E intende dire che quando il Capitano Cutler vide quello scimpanzé con spalle curve e setole di porco, vide semplicemente se stesso?»

«Sì, mio signore.»

Il giudice si appoggiò allo schienale della sedia con un'opulenza in cui era difficile distinguere il cinismo dall'ammirazione. «E può dirci perché», chiese, «lei dovrebbe riconoscere la propria figura in uno specchio, quando due uomini così illustri non lo fanno?»

Padre Brown sbatté le palpebre ancora più penosamente di prima; poi balbettò: «Davvero, mio signore, non lo so, a meno che non sia perché non mi ci specchio così spesso.»

CINQUE -- L'errore della macchina

FLAMBEAU e il suo amico prete sedevano ai Temple Gardens verso il tramonto; e la loro vicinanza o qualche influenza simile aveva spostato la loro conversazione su questioni di procedura legale. Dal problema del limite nel controinterrogatorio, il loro discorso vagò verso la tortura romana e medievale, verso il giudice istruttore in Francia e il Terzo Grado in America.

«Ho letto», disse Flambeau, «di questo nuovo metodo psicometrico di cui si parla tanto, specialmente in America. Sa cosa intendo; mettono un pulsometro sul polso di un uomo e giudicano dal battito del suo cuore alla pronuncia di certe parole. Cosa ne pensa?»

«Lo trovo molto interessante», rispose Padre Brown; «mi ricorda quell'interessante idea del Medioevo secondo cui il sangue avrebbe iniziato a scorrere da un cadavere se l'assassino lo avesse toccato.»

«Intende davvero dire», chiese il suo amico, «che pensa che i due metodi abbiano lo stesso valore?»

«Penso che abbiano lo stesso non-valore», rispose Brown. «Il sangue scorre, veloce o lento, nei morti o nei vivi, per milioni di ragioni in più di quante ne potremo mai conoscere. Il sangue dovrà scorrere in modo molto strano; il sangue dovrà scorrere risalendo il Cervino, prima che lo prenda come un segno che devo versarlo.»

«Il metodo», osservò l'altro, «è stato garantito da alcuni dei più grandi uomini di scienza americani.»

«Che sentimentali sono gli uomini di scienza!» esclamò Padre Brown, «e quanto più sentimentali devono essere gli uomini di scienza americani! Chi se non uno yankee penserebbe di provare qualcosa dai battiti cardiaci? Ma devono essere sentimentali quanto un uomo che pensa che una donna sia innamorata di lui se arrossisce. Quello è un test sulla circolazione del sangue, scoperto dall'immortale Harvey; e un test decisamente scadente, per di più.»

«Ma sicuramente», insistette Flambeau, «potrebbe indicare abbastanza chiaramente qualcosa.»

«C'è uno svantaggio in un bastone che punta dritto», rispose l'altro. «Quale? Beh, l'altra estremità del bastone punta sempre nella direzione opposta. Dipende se prendi il bastone dal lato giusto. Ho visto fare questa cosa una volta e da allora non ci ho mai più creduto.» E procedette a raccontare la storia della sua disillusione.

Accadde quasi vent'anni prima, quando era cappellano dei suoi correligionari in una prigione di Chicago, dove la popolazione irlandese mostrava una capacità sia per il crimine che per la penitenza che lo teneva abbastanza occupato. Il vice-comandante agli ordini del Governatore era un ex detective di nome Greywood Usher, un filosofo yankee cadaverico e dal linguaggio misurato, che occasionalmente variava un volto molto rigido con una strana smorfia di scusa. Gli piaceva Padre Brown in modo leggermente paternalistico; e a Padre Brown piaceva lui, sebbene non sopportasse affatto le sue teorie. Le sue teorie erano estremamente complicate e sostenute con estrema semplicità.

Una sera aveva mandato a chiamare il prete che, come sua abitudine, prese posto in silenzio a un tavolo ingombro di carte e attese. Il funzionario scelse tra le carte un ritaglio di giornale che porse all'ecclesiastico, il quale lo lesse gravemente. Sembrava essere un estratto di uno dei più frivoli giornali scandalistici americani e recitava come segue:

«Il vedovo più brillante dell'alta società è ancora una volta alle prese con la stravaganza delle cene. Tutti i nostri cittadini esclusivi ricorderanno la Cena della Parata dei Passeggini, in cui Last-Trick Todd, nella sua casa principesca di Pilgrim's Pond, ha fatto sembrare molte delle nostre debuttanti di spicco ancora più giovani dei loro anni. Altrettanto elegante e più miscellaneo e magnanimo nelle vedute sociali è stato lo spettacolo di Last-Trick dell'anno precedente, il popolare Pranzo del Cannibale, in cui i dolci serviti erano sarcasticamente modellati in forme di braccia e gambe umane, e durante il quale più di uno dei nostri più allegri ginnasti mentali è stato sentito offrire di mangiare la propria partner. La facezia che ispirerà questa serata è ancora nell'intelletto piuttosto reticente di Mr Todd, o chiusa nei seni ingioiellati dei leader più allegri della nostra città; ma si parla di una graziosa parodia dei semplici modi e costumi dell'altra estremità della scala sociale. Questo sarebbe tanto più significativo, dato che l'ospitalità di Todd sta intrattenendo Lord Falconroy, il famoso viaggiatore, un aristocratico purosangue fresco dai boschi di querce dell'Inghilterra. I viaggi dell'erede di Lord Falconroy iniziarono prima che il suo antico titolo feudale venisse riesumato; era nella Repubblica in gioventù, e la moda mormora una ragione astuta per il suo ritorno. Miss Etta Todd è una delle nostre newyorkesi dall'anima profonda e gode di un reddito di quasi un miliardo e duecento milioni di dollari.»

«Bene», chiese Usher, «la interessa?»

«Beh, le parole mi mancano piuttosto», rispose Padre Brown. «Non riesco a pensare in questo momento a nulla al mondo che mi interesserebbe meno. E, a meno che la giusta ira della Repubblica non stia finalmente per giustiziare i giornalisti per aver scritto in quel modo, non capisco bene perché dovrebbe interessare nemmeno a lei.»

«Ah!» disse Mr Usher seccamente, porgendo un altro ritaglio di giornale. «Bene, questo la interessa?»

Il paragrafo era intitolato “Selvaggio omicidio di un secondino. Il detenuto fugge”, e recitava: «Poco prima dell'alba di questa mattina è stato udito un grido di aiuto nel Penitenziario di Sequah in questo Stato. Le autorità, accorrendo nella direzione del grido, hanno trovato il cadavere del secondino che pattuglia la cima del muro nord della prigione, l'uscita più ripida e difficile, per la quale un solo uomo è sempre stato ritenuto sufficiente. Lo sfortunato ufficiale era stato tuttavia scagliato giù dall'alto muro, il cranio fracassato come con un bastone, e la sua pistola mancava. Ulteriori indagini hanno mostrato che una delle celle era vuota; era occupata da un delinquente piuttosto scontroso che si faceva chiamare Oscar Rian. Era detenuto solo temporaneamente per un'aggressione relativamente banale; ma dava a tutti l'impressione di un uomo con un passato oscuro e un futuro pericoloso. Infine, quando la luce del giorno ha pienamente rivelato la scena dell'omicidio, si è scoperto che aveva scritto sul muro sopra il corpo una frase frammentaria, apparentemente con un dito intinto nel sangue: 'Questa è stata legittima difesa e lui aveva la pistola. Non volevo fare del male a lui o a nessun uomo tranne uno. Sto conservando il proiettile per Pilgrim's Pond -- O.R.' Un uomo deve aver usato un tradimento diabolico o un audacia fisica selvaggia e sbalorditiva per aver preso d'assalto un tale muro nonostante un uomo armato.»

«Beh, lo stile letterario è un po' migliorato», ammise il prete allegramente, «ma continuo a non vedere cosa posso fare per lei. Farei una figura meschina, con le mie gambe corte, a correre per questo Stato dietro a un assassino atletico di quel tipo. Dubito che chiunque possa trovarlo. Il penitenziario di Sequah dista trenta miglia da qui; il paese nel mezzo è abbastanza selvaggio e intricato, e il paese oltre, dove sicuramente avrà il buonsenso di andare, è una terra di nessuno perfetta che degrada verso le praterie. Potrebbe essere in qualsiasi buco o su qualsiasi albero.»

«Non è in nessun buco», disse il governatore; «non è su nessun albero.»

«Perché, come lo sa?» chiese Padre Brown, sbattendo le palpebre.

«Le piacerebbe parlargli?» chiese Usher.

Padre Brown spalancò i suoi occhi innocenti. «È qui?» esclamò. «Perché, come hanno fatto i suoi uomini a prenderlo?»

«L'ho preso io stesso», disse l'americano, alzandosi e stiracchiando pigramente le sue lunghe gambe davanti al fuoco. «L'ho preso con l'estremità curva di un bastone da passeggio. Non mi guardi così sorpreso. L'ho fatto davvero. Sa che a volte faccio un giro per le stradine di campagna fuori da questo posto cupo; beh, stavo camminando stasera presto lungo una strada ripida con siepi scure e campi arati dal colore grigio su entrambi i lati; e c'era una luna giovane che argentava la strada. Alla sua luce ho visto un uomo correre attraverso il campo verso la strada; correva con il corpo piegato e con il trotto di un corridore di un miglio. Sembrava molto esausto; ma quando è arrivato alla folta siepe nera l'ha attraversata come se fosse fatta di ragnatele; o piuttosto (perché ho sentito i rami robusti rompersi e schioccare come baionette) come se lui stesso fosse fatto di pietra. Nell'istante in cui è apparso contro la luna, attraversando la strada, ho lanciato il mio bastone uncinato alle sue gambe, facendolo inciampare e cadere. Poi ho fischiato a lungo e forte, e i nostri compagni sono corsi a prenderlo.»

«Sarebbe stato piuttosto imbarazzante», osservò Brown, «se avesse scoperto che era un atleta popolare che si allenava per una corsa di un miglio.»

«Non lo era», disse Usher cupamente. «Abbiamo presto scoperto chi fosse; ma l'avevo intuito al primo barlume della luna su di lui.»

«Ha pensato che fosse il detenuto in fuga», osservò il prete semplicemente, «perché aveva letto nel ritaglio di giornale quella mattina che un detenuto era scappato.»

«Avevo basi un po' migliori», rispose il governatore con freddezza. «Tralascio la prima perché è troppo semplice per essere enfatizzata: intendo dire che gli atleti alla moda non corrono attraverso campi arati o si graffiano gli occhi nelle siepi di rovi. Né corrono tutti rannicchiati come un cane in agguato. C'erano dettagli più decisivi per un occhio abbastanza allenato. L'uomo era vestito con abiti grossolani e logori, ma erano qualcosa di più che semplicemente grossolani e logori. Erano così mal adattati da essere del tutto grotteschi; anche mentre appariva in contorno nero contro l'alba lunare, il colletto del cappotto in cui era sepolta la sua testa lo faceva sembrare un gobbo, e le maniche lunghe e larghe sembravano come se non avesse mani. Mi è venuto subito in mente che fosse riuscito in qualche modo a cambiare i suoi abiti da detenuto con quelli di qualche complice che non gli stavano bene. Secondo, c'era un vento piuttosto teso contro cui stava correndo; quindi avrei dovuto vedere l'aspetto striato dei capelli al vento, se i capelli non fossero stati molto corti. Poi mi sono ricordato che oltre questi campi arati che stava attraversando giaceva Pilgrim's Pond, per il quale (si ricorderà) il detenuto conservava il suo proiettile; e ho fatto volare il mio bastone da passeggio.»

«Un brillante pezzo di rapida deduzione», disse Padre Brown; «ma aveva una pistola?»

Mentre Usher si fermava bruscamente nel suo camminare, il prete aggiunse in tono di scusa: «Mi è stato detto che un proiettile non serve a nulla senza di essa.»

«Non aveva una pistola», disse l'altro gravemente; «ma ciò era dovuto senza dubbio a qualche disavventura molto naturale o cambio di piani. Probabilmente la stessa politica che lo ha fatto cambiare vestiti lo ha fatto gettare via la pistola; ha iniziato a pentirsi del cappotto che si era lasciato alle spalle nel sangue della sua vittima.»

«Beh, questo è abbastanza possibile», rispose il prete.

«E non vale quasi la pena fare speculazioni», disse Usher, voltandosi verso alcuni altri documenti, «perché sappiamo che è lui a quest'ora.»

Il suo amico ecclesiastico chiese debolmente: «Ma come?» E Greywood Usher gettò via i giornali e riprese in mano i due ritagli di stampa.

«Beh, visto che è così ostinato», disse, «cominciamo dall'inizio. Noterà che questi due ritagli hanno solo una cosa in comune, che è la menzione di Pilgrim's Pond, la tenuta, come sa, del milionario Ireton Todd. Sa anche che è un personaggio notevole; uno di quelli che sono saliti su pietre miliari...»

«Dei nostri morti per cose più alte», acconsentì il suo compagno. «Sì; lo so. Petrolio, credo.»

«Comunque», disse Usher, «Last-Trick Todd conta molto in questa faccenda oscura.»

Si stiracchiò ancora una volta davanti al fuoco e continuò a parlare nel suo stile espansivo e radiosamente esplicativo.

«Per cominciare, a prima vista, non c'è alcun mistero qui. Non è misterioso, non è nemmeno strano, che un galeotto porti la sua pistola a Pilgrim's Pond. La nostra gente non è come gli inglesi, che perdonano a un uomo di essere ricco se sperpera denaro in ospedali o cavalli. Last-Trick Todd si è fatto grande con le sue considerevoli abilità; e non c'è dubbio che molti di coloro su cui ha mostrato le sue abilità vorrebbero mostrare le proprie su di lui con un fucile. Todd potrebbe facilmente essere abbattuto da qualche uomo di cui non aveva mai nemmeno sentito parlare; qualche operaio che ha licenziato, o qualche impiegato in un'attività che ha fatto fallire. Last-Trick è un uomo di doti mentali e un alto carattere pubblico; ma in questo paese le relazioni tra datori di lavoro e dipendenti sono considerevolmente tese.

«Ecco come appare l'intera faccenda supponendo che questo Rian sia andato a Pilgrim's Pond per uccidere Todd. Così appariva a me, finché un'altra piccola scoperta ha risvegliato ciò che ho di detective in me. Quando ho avuto il mio prigioniero al sicuro, ho raccolto di nuovo il mio bastone e ho passeggiato lungo i due o tre tornanti della strada di campagna che mi hanno portato a uno degli ingressi laterali dei terreni di Todd, quello più vicino alla pozza o lago da cui il luogo prende il nome. Erano circa due ore fa, verso le sette a quest'ora; il chiaro di luna era più luminoso e potevo vedere le lunghe strisce bianche su di esso distese sul misterioso stagno con le sue sponde grigie, untuose, semiliquide in cui dicono che i nostri padri usassero far camminare le streghe finché non affondavano. Avevo dimenticato la storia esatta; ma sa di quale posto parlo; giace a nord della casa di Todd verso la natura selvaggia, e ha due strani alberi raggrinziti, così cupi che sembrano più enormi funghi che fogliame decente. Mentre stavo lì a scrutare questo stagno nebbioso, mi è sembrato di vedere la debole figura di un uomo muoversi dalla casa verso di esso, ma era tutto troppo fioco e lontano per esserne certi, e ancor meno per i dettagli. Inoltre, la mia attenzione è stata bruscamente attirata da qualcosa di molto più vicino. Mi sono accovacciato dietro la recinzione che correva a non più di duecento iarde da un'ala della grande villa, e che era fortunatamente spaccata in alcuni punti, come se appositamente per l'applicazione di un occhio cauto. Una porta si era aperta nella massa scura dell'ala sinistra, e una figura appariva nera contro l'interno illuminato: una figura avvolta che si piegava in avanti, evidentemente scrutando nella notte. Ha chiuso la porta dietro di sé, e ho visto che portava una lanterna, che gettava un lembo di luce imperfetta sul vestito e sulla figura di chi la indossava. Sembrava la figura di una donna, avvolta in un mantello logoro ed evidentemente travestita per evitare di essere notata; c'era qualcosa di molto strano sia negli stracci che nella furtività in una persona che usciva da quelle stanze rivestite d'oro. Ha preso cautamente il sentiero curvo del giardino che l'ha portata a meno di cento iarde da me; poi si è alzata per un istante sulla terrazza di erba che guarda verso il lago limaccioso, e tenendo la sua lanterna fiammeggiante sopra la testa l'ha deliberatamente fatta oscillare tre volte avanti e indietro come per un segnale. Mentre la faceva oscillare la seconda volta, un guizzo della sua luce è caduto per un momento sul suo volto, un volto che conoscevo. Era innaturalmente pallida, e la sua testa era avvolta nel suo scialle plebeo preso in prestito; ma sono certo che fosse Etta Todd, la figlia del milionario.

«Ha ripercorso i suoi passi con la stessa segretezza e la porta si è chiusa di nuovo dietro di lei. Stavo per scavalcare la recinzione e seguire, quando ho capito che la febbre da detective che mi aveva attirato nell'avventura era piuttosto indecorosa; e che in una veste più autorevole avevo già tutte le carte in mano. Stavo appena girando i tacchi quando un nuovo rumore ha rotto la notte. Una finestra è stata spalancata in uno dei piani superiori, ma proprio dietro l'angolo della casa così che non potevo vederla; e una voce di terribile chiarezza è stata sentita urlare attraverso il giardino oscuro per sapere dove fosse Lord Falconroy, poiché mancava da ogni stanza della casa. Non c'era modo di confondere quella voce. L'ho sentita su molte piattaforme politiche o riunioni di direttori; era Ireton Todd in persona. Alcuni degli altri sembravano essere andati alle finestre inferiori o sui gradini, e stavano gridando verso di lui che Falconroy era andato a fare una passeggiata giù a Pilgrim's Pond un'ora prima, e non era stato più rintracciato da allora. Poi Todd ha gridato "Maledetto omicidio!" e ha abbassato violentemente la finestra; e potevo sentirlo precipitare giù per le scale all'interno. Riprendendo il mio precedente e più saggio proposito, mi sono tolto di mezzo dalla ricerca generale che ne sarebbe seguita; e sono tornato qui non più tardi delle otto.»

«Ora ti chiedo di ricordare quel breve trafiletto di società che ti è sembrato così dolorosamente privo di interesse. Se il detenuto non teneva il colpo per Todd, come evidentemente non faceva, è molto probabile che lo tenesse per Lord Falconroy; e sembra proprio che abbia consegnato la merce. Non c’è posto più comodo per sparare a un uomo che nei curiosi dintorni geologici di quello stagno, dove un corpo gettato giù affonderebbe attraverso una melma densa a una profondità praticamente ignota. Supponiamo, dunque, che il nostro amico dai capelli corti sia venuto per uccidere Falconroy e non Todd. Ma, come ho sottolineato, ci sono molte ragioni per cui in America qualcuno potrebbe voler uccidere Todd. Non c’è motivo per cui qualcuno in America dovrebbe voler uccidere un lord inglese appena sbarcato, eccetto per l’unica ragione menzionata sul giornale rosa: che il lord sta facendo la corte alla figlia del milionario. Il nostro amico dai capelli corti, nonostante i suoi abiti che gli stanno male, deve essere un aspirante amante.

«So che l’idea ti sembrerà stridente e persino comica; ma è perché sei inglese. Ti suona come dire che la figlia dell’Arcivescovo di Canterbury sta per sposare in St George’s, Hanover Square, uno spazzino in libertà vigilata. Non rendi giustizia alla capacità di arrampicata e alle aspirazioni dei nostri cittadini più notevoli. Vedi un uomo di bell’aspetto, dai capelli grigi, in abito da sera, con una sorta di autorità, sai che è un pilastro dello Stato e immagini che abbia avuto un padre. Ti sbagli. Non ti rendi conto che, relativamente pochi anni fa, potrebbe essere stato in un tugurio o (molto probabilmente) in una prigione. Non tieni conto della nostra esuberanza e spinta nazionale. Molti dei nostri cittadini più influenti non solo si sono fatti strada di recente, ma si sono fatti strada relativamente tardi nella vita. La figlia di Todd aveva già diciotto anni quando suo padre fece il suo gruzzolo; quindi non c’è davvero nulla di impossibile nel fatto che lei abbia un corteggiatore di bassa estrazione; o persino che lei si accompagni a lui, come credo debba fare, a giudicare dalla faccenda della lanterna. Se è così, la mano che teneva la lanterna potrebbe non essere slegata dalla mano che teneva la pistola. Questo caso, signore, farà rumore.»

«Bene,» disse il prete pazientemente, «e cosa hai fatto dopo?»

«Immagino che rimarrai scioccato,» rispose Greywood Usher, «poiché so che non sei in sintonia con il progresso della scienza in queste faccende. Qui mi viene concessa una certa discrezione, e forse ne prendo un po’ più di quanta me ne venga data; e ho pensato che fosse un’eccellente opportunità per testare quella Macchina Psicometrica di cui ti ho parlato. Ora, a mio parere, quella macchina non può mentire.»

«Nessuna macchina può mentire,» disse Padre Brown; «né può dire la verità.»

«L’ha fatto in questo caso, come ti mostrerò,» continuò Usher con sicurezza. «Ho fatto sedere l’uomo con gli abiti inadatti su una sedia comoda e ho semplicemente scritto delle parole su una lavagna; e la macchina ha semplicemente registrato le variazioni del suo battito cardiaco; e io ho semplicemente osservato il suo comportamento. Il trucco consiste nell’introdurre una parola collegata al presunto crimine in un elenco di parole collegate a qualcosa di completamente diverso, eppure un elenco in cui essa occorre in modo del tutto naturale. Così ho scritto ‘airone’, ‘aquila’ e ‘gufo’, e quando ho scritto ‘falco’ era tremendamente agitato; e quando ho iniziato a tracciare una ‘r’ alla fine della parola, quella macchina è letteralmente balzata. Chi altro in questa repubblica ha motivo di sobbalzare al nome di un inglese appena arrivato come Falconroy, se non l’uomo che gli ha sparato? Non è questa una prova migliore di un sacco di chiacchiere dei testimoni, se è la testimonianza di una macchina affidabile?»

«Dimentichi sempre,» osservò il suo compagno, «che la macchina affidabile deve sempre essere azionata da una macchina inaffidabile.»

«Perché, cosa intendi?» chiese il detective.

«Intendo l’Uomo,» disse Padre Brown, «la macchina più inaffidabile che io conosca. Non voglio essere scortese; e non credo che considererai l’Uomo una descrizione offensiva o inaccurata di te stesso. Dici di aver osservato il suo comportamento; ma come sai di averlo osservato correttamente? Dici che le parole devono arrivare in modo naturale; ma come sai di averlo fatto naturalmente? Come sai, se è per questo, che lui non abbia osservato il tuo comportamento? Chi può provare che non fossi tremendamente agitato? Non c’era nessuna macchina collegata al tuo polso.»

«Ti dico,» gridò l’americano nella massima eccitazione, «che ero freddo come un ghiacciolo.»

«Anche i criminali possono essere freddi come ghiaccioli,» disse Brown con un sorriso. «E quasi quanto te.»

«Beh, questo non lo era,» disse Usher, spargendo le carte. «Oh, mi stanchi!»

«Mi dispiace,» disse l’altro. «Faccio solo notare quella che sembra una possibilità ragionevole. Se tu potevi capire dal suo comportamento quando era arrivata la parola che poteva impiccarlo, perché lui non avrebbe potuto capire dal tuo comportamento che stava arrivando la parola che poteva impiccarlo? Io stesso chiederei qualcosa di più delle parole prima di impiccare qualcuno.»

Usher colpì il tavolo e si alzò in una sorta di rabbioso trionfo.

«E questo,» gridò, «è esattamente quello che ti darò. Ho provato la macchina prima solo per testare la cosa in altri modi in seguito e la macchina, signore, ha ragione.»

Fece una pausa per un momento e riprese con meno eccitazione. «Voglio piuttosto insistere, se è per questo, sul fatto che finora avevo ben poco su cui basarmi, eccetto l’esperimento scientifico. Non c’era davvero nulla contro l’uomo. I suoi vestiti erano inadatti, come ho detto, ma erano piuttosto migliori, se non altro, di quelli della classe sommersa a cui evidentemente apparteneva. Inoltre, sotto tutte le macchie dovute al suo attraversare campi arati o allo scavalcare siepi polverose, l’uomo era relativamente pulito. Questo poteva significare, ovviamente, che era appena evaso di prigione; ma mi ricordava più la disperata dignità dei poveri relativamente rispettabili. Il suo contegno era, sono costretto a confessare, del tutto in accordo con il loro. Era silenzioso e dignitoso come loro; sembrava avere un grosso, ma sepolto, risentimento, come loro. Professava totale ignoranza del crimine e dell’intera questione; e non mostrava altro che una cupa impazienza per qualcosa di sensato che potesse arrivare a toglierlo dal suo insensato impiccio. Mi ha chiesto più di una volta se potesse telefonare a un avvocato che lo aveva aiutato molto tempo fa in una disputa commerciale, e in ogni senso ha agito come ti aspetteresti che agisse un uomo innocente. Non c’era nulla contro di lui al mondo, eccetto quel piccolo dito sul quadrante che indicava il cambiamento del suo battito cardiaco.

«Allora, signore, la macchina era sotto processo; e la macchina aveva ragione. Quando sono uscito con lui dalla stanza privata nel vestibolo dove un sacco di altra gente aspettava l’interrogatorio, credo che avesse già più o meno deciso di chiarire le cose con qualcosa che somigliava a una confessione. Si è voltato verso di me e ha iniziato a dire a bassa voce: ‘Oh, non ne posso più. Se devi sapere tutto di me...’»

«Nello stesso istante una delle povere donne sedute sulla lunga panchina si è alzata, urlando ad alta voce e indicandolo con il dito. Non ho mai sentito in vita mia nulla di più demoniacamente distinto. Il suo dito magro sembrava distinguerlo come se fosse una cerbottana. Sebbene la parola fosse un semplice ululato, ogni sillaba era chiara come un rintocco distinto dell’orologio.»

«‘Drugger Davis!’ ha urlato. ‘Hanno preso Drugger Davis!’»

«Tra le miserabili donne, per lo più ladre e prostitute, venti volti si sono girati, spalancati di gioia e odio. Se non avessi mai sentito le parole, avrei capito dallo stesso shock sui suoi lineamenti che il cosiddetto Oscar Rian aveva sentito il suo vero nome. Ma non sono così ignorante, potresti sorprenderti di sentire. Drugger Davis era uno dei criminali più terribili e depravati che abbiano mai confuso la nostra polizia. È certo che avesse commesso omicidio più di una volta molto tempo prima della sua ultima impresa con il secondino. Ma non è mai stato incastrato del tutto, curiosamente, perché lo faceva nello stesso modo dei crimini più lievi — o più meschini — per i quali veniva incastrato abbastanza spesso. Era un bruto di bell’aspetto e dall’aria ben educata, come lo è ancora, in una certa misura; e di solito andava in giro con cameriere o commesse per derubarle dei loro soldi. Molto spesso, però, andava molto oltre; e venivano trovate drogate con sigarette o cioccolatini e tutta la loro proprietà scomparsa. Poi arrivò un caso in cui la ragazza fu trovata morta; ma la premeditazione non poté essere del tutto provata e, cosa ancora più pratica, il criminale non poté essere trovato. Ho sentito una voce su una sua ricomparsa da qualche parte con il carattere opposto questa volta, prestando denaro invece di chiederlo in prestito; ma ancora a vedove così povere che poteva affascinare personalmente, ma sempre con lo stesso cattivo risultato per loro. Bene, ecco il tuo uomo innocente, ed ecco il suo curriculum innocente. Anche da allora, quattro criminali e tre secondini lo hanno identificato e confermato la storia. Ora cosa hai da dire alla mia povera piccola macchina dopo questo? La macchina non ha forse fatto il suo dovere? O preferisci dire che la donna e io abbiamo fatto il nostro?»

«Per quanto riguarda quello che hai fatto per lui,» rispose Padre Brown, alzandosi e scuotendosi in modo scomposto, «lo hai salvato dalla sedia elettrica. Non credo che possano uccidere Drugger Davis con quella vecchia storia vaga del veleno; e quanto al detenuto che ha ucciso il secondino, suppongo sia ovvio che tu non lo abbia preso. Il signor Davis è innocente di quel crimine, in ogni caso.»

«Cosa vuoi dire?» chiese l’altro. «Perché dovrebbe essere innocente di quel crimine?»

«Perché, benedetti tutti!» gridò il piccolo uomo in uno dei suoi rari momenti di vivacità, «perché è colpevole degli altri crimini! Non so di cosa siate fatti voi. Sembrate pensare che tutti i peccati siano tenuti insieme in un sacco. Parlate come se un avaro di lunedì fosse sempre uno scialacquatore di martedì. Mi dici che quest’uomo che hai qui ha passato settimane e mesi a circuire donne bisognose per piccole somme di denaro; che usava una droga nel migliore dei casi, e un veleno nel peggiore; che è saltato fuori dopo come il peggior tipo di usuraio, e ha imbrogliato più poveri nello stesso stile paziente e pacifico. Sia concesso — ammettiamo, per amore di discussione, che abbia fatto tutto questo. Se è così, ti dirò cosa non ha fatto. Non ha preso d’assalto un muro chiodato contro un uomo con una pistola carica. Non ha scritto sul muro di sua mano per dire che l’aveva fatto. Non si è fermato a dichiarare che la sua giustificazione era la legittima difesa. Non ha spiegato di non avere alcun alterco con il povero secondino. Non ha nominato la casa dell’uomo ricco in cui stava andando con la pistola. Non ha scritto le sue iniziali nel sangue di un uomo. Santi in cielo! Non riesci a vedere che l’intero carattere è diverso, nel bene e nel male? Perché, non sembri affatto come me. Si direbbe che tu non abbia mai avuto vizi tuoi.»

Lo stupito americano aveva già aperto le labbra per protestare quando la porta della sua stanza privata e ufficiale fu colpita e fatta tremare in un modo senza cerimonie a cui non era affatto abituato.

La porta spalancò. Un momento prima Greywood Usher era giunto alla conclusione che Padre Brown potesse forse essere pazzo. Un momento dopo iniziò a pensare di essere pazzo lui stesso. Irruppe e cadde nella sua stanza privata un uomo nei cenci più sudici, con un cappello floscio e unto ancora di traverso sulla testa, e un logoro paraocchi verde spinto su da uno dei suoi occhi, entrambi sbarrati come quelli di una tigre. Il resto del suo viso era quasi irriconoscibile, essendo mascherato da una barba e baffi arruffati attraverso i quali il naso riusciva a malapena a spuntare, e ulteriormente sepolto in una squallida sciarpa rossa o fazzoletto. Il signor Usher si vantava di aver visto la maggior parte degli esemplari più rudi dello Stato, ma pensò di non aver mai visto un babbuino vestito da spaventapasseri come quello. Ma, soprattutto, non aveva mai, in tutta la sua placida esistenza scientifica, sentito un uomo del genere parlargli per primo.

«Senti un po’, vecchio Usher,» gridò l’essere col fazzoletto rosso, «mi sto stancando. Non provare a fare il nascondino con me; non mi faccio prendere in giro. Lascia andare i miei ospiti e la finirò con la meccanica stravagante. Tienilo qui per un solo istante e ti sentirai piuttosto meschino. Non credo di essere un uomo senza appoggi.»

L’eminente Usher stava osservando il mostro urlante con uno stupore che aveva prosciugato ogni altro sentimento. Il puro shock ai suoi occhi aveva reso le sue orecchie quasi inutili. Alla fine suonò un campanello con una mano violenta. Mentre il campanello era ancora forte e rintoccante, la voce di Padre Brown cadde dolce ma distinta.

«Ho un suggerimento da fare,» disse, «ma sembra un po’ confuso. Non conosco questo signore — ma — ma credo di conoscerlo. Ora, tu lo conosci — lo conosci piuttosto bene — ma non lo conosci — naturalmente. Suona paradossale, lo so.»

«Credo che il Cosmo sia incrinato,» disse Usher, e cadde disteso sulla sua sedia da ufficio rotonda.

«Ora, vedi un po’,» vociferò lo straniero, colpendo il tavolo, ma parlando con una voce che era tanto più misteriosa perché era relativamente mite e razionale, sebbene ancora risonante. «Non ti lascerò entrare. Voglio...»

«Chi al diavolo sei?» gridò Usher, improvvisamente sedendosi dritto.

«Credo che il nome del signore sia Todd,» disse il prete.

Poi raccolse il ritaglio rosa di giornale.

«Temo che lei non legga i giornali di società in modo appropriato,» disse, e iniziò a leggere con voce monotona: «‘O chiusi nei petali ingioiellati dei leader più gay della nostra città; ma si parla di una graziosa parodia dei modi e costumi dell’altra parte della scala sociale.’ C’è stata una grande Cena dei Bassifondi su a Pilgrim’s Pond stasera; e un uomo, uno degli ospiti, è scomparso. Il signor Ireton Todd è un buon ospite, e lo ha rintracciato fin qui, senza nemmeno aspettare di togliersi il costume.»

«Quale uomo intendi?»

«Intendo l’uomo con i vestiti comicamente inadatti che hai visto correre attraverso il campo arato. Non faresti meglio ad andare a indagare su di lui? Sarà piuttosto impaziente di tornare al suo champagne, dal quale è scappato in fretta e furia, quando il detenuto con la pistola è apparso in vista.»

«Intendi seriamente —» iniziò l’ufficiale.

«Perché, guardi qui, signor Usher,» disse Padre Brown tranquillamente, «lei ha detto che la macchina non poteva sbagliare; e in un certo senso non l’ha fatto. Ma l’altra macchina sì; la macchina che la faceva funzionare. Lei ha dato per scontato che l’uomo in stracci sia sobbalzato al nome di Lord Falconroy perché era l’assassino di Lord Falconroy. È sobbalzato al nome di Lord Falconroy perché lui è Lord Falconroy.»

«Allora perché al diavolo non l’ha detto?» chiese lo stupito Usher.

«Sentiva che la sua difficile condizione e il recente panico non erano propriamente patrizi,» rispose il prete, «quindi ha cercato di trattenere il nome all’inizio. Ma stava appena per dirglielo, quando» — e Padre Brown guardò giù verso i suoi stivali — «quando una donna ha trovato un altro nome per lui.»

«Ma non può essere così pazzo da dire,» disse Greywood Usher, molto pallido, «che Lord Falconroy fosse Drugger Davis.»

Il prete lo guardò molto seriamente, ma con un volto sconcertante e indecifrabile.

«Non sto dicendo nulla al riguardo,» disse. «Lascio tutto il resto a lei. Il suo giornale rosa dice che il titolo è stato recentemente ripristinato per lui; ma quei giornali sono molto inaffidabili. Dice che era negli Stati in gioventù; ma l’intera storia sembra molto strana. Davis e Falconroy sono entrambi dei codardi piuttosto considerevoli, ma lo sono anche molti altri uomini. Non impiccherei un cane sulla mia opinione riguardo a questo. Ma credo,» continuò dolcemente e pensieroso, «credo che voi americani siate troppo modesti. Credo che idealizziate l’aristocrazia inglese — anche nell’assumere che sia così aristocratica. Vedete un inglese di bell’aspetto in abito da sera; sapete che è nella Camera dei Lord; e immaginate che abbia un padre. Non tenete conto della nostra esuberanza e spinta nazionale. Molti dei nostri nobili più influenti non solo si sono fatti strada di recente, ma...»

«Oh, la smetta!» gridò Greywood Usher, torcendo una mano magra per l’impazienza contro un’ombra di ironia sul volto dell’altro.

«Non stia a parlare con questo lunatico!» gridò Todd brutalmente. «Mi porti dal mio amico.»

La mattina dopo Padre Brown apparve con la stessa espressione dimessa, portando ancora un altro pezzo di giornale rosa.

«Temo che lei trascuri piuttosto la stampa alla moda,» disse, «ma questo ritaglio potrebbe interessarla.»

Usher lesse i titoli, “I festaioli smarriti di Last-Trick: Incidente ilare vicino a Pilgrim’s Pond.” Il paragrafo continuava: “Un evento risibile ha avuto luogo fuori dal garage di Wilkinson la scorsa notte. Un poliziotto in servizio ha visto la sua attenzione attirata da dei monelli verso un uomo in divisa da prigione che stava salendo con notevole freddezza sul sedile di guida di una Panhard piuttosto ricercata; era accompagnato da una ragazza avvolta in uno scialle logoro. All’intervento della polizia, la giovane donna ha gettato via lo scialle, e tutti hanno riconosciuto la figlia del milionario Todd, che era appena arrivata dalla Cena dei Bassifondi allo Stagno, dove tutti gli ospiti più scelti erano in un simile disabille. Lei e il gentiluomo che aveva indossato l’uniforme da prigione stavano andando per il solito giro di piacere.”

Sotto il ritaglio rosa il signor Usher trovò una striscia di un giornale più recente, intitolata, “Sbalorditiva fuga della figlia del milionario con un detenuto. Aveva organizzato la Cena dei Bassifondi. Ora al sicuro in...”

Il signor Greywood Usher alzò gli occhi, ma Padre Brown se n’era andato.

SEI — La testa di Cesare

C’è da qualche parte a Brompton o Kensington un interminabile viale di case alte, ricche ma in gran parte vuote, che sembra una terrazza di tombe. Gli stessi gradini che portano alle scure porte d’ingresso sembrano ripidi come il lato delle piramidi; si esiterebbe a bussare alla porta, per paura che venga aperta da una mummia. Ma una caratteristica ancora più deprimente nella facciata grigia è la sua lunghezza telescopica e la sua continuità immutabile. Il pellegrino che ci cammina lungo inizia a pensare che non arriverà mai a un’interruzione o a un angolo; ma c’è un’eccezione — molto piccola, ma salutata dal pellegrino quasi con un grido. C’è una sorta di scuderia tra due dei grandi palazzi, una mera fessura come lo spiraglio di una porta in confronto alla strada, ma appena abbastanza grande da permettere a una minuscola birreria o trattoria, ancora concessa dai ricchi ai loro stallieri, di stare nell’angolo. C’è qualcosa di allegro nella sua stessa squallidezza, e qualcosa di libero e folletto nella sua stessa insignificanza. Ai piedi di quei giganti di pietra grigia sembra una casa illuminata di nani.

Chiunque passasse di lì durante una certa serata autunnale, essa stessa quasi fiabesca, avrebbe potuto vedere una mano tirare da parte la mezza tendina rossa che (insieme a delle grandi scritte bianche) nascondeva a metà l’interno dalla strada, e un volto scrutare fuori non dissimile da quello di un goblin piuttosto innocente. Era, infatti, il volto di uno con l’innocuo nome umano di Brown, ex prete di Cobhole nell’Essex, e ora al lavoro a Londra. Il suo amico, Flambeau, un investigatore semi-ufficiale, era seduto di fronte a lui, prendendo le sue ultime note su un caso che aveva risolto nel vicinato. Erano seduti a un piccolo tavolo, vicino alla finestra, quando il prete tirò indietro la tenda e guardò fuori. Aspettò finché uno sconosciuto per strada non ebbe superato la finestra, per lasciare che la tenda cadesse di nuovo al suo posto. Poi i suoi occhi rotondi rotolarono verso la grande scritta bianca sulla finestra sopra la sua testa, e poi vagarono verso il tavolo accanto, al quale sedeva solo un operaio con birra e formaggio, e una giovane ragazza con i capelli rossi e un bicchiere di latte. Poi (vedendo il suo amico mettere via il taccuino), disse dolcemente:

«Se ha dieci minuti, vorrei che seguisse quell'uomo con il naso finto.»

Flambeau alzò lo sguardo sorpreso; ma anche la ragazza dai capelli rossi alzò lo sguardo, e con qualcosa che era più forte dello stupore. Era vestita in modo semplice, quasi trasandato, con un tessuto di sacco marrone chiaro; ma era una signora, e persino, a un secondo sguardo, una piuttosto inutilmente altezzosa. «L'uomo con il naso finto!» ripeté Flambeau. «Chi è?»

«Non ne ho la minima idea», rispose Padre Brown. «Voglio che lo scopra; glielo chiedo come favore. È andato da quella parte» – e fece cenno con il pollice sopra la spalla in uno dei suoi gesti poco distinti – «e non può aver ancora superato tre lampioni. Voglio solo sapere la direzione.»

Flambeau fissò il suo amico per un po', con un'espressione a metà tra la perplessità e il divertimento; poi, alzandosi dal tavolo, fece passare la sua enorme figura attraverso la piccola porta della taverna nana e si sciolse nel crepuscolo.

Padre Brown tirò fuori un libriccino dalla tasca e iniziò a leggere con costanza; non tradì alcuna consapevolezza del fatto che la signora dai capelli rossi avesse lasciato il proprio tavolo per sedersi di fronte a lui. Alla fine lei si sporse in avanti e disse con voce bassa e ferma: «Perché lo dice? Come fa a sapere che è finto?»

Lui sollevò le palpebre piuttosto pesanti, che batterono in un notevole imbarazzo. Poi il suo sguardo dubbioso vagò di nuovo verso le lettere bianche sulla facciata di vetro della taverna. Gli occhi della giovane donna seguirono i suoi e si posarono nello stesso punto, ma in pura perplessità.

«No», disse Padre Brown, rispondendo ai pensieri di lei. «Non c’è scritto "Sela", come la cosa nei Salmi; l'ho letto così io stesso un momento fa mentre ero assorto nei miei pensieri; c'è scritto "Ales".»

«E allora?» chiese la giovane donna, fissandolo. «Che importanza ha quello che c'è scritto?»

Il suo sguardo ruminante vagò verso la manica di tela leggera della ragazza, attorno al cui polso correva un filo sottilissimo di motivo artistico, appena sufficiente a distinguerlo dall'abito da lavoro di una donna comune e a renderlo più simile a quello di una giovane studentessa d'arte. Sembrò trovare molto materiale di riflessione in questo; ma la sua risposta fu molto lenta ed esitante. «Vede, signora», disse, «da fuori il posto sembra... beh, è un posto perfettamente decente... ma signore come lei non... non lo pensano generalmente. Non entrano mai in posti simili per scelta, a meno che...»

«A meno che?» ripeté lei.

«A meno che non siano quelle poche sfortunate che non ci entrano per bere latte.»

«Lei è una persona singolarissima», disse la giovane donna. «Qual è il suo scopo in tutto questo?»

«Non darle alcun fastidio», rispose lui, molto gentilmente. «Solo armarmi di abbastanza conoscenza per aiutarla, se mai dovesse chiedermi liberamente aiuto.»

«Ma perché dovrei aver bisogno di aiuto?»

Lui continuò il suo monologo sognante. «Non può essere entrata per vedere protette, umili amiche, quel genere di cose, altrimenti sarebbe passata nel salottino interno... e non può essere entrata perché si sentiva male, altrimenti avrebbe parlato con la donna del posto, che è chiaramente rispettabile... inoltre, lei non sembra malata in quel modo, ma solo infelice... Questa strada è l'unica via lunga originale che non ha svoltato; e le case su entrambi i lati sono chiuse... Ho potuto solo supporre che avesse visto qualcuno arrivare che non voleva incontrare; e che abbia trovato la taverna come unico rifugio in questo deserto di pietra... Non credo di aver superato la discrezione di uno sconosciuto nel dare un'occhiata all'unico uomo che è passato subito dopo... E siccome ho pensato che lui sembrasse il tipo sbagliato... e lei sembrasse il tipo giusto... mi sono tenuto pronto ad aiutare se lui l'avesse infastidita; tutto qui. Quanto al mio amico, tornerà presto; e certamente non può scoprire nulla percorrendo di gran carriera una strada come questa... Non credevo potesse farlo.»

«Allora perché l'ha mandato fuori?» esclamò lei, sporgendosi in avanti con curiosità ancora più viva. Aveva il volto orgoglioso e impetuoso che accompagna i colori rossicci, e un naso romano, proprio come in Maria Antonietta.

Lui la guardò fisso per la prima volta e disse: «Perché speravo che avrebbe parlato con me.»

Lei lo guardò a sua volta per un po' con il viso acceso, in cui era sospesa un'ombra rossa di rabbia; poi, nonostante le sue ansie, l'umorismo le scoppiò negli occhi e agli angoli della bocca, e rispose quasi bruscamente: «Beh, se le interessa tanto la mia conversazione, forse risponderà alla mia domanda.» Dopo una pausa aggiunse: «Ho avuto l'onore di chiederle perché pensasse che il naso dell'uomo fosse finto.»

«La cera si macchia sempre così un po' con questo tempo», rispose Padre Brown con assoluta semplicità.

«Ma è un naso così storto», obiettò la ragazza dai capelli rossi.

Il prete sorrise a sua volta. «Non dico che sia il tipo di naso che si indossa per pura vanità», ammise. «Quest'uomo, credo, lo indossa perché il suo vero naso è molto più gradevole.»

«Ma perché?» insistette lei.

«Com'è la filastrocca?» osservò Brown distrattamente. «C'era un uomo storto e percorse un miglio storto... Quest'uomo, immagino, ha percorso una strada molto tortuosa, seguendo il proprio naso.»

«Perché, che cosa ha fatto?» domandò lei, con una certa esitazione.

«Non voglio forzare la sua confidenza di un millimetro», disse Padre Brown, molto piano. «Ma credo che lei potrebbe dirmi di questo più di quanto io possa dire a lei.»

La ragazza scattò in piedi e rimase del tutto immobile, ma con le mani serrate, come qualcuno che stia per allontanarsi a grandi passi; poi le mani si allentarono lentamente e lei si sedette di nuovo. «Lei è un mistero più grande di tutti gli altri», disse disperatamente, «ma sento che potrebbe esserci un cuore nel suo mistero.»

«Ciò che temiamo tutti di più», disse il prete a bassa voce, «è un labirinto senza centro. Ecco perché l'ateismo è solo un incubo.» «Le dirò tutto», disse la ragazza dai capelli rossi con ostinazione, «tranne perché glielo sto dicendo; e questo non lo so nemmeno io.»

Si tormentò la tovaglia rammendata e continuò: «Lei sembra capire cosa non è snobismo tanto quanto cosa lo è; e quando dico che la nostra è una buona vecchia famiglia, capirà che è una parte necessaria della storia; infatti, il mio pericolo principale risiede nelle idee antiquate e rigide di mio fratello, noblesse oblige e tutto il resto. Bene, il mio nome è Christabel Carstairs; e mio padre era quel Colonnello Carstairs di cui probabilmente ha sentito parlare, che creò la famosa Collezione Carstairs di monete romane. Non potrei mai descriverle mio padre; il modo più vicino che ho per dirlo è che lui stesso assomigliava molto a una moneta romana. Era bello, autentico, prezioso, metallico e fuori moda quanto lei. Era più orgoglioso della sua Collezione che del suo stemma: nessuno potrebbe dire di più. Il suo carattere straordinario emerse soprattutto nel testamento. Aveva due figli e una figlia. Litigò con uno dei figli, mio fratello Giles, e lo mandò in Australia con una piccola rendita. Poi fece testamento lasciando la Collezione Carstairs, con una rendita ancora più piccola, a mio fratello Arthur. Lo intendeva come una ricompensa, come il massimo onore che potesse offrire, in riconoscimento della lealtà e della rettitudine di Arthur e delle distinzioni che aveva già ottenuto in matematica ed economia a Cambridge. A me lasciò praticamente tutta la sua fortuna, piuttosto ingente; e sono certa che lo intese con disprezzo.

«Arthur, si potrebbe dire, avrebbe potuto benissimo lamentarsene; ma Arthur è mio padre redivivo. Sebbene avesse avuto qualche divergenza con mio padre nella prima giovinezza, non appena ebbe preso in consegna la Collezione divenne come un sacerdote pagano dedicato a un tempio. Mescolava quei mezzi penny romani con l'onore della famiglia Carstairs nello stesso modo rigido e idolatrico di suo padre prima di lui. Agiva come se il denaro romano dovesse essere custodito da tutte le virtù romane. Non si concedeva piaceri; non spendeva nulla per sé; viveva per la Collezione. Spesso non si preoccupava nemmeno di vestirsi per i suoi pasti frugali; ma trotterellava tra i pacchi di carta marrone legati con lo spago (che a nessun altro era permesso toccare) con una vecchia vestaglia marrone. Con la sua corda, la nappa e il suo viso pallido, magro e raffinato, lo faceva sembrare un vecchio monaco asceta. Ogni tanto, però, appariva vestito come un gentiluomo decisamente alla moda; ma quello accadeva solo quando si recava alle vendite o ai negozi di Londra per aggiungere qualcosa alla Collezione Carstairs.

«Ora, se ha conosciuto qualche giovane, non si scandalizzerà se dico che caddi in uno stato d'animo piuttosto cupo con tutto questo; quello stato d'animo in cui si inizia a dire che gli antichi Romani andavano bene a modo loro. Io non sono come mio fratello Arthur; non posso fare a meno di godermi il divertimento. Ho ereditato un sacco di romanticismo e sciocchezze insieme ai miei capelli rossi, dall'altra parte della famiglia. Il povero Giles era uguale; e penso che l'atmosfera delle monete possa contare come scusa per lui; anche se fece davvero del male e rischiò quasi di finire in prigione. Ma non si comportò peggio di me, come sentirà.

«Arrivo ora alla parte sciocca della storia. Penso che un uomo intelligente come lei possa intuire il tipo di cose che inizierebbero a sollevare la monotonia per una ragazza indisciplinata di diciassette anni messa in una posizione simile. Ma sono così scossa da cose ben più terribili che riesco a malapena a leggere i miei stessi sentimenti; e non so se ora li disprezzi come un flirt o li sopporti come un cuore infranto. Vivevamo allora in una piccola località balneare nel Galles del Sud, e un capitano di mare in pensione che viveva a poche porte di distanza aveva un figlio di circa cinque anni più grande di me, che era stato amico di Giles prima che andasse nelle Colonie. Il suo nome non influisce sul mio racconto; ma le dico che era Philip Hawker, perché le sto dicendo tutto. Eravamo soliti andare a pescare gamberetti insieme, e dicevamo e pensavamo di essere innamorati l'uno dell'altra; almeno lui certamente diceva di esserlo, e io certamente pensavo di esserlo. Se le dico che aveva capelli ricci bronzei e una faccia da falco, abbronzata anch'essa dal mare, non è per lui, la assicuro, ma per la storia; perché fu la causa di una coincidenza molto curiosa.

«Un pomeriggio d'estate, quando avevo promesso di andare a pescare gamberetti lungo la spiaggia con Philip, stavo aspettando piuttosto impazientemente nel salotto di rappresentanza, osservando Arthur maneggiare alcuni pacchetti di monete che aveva appena acquistato e spostarli lentamente, uno o due alla volta, nel suo studio oscuro e museo che era sul retro della casa. Non appena sentii la pesante porta chiudersi definitivamente su di lui, presi al volo la mia rete per gamberetti e il mio basco e stavo per scivolare fuori, quando vidi che mio fratello aveva dimenticato una moneta che giaceva scintillante sul lungo banco vicino alla finestra. Era una moneta di bronzo, e il colore, unito all'esatta curvatura del naso romano e a qualcosa nel portamento stesso del lungo collo nervoso, rendeva la testa di Cesare su di essa il ritratto quasi preciso di Philip Hawker. Poi mi ricordai improvvisamente che Giles aveva parlato a Philip di una moneta che gli somigliava, e che Philip desiderava averla. Forse può immaginare i pensieri folli e selvaggi con cui la mia testa girava; mi sentivo come se avessi ricevuto un dono dalle fate. Mi sembrava che se solo fossi riuscita a scappare con quella, e a darla a Philip come una specie di folle anello di fidanzamento, sarebbe stato un legame tra noi per sempre; provavo mille cose simili in una volta sola. Poi si spalancò sotto di me, come un abisso, l'enorme, terribile concetto di ciò che stavo facendo; soprattutto, il pensiero insopportabile, che era come toccare ferro rovente, di ciò che Arthur ne avrebbe pensato. Una Carstairs ladra; e ladra del tesoro dei Carstairs! Credo che mio fratello potrebbe vedermi bruciare come una strega per una cosa del genere. Ma poi, il pensiero stesso di una tale crudeltà fanatica accresceva il mio vecchio odio per la sua squallida e antiquata meticolosità e il mio desiderio per la giovinezza e la libertà che mi chiamavano dal mare. Fuori c'era una luce solare intensa con vento; e una testa gialla di ginestra o ginestrone in giardino batteva contro il vetro della finestra. Pensai a quell'oro vivo e crescente che mi chiamava da tutte le brughiere del mondo, e poi a quell'oro, bronzo e ottone morti e spenti di mio fratello che diventavano sempre più polverosi col passare della vita. La Natura e la Collezione Carstairs erano finalmente arrivate allo scontro.

«La Natura è più vecchia della Collezione Carstairs. Mentre correvo per le strade verso il mare, con la moneta stretta nel pugno, sentivo tutto l'Impero Romano sulla schiena, oltre alla genealogia dei Carstairs. Non era solo il vecchio leone d'argento a ruggire nel mio orecchio, ma tutte le aquile dei Cesari sembravano battere le ali e gridare al mio inseguimento. Eppure il mio cuore saliva sempre più in alto come l'aquilone di un bambino, finché non superai le dune di sabbia sciolta e asciutta per arrivare alla spiaggia piatta e bagnata, dove Philip stava già con le caviglie nell'acqua bassa e scintillante, a un centinaio di metri dal mare. C'era un grande tramonto rosso; e il lungo tratto di acqua bassa, che non superava quasi mai la caviglia per mezzo miglio, sembrava un lago di fiamma rubino. Non fu finché non mi fui tolta scarpe e calze e non ebbi guadato fino a dove si trovava, ben lontano dalla terra asciutta, che mi voltai e mi guardai intorno. Eravamo del tutto soli in un cerchio di acqua di mare e sabbia bagnata, e io gli diedi la testa di Cesare.

«In quell'istante ebbi un brivido di fantasia: che un uomo lontano, sulle dune, mi stesse guardando intensamente. Devo aver capito subito dopo che si trattava solo di un salto di nervi irragionevoli; perché l'uomo era solo un punto scuro in lontananza, e riuscivo appena a vedere che stava fermo immobile a fissare, con la testa leggermente inclinata di lato. Non c'era alcuna prova logica terrena che stesse guardando me; avrebbe potuto guardare una nave, o il tramonto, o i gabbiani, o una delle persone che ancora vagavano qua e là sulla riva tra noi. Tuttavia, qualunque cosa avesse fatto scattare il mio spavento, fu profetica; perché, mentre fissavo, lui iniziò a camminare vivacemente in linea retta verso di noi attraverso l'ampia distesa di sabbia bagnata. Man mano che si avvicinava, vidi che era bruno e barbuto, e che i suoi occhi erano segnati da occhiali scuri. Era vestito in modo povero ma rispettabile di nero, dal vecchio cappello a cilindro nero in testa agli solidi stivali neri ai piedi. Nonostante ciò, camminò dritto nel mare senza un attimo di esitazione, e venne verso di me con la costanza di un proiettile in viaggio.

«Non posso dirle il senso di mostruosità e miracolo che provai quando infranse così silenziosamente la barriera tra terra e acqua. Era come se avesse camminato dritto giù da un dirupo e continuasse a marciare costantemente a mezz'aria. Era come se una casa fosse volata in cielo o la testa di un uomo fosse caduta. Si stava solo bagnando gli stivali; ma sembrava un demone che ignorava una legge di Natura. Se avesse esitato un istante al bordo dell'acqua non sarebbe stato nulla. Così com'era, sembrava guardare così tanto solo me da non notare l'oceano. Philip era a qualche metro di distanza con le spalle verso di me, chino sulla sua rete. Lo sconosciuto avanzò finché non si fermò a due metri da me, con l'acqua che arrivava fino alle ginocchia. Poi disse, con un'articolazione chiaramente modulata e piuttosto ricercata: "Le dispiacerebbe contribuire altrove con una moneta con una sovraimpressione leggermente diversa?"

«Con un'eccezione, non c'era nulla di definibile come anormale in lui. I suoi occhiali colorati non erano davvero opachi, ma di un tipo blu abbastanza comune, né gli occhi dietro di essi erano sfuggenti, ma mi guardavano con costanza. La sua barba scura non era davvero lunga o incolta, ma sembrava piuttosto peloso, perché la barba iniziava molto in alto sul viso, proprio sotto gli zigomi. La sua carnagione non era né giallastra né livida, ma al contrario piuttosto chiara e giovanile; tuttavia, questo dava un aspetto di cera rosa e bianca che in qualche modo (non so perché) aumentava piuttosto l'orrore. L'unica stranezza che si poteva notare era che il suo naso, che per il resto era di buona forma, era appena leggermente girato di lato sulla punta; come se, quando era morbido, fosse stato colpito su un lato con un martelletto giocattolo. La cosa non era quasi una deformità; eppure non posso dirle che incubo vivente fu per me. Mentre stava lì nell'acqua tinta dal tramonto, mi fece l'effetto di un mostro marino infernale appena emerso ruggendo da un mare simile a sangue. Non so perché un tocco sul naso debba influenzare così tanto la mia immaginazione. Credo che sembrasse come se potesse muovere il naso come un dito. E come se avesse appena mosso quel naso in quel momento.

"Qualsiasi piccolo aiuto", continuò con lo stesso strano accento saccente, "che possa evitare la necessità che io comunichi con la famiglia."

«Poi mi travolse il pensiero che fossi ricattata per il furto della moneta di bronzo; e tutte le mie paure e dubbi meramente superstiziosi furono inghiottiti in un'unica, schiacciante questione pratica. Come poteva averlo scoperto? Avevo rubato la cosa improvvisamente e per impulso; ero certamente sola; perché mi assicuravo sempre di non essere osservata quando uscivo di soppiatto per vedere Philip in quel modo. Non ero stata, a quanto pare, seguita per strada; e se lo fossi stata, non avrebbero potuto "raggiungere ai raggi X" la moneta nella mia mano chiusa. L'uomo che stava sulle dune di sabbia non avrebbe potuto vedere ciò che avevo dato a Philip più di quanto avrebbe potuto colpire una mosca in un occhio, come l'uomo della fiaba.

"Philip", gridai impotente, "chiedi a quest'uomo cosa vuole."

«Quando Philip alzò finalmente la testa dal rammendare la sua rete, sembrava piuttosto rosso, come se fosse imbronciato o vergognoso; ma poteva essere solo lo sforzo di chinarsi e la luce rossa della sera; potrei aver avuto solo un'altra delle fantasie morbose che sembravano danzare attorno a me. Disse semplicemente e bruscamente all'uomo: "Vattene da qui." E, facendomi segno di seguirlo, si incamminò guadando verso riva senza prestare ulteriore attenzione a lui. Salì su un frangiflutti di pietra che si protendeva tra le radici delle dune, e così si diresse verso casa, forse pensando che il nostro incubo avrebbe trovato meno facile camminare su pietre così ruvide, verdi e scivolose di alghe, rispetto a noi, che eravamo giovani e abituati. Ma il mio persecutore camminava con delicatezza quanto parlava; e mi seguiva ancora, scegliendo la strada e scegliendo le sue frasi. Sentivo la sua voce delicata e detestabile che mi appellava sopra la spalla, finché alla fine, quando superammo le creste delle dune, la pazienza di Philip (che non era affatto così evidente nella maggior parte delle occasioni) sembrò spezzarsi. Si voltò improvvisamente, dicendo: "Torna indietro. Non posso parlarti ora." E mentre l'uomo esitava e apriva la bocca, Philip gli diede uno schiaffo che lo mandò a volare dalla cima della duna più alta fino in fondo. Lo vidi strisciare fuori in basso, coperto di sabbia.

«Questo colpo mi rincuorò in qualche modo, sebbene potesse benissimo aumentare il mio pericolo; ma Philip non mostrò nessuno dei suoi soliti entusiasmi per la propria prodezza. Sebbene affettuoso come sempre, sembrava ancora abbattuto; e prima che potessi chiedergli qualcosa di completo, si separò da me al suo cancello, con due osservazioni che mi colpirono come strane. Disse che, tutto considerato, avrei dovuto rimettere la moneta nella Collezione; ma che lui stesso l'avrebbe tenuta "per il momento". E poi aggiunse del tutto improvvisamente e fuori luogo: "Sai che Giles è tornato dall'Australia?"»

La porta della taverna si aprì e l’ombra gigantesca dell’investigatore Flambeau si proiettò sul tavolo. Padre Brown lo presentò alla signora con il suo stile di conversazione leggero e persuasivo, accennando alla sua competenza e alla sua comprensione in casi del genere; e quasi senza rendersene conto, la ragazza si ritrovò presto a ripetere la sua storia a due ascoltatori. Ma Flambeau, mentre s’inchinava e si sedeva, porse al prete un piccolo pezzetto di carta. Brown lo accettò con un certo stupore e vi lesse: “Taxi per Wagga Wagga, 379, Mafeking Avenue, Putney.” La ragazza stava continuando il suo racconto.

«Risalii la strada ripida verso casa mia con la testa in tumulto; non aveva ancora cominciato a schiarirsi quando giunsi al gradino della porta, sul quale trovai un secchio del latte... e l’uomo dal naso storto. Il secchio del latte mi disse che la servitù era tutta fuori; perché, naturalmente, Arthur, che gironzolava per casa con la sua vestaglia marrone immerso in cupe riflessioni, non avrebbe sentito né risposto a un campanello. Così non c’era nessuno in casa ad aiutarmi, eccetto mio fratello, il cui aiuto doveva essere la mia rovina. Per la disperazione, infilai due scellini nella mano di quell’essere orrendo e gli dissi di tornare dopo qualche giorno, quando ci avessi riflettuto sopra. Se ne andò imbronciato, ma più sottomesso di quanto mi aspettassi – forse era stato scosso dalla caduta – e guardai la stella di sabbia schizzata sulla sua schiena allontanarsi lungo la strada con un orribile piacere vendicativo. Svoltò l’angolo a circa sei case di distanza.

«Poi entrai, mi preparai del tè e cercai di riflettere. Mi sedetti alla finestra del salotto guardando verso il giardino, che ancora brillava dell’ultima luce intensa della sera. Ma ero troppo distratta e sognante per osservare i prati, i vasi di fiori e le aiuole con un minimo di concentrazione. Così subii lo shock in modo ancora più acuto perché l’avevo visto così lentamente.

«L’uomo, o mostro, che avevo mandato via se ne stava immobile in mezzo al giardino. Oh, abbiamo letto tutti molto sui fantasmi dal volto pallido nell’oscurità; ma questo era più terribile di qualsiasi cosa di quel genere potesse mai essere. Perché, sebbene proiettasse una lunga ombra serale, se ne stava ancora sotto la calda luce del sole. E perché il suo volto non era pallido, ma aveva ancora addosso quel colorito cereo che appartiene ai manichini dei barbieri. Se ne stava del tutto immobile, con la faccia rivolta verso di me; e non saprei dire quanto apparisse orrendo tra i tulipani e tutti quei fiori appariscenti, quasi da serra. Sembrava che avessimo piantato un manichino di cera invece di una statua al centro del nostro giardino.

«Eppure, quasi nell’istante in cui mi vide muovere alla finestra, si voltò e corse fuori dal giardino dal cancello sul retro, che era rimasto aperto e dal quale era indubbiamente entrato. Questa rinnovata timidezza da parte sua era così diversa dall’impudenza con cui era entrato in mare, che mi sentii vagamente rincuorata. Immaginai, forse, che temesse di affrontare Arthur più di quanto sapessi. Comunque, alla fine mi calmai e cenai tranquillamente da sola (poiché era contro le regole disturbare Arthur mentre riordinava il museo) e, con i pensieri un po’ più liberi, volarono verso Philip e si persero, suppongo. Comunque, stavo guardando nel vuoto, ma in modo piuttosto piacevole, verso un’altra finestra, senza tende, ma a quell’ora nera come l’ardesia col calare definitivo della notte. Mi sembrò che qualcosa di simile a una lumaca fosse sulla parte esterna del vetro. Ma quando fissai più intensamente, sembrava più il pollice di un uomo premuto contro il vetro; aveva quell’aspetto ricurvo che ha un pollice. Con la mia paura e il mio coraggio riaccesi insieme, mi precipitai alla finestra e poi indietreggiai con un urlo soffocato che chiunque tranne Arthur avrebbe dovuto sentire.

«Perché non era un pollice, né più né meno di quanto fosse una lumaca. Era la punta di un naso storto, schiacciato contro il vetro; sembrava bianco per la pressione; e il volto che fissava e gli occhi dietro di esso erano all’inizio invisibili e poi grigi come quelli di un fantasma. Sbattei le persiane in qualche modo, corsi nella mia stanza e mi chiusi a chiave. Ma, proprio mentre passavo, avrei potuto giurare di vedere una seconda finestra nera con qualcosa sopra che assomigliava a una lumaca.

«Forse sarebbe stato meglio andare da Arthur, dopo tutto. Se quell’essere strisciava tutto intorno alla casa come un gatto, avrebbe potuto avere scopi peggiori persino del ricatto. Mio fratello avrebbe potuto cacciarmi e maledirmi per sempre, ma era un gentiluomo e mi avrebbe difesa sul posto. Dopo dieci minuti di strane riflessioni, scesi, bussai alla porta e poi entrai: per vedere l’ultima e peggiore delle visioni.

«La sedia di mio fratello era vuota ed era evidente che era fuori. Ma l’uomo dal naso storto era seduto ad attendere il suo ritorno, col cappello ancora insolentemente in testa, e stava persino leggendo uno dei libri di mio fratello sotto la lampada di mio fratello. Il suo volto era composto e occupato, ma la punta del suo naso aveva ancora l’aria di essere la parte più mobile del suo viso, come se avesse appena ruotato da sinistra a destra come la proboscide di un elefante. L’avevo considerato abbastanza velenoso mentre mi inseguiva e mi spiava; ma credo che la sua inconsapevolezza della mia presenza fosse ancora più spaventosa.

«Credo di aver urlato forte e a lungo; ma questo non importa. Ciò che feci dopo importa: gli diedi tutto il denaro che avevo, inclusa una buona somma in carta che, sebbene fosse mia, oso dire che non avevo il diritto di toccare. Se ne andò alla fine, con odiosi e cerimoniosi rimpianti fatti di parole lunghe; e mi sedetti, sentendomi rovinata in ogni senso. Eppure fui salvata proprio quella notte da un puro caso. Arthur era partito improvvisamente per Londra, come faceva così spesso, per fare affari; e tornò, tardi ma raggiante, avendo quasi ottenuto un tesoro che era uno splendore aggiunto persino alla Collezione di famiglia. Era così raggiante che fui quasi incoraggiata a confessare l’appropriazione della gemma minore..., ma spazzò via ogni altro argomento con i suoi progetti travolgenti. Poiché l’affare poteva ancora fallire da un momento all’altro, insistette perché facessi subito i bagagli e andassi con lui in un alloggio che aveva già preso a Fulham, per stare vicino al negozio di curiosità in questione. Così, mio malgrado, fuggii dal mio nemico quasi nel cuore della notte... ma anche da Philip... Mio fratello era spesso al museo di South Kensington e, per crearmi una sorta di vita secondaria, pagai per alcune lezioni alle scuole d’arte. Stavo tornando da lì questa sera, quando ho visto l’abominio della desolazione camminare vivo lungo la lunga strada dritta e il resto è come questo gentiluomo ha detto.

«Ho solo una cosa da dire. Non merito di essere aiutata; e non metto in discussione né mi lamento della mia punizione; è giusta, doveva accadere. Ma mi chiedo ancora, con il cervello che scoppia, come possa essere accaduto. Sono punita da un miracolo? O come può chiunque, tranne Philip e me, sapere che gli ho dato una monetina in mezzo al mare?»

«È un problema straordinario», ammise Flambeau.

«Non così straordinario come la risposta», osservò padre Brown piuttosto cupamente. «Miss Carstairs, sarà in casa se passiamo al suo alloggio di Fulham tra un’ora e mezza?»

La ragazza lo guardò, poi si alzò e si infilò i guanti. «Sì», disse, «sarò lì»; e quasi istantaneamente lasciò il posto.

Quella notte il detective e il prete stavano ancora parlando della faccenda mentre si avvicinavano alla casa di Fulham, un’abitazione stranamente squallida persino per una residenza temporanea della famiglia Carstairs.

«Naturalmente i superficiali, riflettendo», disse Flambeau, «penserebbero per prima cosa a questo fratello australiano che ha avuto guai in passato, che è tornato così improvvisamente e che è proprio il tipo d’uomo da avere loschi complici. Ma non riesco a capire come possa entrare nella faccenda tramite un qualsiasi processo logico, a meno che...»

«Bene?» chiese il suo compagno con pazienza.

Flambeau abbassò la voce. «A meno che non entri in gioco anche l’amante della ragazza, e lui sarebbe il cattivo peggiore. Quel tipo australiano sapeva che Hawker voleva la moneta. Ma non riesco a capire come diavolo potesse sapere che Hawker l’aveva ottenuta, a meno che Hawker non abbia fatto un segnale a lui o al suo rappresentante dall’altra parte della riva.»

«È vero», assentì il prete con rispetto.

«Ha notato un’altra cosa?» continuò Flambeau con entusiasmo, «questo Hawker sente insultare il suo amore, ma non colpisce finché non è arrivato sulle dune di sabbia soffice, dove può essere il vincitore in un finto combattimento. Se avesse colpito tra le rocce e il mare, avrebbe potuto ferire il suo alleato.»

«Anche questo è vero», disse padre Brown annuendo.

«E ora, partiamo dall’inizio. La cosa riguarda poche persone, ma almeno tre. Serve una persona per il suicidio; due persone per l’omicidio; ma almeno tre persone per il ricatto.»

«Perché?» chiese il prete dolcemente.

«Beh, ovviamente», esclamò il suo amico, «deve essercene uno da esporre; uno che minaccia l’esposizione; e almeno uno che l’esposizione inorridirebbe.»

Dopo una lunga pausa riflessiva, il prete disse: «Le sfugge un passaggio logico. Tre persone sono necessarie come idee. Solo due sono necessarie come agenti.»

«Cosa intende?» chiese l’altro.

«Perché un ricattatore», chiese Brown a bassa voce, «non dovrebbe minacciare la sua vittima con se stesso? Supponga che una moglie diventi una rigida astemia per spaventare il marito e fargli nascondere il fatto che frequenta i pub, e poi gli scriva lettere di ricatto con un’altra calligrafia, minacciando di dirlo a sua moglie! Perché non dovrebbe funzionare? Supponga che un padre proibisca a un figlio di giocare d’azzardo e poi, seguendolo sotto un buon travestimento, minacci il ragazzo con la sua stessa finta severità paterna! Supponga... ma, eccoci arrivati, amico mio.»

«Mio Dio!» esclamò Flambeau; «non vorrà dire...»

Una figura attiva corse giù per i gradini della casa e mostrò sotto la luce dorata del lampione la testa inconfondibile che somigliava alla moneta romana. «Miss Carstairs», disse Hawker senza cerimonie, «non voleva entrare finché non foste arrivati voi.»

«Bene», osservò Brown con sicurezza, «non pensa che sia la cosa migliore che possa fare, restare fuori... con lei a prendersi cura di lei? Vede, immagino che lei stesso abbia intuito tutto.»

«Sì», disse il giovane, sottovoce, «ho intuito sulla sabbia e ora lo so; ecco perché l’ho lasciato cadere dolcemente.»

Prendendo una chiave dalla ragazza e la moneta da Hawker, Flambeau fece entrare se stesso e il suo amico nella casa vuota e passò nel salotto esterno. Era privo di occupanti, eccetto uno. L’uomo che padre Brown aveva visto passare davanti alla taverna era in piedi contro il muro come alle strette; immutato, salvo per il fatto che si era tolto la giacca nera e indossava una vestaglia marrone.

«Siamo venuti», disse padre Brown gentilmente, «per restituire questa moneta al suo proprietario.» E la porse all’uomo col naso.

Gli occhi di Flambeau rotearono. «Quest’uomo è un collezionista di monete?» chiese.

«Quest’uomo è il signor Arthur Carstairs», disse il prete con fermezza, «ed è un collezionista di monete di tipo alquanto singolare.»

L’uomo cambiò colore in modo così orribile che il naso storto spiccò sul suo volto come una cosa separata e comica. Parlò, tuttavia, con una sorta di dignità disperata. «Vedrete, allora», disse, «che non ho perso tutte le qualità di famiglia.» E si voltò improvvisamente e si diresse a grandi passi verso una stanza interna, sbattendo la porta.

«Fermatelo!» gridò padre Brown, balzando e cadendo a metà su una sedia; e, dopo un paio di strattoni, Flambeau riuscì ad aprire la porta. Ma era troppo tardi. Nel silenzio assoluto, Flambeau attraversò la stanza e telefonò per il medico e la polizia.

Un flacone di medicina vuoto giaceva sul pavimento. Attraverso il tavolo, il corpo dell’uomo con la vestaglia marrone giaceva in mezzo ai suoi pacchetti di carta marrone squarciati e aperti; dai quali uscivano e rotolavano non monete romane, ma monete inglesi molto moderne.

Il prete sollevò la testa di bronzo di Cesare. «Questa», disse, «era tutto ciò che restava della Collezione Carstairs.»

Dopo un silenzio, continuò con una gentilezza più che comune: «Fu un testamento crudele quello che fece il suo malvagio padre, e vede che lui ne fu un po’ risentito. Odiava il denaro romano che possedeva e divenne più affezionato al denaro vero che gli era stato negato. Non solo vendette la Collezione pezzo per pezzo, ma sprofondò poco a poco nei modi più bassi per fare soldi... persino ricattando la propria famiglia sotto travestimento. Ricattò suo fratello dall’Australia per il suo piccolo crimine dimenticato (ecco perché prese il taxi per Wagga Wagga a Putney), ricattò sua sorella per il furto che solo lui avrebbe potuto notare. E questo, a proposito, è il motivo per cui lei ebbe quell’intuizione soprannaturale quando lui era lontano sulle dune di sabbia. La semplice figura e l’andatura, per quanto distanti, hanno più probabilità di ricordarci qualcuno di un volto ben truccato visto da molto vicino.»

Ci fu un altro silenzio. «Beh», ringhiò il detective, «e così questo grande numismatico e collezionista di monete non era altro che un avaro volgare.»

«C’è così tanta differenza?» chiese padre Brown, con lo stesso tono strano e indulgente. «Cosa c’è di sbagliato in un avaro che non sia spesso altrettanto sbagliato in un collezionista? Cosa c’è di sbagliato, eccetto... non ti farai alcuna immagine scolpita; non ti prostrerai davanti ad esse né le servirai, poiché io... ma dobbiamo andare a vedere come se la passano i poveri giovani.»

«Penso», disse Flambeau, «che nonostante tutto, probabilmente se la passino molto bene.»

Camminavo lungo un sentiero pubblico che si snoda attraverso un frutteto privato nel Devonshire e che sembra puntare verso il sidro del Devonshire, quando mi imbattei improvvisamente in un luogo proprio come il sentiero suggeriva. Era una locanda lunga e bassa, composta in realtà da un cottage e due fienili; interamente coperta da quel tetto di paglia che sembra capelli castani e grigi cresciuti prima della storia. Ma fuori dalla porta c’era un’insegna che la chiamava Blue Dragon; e sotto l’insegna c’era uno di quei lunghi tavoli rustici che un tempo stavano fuori dalla maggior parte delle libere locande inglesi, prima che gli astemi e i produttori di birra, insieme, distruggessero la libertà. E a questo tavolo sedevano tre gentiluomini, che avrebbero potuto vivere cent’anni fa.

Ora che li conosco tutti meglio, non c’è difficoltà a districare le impressioni; ma proprio allora sembravano tre fantasmi molto solidi. La figura dominante, sia perché era più grande in tutte e tre le dimensioni, sia perché sedeva centralmente lungo il tavolo, di fronte a me, era un uomo alto e grasso vestito completamente di nero, con un volto rubicondo, persino apoplettico, ma una fronte piuttosto calva e piuttosto preoccupata. Guardandolo di nuovo, più attentamente, non saprei dire esattamente cosa mi desse il senso di antichità, eccetto il taglio antico della sua cravatta clericale bianca e le rughe sbarrate sulla fronte.

Era ancora meno facile fissare l'impressione nel caso dell'uomo all'estremità destra del tavolo, che, a dire il vero, era una persona comune come se ne possono vedere ovunque, con una testa rotonda dai capelli castani e un naso camuso rotondo, ma anch'egli vestito di nero clericale, di un taglio più rigoroso. Fu solo quando vidi il suo cappello a tesa larga e curva appoggiato sul tavolo accanto a lui che compresi perché lo collegassi a qualcosa di antico. Era un prete cattolico romano.

Forse il terzo uomo, all'altra estremità del tavolo, aveva davvero più a che fare con tutto ciò rispetto agli altri, sebbene fosse sia più esile nella presenza fisica che più sconsiderato nel vestire. Le sue membra lunghe erano rivestite, potrei anche dire imprigionate, in maniche e pantaloni grigi molto stretti; aveva un volto lungo, giallastro e aquilino che sembrava in qualche modo ancora più saturnino perché le sue mascelle sporgenti erano imprigionate nel colletto e nel fazzoletto da collo più nello stile del vecchio solino; e i suoi capelli (che avrebbero dovuto essere castano scuro) erano di uno strano colore rossiccio smorto che, in congiunzione con la sua faccia gialla, sembrava più viola che rosso. Il colore discreto ma insolito era tanto più notabile in quanto i suoi capelli erano quasi innaturalmente sani e ricci, e li portava folti. Ma, dopo ogni analisi, sono incline a pensare che ciò che mi diede la mia prima impressione antiquata fosse semplicemente un set di alti bicchieri da vino fuori moda, uno o due limoni e due pipe da chiesa. E anche, forse, l'incarico d'altri tempi per cui ero venuto.

Essendo un cronista incallito, e trattandosi apparentemente di una locanda pubblica, non ebbi bisogno di invocare molta della mia sfacciataggine per sedermi al lungo tavolo e ordinare del sidro. L'uomo grande in nero sembrava molto istruito, specialmente sulle antichità locali; l'uomo piccolo in nero, sebbene parlasse molto meno, mi sorprese con una cultura ancora più vasta. Così andammo molto d'accordo; ma il terzo uomo, il vecchio gentiluomo dai pantaloni stretti, sembrava piuttosto distante e altezzoso, finché non scivolai sull'argomento del Duca di Exmoor e della sua ascendenza.

Pensai che l'argomento sembrasse imbarazzare un po' gli altri due; ma ruppe il sortilegio del silenzio del terzo uomo con grande successo. Parlando con moderazione e con l'accento di un gentiluomo altamente istruito, e tirando a intervalli dalla sua lunga pipa da chiesa, procedette a raccontarmi alcune delle storie più orribili che io abbia mai sentito in vita mia: come uno degli Eyre nei tempi passati avesse impiccato suo padre; e un altro avesse fatto frustare sua moglie legata alla coda di un carro attraverso il villaggio; e un altro avesse dato fuoco a una chiesa piena di bambini, e così via.

Alcuni dei racconti, in verità, non sono adatti alla stampa pubblica, come la storia delle Suore Scarlatte, l'abominevole storia del Cane Maculato, o la cosa che fu fatta nella cava. E tutto questo elenco rosso di empietà usciva dalle sue labbra sottili e gentili in modo piuttosto formale, mentre sedeva a sorseggiare il vino dal suo bicchiere alto e sottile.

Potevo vedere che l'uomo grande di fronte a me stava cercando, se non altro, di fermarlo; ma evidentemente nutriva un notevole rispetto per il vecchio gentiluomo e non poteva azzardarsi a farlo in modo brusco. E il piccolo prete all'altra estremità del tavolo, sebbene libero da ogni aria di imbarazzo, guardava fisso il tavolo e sembrava ascoltare il racconto con grande dolore, come era giusto che fosse.

«Non mi sembra», dissi al narratore, «che lei sia molto affezionato al pedigree degli Exmoor.»

Mi guardò un momento, le labbra ancora contratte, ma sbiancate e serrate; poi ruppe deliberatamente la sua lunga pipa e il bicchiere sul tavolo e si alzò, l'immagine stessa di un perfetto gentiluomo con l'indole tormentata di un demone.

«Questi gentiluomini», disse, «le diranno se ho motivo di esserlo. La maledizione degli Eyre di un tempo è gravata pesantemente su questo paese, e molti ne hanno sofferto. Loro sanno che non c'è nessuno che ne abbia sofferto come me.» E con ciò schiacciò un pezzo del vetro caduto sotto il tallone e si allontanò tra il crepuscolo verde degli alberi di mele scintillanti.

«Quello è uno straordinario vecchio gentiluomo», dissi agli altri due; «per caso sapete cosa gli abbia fatto la famiglia Exmoor? Chi è?»

L'uomo grande in nero mi stava fissando con l'aria selvaggia di un toro sbalordito; all'inizio non sembrò capire. Poi alla fine disse: «Non sa chi sia?»

Riaffermai la mia ignoranza, e ci fu un altro silenzio; poi il piccolo prete disse, guardando ancora il tavolo: «Quello è il Duca di Exmoor.»

Poi, prima che potessi raccogliere i miei sensi dispersi, aggiunse altrettanto quietamente, ma con l'aria di voler regolarizzare le cose: «Il mio amico qui è il Dottor Mull, il bibliotecario del Duca. Il mio nome è Brown.»

«Ma», balbettai, «se quello è il Duca, perché maledice tutti i vecchi duchi in quel modo?»

«Sembra credere davvero», rispose il prete chiamato Brown, «che abbiano lasciato una maledizione su di lui.» Poi aggiunse, con una certa irrilevanza: «Ecco perché porta una parrucca.»

Ci vollero alcuni istanti prima che il suo significato mi apparisse chiaro. «Non intende quella favola sull'orecchio fantastico?» chiesi. «Ne ho sentito parlare, naturalmente, ma sicuramente deve essere una storia superstiziosa nata da qualcosa di molto più semplice. A volte ho pensato che fosse una versione selvaggia di una di quelle storie di mutilazione. Usavano tagliare le orecchie ai criminali nel sedicesimo secolo.»

«Difficilmente credo sia stato quello», rispose l'omino pensieroso, «ma non è fuori dalla scienza ordinaria o dalla legge naturale che una famiglia abbia qualche deformità che riappare frequentemente, come un orecchio più grande dell'altro.»

Il grande bibliotecario aveva sepolto la sua grande fronte calva nelle sue grandi mani rosse, come un uomo che cerca di capire il proprio dovere. «No», gemette. «Lei fa un torto all'uomo, dopotutto. Capisca, non ho motivo di difenderlo, o persino di mantenere la parola con lui. È stato un tiranno per me come per chiunque altro. Non pensi che perché lo vede seduto qui non sia un gran signore nel peggior senso della parola. Farebbe venire un uomo a un miglio di distanza per suonare un campanello a un metro di distanza, se ciò servisse a chiamarne un altro a tre miglia per prendere una scatola di fiammiferi a tre metri di distanza. Deve avere un valletto che gli porti il bastone da passeggio; un servitore personale che gli regga l'occhialino...»

«Ma non un valletto che gli spazzoli i vestiti», intervenne il prete, con una curiosa asciuttezza, «perché il valletto vorrebbe spazzolare anche la sua parrucca.»

Il bibliotecario si voltò verso di lui e sembrò dimenticarsi della mia presenza; era fortemente commosso e, penso, un po' riscaldato dal vino. «Non so come faccia a saperlo, Padre Brown», disse, «ma ha ragione. Lascia che tutto il mondo faccia ogni cosa per lui, tranne vestirlo. E questo insiste a farlo in una solitudine letterale come un deserto. Chiunque venga trovato anche solo vicino alla porta del suo camerino viene cacciato di casa senza referenze.»

«Sembra un vecchio tipo piacevole», osservai.

«No», rispose il Dottor Mull molto semplicemente; «eppure questo è esattamente ciò che intendo dicendo che lei è ingiusto nei suoi confronti, dopotutto. Signori, il Duca prova davvero l'amarezza per la maledizione che ha espresso poco fa. Egli, con sincera vergogna e terrore, nasconde sotto quella parrucca viola qualcosa che pensa che farebbe impazzire i figli degli uomini se dovessero vederlo. So che è così; e so che non è un mero deturpamento naturale, come una mutilazione criminale, o una sproporzione ereditaria nei tratti. So che è peggio di così; perché me lo ha detto un uomo che era presente a una scena che nessun uomo potrebbe inventare, dove un uomo più forte di chiunque di noi ha cercato di sfidare il segreto ed è scappato via terrorizzato.»

Aprii la bocca per parlare, ma Mull continuò nell'oblio di me, parlando dalla caverna delle sue mani. «Non mi dispiace raccontarglielo, Padre, perché è davvero più una difesa del povero Duca che un tradirlo. Non ha mai sentito di quella volta in cui ha rischiato di perdere tutte le tenute?»

Il prete scosse la testa; e il bibliotecario procedette a raccontare la storia come l'aveva sentita dal suo predecessore nella stessa carica, che era stato suo patrono e istruttore, e di cui sembrava fidarsi implicitamente. Fino a un certo punto era una storia comune del declino delle fortune di una grande famiglia: la storia di un avvocato di famiglia. Il suo avvocato, tuttavia, aveva il buon senso di imbrogliare onestamente, se l'espressione si spiega da sola. Invece di usare i fondi che deteneva in amministrazione fiduciaria, approfittò della negligenza del Duca per mettere la famiglia in un buco finanziario in cui sarebbe stato necessario per il Duca lasciargli gestire le cose nella realtà.

L'avvocato si chiamava Isaac Green, ma il Duca lo chiamava sempre Elisha; presumibilmente in riferimento al fatto che era completamente calvo, sebbene certamente non avesse più di trent'anni. Era salito molto rapidamente, ma da inizi molto sporchi; essendo prima un "delatore" o informatore, e poi uno strozzino: ma come avvocato degli Eyre aveva il senso, come dico, di rimanere tecnicamente corretto finché non fosse stato pronto a sferrare il colpo finale. Il colpo arrivò a cena; e il vecchio bibliotecario disse che non avrebbe mai dimenticato l'aspetto dei paralumi e dei decanter, mentre il piccolo avvocato, con un sorriso fermo, propose al grande proprietario terriero di dividere le tenute tra loro due. Il seguito certamente non poteva essere trascurato; perché il Duca, in un silenzio tombale, fracassò un decanter sulla testa calva dell'uomo, improvvisamente come l'avevo visto io fracassare il bicchiere quel giorno nel frutteto. Lasciò una cicatrice triangolare rossa sul cuoio capelluto, e gli occhi dell'avvocato cambiarono, ma non il suo sorriso.

Si alzò barcollando in piedi e rispose al colpo come fanno tali uomini. «Sono contento di questo», disse, «perché ora posso prendermi l'intera tenuta. La legge me la darà.»

Exmoor, a quanto pare, era bianco come la cenere, ma i suoi occhi brillavano ancora. «La legge te la darà», disse; «ma tu non la prenderai... Perché no? Perché? Perché significherebbe il crepuscolo del giudizio per me, e se tu la prendi, io mi toglierò la parrucca... Perché, miserabile pollo spennato, chiunque può vedere la tua testa nuda. Ma nessun uomo vedrà la mia e vivrà.»

Bene, potete dire quello che volete e far sì che significhi quello che volete. Ma Mull giura che è il fatto solenne che l'avvocato, dopo aver agitato i pugni chiusi in aria per un istante, sia semplicemente scappato dalla stanza e non sia mai più riapparso nella campagna; e da allora Exmoor è stato temuto più come uno stregone che come proprietario terriero e magistrato.

Ora il Dottor Mull raccontava la sua storia con gesti teatrali piuttosto selvaggi, e con una passione che penso fosse almeno di parte. Ero pienamente consapevole della possibilità che il tutto fosse la stravaganza di un vecchio millantatore e chiacchierone. Ma prima di concludere questa metà delle mie scoperte, penso che sia dovuto al Dottor Mull registrare che le mie prime due indagini hanno confermato la sua storia. Ho appreso da un vecchio speziale nel villaggio che c'era un uomo calvo in abito da sera, che dava il nome di Green, che venne da lui una notte per farsi medicare un taglio triangolare sulla fronte. E ho appreso dai registri legali e dai vecchi giornali che c'era stata una causa minacciata, e almeno iniziata, da un certo Green contro il Duca di Exmoor.

Il signor Nutt, del Daily Reformer, scrisse alcune parole altamente incongruenti in cima alla copia, fece alcuni segni altamente misteriosi lungo il lato di essa, e chiamò la signorina Barlow con la stessa voce alta e monotona: «Prenda nota di una lettera per il signor Finn.»

CARO FINN, la sua copia andrà bene, ma ho dovuto metterci un titolo un po' d'effetto; e il nostro pubblico non sopporterebbe mai un prete romanista nella storia; deve tenere d'occhio i sobborghi. L'ho cambiato in signor Brown, uno spiritista.

Cordialmente,

E. NUTT.

Un giorno o due dopo, l'attivo e giudizioso editore esaminava, con occhi azzurri che sembravano farsi sempre più rotondi, la seconda puntata del racconto dei misteri dell'alta società del signor Finn. Iniziava con le parole:

Ho fatto una scoperta sbalorditiva. Confesso liberamente che è del tutto diversa da qualsiasi cosa mi aspettassi di scoprire, e darà uno shock molto più pratico al pubblico. Mi azzardo a dire, senza alcuna vanità, che le parole che scrivo ora saranno lette in tutta Europa, e certamente in tutta l'America e nelle Colonie. Eppure ho sentito tutto ciò che ho da raccontare prima di lasciare questo stesso tavolino di legno in questo stesso boschetto di alberi di mele.

Devo tutto al piccolo prete Brown; è un uomo straordinario. Il grande bibliotecario aveva lasciato il tavolo, forse vergognandosi della sua lingua lunga, forse ansioso riguardo alla tempesta in cui il suo misterioso padrone era svanito: ad ogni modo, si avviò pesantemente sulle tracce del Duca attraverso gli alberi. Padre Brown aveva raccolto uno dei limoni e lo stava osservando con uno strano piacere.

«Che bel colore ha un limone!» disse. «C'è una cosa che non mi piace della parrucca del Duca: il colore.»

«Non credo di capire», risposi.

«Immagino che abbia una buona ragione per coprirsi le orecchie, come Re Mida», continuò il prete, con una semplicità allegra che in qualche modo sembrava piuttosto frivola date le circostanze. «Posso capire benissimo che sia più carino coprirle con i capelli che con piastre di ottone o lembi di cuoio. Ma se vuole usare i capelli, perché non li fa sembrare capelli? Non ci sono mai stati capelli di quel colore in questo mondo. Sembra più una nuvola al tramonto che attraversa il bosco. Perché non nasconde meglio la maledizione di famiglia, se si vergogna davvero così tanto? Glielo dico io? È perché non se ne vergogna. Ne è orgoglioso.»

«È una parrucca brutta di cui essere orgogliosi, e una storia brutta», dissi.

«Consideri», rispose questo curioso omino, «come lei stesso si senta realmente riguardo a tali cose. Non suggerisco che lei sia più snob o più morboso del resto di noi: ma non si sente in modo vago che una genuina vecchia maledizione di famiglia sia una cosa piuttosto bella da avere? Si vergognerebbe, non ne sarebbe un po' orgoglioso, se l'erede dell'orrore di Glamis la chiamasse suo amico? O se la famiglia di Byron avesse confidato, solo a lei, le malvagie avventure della loro stirpe? Non sia troppo duro con gli aristocratici stessi se le loro teste sono deboli quanto le nostre, e sono snob riguardo ai loro stessi dolori.»

«Per Giove!» esclamai; «ed è vero abbastanza. La famiglia di mia madre aveva una banshee; e, ora che ci penso, mi ha confortato in molte ore fredde.»

«E pensi», continuò, «a quel flusso di sangue e veleno che è scaturito dalle sue labbra sottili nel momento stesso in cui lei ha menzionato i suoi antenati. Perché dovrebbe mostrare a ogni sconosciuto una tale Camera degli Orrori se non ne fosse orgoglioso? Non nasconde la sua parrucca, non nasconde il suo sangue, non nasconde la sua maledizione di famiglia, non nasconde i crimini di famiglia, ma...»

La voce dell'omino cambiò così improvvisamente, chiuse la mano così bruscamente, e i suoi occhi divennero così rapidamente rotondi e luminosi come quelli di un gufo che si sveglia, che ebbe tutta la bruschezza di una piccola esplosione sul tavolo.

«Ma», concluse, «nasconde davvero la sua toeletta.»

In qualche modo completò il brivido dei miei nervi fantasiosi il fatto che in quell'istante il Duca apparve di nuovo silenziosamente tra gli alberi scintillanti, con il suo passo morbido e i capelli color tramonto, girando l'angolo della casa in compagnia del suo bibliotecario. Prima che arrivasse a portata di voce, Padre Brown aveva aggiunto con molta compostezza: «Perché nasconde davvero il segreto di ciò che fa con la parrucca viola? Perché non è il tipo di segreto che supponiamo.»

Il Duca girò l'angolo e riprese il suo posto a capo del tavolo con tutta la sua dignità naturale. L'imbarazzo del bibliotecario lo lasciò a librarsi sulle zampe posteriori, come un orso enorme. Il Duca si rivolse al prete con grande serietà. «Padre Brown», disse, «il Dottor Mull mi informa che lei è venuto qui per fare una richiesta. Non professo più l'osservanza della religione dei miei padri; ma per il loro bene, e per il bene dei giorni in cui ci siamo incontrati prima, sono molto disposto ad ascoltarla. Ma presumo che preferirebbe essere ascoltato in privato.»

Qualunque cosa io conservi del gentiluomo mi fece alzare in piedi. Qualunque cosa io abbia raggiunto del giornalista mi fece restare immobile. Prima che questa paralisi potesse passare, il prete aveva fatto un gesto momentaneamente trattenente. «Se», disse, «Sua Grazia mi permetterà la mia vera petizione, o se conservo ancora il diritto di consigliarla, insisterei affinché il maggior numero possibile di persone fosse presente. In tutto questo paese ho trovato centinaia di persone, anche della mia stessa fede e del mio gregge, le cui immaginazioni sono avvelenate dall'incantesimo che la supplico di spezzare. Vorrei che potessimo avere tutto il Devonshire qui a vederla farlo.»

«Vedermi fare cosa?» chiese il Duca, inarcando le sopracciglia.

«Vederla togliersi la parrucca», disse Padre Brown.

La faccia del Duca non si mosse; ma guardò il suo petizionario con uno sguardo vitreo che è l'espressione più terribile che io abbia mai visto su un volto umano. Potevo vedere le grandi gambe del bibliotecario vacillare sotto di lui come le ombre dei gambi in uno stagno; e non potevo scacciare dal mio stesso cervello la fantasia che gli alberi tutto intorno a noi si stessero riempiendo dolcemente nel silenzio di diavoli invece che di uccelli.

«La risparmio», disse il Duca con una voce di pietà inumana. «Mi rifiuto. Se le dessi il minimo accenno del carico di orrore che devo sopportare da solo, lei giacerebbe strillando ai miei piedi pregando di non sapere altro. Le risparmierò l'accenno. Non potrà sillabare la prima lettera di ciò che è scritto sull'altare del Dio Ignoto.»

«Conosco il Dio Ignoto», disse il piccolo prete, con una grandezza di certezza inconscia che si ergeva come una torre di granito. «Conosco il suo nome; è Satana. Il vero Dio si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi. E io le dico: ovunque troviate uomini governati puramente dal mistero, è il mistero dell'iniquità. Se il diavolo vi dice che qualcosa è troppo spaventoso da guardare, guardatelo. Se dice che qualcosa è troppo terribile da ascoltare, ascoltatelo. Se pensate che una verità sia insopportabile, sopportatela. Supplico la Vostra Grazia di porre fine a questo incubo, qui e ora, a questo tavolo».

«Se lo facessi», disse il Duca a bassa voce, «lei, e tutto ciò in cui crede, e tutto ciò per cui soltanto vive, sareste i primi ad avvizzire e perire. Avrebbe un istante per conoscere il grande Nulla prima di morire».

«La Croce di Cristo sia tra me e il male», disse Padre Brown. «Si tolga la parrucca».

Ero chino sul tavolo in uno stato di agitazione incontrollabile; ascoltando questo duello straordinario, mi era balenato in testa un mezzo pensiero. «Vostra Grazia», gridai, «scopro il suo bluff. Si tolga quella parrucca o gliela strapperò via io».

Suppongo di poter essere denunciato per aggressione, ma sono molto felice di averlo fatto. Quando disse, con la stessa voce di pietra, «Mi rifiuto», semplicemente gli saltai addosso. Per tre lunghi istanti fece forza contro di me come se avesse tutto l'inferno ad aiutarlo; ma gli forzai la testa finché la calotta pelosa non cadde. Ammetto che, mentre lottavo, chiusi gli occhi mentre cadeva.

Fui svegliato da un grido di Mull, che a quel punto era anch'egli al fianco del Duca. La sua testa e la mia erano entrambe chine sul cranio calvo del Duca senza parrucca. Poi il silenzio fu spezzato dal bibliotecario che esclamò: «Cosa può significare? Ma se l'uomo non aveva nulla da nascondere. Le sue orecchie sono proprio come quelle di chiunque altro».

«Sì», disse Padre Brown, «è proprio questo ciò che doveva nascondere».

Il prete camminò dritto verso di lui, ma stranamente non lanciò nemmeno uno sguardo alle sue orecchie. Fissò con una serietà quasi comica la sua fronte calva e indicò una cicatrice triangolare, guarita da tempo, ma ancora distinguibile. «Signor Green, credo», disse cortesemente, «e alla fine ha ottenuto l'intera tenuta».

E ora lasciate che io dica ai lettori del Daily Reformer quella che ritengo la cosa più notevole dell'intera faccenda. Questa scena di trasformazione, che vi sembrerà selvaggia e appariscente come una fiaba persiana, è stata (a parte la mia aggressione tecnica) rigorosamente legale e costituzionale fin dai suoi primi albori. Quest'uomo con la strana cicatrice e le orecchie comuni non è un impostore. Sebbene (in un certo senso) indossi la parrucca di un altro uomo e rivendichi l'orecchio di un altro uomo, non ha rubato la corona di un altro uomo. È davvero l'unico e solo Duca di Exmoor. Ciò che accadde fu questo. Il vecchio Duca aveva davvero una lieve malformazione all'orecchio, che era realmente più o meno ereditaria. Era davvero morboso al riguardo; ed è assai probabile che l'abbia invocata come una sorta di maledizione nella scena violenta (che indubbiamente avvenne) in cui colpì Green con il decanter. Ma il contrasto finì molto diversamente. Green fece valere la sua pretesa e ottenne le tenute; il nobile espropriato si sparò e morì senza eredi. Dopo un intervallo decoroso, il bellissimo Governo inglese ripristinò l'«estinto» titolo nobiliare di Exmoor e lo conferì, come d'uso, alla persona più importante, quella che aveva ottenuto la proprietà.

Quest'uomo usava le vecchie favole feudali – in realtà, nella sua anima snob, le invidiava e le ammirava sinceramente. Così migliaia di poveri inglesi tremavano davanti a un misterioso capo con un antico destino e un diadema di stelle malvagie – quando in realtà stavano tremando davanti a un ragazzino di strada che non più di dodici anni fa era un leguleio e un banco dei pegni. Penso che sia molto tipico del vero caso contro la nostra aristocrazia così com'è, e come sarà finché Dio non ci manderà uomini più coraggiosi.

Il signor Nutt posò il manoscritto e chiamò con inusuale acutezza: «Miss Barlow, per favore prenda nota di una lettera per il signor Finn».

CARO FINN, – Lei deve essere pazzo; non possiamo toccare questa roba. Volevo vampiri, i bei vecchi tempi e l'aristocrazia che va a braccetto con la superstizione. A loro piace, ma lei deve sapere che gli Exmoor non perdonerebbero mai una cosa del genere. E cosa direbbe la nostra gente, mi piacerebbe sapere! Ma se Sir Simon è uno dei più grandi amici di Exmoor; e rovinerebbe quel cugino degli Eyre che si candida per noi a Bradford. Inoltre, il vecchio Saponetta era già abbastanza furioso per non aver ottenuto il titolo nobiliare l'anno scorso; mi licenzierebbe via telegrafo se gli facessi perdere l'occasione con follie come questa. E che mi dice di Duffey? Ci sta scrivendo degli articoli sferzanti su «Il tallone del Normanno». E come può scrivere dei Normanni se l'uomo è solo un avvocato? Sia ragionevole. – Suo, E. NUTT.

Mentre Miss Barlow batteva a macchina allegramente, lui appallottolò la copia e la gettò nel cestino della carta straccia; ma non prima di aver, automaticamente e per forza d'abitudine, cambiato la parola «Dio» con la parola «circostanze».

OTTO – La fine dei Pendragon

PADRE BROWN non era in vena di avventure. Si era ammalato di recente per il troppo lavoro e, quando iniziò a rimettersi, il suo amico Flambeau lo aveva portato in crociera su un piccolo yacht con Sir Cecil Fanshaw, un giovane proprietario terriero della Cornovaglia ed entusiasta del paesaggio costiero della regione. Ma Brown era ancora piuttosto debole; non era un navigatore molto felice; e sebbene non fosse mai del tipo che si lamenta o crolla, il suo umore non superava i limiti della pazienza e della cortesia. Quando gli altri due uomini lodavano il frastagliato tramonto color violetto o le frastagliate scogliere vulcaniche, annuiva con loro. Quando Flambeau indicò una roccia che sembrava un drago, la guardò e la trovò molto simile a un drago. Quando Fanshaw, con maggiore eccitazione, indicò una roccia che somigliava a Merlino, la guardò e fece cenno di assenso. Quando Flambeau chiese se questo cancello roccioso del fiume tortuoso non fosse il cancello del Paese delle Fate, disse «Sì». Ascoltava le cose più importanti e le più banali con lo stesso assorbimento insapore. Sentì dire che la costa era letale per chiunque non fosse un marinaio prudente; sentì anche dire che il gatto della nave stava dormendo. Sentì che Fanshaw non riusciva a trovare il suo bocchino da nessuna parte; sentì anche il pilota pronunciare l'oracolo: «Due occhi luminosi, lei è al sicuro; un occhio ammicca, lei va giù». Sentì Flambeau dire a Fanshaw che senza dubbio questo significava che il pilota doveva tenere entrambi gli occhi aperti e stare in gamba. E sentì Fanshaw dire a Flambeau che, stranamente, non significava questo: significava che finché vedevano due delle luci della costa, una vicina e l'altra distante, esattamente fianco a fianco, si trovavano nel giusto canale fluviale; ma che se una luce era nascosta dietro l'altra, stavano andando sugli scogli. Sentì Fanshaw aggiungere che il suo paese era pieno di tali bizzarre favole e modi di dire; era la vera patria del romanticismo; arrivò persino a contrapporre questa parte della Cornovaglia al Devonshire, come pretendente agli allori della marineria elisabettiana. Secondo lui, c'erano stati capitani tra queste cale e isolotti rispetto ai quali Drake era praticamente un uomo di terraferma. Sentì Flambeau ridere e chiedere se, forse, l'avventuroso titolo di «Westward Ho!» significasse solo che tutti gli uomini del Devonshire avrebbero voluto vivere in Cornovaglia. Sentì Fanshaw dire che non c'era bisogno di fare lo sciocco; che non solo i capitani della Cornovaglia erano stati eroi, ma che lo erano ancora: che vicino a quel punto esatto c'era un vecchio ammiraglio, ormai in pensione, segnato da viaggi emozionanti pieni di avventure; e che in gioventù aveva trovato l'ultimo gruppo di otto isole del Pacifico che era stato aggiunto alle carte del mondo. Questo Cecil Fanshaw era, di persona, del tipo che comunemente sollecita tali entusiasmi rozzi ma piacevoli; un uomo molto giovane, dai capelli chiari, dal colorito acceso, dal profilo avido; con una spavalderia giovanile nello spirito, ma una delicatezza di tinta e di tipo quasi femminile. Le spalle massicce, le sopracciglia nere e la spavalderia da moschettiere di Flambeau costituivano un grande contrasto.

Tutte queste banalità Brown le ascoltava e le vedeva; ma le ascoltava come un uomo stanco ascolta una melodia nel rumore delle ruote del treno, o le vedeva come un malato vede il motivo della sua carta da parati. Nessuno può calcolare le svolte dell'umore durante la convalescenza: ma la depressione di Padre Brown doveva avere molto a che fare con la sua semplice mancanza di familiarità con il mare. Poiché, man mano che la foce del fiume si restringeva come il collo di una bottiglia, e l'acqua diventava più calma e l'aria più calda e terrena, sembrò svegliarsi e prestare attenzione come un bambino. Avevano raggiunto quella fase subito dopo il tramonto in cui l'aria e l'acqua sembrano luminose, ma la terra e tutte le sue creature crescenti appaiono quasi nere in confronto. In questa serata particolare, tuttavia, c'era qualcosa di eccezionale. Era una di quelle rare atmosfere in cui un vetro affumicato sembra essere stato fatto scivolare via da tra noi e la Natura; così che anche i colori scuri in quel giorno sembravano più splendidi dei colori brillanti in giorni più nuvolosi. La terra calpestata delle rive del fiume e la macchia torbosa nelle pozze non sembravano grigie ma di un'ambra incandescente, e i boschi scuri agitati dalla brezza non sembravano, come al solito, blu tenue con la mera profondità della distanza, ma piuttosto masse mosse dal vento di qualche vivido fiore violetto. Questa limpidezza e intensità magica nei colori era ulteriormente impressa sui sensi lentamente risvegliati di Brown da qualcosa di romantico e persino segreto nella forma stessa del paesaggio.

Il fiume era ancora abbastanza largo e profondo per una barca da diporto piccola come la loro; ma le curve della campagna suggerivano che si stesse chiudendo da entrambi i lati; i boschi sembravano fare tentativi spezzati e fugaci di costruire ponti – come se la barca stesse passando dal romanticismo di una valle al romanticismo di una conca e così al romanticismo supremo di un tunnel. Oltre a questo semplice aspetto delle cose, c'era poco su cui la fantasia rinfrancata di Brown potesse nutrirsi; non vide esseri umani, eccetto alcuni zingari che si trascinavano lungo la riva del fiume, con fascine e vimini tagliati nella foresta; e una vista non più anticonvenzionale, ma in parti così remote ancora insolita: una signora dai capelli scuri, a capo scoperto, che pagaiava sulla sua canoa. Se Padre Brown avesse mai attribuito una qualche importanza a uno di questi, certamente se ne dimenticò alla curva successiva del fiume, che portò in vista un oggetto singolare.

L'acqua sembrò allargarsi e dividersi, essendo scissa dal cuneo scuro di un isolotto boscoso a forma di pesce. Con la velocità a cui andavano, l'isolotto sembrava nuotare verso di loro come una nave; una nave con una prua molto alta – o, per parlare più precisamente, un fumaiolo molto alto. Poiché nel punto estremo più vicino a loro sorgeva un edificio dall'aspetto bizzarro, diverso da qualsiasi cosa potessero ricordare o collegare a uno scopo. Non era particolarmente alto, ma era troppo alto per la sua larghezza per essere chiamato altro che una torre. Tuttavia, sembrava costruito interamente di legno, e ciò in un modo più ineguale ed eccentrico. Alcune assi e travi erano di buon rovere stagionato; alcune di legno tagliato crudo e recente; altre ancora di legno di pino bianco, e molte altre dello stesso tipo di legno dipinto di nero col catrame. Queste travi nere erano disposte storte o incrociate a ogni sorta di angolo, conferendo al tutto un aspetto estremamente irregolare e sconcertante. C'erano una o due finestre, che sembravano colorate e piombate in uno stile vecchio stampo ma più elaborato. I viaggiatori lo guardarono con quella sensazione paradossale che proviamo quando qualcosa ci ricorda qualcos'altro, eppure siamo certi che sia qualcosa di molto diverso.

Padre Brown, anche quando era confuso, era abile nell'analizzare la propria confusione. E si ritrovò a riflettere che la stranezza sembrava consistere in una particolare forma tagliata in un materiale incongruo; come se si vedesse un cilindro fatto di stagno, o un frac tagliato nel tartan. Era sicuro di aver visto travi di diverse tinte disposte in quel modo da qualche parte, ma mai in tali proporzioni architettoniche. L'istante successivo, uno scorcio attraverso gli alberi scuri gli disse tutto ciò che voleva sapere e rise. Attraverso uno squarcio nel fogliame apparve per un momento una di quelle vecchie case di legno, rivestite di travi nere, che si trovano ancora qua e là in Inghilterra, ma che la maggior parte di noi vede imitate in qualche spettacolo chiamato «Vecchia Londra» o «Inghilterra di Shakespeare». Era in vista solo il tempo necessario perché il prete vedesse che, per quanto vecchio stile, si trattava di una casa di campagna confortevole e ben tenuta, con aiuole fiorite davanti. Non aveva nulla dell'aspetto pezzato e folle della torre che sembrava fatta dei suoi scarti.

«Che diavolo è questo?» disse Flambeau, che stava ancora fissando la torre.

Gli occhi di Fanshaw brillavano e parlò trionfante. «Aha! non avete mai visto un posto come questo prima, immagino; ecco perché vi ho portati qui, amico mio. Ora vedrete se esagero riguardo ai marinai della Cornovaglia. Questo posto appartiene al vecchio Pendragon, che chiamiamo l'Ammiraglio; sebbene sia andato in pensione prima di ottenere il grado. Lo spirito di Raleigh e Hawkins è un ricordo per la gente del Devon; è un fatto moderno per i Pendragon. Se la Regina Elisabetta dovesse risorgere dalla tomba e risalire questo fiume su una chiatta dorata, verrebbe ricevuta dall'Ammiraglio in una casa esattamente uguale a quella a cui era abituata, in ogni angolo e finestra, in ogni pannello sulla parete o piatto sulla tavola. E troverebbe un Capitano inglese ancora parlare ferocemente di nuove terre da trovare su piccole navi, proprio come se avesse cenato con Drake».

«Trovi una strana cosa in giardino», disse Padre Brown, «che non piacerebbe al suo occhio rinascimentale. Quell'architettura domestica elisabettiana è affascinante a modo suo; ma è contro la sua stessa natura far spuntare delle torrette».

«Eppure», rispose Fanshaw, «questa è la parte più romantica ed elisabettiana della faccenda. Fu costruita dai Pendragon proprio nei giorni delle guerre spagnole; e sebbene abbia avuto bisogno di riparazioni e persino di ricostruzioni per un altro motivo, è sempre stata ricostruita alla vecchia maniera. Si dice che la dama di Sir Peter Pendragon l'abbia costruita in questo posto e a questa altezza, perché dalla cima si può scorgere l'angolo in cui le navi svoltano nella foce del fiume; e desiderava essere la prima a vedere la nave di suo marito, mentre tornava a casa dalle Indie Spagnole».

«Per quale altro motivo», chiese Padre Brown, «intendi che sia stata ricostruita?»

«Oh, c'è una strana storia anche su questo», disse il giovane gentiluomo con gusto. «Vi trovate davvero in una terra di storie strane. Re Artù era qui, e Merlino e le fate prima di lui. La storia dice che Sir Peter Pendragon, che (temo) aveva alcuni dei difetti dei pirati oltre alle virtù del marinaio, stava portando a casa tre gentiluomini spagnoli in onorevole prigionia, con l'intento di scortarli alla corte di Elisabetta. Ma era un uomo dal temperamento focoso e tigresco e, giunto a parole grosse con uno di loro, lo prese per la gola e lo scagliò, per caso o per disegno, in mare. Un secondo spagnolo, che era fratello del primo, sguainò istantaneamente la spada e si avventò contro Pendragon, e dopo un breve ma furioso combattimento in cui entrambi ricevettero tre ferite in altrettanti minuti, Pendragon spinse la sua lama attraverso il corpo dell'altro e il secondo spagnolo fu sistemato. Accadde che la nave avesse già svoltato nella foce del fiume e fosse vicina ad acque relativamente basse. Il terzo spagnolo balzò oltre la fiancata della nave, nuotò verso la riva e fu presto abbastanza vicino da potersi alzare in piedi con l'acqua alla vita. E voltandosi di nuovo verso la nave, e alzando entrambe le braccia al Cielo – come un profeta che invoca piaghe su una città malvagia – gridò a Pendragon con una voce lacerante e terribile che lui almeno era ancora vivo, che avrebbe continuato a vivere, che avrebbe vissuto per sempre; e che generazione dopo generazione la casa di Pendragon non avrebbe mai visto lui o i suoi, ma avrebbe saputo da segni molto certi che lui e la sua vendetta erano vivi. Con ciò si tuffò sotto l'onda, e o annegò o nuotò così a lungo sott'acqua che nessun capello della sua testa fu visto in seguito».

«C'è di nuovo quella ragazza nella canoa», disse Flambeau in modo irrilevante, poiché le giovani donne di bell'aspetto lo avrebbero distolto da qualsiasi argomento. «Sembra infastidita dalla strana torre proprio come noi».

In effetti, la giovane signora dai capelli neri stava lasciando che la sua canoa fluttuasse lentamente e silenziosamente oltre lo strano isolotto; e stava guardando intensamente verso l'alto, verso lo strano edificio, con un forte bagliore di curiosità sul suo viso ovale e olivastro.

«Non badare alle ragazze», disse Fanshaw con impazienza, «ce ne sono molte al mondo, ma non molte cose come la Torre Pendragon. Come potete facilmente supporre, molte superstizioni e scandali hanno seguito la scia della maledizione dello spagnolo; e senza dubbio, come direste voi, qualsiasi incidente accaduto a questa famiglia della Cornovaglia verrebbe collegato ad essa dalla credulità rurale. Ma è perfettamente vero che questa torre è stata bruciata due o tre volte; e la famiglia non può essere definita fortunata, perché più di due, credo, dei parenti stretti dell'Ammiraglio sono periti in naufragi; e uno almeno, a mia conoscenza, praticamente nello stesso punto in cui Sir Peter gettò lo spagnolo in mare».

«Che peccato!» esclamò Flambeau. «Se ne sta andando».

«Quando ti ha raccontato questa storia di famiglia il tuo amico l'Ammiraglio?» chiese Padre Brown, mentre la ragazza nella canoa si allontanava, senza mostrare la minima intenzione di estendere il suo interesse dalla torre allo yacht, che Fanshaw aveva già fatto accostare all'isola.

«Molti anni fa», rispose Fanshaw; «non va più in mare da un po' di tempo ormai, sebbene ne sia appassionato come sempre. Credo ci sia un patto di famiglia o qualcosa del genere. Bene, ecco l'approdo; scendiamo a terra e andiamo a trovare il vecchio».

Lo seguirono sull'isola, proprio sotto la torre, e Padre Brown, forse per il semplice contatto con la terraferma, o per l'interesse verso qualcosa sull'altra sponda del fiume (che fissò molto intensamente per alcuni secondi), sembrò singolarmente migliorato in vivacità. Entrarono in un viale alberato tra due recinzioni di legno sottile e grigiastro, come spesso chiudono parchi o giardini, e sopra le quali gli alberi scuri ondeggiavano avanti e indietro come piume nere e viola sul carro funebre di un gigante. La torre, man mano che la lasciavano alle spalle, sembrava ancora più bizzarra, perché tali ingressi sono solitamente fiancheggiati da due torri; e questa appariva sbilenca. A parte questo, il viale aveva l'aspetto consueto dell'ingresso ai giardini di un gentiluomo; ed essendo così curvo che la casa era ormai fuori vista, sembrava in qualche modo un parco molto più grande di quanto qualsiasi piantagione su un'isola del genere potesse realmente essere. Padre Brown era, forse, un po' fantasioso nella sua stanchezza, ma pensò quasi che l'intero posto dovesse diventare più grande, come accade nelle cose in un incubo. Comunque, una monotonia mistica era l'unico carattere della loro marcia, finché Fanshaw si fermò improvvisamente e indicò qualcosa che spuntava attraverso la recinzione grigia – qualcosa che all'inizio sembrava piuttosto il corno imprigionato di qualche bestia. Un'osservazione più attenta mostrò che si trattava di una lama di metallo leggermente curva che brillava debolmente nella luce calante.

Flambeau, che come tutti i francesi era stato soldato, si chinò su di essa e disse con voce sorpresa: «Ma è una sciabola! Credo di conoscere il tipo, pesante e curva, ma più corta di quella della cavalleria; erano soliti averle nell'artiglieria e nella...»

Mentre parlava, la lama si sfilò dalla fenditura che aveva provocato e ricadde con un fendente più pesante, spaccando fino in fondo la staccionata fissipara con un rumore di strappo. Poi venne estratta di nuovo, brillò sopra la staccionata qualche metro più avanti e di nuovo la spaccò a metà con il primo colpo; e dopo aver tentato un po' di divincolarsi (accompagnata da imprecazioni nell'oscurità) la spaccò fino a terra con un secondo. Poi un calcio di diabolica energia fece volare l'intero quadrato di legno sottile, ormai allentato, nel vialetto, e una grande apertura sul fitto boschetto si spalancò nella palizzata.

Fanshaw scrutò nell'apertura scura ed emise un'esclamazione di stupore. «Mio caro Ammiraglio!» esclamò, «lei... ehm... lei si ricava di solito una nuova porta d'ingresso ogni volta che vuole fare una passeggiata?»

La voce nell'oscurità imprecò di nuovo, e poi scoppiò in una risata allegra. «No,» disse; «devo davvero abbattere questa staccionata in qualche modo; sta rovinando tutte le piante, e nessun altro qui è in grado di farlo. Ma intanto ne stacco solo un altro pezzo dalla porta d'ingresso, poi uscirò a darle il benvenuto.»

E infatti, sollevò ancora una volta la sua arma e, colpendo due volte, abbatté un'altra striscia di staccionata simile alla precedente, rendendo l'apertura larga in tutto circa quattordici piedi. Poi, attraverso questo varco da foresta più ampio, uscì nella luce serale, con una scheggia di legno grigio attaccata alla lama della sua spada.

Soddisfaceva momentaneamente tutta la favola di Fanshaw su un vecchio ammiraglio piratesco; sebbene i dettagli sembrassero poi scomporsi in casualità. Per esempio, indossava un cappello a tesa larga come protezione contro il sole; ma la falda anteriore era ripiegata dritta verso il cielo, e i due angoli tirati giù più in basso delle orecchie, così che si ergeva sulla fronte in una mezzaluna come il vecchio cappello a bicorno indossato da Nelson. Indossava una normale giacca blu scuro, senza nulla di speciale nei bottoni, ma l'abbinamento con i pantaloni di lino bianco le conferiva in qualche modo un aspetto marinaresco. Era alto e dinoccolato, e camminava con una sorta di spavalderia che non era l'andatura ondeggiante di un marinaio, eppure in qualche modo la suggeriva; e teneva in mano una sciabola corta che sembrava un coltellaccio da marina, ma grande circa il doppio. Sotto il ponte del cappello, il suo volto aquilino sembrava ansioso, tanto più perché non solo era rasato di fresco, ma privo di sopracciglia. Sembrava quasi che tutti i peli fossero caduti dal suo volto per averlo spinto attraverso una folla di elementi. I suoi occhi erano sporgenti e penetranti. Il suo colorito era curiosamente attraente, sebbene parzialmente tropicale; ricordava vagamente un'arancia sanguigna. Vale a dire che, pur essendo rubicondo e sanguigno, vi era un giallo che non aveva nulla di malsano, ma che sembrava piuttosto brillare come le mele d'oro delle Esperidi: Padre Brown pensò di non aver mai visto una figura così espressiva di tutti i romanzi sui paesi del Sole.

Quando Fanshaw ebbe presentato i suoi due amici al loro ospite, ricadde nel tono di scherno verso quest'ultimo per il suo scempio della staccionata e la sua apparente rabbia profana. L'Ammiraglio inizialmente lo liquidò come un lavoro di giardinaggio necessario ma fastidioso; ma alla fine il timbro di vera energia tornò nella sua risata, ed egli esclamò con un misto di impazienza e buon umore:

«Beh, forse ci vado giù un po' rabbiosamente, e provo una sorta di piacere nello sfasciare qualsiasi cosa. Lo farebbe anche lei se il suo unico piacere fosse navigare in cerca di qualche nuova isola di cannibali, e dovesse restare bloccato su questo fangoso isolotto in una sorta di laghetto rustico. Quando ricordo come ho abbattuto un miglio e mezzo di giungla verde e velenosa con un vecchio coltellaccio metà affilato di questo; e poi ricordo che devo fermarmi qui a fare a pezzi questa legna da ardere, a causa di qualche maledetto vecchio accordo scarabocchiato in una Bibbia di famiglia, ebbene, io...»

Sollevò di nuovo il pesante acciaio; e questa volta divise la parete di legno da cima a fondo con un solo colpo.

«Mi sento così,» disse ridendo, ma lanciando furiosamente la spada a qualche metro di distanza sul sentiero, «e ora andiamo verso la casa; dovete cenare.»

Il semicerchio di prato davanti alla casa era variato da tre aiuole circolari, una di tulipani rossi, una seconda di tulipani gialli, e la terza di alcuni fiori bianchi dall'aspetto ceroso che i visitatori non conoscevano e presumevano fossero esotici. Un giardiniere robusto, peloso e dall'aspetto piuttosto cupo stava appendendo una pesante bobina di tubo da giardino. Gli angoli del tramonto morente che sembravano aggrapparsi agli angoli della casa offrivano scorci qua e là dei colori di aiuole più lontane; e in uno spazio senza alberi su un lato della casa, che si apriva sul fiume, sorgeva un alto treppiede di ottone su cui era inclinato un grande telescopio di ottone. Proprio fuori dai gradini del portico c'era un tavolino da giardino dipinto di verde, come se qualcuno avesse appena preso il tè lì. L'ingresso era fiancheggiato da due di quei blocchi di pietra dai tratti appena accennati con fori al posto degli occhi, che si dice siano idoli dei Mari del Sud; e sulla trave di quercia marrone sopra la porta c'erano alcune sculture confuse che sembravano altrettanto barbariche.

Mentre entravano, il piccolo ecclesiastico saltò improvvisamente sul tavolo e, restandovi in piedi, scrutò con naturalezza attraverso i suoi occhiali le modanature nella quercia. L'Ammiraglio Pendragon sembrò molto stupito, anche se non particolarmente infastidito; mentre Fanshaw era così divertito da quello che sembrava un pigmeo ammaestrato sul suo piccolo piedistallo, che non riuscì a trattenere le risate. Ma Padre Brown non era tipo da notare né le risate né lo stupore.

Stava fissando tre simboli scolpiti, che, sebbene molto consumati e oscuri, sembravano ancora comunicargli un qualche senso. Il primo sembrava essere il profilo di una torre o qualche altro edificio, coronato da quello che sembrava nastri arricciati a punta. Il secondo era più chiaro: una vecchia galea elisabettiana con onde decorative sotto di essa, ma interrotta nel mezzo da una curiosa roccia frastagliata, che era o un difetto nel legno o una qualche rappresentazione convenzionale dell'acqua che entrava. Il terzo rappresentava la metà superiore di una figura umana, che terminava in una linea smerlata come le onde; il volto era consunto e privo di tratti, e entrambe le braccia erano tenute molto rigidamente in aria.

«Beh,» mormorò Padre Brown, sbattendo le palpebre, «ecco la leggenda dello spagnolo abbastanza chiaramente. Eccolo che solleva le braccia e impreca nel mare; ed ecco le due maledizioni: la nave naufragata e l'incendio della Torre di Pendragon.»

Pendragon scosse la testa con una sorta di venerabile divertimento. «E quante altre cose potrebbe essere?» disse. «Non sa che quel tipo di mezzo uomo, come un mezzo leone o mezzo cervo, è abbastanza comune nell'araldica? Quella linea attraverso la nave non potrebbe essere una di quelle linee *parti-per-pale*, indentata, credo la chiamino? E sebbene la terza cosa non sia così araldica, sarebbe più araldico supporre che sia una torre coronata di alloro piuttosto che di fuoco; e le somiglia proprio.»

«Ma sembra piuttosto strano,» disse Flambeau, «che confermi esattamente l'antica leggenda.»

«Ah,» rispose il viaggiatore scettico, «ma non sa quanto dell'antica leggenda possa essere stato inventato a partire dalle vecchie figure. Inoltre, non è l'unica vecchia leggenda. Fanshaw, qui, che è appassionato di queste cose, le dirà che ci sono altre versioni del racconto, e molto più orribili. Una storia attribuisce al mio sfortunato antenato il fatto di aver fatto tagliare in due lo spagnolo; e anche questo si adatta alla bella immagine. Un'altra attribuisce gentilmente alla nostra famiglia il possesso di una torre piena di serpenti e spiega quegli oggettini piccoli e contorti in questo modo. E una terza teoria suppone che la linea storta sulla nave sia una folgore convenzionalizzata; ma questo solo, se esaminato seriamente, mostrerebbe quanto poco vadano lontano queste sfortunate coincidenze.»

«Perché, che intende?» chiese Fanshaw.

«Succede,» rispose il suo ospite con freddezza, «che non ci furono affatto tuoni e fulmini nei due o tre naufragi di cui sono a conoscenza nella mia famiglia.»

«Oh!» disse Padre Brown, e saltò giù dal tavolino.

Ci fu un altro silenzio in cui udirono il mormorio continuo del fiume; poi Fanshaw disse, con un tono dubbioso e forse deluso: «Allora lei non crede che ci sia nulla nei racconti della torre in fiamme?»

«Ci sono i racconti, naturalmente,» disse l'Ammiraglio, scrollando le spalle; «e alcuni di essi, non lo nego, su prove tanto decenti quanto se ne ottengono mai per tali cose. Qualcuno ha visto un bagliore da queste parti, sa, mentre camminava verso casa attraverso un bosco; qualcuno che custodiva pecore sulle alture dell'entroterra pensò di vedere una fiamma aleggiare sopra la Torre di Pendragon. Beh, un grumo di fango umido come questa maledetta isola sembra l'ultimo posto dove si penserebbe a degli incendi.»

«Che cos'è quel fuoco laggiù?» chiese Padre Brown con una gentile improvvisazione, indicando i boschi sulla riva sinistra del fiume. Furono tutti un po' colti alla sprovvista, e il più fantasioso Fanshaw ebbe persino qualche difficoltà a riprendersi, vedendo un lungo e sottile rivolo di fumo blu che saliva silenziosamente verso la fine della luce serale.

Poi Pendragon scoppiò di nuovo in una risata sprezzante. «Zingari!» disse; «sono accampati da queste parti da circa una settimana. Signori, voi volete la vostra cena,» e si voltò come per entrare in casa.

Ma la superstizione antiquaria in Fanshaw stava ancora fremendo, e disse in fretta: «Ma, Ammiraglio, che cos'è quel sibilo molto vicino all'isola? Assomiglia molto al fuoco.»

«Assomiglia più a quello che è,» disse l'Ammiraglio, ridendo mentre faceva strada; «è solo qualche canoa che passa.»

Quasi mentre parlava, il maggiordomo, un uomo magro in nero, con capelli molto neri e un viso molto lungo e giallo, apparve sulla soglia e gli disse che la cena era servita.

La sala da pranzo era nautica come la cabina di una nave; ma la sua impronta era piuttosto quella del capitano moderno che dell'elisabettiano. C'erano, in effetti, tre vecchi coltellacci in un trofeo sopra il camino, e una mappa marrone del XVI secolo con tritoni e piccole navi sparse su un mare arricciato. Ma tali cose erano meno prominenti sulla pannellatura bianca rispetto ad alcune teche di uccelli sudamericani dai colori bizzarri, impagliati molto scientificamente, conchiglie fantastiche del Pacifico, e diversi strumenti così rozzi e strani nella forma che i selvaggi avrebbero potuto usarli sia per uccidere i loro nemici che per cucinarli. Ma il colore alieno culminava nel fatto che, oltre al maggiordomo, gli unici servitori dell'Ammiraglio erano due negri, vestiti in modo piuttosto bizzarro con uniformi strette di colore giallo. L'istintivo trucco del prete di analizzare le proprie impressioni gli suggerì che il colore e le piccole code di giacca ordinate di questi bipedi avevano suggerito la parola “Canarino”, e così, per un mero gioco di parole, li collegò ai viaggi verso sud. Verso la fine della cena portarono via i loro vestiti gialli e le loro facce nere dalla stanza, lasciando solo i vestiti neri e la faccia gialla del maggiordomo.

«Mi dispiace un po' che prenda la cosa così alla leggera,» disse Fanshaw all'ospite; «perché la verità è che ho portato questi miei amici con l'idea che potessero aiutarla, dato che ne sanno parecchio di queste cose. Non crede davvero alla storia di famiglia?»

«Non credo a nulla,» rispose Pendragon molto vivacemente, con un occhio luminoso puntato su un uccello tropicale rosso. «Sono un uomo di scienza.»

Con sorpresa di Flambeau, il suo amico ecclesiastico, che sembrava essersi completamente svegliato, riprese la digressione e parlò di storia naturale con il suo ospite con un flusso di parole e molte informazioni inaspettate, finché il dessert e le caraffe non furono deposti e l'ultimo dei servitori svanì. Poi disse, senza alterare il tono.

«La prego di non considerarmi impertinente, Ammiraglio Pendragon. Non chiedo per curiosità, ma davvero per la mia guida e la sua comodità. Ho fatto un tiro sbagliato se indovino che lei non vuole che queste vecchie storie vengano raccontate davanti al suo maggiordomo?»

L'Ammiraglio sollevò gli archi glabri sopra i suoi occhi ed esclamò: «Beh, non so dove l'abbia presa, ma la verità è che non sopporto il tizio, sebbene non abbia scuse per licenziare un servitore di famiglia. Fanshaw, con le sue fiabe, direbbe che il mio sangue si ribella contro uomini con quei capelli neri dall'aspetto spagnolo.»

Flambeau colpì il tavolo con il suo pesante pugno. «Per Giove!» gridò; «e lo stesso faceva quella ragazza!»

«Spero che tutto finisca stasera,» continuò l'Ammiraglio, «quando mio nipote tornerà sano e salvo dalla sua nave. Sembrate sorpresi. Non capirete, suppongo, a meno che non vi racconti la storia. Vedete, mio padre aveva due figli; io sono rimasto scapolo, ma mio fratello maggiore si sposò e ebbe un figlio che divenne un marinaio come tutti noi, e erediterà la proprietà vera e propria. Beh, mio padre era un uomo strano; in qualche modo combinava la superstizione di Fanshaw con una buona dose del mio scetticismo: combattevano sempre dentro di lui; e dopo i miei primi viaggi, sviluppò un'idea che pensò in qualche modo avrebbe stabilito definitivamente se la maledizione fosse verità o spazzatura. Se tutti i Pendragon navigassero in qualche modo, pensò che ci sarebbe stata troppa possibilità di catastrofi naturali per dimostrare alcunché. Ma se fossimo andati per mare uno alla volta in stretto ordine di successione alla proprietà, pensò che avrebbe potuto dimostrare se un destino connesso seguisse la famiglia come famiglia. Era un'idea sciocca, credo, e litigai piuttosto cordialmente con mio padre; perché ero un uomo ambizioso e fui lasciato per ultimo, venendo, per successione, dopo mio nipote.»

«E suo padre e suo fratello,» disse il prete, molto gentilmente, «morirono in mare, temo.»

«Sì,» gemette l'Ammiraglio; «per uno di quegli incidenti brutali sui quali sono costruite tutte le mitologie menzognere dell'umanità, naufragarono entrambi. Mio padre, risalendo questa costa dall'Atlantico, fu rigettato su queste rocce della Cornovaglia. La nave di mio fratello fu affondata, nessuno sa dove, durante il viaggio di ritorno dalla Tasmania. Il suo corpo non fu mai ritrovato. Le dico che fu per una disavventura perfettamente naturale; molti altri oltre ai Pendragon annegarono; ed entrambi i disastri sono discussi in modo normale dai navigatori. Ma, naturalmente, ha dato fuoco a questa foresta di superstizioni; e gli uomini vedevano la torre in fiamme ovunque. Ecco perché dico che andrà tutto bene quando Walter tornerà. La ragazza con cui è fidanzato doveva venire oggi; ma avevo così tanta paura che qualche ritardo casuale la spaventasse che le ho mandato un telegramma di non venire finché non avesse avuto mie notizie. Ma è praticamente certo che sarà qui stasera, e allora tutto finirà in fumo: fumo di tabacco. Spezzeremo quella vecchia menzogna quando stapperemo una bottiglia di questo vino.»

«Vino molto buono,» disse Padre Brown, sollevando gravemente il bicchiere, «ma, come vede, un pessimo bevitore di vino. Le chiedo sinceramente perdono»: poiché aveva versato una piccola macchia di vino sulla tovaglia. Bevve e posò il bicchiere con un volto composto; ma la sua mano aveva sussultato nel momento esatto in cui era diventato consapevole di un volto che guardava attraverso la finestra del giardino proprio dietro l'Ammiraglio: il volto di una donna, bruna, con capelli e occhi meridionali, e giovane, ma come una maschera di tragedia.

Dopo una pausa il prete parlò di nuovo con il suo modo mite. «Ammiraglio,» disse, «mi farebbe un favore? Lasci che io, e i miei amici se vogliono, rimaniamo in quella sua torre solo per stanotte? Sa che nel mio mestiere lei è un esorcista quasi prima di ogni altra cosa?»

Pendragon balzò in piedi e camminò rapidamente avanti e indietro attraverso la finestra, da cui il volto era istantaneamente svanito. «Le dico che non c'è nulla,» gridò, con violenza squillante. «C'è una cosa che so riguardo a questa faccenda. Può chiamarmi ateo. Sono un ateo.» Qui si voltò e fissò Padre Brown con un volto di spaventosa concentrazione. «Questa faccenda è perfettamente naturale. Non c'è alcuna maledizione in essa.»

Padre Brown sorrise. «In tal caso,» disse, «non può esserci alcuna obiezione al fatto che io dorma nella sua deliziosa dependance estiva.»

«L'idea è assolutamente ridicola,» rispose l'Ammiraglio, tamburellando sul retro della sua sedia.

«La prego di perdonarmi per tutto,» disse Brown con il suo tono più comprensivo, «compreso aver versato il vino. Ma mi sembra che lei non sia così tranquillo riguardo alla torre in fiamme come cerca di apparire.»

L'Ammiraglio Pendragon si sedette di nuovo bruscamente come si era alzato; ma rimase del tutto immobile, e quando parlò di nuovo fu con voce più bassa. «Lo faccia a suo rischio e pericolo,» disse; «ma non sarebbe un ateo per restare sano di mente in tutto questo inferno?»

Circa tre ore dopo Fanshaw, Flambeau e il prete stavano ancora bighellonando in giardino al buio; e cominciò ad albeggiare agli altri due che Padre Brown non aveva alcuna intenzione di andare a letto né nella torre né in casa.

«Credo che il prato abbia bisogno di essere diserbato,» disse sognante. «Se trovassi una zappa o qualcosa del genere lo farei io stesso.»

Lo seguirono, ridendo e quasi protestando; ma lui rispose con la massima solennità, spiegando loro, in un sermoncino esasperante, che si può sempre trovare una piccola occupazione che sia di aiuto agli altri. Non trovò una zappa; ma trovò una vecchia scopa fatta di ramoscelli, con la quale iniziò energicamente a spazzare le foglie cadute dall'erba.

«Sempre qualche piccola cosa da fare,» disse con idiozia allegra; «come dice George Herbert: ‘Chi spazza il giardino di un Ammiraglio in Cornovaglia, come per le Tue leggi, rende fine quello e l'azione’. E ora,» aggiunse, lanciando improvvisamente via la scopa, «andiamo ad annaffiare i fiori.»

Con le stesse emozioni contrastanti lo guardarono srotolare una notevole lunghezza del grande tubo da giardino, dicendo con un'aria di malinconico discernimento: «I tulipani rossi prima dei gialli, credo. Sembrano un po' secchi, non vi pare?»

Aprì il piccolo rubinetto dello strumento, e l'acqua scaturì dritta e solida come una lunga asta d'acciaio.

«Attento, Sansone,» gridò Flambeau; «perché, hai tagliato la testa al tulipano.»

Padre Brown rimase a contemplare con rammarico la pianta decapitata.

«Il mio sembra essere un modo di annaffiare piuttosto del tipo o tutto o niente,» ammise, grattandosi la testa. «Suppongo sia un peccato che non abbia trovato la zappa. Avreste dovuto vedermi con la zappa! A proposito di attrezzi, ha quel bastone animato, Flambeau, che porta sempre? Bene; e Sir Cecil potrebbe avere quella spada che l'Ammiraglio ha gettato via vicino alla staccionata. Come sembra tutto grigio!»

«La nebbia sta salendo dal fiume,» disse Flambeau, fissando il vuoto.

Quasi mentre parlava, l'enorme figura del giardiniere peloso apparve su un crinale più alto del prato trincerato e terrazzato, chiamandoli con un rastrello brandito e una voce orribilmente muggente. «Posi quel tubo,» gridò; «posi quel tubo e vada al suo...»

«Sono terribilmente maldestro,» rispose il reverendo gentiluomo debolmente; «sa, ho rovesciato del vino a cena.» Fece un mezzo giro vacillante di scuse verso il giardiniere, con il tubo che ancora zampillava nella sua mano. Il giardiniere ricevette il freddo schianto dell'acqua in pieno viso come l'impatto di una palla di cannone; barcollò, scivolò e finì lungo disteso con gli stivali in aria.

«Che cosa terribile!» disse Padre Brown, guardandosi intorno in una sorta di meraviglia. «Perché, ho colpito un uomo!»

Rimase con la testa in avanti per un momento come se stesse guardando o ascoltando; e poi partì al trotto verso la torre, trascinando ancora il tubo dietro di sé. La torre era molto vicina, ma il suo profilo era curiosamente sfocato.

«La vostra nebbia di fiume,» disse, «ha un odore acre.»

«Per il Signore, ce l'ha,» gridò Fanshaw, che era molto pallido. «Ma non vorrà dire...»

«Intendo dire,» disse Padre Brown, «che una delle previsioni scientifiche dell'Ammiraglio si sta avverando stasera. Questa storia finirà in fumo.»

Mentre parlava, una luce rosa-rossa bellissima sembrò sbocciare come una rosa gigantesca; ma accompagnata da un rumore scoppiettante e fragoroso che era come la risata dei diavoli.

«Mio Dio! Che cos’è questo?» gridò Sir Cecil Fanshaw.

«Il segno della torre in fiamme», disse Padre Brown, e scagliò l’acqua che sgorgava dal suo tubo nel cuore della macchia rossa.

«Per fortuna non eravamo andati a letto!» esclamò Fanshaw. «Suppongo che non possa propagarsi alla casa.»

«Potreste ricordare», disse il prete con calma, «che la staccionata di legno che avrebbe potuto trasportarlo è stata tagliata via.»

Flambeau volse occhi elettrizzati verso il suo amico, ma Fanshaw disse soltanto in modo piuttosto distratto: «Beh, nessuno può essere ucciso, comunque.»

«Questa è una specie di torre piuttosto curiosa», osservò Padre Brown, «quando si mette a uccidere la gente, uccide sempre persone che si trovano da un’altra parte.»

Nello stesso istante, la mostruosa figura del giardiniere dalla barba fluente apparve di nuovo sul crinale verde contro il cielo, facendo cenno ad altri di venire avanti; ma ora non agitava un rastrello, bensì una scimitarra. Dietro di lui vennero i due negri, anch’essi con le vecchie scimitarre ricurve prese dai trofei. Ma nel bagliore color sangue, con i loro volti neri e le figure gialle, sembravano diavoli che portavano strumenti di tortura. Nel giardino in penombra dietro di loro, si udì una voce lontana gridare brevi direttive. Quando il prete sentì la voce, un terribile mutamento si dipinse sul suo volto.

Ma rimase composto; e non distolse mai lo sguardo dalla macchia di fiamme che aveva iniziato a propagarsi, ma che ora sembrava restringersi un poco mentre sibilava sotto il getto della lunga lancia d’argento d’acqua. Tenne il dito lungo l’ugello del tubo per assicurarsi la mira, e non si occupò di nient’altro, consapevole solo per via del rumore e di quell’angolo di visuale semiconscio, degli eccitanti incidenti che iniziavano ad accavallarsi nel giardino dell’isola. Diede due brevi ordini ai suoi amici. Uno fu: «Buttate giù questi tizi in qualche modo e legateli, chiunque essi siano; ci sono corde vicino a quei fasci di legna. Vogliono portarmi via il mio bel tubo.» L’altro fu: «Appena ne avete l’occasione, chiamate quella ragazza sulla canoa; è sulla riva con gli zingari. Chiedetele se possono far arrivare dei secchi e riempirli dal fiume.» Poi chiuse la bocca e continuò ad annaffiare il nuovo fiore rosso con la stessa spietatezza con cui aveva annaffiato il tulipano rosso.

Non voltò mai la testa a guardare la strana lotta che seguì tra i nemici e gli amici del misterioso fuoco. Sentì quasi l’isola tremare quando Flambeau si scontrò con l’enorme giardiniere; immaginò soltanto come avrebbe roteato attorno a loro mentre lottavano. Udì la caduta fragorosa; e il respiro di trionfo del suo amico mentre si scagliava sul primo negro; e le grida di entrambi i neri mentre Flambeau e Fanshaw li legavano. L’enorme forza di Flambeau compensò ampiamente lo squilibrio nella lotta, specialmente perché il quarto uomo aleggiava ancora vicino alla casa, solo un’ombra e una voce. Udì anche l’acqua infranta dai remi di una canoa; la voce della ragazza che dava ordini, le voci degli zingari che rispondevano e si avvicinavano, il rumore sordo e il risucchio dei secchi vuoti immersi in un corso d’acqua colmo; e infine il suono di molti piedi attorno al fuoco. Ma tutto ciò fu meno importante per lui del fatto che lo squarcio rosso, che poco prima era ancora aumentato, si era di nuovo leggermente ridotto.

Poi arrivò un grido che per poco non lo fece voltare. Flambeau e Fanshaw, ora rinforzati da alcuni zingari, si erano precipitati all’inseguimento dell’uomo misterioso vicino alla casa; e udì dall’altra parte del giardino il grido d’orrore e stupore del francese. Fu echeggiato da un ululato che non si poteva definire umano, mentre l’essere si liberò dalla loro presa e corse lungo il giardino. Per almeno tre volte fece il giro dell’intera isola, in un modo orribile quanto la caccia di un folle, sia per le grida del perseguitato che per le corde portate dai persecutori; ma era ancora più orribile, perché in qualche modo suggeriva uno dei giochi di rincorsa dei bambini in un giardino. Poi, scoprendo che si stavano chiudendo su ogni lato, la figura balzò su una delle sponde più alte del fiume e scomparve con un tonfo nel fiume scuro e impetuoso.

«Non potete fare altro, temo», disse Brown con una voce fredda di dolore. «È stato trascinato via verso le rocce ormai, dove ne ha mandati tanti altri. Conosceva l’uso di una leggenda di famiglia.»

«Oh, non parlare per parabole», gridò Flambeau con impazienza. «Non puoi dirlo semplicemente con parole di una sillaba?»

«Sì», rispose Brown, con gli occhi fissi sul tubo. «“Se gli occhi son brillanti, tutto va bene; se un occhio ammicca, lei giù si affonda.”»

Il fuoco sibilava e strillava sempre più, come una cosa strangolata, mentre si faceva sempre più stretto sotto il diluvio del tubo e dei secchi, ma Padre Brown continuava a tenerlo d’occhio mentre continuava a parlare:

«Pensavo di chiedere a questa giovane signorina, se fosse già mattina, di guardare attraverso quel telescopio verso la foce del fiume e il fiume stesso. Avrebbe potuto vedere qualcosa di interessante: il segno della nave, o il signor Walter Pendragon che torna a casa, e forse anche il segno del mezzo-uomo, poiché sebbene sia certamente al sicuro ormai, potrebbe benissimo aver guadato la riva. È stato a un passo da un altro naufragio; e non ne sarebbe mai scampato, se la signorina non avesse avuto il buon senso di sospettare del telegramma del vecchio Ammiraglio e venire giù a sorvegliarlo. Non parliamo del vecchio Ammiraglio. Non parliamo di nulla. Basti dire che ogni volta che questa torre, con la sua pece e il suo legno resinoso, prendeva davvero fuoco, la scintilla all’orizzonte sembrava sempre la luce gemella del faro costiero.»

«E questo», disse Flambeau, «è come morirono il padre e il fratello. Il malvagio zio delle leggende ha quasi ottenuto la sua tenuta, dopo tutto.»

Padre Brown non rispose; anzi, non parlò più, se non per convenevoli, finché non furono tutti al sicuro attorno a una scatola di sigari nella cabina dello yacht. Vide che il fuoco frustrato era spento; e poi rifiutò di trattenersi, sebbene avesse udito il giovane Pendragon, scortato da una folla entusiasta, arrivare calpestando la riva del fiume; e avrebbe potuto (se fosse stato mosso da curiosità romantiche) ricevere i ringraziamenti combinati dell’uomo della nave e della ragazza della canoa. Ma la sua stanchezza lo aveva colto ancora una volta, e trasalì solo una volta, quando Flambeau gli disse bruscamente che aveva fatto cadere cenere di sigaro sui suoi pantaloni.

«Quella non è cenere di sigaro», disse piuttosto stancamente. «Quella viene dal fuoco, ma tu non lo pensi perché state tutti fumando sigari. È proprio così che mi venne il mio primo debole sospetto sulla carta nautica.»

«Intendi la carta nautica delle sue isole del Pacifico di Pendragon?» chiese Fanshaw.

«Pensavate fosse una carta delle isole del Pacifico», rispose Brown. «Mettete una piuma con un fossile e un pezzetto di corallo e tutti penseranno che sia un reperto. Mettete la stessa piuma con un nastro e un fiore artificiale e tutti penseranno che sia per il cappello di una signora. Mettete la stessa piuma con un calamaio, un libro e una risma di carta da lettere, e la maggior parte degli uomini giurerà di aver visto una penna d’oca. Così voi avete visto quella mappa tra uccelli tropicali e conchiglie e avete pensato che fosse una mappa delle isole del Pacifico. Era la mappa di questo fiume.»

«Ma come fai a saperlo?» chiese Fanshaw.

«Ho visto la roccia che pensavate fosse come un drago, e quella come Merlino, e...»

«Sembri aver notato molte cose mentre entravamo», gridò Fanshaw. «Pensavamo fossi piuttosto distratto.»

«Ero vittima del mal di mare», disse Padre Brown semplicemente. «Mi sentivo semplicemente orribile. Ma sentirsi orribili non ha nulla a che vedere col non vedere le cose.» E chiuse gli occhi.

«Credi che la maggior parte degli uomini l’avrebbe notato?» chiese Flambeau. Non ricevette risposta: Padre Brown stava dormendo.

NOVE -- Il Dio dei Gong

ERA uno di quei pomeriggi freddi e vuoti all’inizio dell’inverno, in cui la luce del giorno è più argento che oro e più peltro che argento. Se era squallido in un centinaio di uffici desolati e salotti sbadiglianti, era ancora più squallido lungo i margini della piatta costa dell’Essex, dove la monotonia era tanto più disumana in quanto interrotta a lunghissimi intervalli da un lampione che sembrava meno civilizzato di un albero, o da un albero che sembrava più brutto di un lampione. Una leggera nevicata si era sciolta a metà in poche strisce, anch’esse dall’aspetto plumbeo piuttosto che argentato, quando erano state fissate di nuovo dal sigillo del gelo; non era caduta altra neve fresca, ma un nastro di neve vecchia correva lungo il margine stesso della costa, in modo da essere parallelo al pallido nastro della schiuma.

La linea del mare sembrava congelata nella vividezza stessa del suo blu-violetto, come la vena di un dito congelato. Per miglia e miglia, avanti e indietro, non c’era un’anima viva, a parte due pedoni, che camminavano a passo svelto, sebbene uno avesse gambe molto più lunghe e facesse falcate molto più lunghe dell’altro.

Non sembrava un luogo o un momento molto appropriato per una vacanza, ma Padre Brown aveva poche vacanze, e doveva prenderle quando poteva, e preferiva sempre, se possibile, prenderle in compagnia del suo vecchio amico Flambeau, ex criminale ed ex detective. Il prete aveva avuto il desiderio di visitare la sua vecchia parrocchia a Cobhole, e stava andando verso nord-est lungo la costa.

Dopo aver camminato per un miglio o due ancora, scoprirono che la riva iniziava a essere formalmente arginata, in modo da formare qualcosa di simile a una passeggiata; i brutti lampioni divennero meno rari e più ornamentali, sebbene altrettanto brutti. Mezzo miglio più avanti, Padre Brown rimase confuso dapprima da piccoli labirinti di vasi di fiori senza fiori, coperti dalle piante basse, piatte e dai colori tenui che sembrano meno un giardino che un pavimento a mosaico, tra sentieri deboli e tortuosi costellati di panchine con gli schienali ricurvi. Annusò debolmente l’atmosfera di un certo tipo di città balneare che non gli interessava particolarmente e, guardando avanti lungo la passeggiata in riva al mare, vide qualcosa che tolse ogni dubbio alla questione. Nella distanza grigia, il grande palco della banda di una località balneare si ergeva come un fungo gigante con sei gambe.

«Suppongo», disse Padre Brown, alzando il bavero del cappotto e stringendo la sciarpa di lana più vicino al collo, «che ci stiamo avvicinando a una località di villeggiatura.»

«Temo», rispose Flambeau, «una località di villeggiatura in cui poche persone in questo momento hanno il piacere di recarsi. Cercano di far rivivere questi posti in inverno, ma non ci riescono mai, eccetto che con Brighton e le vecchie mete. Questa deve essere Seawood, credo; l’esperimento di Lord Pooley; aveva fatto venire i Cantanti Siciliani a Natale, e si parla di tenere qui uno dei grandi incontri di pugilato. Ma dovranno gettare questo posto marcio in mare; è desolante come una carrozza ferroviaria perduta.»

Erano arrivati sotto il grande palco della banda, e il prete stava guardando in su con una curiosità che aveva qualcosa di piuttosto strano, la testa leggermente di lato, come quella di un uccello. Era il tipo di costruzione convenzionale, piuttosto pacchiano, per il suo scopo: una cupola o tettoia appiattita, dorata qua e là, e sollevata su sei sottili pilastri di legno dipinto, il tutto elevato di circa cinque piedi sopra la passeggiata su una piattaforma rotonda di legno simile a un tamburo. Ma c’era qualcosa di fantastico nella neve combinato con qualcosa di artificiale nell’oro che perseguitava Flambeau, così come il suo amico, con qualche associazione che non riusciva a cogliere, ma che sapeva essere allo stesso tempo artistica ed estranea.

«Ce l’ho», disse alla fine. «È giapponese. È come quelle fantasiose stampe giapponesi, dove la neve sulla montagna sembra zucchero, e l’oro sulle pagode è come l’oro sul pan di zenzero. Sembra proprio un piccolo tempio pagano.»

«Sì», disse Padre Brown. «Diamo un’occhiata al dio.» E con un’agilità che difficilmente ci si sarebbe aspettati da lui, saltò sulla piattaforma rialzata.

«Oh, va bene», disse Flambeau, ridendo; e l’istante successivo la sua figura imponente era visibile su quell’insolita elevazione.

Per quanto lieve fosse la differenza di altezza, dava in quelle distese pianeggianti un senso di vedere ancora più lontano, attraverso terra e mare. Verso l’interno, i piccoli giardini invernali sbiadivano in un confuso boschetto grigio; oltre, in lontananza, c’erano lunghi fienili bassi di una fattoria isolata, e oltre ancora nient’altro che le lunghe pianure dell’Anglia Orientale. Verso il mare non c’era nessuna vela o segno di vita, tranne pochi gabbiani: e persino loro sembravano gli ultimi fiocchi di neve, e sembravano galleggiare piuttosto che volare.

Flambeau si voltò bruscamente a un’esclamazione dietro di lui. Sembrava provenire da più in basso di quanto ci si sarebbe aspettato, e rivolta ai suoi talloni piuttosto che alla sua testa. Allungò istantaneamente la mano, ma non poté fare a meno di ridere di ciò che vide. Per qualche ragione, la piattaforma aveva ceduto sotto Padre Brown, e lo sfortunato omettino era caduto attraverso di essa fino al livello della passeggiata. Era abbastanza alto, o abbastanza basso, perché solo la sua testa sporgesse dal buco nel legno rotto, simile alla testa di San Giovanni Battista su un vassoio. Il volto aveva un’espressione sconcertata, così come, forse, quello di San Giovanni Battista.

Dopo un momento, iniziò a ridere un poco. «Questo legno deve essere marcio», disse Flambeau. «Anche se sembra strano che abbia retto me, e tu sia passato attraverso il punto debole. Lascia che ti aiuti a uscire.»

Ma il piccolo prete stava guardando con una certa curiosità gli angoli e i bordi del legno che si diceva fosse marcio, e c’era una sorta di turbamento sulla sua fronte.

«Vieni fuori», gridò Flambeau con impazienza, ancora con la sua grande mano bruna tesa. «Non vuoi uscire?»

Il prete teneva una scheggia del legno rotto tra dito e pollice, e non rispose immediatamente. Alla fine disse pensieroso: «Voler uscire? Beh, no. Credo piuttosto di voler entrare.» E si tuffò nell’oscurità sotto il pavimento di legno così bruscamente da far cadere il suo grande cappello clericale ricurvo e lasciarlo giacere sulle assi sopra, senza alcuna testa clericale dentro.

Flambeau guardò ancora una volta verso l’interno e verso il mare, e ancora una volta non riuscì a vedere nulla se non mari invernali come la neve, e nevi piatte come il mare.

Si udì un rumore di calpestio dietro di lui, e il piccolo prete uscì di corsa dal buco più velocemente di quanto vi fosse caduto dentro. Il suo volto non era più sconcertato, ma piuttosto risoluto, e, forse solo per i riflessi della neve, un tantino più pallido del solito.

«Allora?» chiese il suo alto amico. «Hai trovato il dio del tempio?»

«No», rispose Padre Brown. «Ho trovato ciò che a volte era più importante. Il Sacrificio.»

«Che diavolo intendi?» gridò Flambeau, piuttosto allarmato.

Padre Brown non rispose. Stava fissando, con una ruga sulla fronte, il paesaggio; e improvvisamente lo indicò. «Che casa è quella laggiù?» chiese.

Seguendo il suo dito, Flambeau vide per la prima volta gli angoli di un edificio più vicino della fattoria, ma schermato per la maggior parte da una frangia di alberi. Non era un edificio grande, e sorgeva ben lontano dalla riva, ma un bagliore di ornamenti su di esso suggeriva che facesse parte dello stesso schema di decorazione della località balneare del palco della banda, dei piccoli giardini e delle panchine di ferro con gli schienali ricurvi.

Padre Brown saltò giù dal palco della banda, seguito dal suo amico; e mentre camminavano nella direzione indicata, gli alberi si diradarono a destra e a sinistra, e videro un piccolo hotel piuttosto appariscente, come se ne trovano comunemente nelle località turistiche; l’hotel del Saloon Bar piuttosto che quello della sala bar. Quasi l’intera facciata era di gesso dorato e vetro lavorato, e tra quel paesaggio marino grigio e gli alberi grigi, simili a streghe, la sua qualità di cianfrusaglia aveva qualcosa di spettrale nella sua malinconia. Entrambi sentirono vagamente che se del cibo o da bere fossero stati offerti in un tale albergo, sarebbe stato il prosciutto di cartone e il boccale vuoto della pantomima.

In questo, tuttavia, non furono del tutto confermati. Mentre si avvicinavano sempre più al posto, videro davanti al buffet, che era apparentemente chiuso, una delle panchine da giardino di ferro con gli schienali ricurvi che avevano adornato i giardini, ma molto più lunga, che correva per quasi tutta la lunghezza della facciata. Presumibilmente, era posta in modo che i visitatori potessero sedersi lì e guardare il mare, ma non ci si aspettava certo di trovare qualcuno che lo facesse con quel tempo.

Tuttavia, proprio davanti all’estremità della panchina di ferro si trovava un piccolo tavolo rotondo da ristorante, e su questo c’era una piccola bottiglia di Chablis e un piattino di mandorle e uvetta. Dietro il tavolo e sulla panchina sedeva un giovane dai capelli scuri, a capo scoperto, che fissava il mare in uno stato di immobilità quasi sorprendente.

Ma sebbene potesse sembrare una figura di cera quando erano a quattro iarde da lui, balzò in piedi come un pupazzo a molla quando arrivarono a tre, e disse in modo deferente, sebbene non privo di dignità: «Volete entrare, signori? Non ho personale al momento, ma posso procurarvi io stesso qualcosa di semplice.»

«Molto obbligati», disse Flambeau. «Quindi lei è il proprietario?»

«Sì», disse l’uomo scuro, ricadendo un po’ nel suo modo immobile. «I miei camerieri sono tutti italiani, vede, e ho pensato che fosse giusto che vedessero il loro connazionale battere il nero, se davvero può farlo. Sapete che il grande incontro tra Malvoli e Nigger Ned si terrà dopo tutto?»

«Temo che non possiamo aspettare per disturbare seriamente la vostra ospitalità», disse Padre Brown. «Ma il mio amico sarebbe felice di un bicchiere di sherry, ne sono certo, per scacciare il freddo e brindare al successo del campione latino.»

Flambeau non capì la questione dello sherry, ma non vi si oppose affatto. Poté solo dire gentilmente: «Oh, grazie mille.»

«Sherry, signore... certamente», disse il loro ospite, rivolgendosi al suo ostello. «Mi scusi se la trattengo qualche minuto. Come le ho detto, non ho personale...» E si diresse verso le finestre nere del suo albergo chiuso e senza luci.

«Oh, non importa affatto», esordì Flambeau, ma l’uomo si voltò per rassicurarlo.

«Ho le chiavi», disse. «Potrei trovare la strada nel buio.»

«Non intendevo...» iniziò Padre Brown.

Fu interrotto da una voce umana tonante che usciva dalle viscere dell’albergo disabitato. Tuonò qualche nome straniero ad alta voce ma in modo inudibile, e il proprietario dell’hotel si mosse più bruscamente verso di esso di quanto avesse fatto per lo sherry di Flambeau. Come provò un’evidenza immediata, il proprietario aveva detto, allora e dopo, nient’altro che la verità letterale. Ma sia Flambeau che Padre Brown hanno spesso confessato che, in tutte le loro (spesso oltraggiose) avventure, nulla aveva raggelato il loro sangue come quella voce di un orco, che risuonava improvvisamente da un albergo silenzioso e vuoto.

«Il mio cuoco!» gridò il proprietario frettolosamente. «Mi ero dimenticato del mio cuoco. Inizierà tra poco. Sherry, signore?»

E, in effetti, apparve sulla soglia una grande massa bianca con berretto bianco e grembiule bianco, come si addice a un cuoco, ma con l’inutile enfasi di una faccia nera. Flambeau aveva spesso sentito dire che i negri facevano buoni cuochi. Ma in qualche modo qualcosa nel contrasto di colore e casta aumentò la sua sorpresa per il fatto che il proprietario dell’hotel rispondesse al richiamo del cuoco, e non il cuoco al richiamo del proprietario. Ma rifletté che i capocuochi sono proverbialmente arroganti; e, inoltre, l’oste era tornato con lo sherry, e quella era la cosa principale.

«Mi chiedo piuttosto», disse Padre Brown, «che ci sia così poca gente sulla spiaggia, quando questo grande incontro sta per avvenire dopo tutto. Abbiamo incontrato solo un uomo per miglia.»

Il proprietario dell’hotel strinse le spalle. «Vengono dall’altra parte della città, vede... dalla stazione, a tre miglia da qui. Sono interessati solo allo sport, e si fermeranno negli hotel solo per la notte. Dopotutto, non è tempo da crogiolarsi sulla riva.»

«O sulla panchina», disse Flambeau, indicando il tavolino.

«Devo stare in guardia», disse l’uomo dal volto immobile. Era un tipo tranquillo, dai lineamenti regolari, piuttosto olivastro; i suoi abiti scuri non avevano nulla di particolare, se non che la cravatta nera era portata piuttosto alta, come un fazzoletto da collo, e fissata da uno spillo d’oro con una testa grottesca. Né c’era nulla di notevole nel volto, a eccezione di quello che era probabilmente solo un tic nervoso: l’abitudine di socchiudere un occhio più dell’altro, dando l’impressione che il primo fosse più grande, o forse artificiale.

Il silenzio che ne seguì fu rotto dal loro ospite che disse a bassa voce: «In che punto avete incontrato quell’uomo durante il vostro cammino?»

«Curiosamente», rispose il prete, «proprio qui vicino, esattamente accanto a quel palco dell’orchestra.»

Flambeau, che si era seduto sulla lunga panca di ferro per finire il suo sherry, lo posò e si alzò, fissando l’amico con stupore. Aprì la bocca per parlare, poi la richiuse.

«Curioso», disse l’uomo dai capelli scuri pensieroso. «Com’era fatto?»

«Faceva piuttosto buio quando l’ho visto», esordì Padre Brown, «ma era...»

Come è stato detto, si può dimostrare che il gestore dell’albergo abbia detto la pura verità. La sua frase sul fatto che il cuoco stesse per uscire fu mantenuta alla lettera, poiché il cuoco uscì, infilandosi i guanti, proprio mentre parlavano.

Ma era una figura ben diversa da quella confusa massa di bianco e nero che era apparsa per un istante sulla soglia. Era abbottonato e allacciato fino ai bulbi oculari sporgenti nel modo più brillante. Un alto cappello nero era inclinato sulla sua ampia testa nera, un cappello del tipo che un arguto francese ha paragonato a otto specchi. Ma in qualche modo l’uomo nero era come il cappello nero. Anche lui era nero, eppure la sua pelle lucida rifletteva la luce da otto angolazioni o più. Inutile dire che indossava ghette bianche e un sottogilet bianco sotto il panciotto. Il fiore rosso spuntava aggressivamente dall’occhiello, come se vi fosse cresciuto all’improvviso. E nel modo in cui portava il bastone in una mano e il sigaro nell’altra c’era un certo atteggiamento, un atteggiamento che dobbiamo sempre ricordare quando parliamo di pregiudizi razziali: qualcosa di innocente e insolente, il cake walk.

«A volte», disse Flambeau, guardandolo allontanarsi, «non mi stupisce che li lincino.»

«Non sono mai sorpreso», disse Padre Brown, «da nessuna opera dell’inferno. Ma come stavo dicendo», riprese, mentre il negro, ancora intento a infilarsi ostentatamente i guanti gialli, si dirigeva speditamente verso la località balneare, una strana figura da music-hall contro quella scena grigia e gelida, «come stavo dicendo, non saprei descrivere l’uomo molto minuziosamente, ma aveva un portamento ricercato, basette e baffi fuori moda, scuri o tinti, come nelle immagini dei finanzieri stranieri, e intorno al collo portava avvolta una lunga sciarpa viola che sbatteva al vento mentre camminava. Era fissata alla gola proprio nel modo in cui le tate fissano le sciarpe dei bambini con una spilla da balia. Solo che questa», aggiunse il prete, guardando placidamente il mare, «non era una spilla da balia.»

L’uomo seduto sulla lunga panchina di ferro stava anch’egli guardando placidamente il mare. Ora era di nuovo a riposo. Flambeau si sentiva assolutamente certo che uno dei suoi occhi fosse naturalmente più grande dell’altro. Entrambi erano ora ben aperti, e quasi gli sembrò che l’occhio sinistro diventasse più grande mentre lo fissava.

«Era una spilla d’oro molto lunga, con la testa scolpita di una scimmia o qualcosa del genere», continuò l’ecclesiastico; «ed era fissata in modo piuttosto strano: portava un pince-nez e un ampio... nero...»

L’uomo immobile continuava a fissare il mare, e gli occhi nel suo volto avrebbero potuto appartenere a due uomini diversi. Poi fece un movimento di una rapidità accecante.

Padre Brown gli dava le spalle e in quell’istante avrebbe potuto cadere morto a faccia in giù. Flambeau non aveva armi, ma le sue grandi mani brune poggiavano sull’estremità della lunga panca di ferro. Le sue spalle cambiarono bruscamente forma e sollevò l’intero enorme oggetto sopra la testa, come la scure di un carnefice che sta per cadere. La semplice altezza dell’oggetto, mentre lo teneva in verticale, sembrava una lunga scala di ferro con cui invitava gli uomini a salire verso le stelle. Ma la lunga ombra, nella luce radente della sera, sembrava un gigante che brandiva la Torre Eiffel. Fu lo shock di quell’ombra, prima ancora dello shock del fragore del ferro, a far tremare e schivare lo sconosciuto, che poi si precipitò nella sua locanda, lasciando il pugnale piatto e lucente che aveva lasciato cadere esattamente dove era finito.

«Dobbiamo andarcene di qui immediatamente», gridò Flambeau, scagliando via l’enorme panca con furiosa indifferenza sulla spiaggia. Afferrò il piccolo prete per il gomito e lo trascinò lungo una prospettiva grigia di un desolato giardino sul retro, alla cui fine c’era una porta chiusa. Flambeau vi si chinò sopra per un istante in un silenzio violento, poi disse: «La porta è chiusa a chiave.»

Mentre parlava, una piuma nera di uno degli abeti ornamentali cadde, sfiorando la tesa del suo cappello. Lo spaventò più della piccola e lontana detonazione che era giunta poco prima. Poi ci fu un’altra detonazione lontana, e la porta che stava cercando di aprire tremò sotto il proiettile conficcatosi in essa. Le spalle di Flambeau si gonfiarono di nuovo, cambiando all’improvviso. Tre cerniere e una serratura esplosero nello stesso istante, e lui uscì nel sentiero vuoto alle spalle, portando con sé la grande porta del giardino, come Sansone portò le porte di Gaza.

Poi scagliò la porta del giardino oltre il muro, proprio mentre un terzo colpo sollevava uno spruzzo di neve e polvere dietro il suo tallone. Senza cerimonie afferrò il piccolo prete, se lo caricò a cavalcioni sulle spalle e corse verso Seawood più veloce che le sue lunghe gambe gli permettevano. Solo quasi due miglia più avanti lo fece scendere. Non era stata una fuga dignitosa, nonostante il classico modello di Anchise, ma sul volto di Padre Brown c’era solo un largo sorriso.

«Bene», disse Flambeau, dopo un silenzio impaziente, mentre riprendevano il loro cammino più convenzionale attraverso le strade ai margini della città, dove non c’era da temere alcuna violenza, «non so cosa significhi tutto questo, ma suppongo di poter credere ai miei occhi quando dico che tu non hai mai incontrato l’uomo che hai descritto così accuratamente.»

«L’ho incontrato, in un certo senso», disse Brown, mordendosi il dito piuttosto nervosamente, «davvero. Ed era troppo buio per vederlo bene, perché eravamo sotto quel palco dell’orchestra. Ma temo di non averlo descritto così accuratamente, dopotutto, perché il suo pince-nez era rotto sotto di lui e la lunga spilla d’oro non era conficcata nella sciarpa viola, ma nel suo cuore.»

«E immagino», disse l’altro a voce più bassa, «che quel tipo con l’occhio di vetro c’entri qualcosa.»

«Speravo che c’entrasse solo poco», rispose Brown con voce piuttosto turbata, «e potrei aver sbagliato in ciò che ho fatto. Ho agito d’impulso. Ma temo che questa faccenda abbia radici profonde e oscure.»

Camminarono in silenzio per alcune strade. Le lampade gialle cominciavano a essere accese nel freddo crepuscolo blu, ed era evidente che si stavano avvicinando alle zone più centrali della città. Manifesti dai colori vivaci che annunciavano l’incontro di boxe tra Nigger Ned e Malvoli erano affissi sui muri.

«Bene», disse Flambeau, «non ho mai ucciso nessuno, nemmeno ai miei tempi criminali, ma riesco quasi a simpatizzare con chiunque lo faccia in un posto così deprimente. Tra tutti i bidoni della spazzatura della Natura dimenticati da Dio, penso che i più strazianti siano luoghi come quel palco dell’orchestra, che dovevano essere festosi e invece sono desolati. Posso immaginare un uomo morboso che sente di dover uccidere il proprio rivale nella solitudine e nell’ironia di una scena simile. Ricordo che una volta feci una camminata sulle vostre gloriose colline del Surrey, pensando a nient’altro che ginestre e allodole, quando sbucai su un vasto circolo di terreno, e sopra di me si ergeva una vasta struttura senza voce, ordine dopo ordine di posti, enorme come un anfiteatro romano e vuota come un portalettere nuovo. Un uccello veleggiava in cielo sopra di essa. Era il Grand Stand di Epsom. E sentii che nessuno sarebbe mai più stato felice lì.»

«È strano che tu citi Epsom», disse il prete. «Ricordi quello che fu chiamato il Mistero di Sutton, perché due uomini sospettati (venditori di gelati, credo) vivevano a Sutton? Furono alla fine rilasciati. Si diceva che un uomo fosse stato trovato strangolato sulle Downs in quella zona. In realtà, so (da un poliziotto irlandese che è un mio amico) che fu trovato vicino al Grand Stand di Epsom; infatti, era nascosto solo perché una delle porte inferiori era stata spinta all’indietro.»

«È strano», acconsentì Flambeau. «Ma conferma la mia opinione che questi luoghi di piacere sembrino terribilmente solitari fuori stagione, altrimenti l’uomo non sarebbe stato ucciso lì.»

«Non sono così sicuro che lui...» iniziò Brown, e si fermò.

«Non sei sicuro che sia stato ucciso?» chiese il suo compagno.

«Non sono così sicuro che sia stato ucciso fuori stagione», rispose il piccolo prete con semplicità. «Non credi che ci sia qualcosa di ingannevole in questa solitudine, Flambeau? Ti senti sicuro che un saggio assassino vorrebbe sempre che il luogo fosse solitario? È molto, molto raro che un uomo sia del tutto solo. E, a parte questo, più è solo, più è certo di essere visto. No; penso che debba esserci qualche altro... Oh, ecco che siamo al Pavilion o Palace, o come lo chiamano.»

Erano sbucati in una piccola piazza, brillantemente illuminata, il cui edificio principale era allegro di dorature, pacchiano di manifesti e fiancheggiato da due giganti fotografie di Malvoli e Nigger Ned.

«Ehi!» gridò Flambeau con grande sorpresa, mentre il suo amico ecclesiastico saliva dritto per gli ampi gradini. «Non sapevo che il pugilato fosse il tuo ultimo hobby. Vai a vedere l’incontro?»

«Non credo che ci sarà alcun incontro», rispose Padre Brown.

Attraversarono rapidamente le anticamere e le sale interne; passarono attraverso la sala del combattimento stessa, rialzata, cordata e imbottita con innumerevoli posti e palchi, e ancora l’ecclesiastico non si guardò intorno né si fermò finché non arrivò a un impiegato a una scrivania fuori da una porta contrassegnata con “Comitato”. Lì si fermò e chiese di vedere Lord Pooley.

L’addetto osservò che sua signoria era molto occupata, dato che l’incontro stava per iniziare, ma Padre Brown aveva una bonaria tenacia nella reiterazione per la quale la mente burocratica non è generalmente preparata. In pochi istanti il piuttosto confuso Flambeau si ritrovò al cospetto di un uomo che stava ancora gridando direttive a un altro uomo che usciva dalla stanza. «Fate attenzione, sapete, alle corde dopo il quarto... Bene, e cosa volete, mi chiedo!»

Lord Pooley era un gentiluomo e, come la maggior parte dei pochi rimasti della nostra stirpe, era preoccupato, specialmente per il denaro. Era metà grigio e metà biondo lino, aveva gli occhi febbricitanti e un naso alto e dal dorso gelato.

«Solo una parola», disse Padre Brown. «Sono venuto per impedire che un uomo venga ucciso.»

Lord Pooley balzò dalla sedia come se una molla lo avesse scagliato via. «Che mi venga un colpo se ne tollererò ancora!» gridò. «Voi e i vostri comitati, preti e petizioni! Non c’erano forse preti ai vecchi tempi, quando combattevano senza guanti? Ora combattono con i guanti regolamentari e non c’è nemmeno l’ombra della possibilità che uno dei pugili venga ucciso.»

«Non mi riferivo a nessuno dei pugili», disse il piccolo prete.

«Bene, bene, bene!» disse il nobile, con un tocco di umorismo gelato. «Chi sta per essere ucciso? L’arbitro?»

«Non so chi stia per essere ucciso», rispose Padre Brown, con uno sguardo pensieroso. «Se lo sapessi non dovrei rovinare il vostro piacere. Potrei semplicemente farlo scappare. Non ho mai visto nulla di male nei combattimenti a premi. Così com’è, devo chiedervi di annunciare che l’incontro è annullato per il momento.»

«Qualcos’altro?» schernì il gentiluomo dagli occhi febbricitanti. «E cosa direte alle duemila persone che sono venute a vederlo?»

«Dico che ne rimarranno vive mille novecentonovantanove quando lo avranno visto», disse Padre Brown.

Lord Pooley guardò Flambeau. «Il vostro amico è pazzo?» chiese.

«Tutt’altro», fu la risposta.

«E sentite qui», riprese Pooley nel suo modo irrequieto, «è peggio di così. Si è presentato un intero branco di italiani per sostenere Malvoli: tipi bruni e selvaggi di qualche paese, comunque. Sapete come sono queste razze mediterranee. Se mando a dire che è annullato, avremo Malvoli che farà irruzione qui a capo di un intero clan corso.»

«Mio signore, è una questione di vita o di morte», disse il prete. «Suonate il campanello. Date il vostro messaggio. E vedete se è Malvoli a rispondere.»

Il nobile suonò il campanello sul tavolo con un’aria strana di nuova curiosità. Disse all’impiegato che apparve quasi istantaneamente sulla porta: «Ho un annuncio serio da fare al pubblico a breve. Nel frattempo, vorreste gentilmente dire ai due campioni che l’incontro dovrà essere rinviato.»

L’impiegato fissò per alcuni secondi come se fosse un demone e svanì.

«Quale autorità avete per ciò che dite?» chiese bruscamente Lord Pooley. «Chi avete consultato?»

«Ho consultato un palco dell’orchestra», disse Padre Brown, grattandosi la testa. «Ma no, mi sbaglio; ho consultato anche un libro. L’ho preso su una bancarella a Londra, molto economico, tra l’altro.»

Aveva tirato fuori dalla tasca un piccolo e robusto volume rilegato in pelle, e Flambeau, guardando oltre la sua spalla, poté vedere che si trattava di un libro di antichi viaggi, con una pagina piegata per riferimento.

«“L’unica forma in cui il Voodoo...”» iniziò Padre Brown, leggendo ad alta voce.

«In cui cosa?» chiese sua signoria.

«“In cui il Voodoo”», ripeté il lettore, quasi con gusto, «“è ampiamente organizzato al di fuori della Giamaica stessa è nella forma nota come la Scimmia, o il Dio dei Gong, che è potente in molte parti dei due continenti americani, specialmente tra i meticci, molti dei quali sembrano esattamente uomini bianchi. Differisce dalla maggior parte delle altre forme di culto del diavolo e sacrificio umano per il fatto che il sangue non viene versato formalmente sull’altare, ma attraverso una sorta di assassinio tra la folla. I gong battono con un fragore assordante mentre le porte del santuario si aprono e il dio-scimmia viene rivelato; quasi l’intera congregazione fissa occhi estatici su di lui. Ma dopo...”»

La porta della stanza fu spalancata e il negro alla moda apparve incorniciato in essa, gli occhi che roteavano, il cappello a cilindro ancora insolentemente inclinato sulla testa. «Uh!» gridò, mostrando i denti scimmieschi. «Che cosa questo? Uh! Uh! Voi rubare premio a gentiluomo di colore... premio già suo... voi pensare di salvare questa spazzatura bianca italiana...»

«La faccenda è solo rinviata», disse il nobile con calma. «Sarò da voi per spiegare tra un minuto o due.»

«Chi siete voi per...» urlò Nigger Ned, iniziando ad andare su tutte le furie.

«Il mio nome è Pooley», rispose l’altro, con una credibile freddezza. «Sono il segretario organizzativo e vi consiglio proprio ora di lasciare la stanza.»

«Chi questo tizio?» domandò il campione scuro, indicando il prete con sdegno.

«Il mio nome è Brown», fu la risposta. «E vi consiglio proprio ora di lasciare il paese.»

Il pugile rimase a fissarli per alcuni secondi, poi, con sorpresa di Flambeau e degli altri, uscì a grandi passi, facendo sbattere la porta dietro di sé.

«Bene», chiese Padre Brown strofinandosi i capelli polverosi, «cosa ne pensate di Leonardo da Vinci? Una bella testa italiana.»

«Sentite», disse Lord Pooley, «mi sono assunto una notevole responsabilità, sulla vostra parola. Penso che dovreste dirmi di più su questo.»

«Avete perfettamente ragione, mio signore», rispose Brown. E non ci vorrà molto a dirlo. Rimise il piccolo libro di cuoio nella tasca del cappotto. «Penso che sappiamo tutto ciò che questo può dirci, ma lo guarderete per vedere se ho ragione. Quel negro che è appena uscito spavaldo è uno degli uomini più pericolosi sulla terra, perché ha il cervello di un europeo, con gli istinti di un cannibale. Ha trasformato quella che era una macelleria pulita e di buon senso tra i suoi compagni barbari in una società segreta di assassini molto moderna e scientifica. Non sa che io lo so, né, per quanto riguarda questo, che non posso provarlo.»

Ci fu un silenzio, e il piccolo uomo continuò.

«Ma se volessi uccidere qualcuno, sarebbe davvero il piano migliore assicurarmi di essere solo con lui?»

Gli occhi di Lord Pooley recuperarono il loro luccichio gelato mentre guardava il piccolo ecclesiastico. Disse solo: «Se volete uccidere qualcuno, ve lo consiglierei.»

Padre Brown scosse la testa, come un assassino di esperienza molto più matura. «Così ha detto Flambeau», rispose con un sospiro. «Ma considerate. Più un uomo si sente solo, meno può essere sicuro di essere solo. Deve significare spazi vuoti intorno a lui, e sono proprio quelli che lo rendono evidente. Non avete mai visto un aratore dalle alture, o un pastore dalle valli? Non avete mai camminato lungo una scogliera e visto un uomo camminare lungo la sabbia? Non sapevate quando ha ucciso un granchio, e non avreste saputo se fosse stato un creditore? No! No! No! Per un assassino intelligente, come potremmo essere io o voi, è un piano impossibile assicurarsi che nessuno vi stia guardando.»

«Ma quale altro piano c’è?»

«Ce n’è solo uno», disse il prete. «Assicurarsi che tutti stiano guardando qualcos’altro. Un uomo viene strangolato vicino al grande stand a Epsom. Chiunque avrebbe potuto vederlo mentre lo stand era vuoto, ogni vagabondo sotto le siepi o automobilista tra le colline. Ma nessuno lo avrebbe visto quando lo stand era affollato e l’intero ring ruggiva, quando il favorito arrivava primo, o non lo faceva. L’attorcigliamento di una sciarpa, la spinta di un corpo dietro una porta potevano essere fatti in un istante, finché era quell’istante. Era lo stesso, naturalmente», continuò rivolgendosi a Flambeau, «con quel pover’uomo sotto il palco dell’orchestra. Fu fatto cadere attraverso il buco (non era un buco accidentale) proprio in un momento molto drammatico dello spettacolo, quando l’archetto di qualche grande violinista o la voce di qualche grande cantante si apriva o raggiungeva il suo culmine. E qui, naturalmente, quando arrivava il colpo del ko, non sarebbe stato l’unico. È il piccolo trucco che Nigger Ned ha adottato dal suo vecchio Dio dei Gong.»

«A proposito, Malvoli...» iniziò Pooley.

«Malvoli», disse il prete, «non c’entra nulla. Oserei dire che ha degli italiani con lui, ma i nostri amabili amici non sono italiani. Sono ottuaroni e mezzosangue africani di varie tonalità, ma temo che noi inglesi pensiamo che tutti gli stranieri siano più o meno uguali finché sono scuri e sporchi. Inoltre», aggiunse con un sorriso, «temo che gli inglesi si rifiutino di tracciare qualsiasi sottile distinzione tra il carattere morale»

di un turco e quello di un abitante delle isole Fiji. Ad ogni modo, il signor Malvoli non ha nulla a che fare con tutto questo. La faccenda riguarda, in modo molto più diretto, una questione di insalate.»

«Di insalate?» ripeté Pooley, fissando il prete con occhi spalancati.

«Sì,» rispose padre Brown, «di insalate e di cattiva educazione. E, se non mi sbaglio, credo che il colonnello Cray stia per farne una molto particolare.»

Mentre parlava, si udì un rumore di stoviglie che venivano disposte con cura. Il colonnello Cray si era rialzato e, con un’espressione di torbida determinazione, stava rientrando in casa. I due uomini lo seguirono. Nella sala da pranzo, la tavola era stata imbandita con una prodigalità quasi ossessiva. Nonostante la sparizione dell'argenteria, il maggiordomo – o meglio, il cuoco maltese, che ora serviva in un grembiule immacolato – aveva disposto una serie di ciotole, flaconi e condimenti che parevano comporre un laboratorio di alchimia culinaria.

Cray si avvicinò alla tavola, prendendo un coltello comune, non d’argento, e iniziando a mescolare foglie di lattuga, cetrioli e vari ingredienti esotici con una gestualità nervosa, quasi brutale. Il maggiore Putnam lo osservava con una sorta di preoccupazione bonaria, mentre Audrey Watson, già pronta per uscire, stava sulla soglia, i guanti infilati nervosamente nelle mani.

«Cray, caro amico,» disse il maggiore, «non vorrai mica mangiare ora? Dobbiamo andare a messa.»

«Non vado in chiesa,» ringhiò il colonnello, senza smettere di mescolare. «Ho un conto in sospeso con la mia digestione e con le ombre che mi perseguitano. Questo è il mio rituale.»

Padre Brown si era fermato in un angolo della stanza, osservando non tanto il colonnello quanto la disposizione dei condimenti. Si avvicinò al tavolo con la sua solita aria dimessa. «Colonnello,» disse, «posso chiederle una cosa? Perché usa così tanto olio di sesamo e pepe di Cayenna in una insalata mattutina?»

Cray si fermò, sollevando lo sguardo. I suoi occhi, iniettati di sangue e cerchiati di nero, fissarono il prete con una intensità che confinava con la follia. «Perché è così che mi è stato insegnato. È così che si scaccia il sapore della cenere.»

«La cenere della pattumiera?» chiese padre Brown con dolcezza.

Il colonnello fece cadere il cucchiaio di legno. Il silenzio che scese nella stanza fu improvviso e pesante come una lastra di piombo. Il maggiore Putnam si fece pallido, mentre Audrey Watson emise un piccolo grido soffocato, portandosi una mano alla gola.

«Cosa intende?» chiese il colonnello con voce rauca.

«Intendo,» spiegò il prete, avvicinandosi al piatto di insalata, «che il ladro che ha derubato la vostra dispensa non cercava argento. Cercava un ingrediente. E lei, colonnello, sta cercando di mascherare qualcosa che ha ingerito, o che teme di aver ingerito, durante quella sua avventura in India. Lei non ha sparato a un uomo, ha sparato a un ricordo che le bruciava la gola.»

Il maggiore Putnam fece un passo avanti, cercando di interporsi, ma padre Brown sollevò una mano. «Non è il caso di fingere ulteriormente. La società segreta di cui parlate non insegue i vostri argenti, insegue la vostra confessione. E lei, colonnello, ha trasformato questa sala da pranzo in un tribunale.»

Cray, con un tremito che percorreva tutto il suo corpo atletico, crollò su una sedia. La maschera di normalità che il maggiore aveva tentato di mantenere si infranse definitivamente. «Loro sanno,» sussurrò Cray. «Sanno che ho profanato l’idolo. Sanno che ho preso il sigillo.»

«E l’insalata?» chiese ancora, quasi distrattamente, padre Brown. «È l’antidoto?»

«È il veleno,» rispose Cray, fissando il piatto con orrore. «È il veleno che mi hanno costretto a mangiare, e che ora cerco di diluire con ogni spezia che conosco, sperando che il gusto del mondo non mi abbandoni del tutto.»

Padre Brown guardò verso la finestra. Il sole ora illuminava pienamente il giardino, rivelando la figura di un uomo che, oltre la siepe, stava osservando la casa con una fissità quasi statuaria. Non era un ladro, non era un camuffamento. Era un monito.

«Andate in chiesa,» disse padre Brown voltandosi verso Audrey e il maggiore. «Andate, e pregate. Ma non per l’argenteria. Pregate perché il colonnello trovi la pace, e non solo una ricetta per la salvezza.»

«Non era neppure per metà umano, supposi; a giudicare dalla testa piccola e tozza, e ancor più da una cosa simile a una coda o a un arto supplementare ripiegato all’indietro che puntava, come un dito ripugnante e grosso, verso un simbolo inciso al centro della vasta schiena di pietra. Avevo cominciato, nella luce fioca, a intuire il geroglifico, non senza orrore, quando accadde una cosa ancora più orribile. Una porta si aprì silenziosamente nella parete del tempio dietro di me e ne uscì un uomo, con la faccia bruna e il cappotto nero. Aveva un sorriso scolpito sul volto, di carne di rame e denti d’avorio; ma credo che la cosa più odiosa di lui fosse che indossava abiti europei. Ero preparato, credo, a sacerdoti avvolti in veli o fachiri nudi. Ma questo sembrava dire che la diaboleria era su tutta la terra. Come in effetti scoprii che era.

«“Se avessi visto soltanto i Piedi della Scimmia,” disse, sorridendo costantemente e senza altro preambolo, “saremmo stati molto gentili: saresti stato solo torturato e saresti morto. Se avessi visto la Faccia della Scimmia, saremmo stati comunque molto moderati, molto tolleranti: saresti stato solo torturato e saresti vissuto. Ma poiché hai visto la Coda della Scimmia, dobbiamo pronunciare la sentenza peggiore, che è: Vai Libero.”

«Quando pronunciò quelle parole sentii l’elaborato chiavistello di ferro con cui avevo lottato sbloccarsi automaticamente: e poi, lontano lungo i passaggi bui che avevo attraversato, sentii la pesante porta stradale spostare all’indietro i propri catenacci.

«“È vano chiedere pietà; devi andare libero,” disse l’uomo sorridente. “D’ora in poi un capello ti ucciderà come una spada, e un soffio ti morderà come una vipera; armi verranno contro di te dal nulla; e morirai molte volte.” E con ciò fu inghiottito ancora una volta nella parete alle sue spalle; e io uscii in strada.»

Cray fece una pausa; e padre Brown si sedette con naturalezza sul prato e cominciò a cogliere margherite.

Poi il soldato continuò: «Putnam, naturalmente, con il suo allegro buon senso, derise tutte le mie paure; e da quel momento data il suo dubbio sulla mia salute mentale. Bene, ti racconterò semplicemente, con le parole più brevi, le tre cose che sono accadute da allora; e tu giudicherai chi di noi ha ragione.

«La prima accadde in un villaggio indiano ai margini della giungla, ma a centinaia di miglia dal tempio, o dalla città, o dal tipo di tribù e costumi dove la maledizione era stata scagliata su di me. Mi svegliai nel buio più totale, e me ne stavo lì a non pensare a nulla in particolare, quando sentii una lieve cosa solleticante, come un filo o un capello, trascinarsi sulla mia gola. Mi ritrassi per evitarla, e non potei fare a meno di pensare alle parole nel tempio. Ma quando mi alzai e cercai luci e uno specchio, la linea sul mio collo era una linea di sangue.

«La seconda accadde in un alloggio a Porto Said, più tardi, durante il nostro viaggio di ritorno insieme. Era un ammasso di taverna e negozio di curiosità; e sebbene non ci fosse nulla lì che richiamasse lontanamente il culto della Scimmia, è, naturalmente, possibile che alcune delle sue immagini o talismani fossero in un posto simile. La sua maledizione era lì, comunque. Mi svegliai di nuovo nel buio con una sensazione che non potrebbe essere espressa in parole più fredde o letterali se non che un soffio mordeva come una vipera. L’esistenza era un’agonia di estinzione; sbattei la testa contro i muri finché non la sbattei contro una finestra; e caddi piuttosto che saltare nel giardino sottostante. Putnam, pover’uomo, che aveva definito l’altra cosa un graffio accidentale, fu costretto a prendere sul serio il fatto di trovarmi semi-privo di sensi sull’erba all’alba. Ma temo che fosse il mio stato mentale che prendeva sul serio; e non la mia storia.

«La terza accadde a Malta. Eravamo in una fortezza lì; e accadde che le nostre camere da letto si affacciavano sul mare aperto, che arrivava quasi fino ai davanzali delle nostre finestre, a eccezione di una piatta parete esterna bianca, spoglia come il mare. Mi svegliai di nuovo; ma non era buio. C’era la luna piena, mentre camminavo verso la finestra; avrei potuto vedere un uccello sulla spoglia merlatura, o una vela all’orizzonte. Ciò che vidi fu una specie di bastone o ramo che girava, autosostenuto, nel cielo vuoto. Volò dritto dentro la mia finestra e distrusse la lampada accanto al cuscino che avevo appena lasciato. Era una di quelle clave dalla forma strana che usano alcune tribù orientali. Ma non era venuta da nessuna mano umana.»

Padre Brown gettò via una catena di margherite che stava facendo, e si alzò con uno sguardo malinconico. «Il maggiore Putnam,» chiese, «ha delle curiosità orientali, idoli, armi e così via, da cui si potrebbe trarre un indizio?»

«Pieno di quelle, anche se di poca utilità, temo,» rispose Cray; «ma vieni pure nel suo studio.»

Mentre entravano incrociarono la signorina Watson che si abbottonava i guanti per andare in chiesa, e sentirono la voce di Putnam al piano di sotto che faceva ancora una lezione di cucina al cuoco. Nello studio e tana delle curiosità del maggiore si imbatterono improvvisamente in una terza persona, con il cappello a cilindro e vestito per uscire, che stava scrutando un libro aperto sul tavolino da fumo: un libro che lasciò cadere piuttosto colpevolmente, voltandosi.

Cray lo presentò abbastanza civilmente come il dottor Oman, ma mostrò tale disapprovazione sul proprio volto che Brown intuì che i due uomini, che Audrey lo sapesse o meno, erano rivali. Né il prete era del tutto privo di comprensione per quel pregiudizio. Il dottor Oman era un gentiluomo vestito molto bene in effetti; dai lineamenti fini, sebbene quasi abbastanza scuro per un asiatico. Ma padre Brown dovette dirsi bruscamente che si dovrebbe essere caritatevoli anche con coloro che arricciano la barba a punta, che hanno piccole mani guantate, e che parlano con voci perfettamente modulate.

Cray sembrò trovare qualcosa di particolarmente irritante nel piccolo libro di preghiere nella mano guantata di scuro di Oman. «Non sapevo che fosse il tuo campo,» disse piuttosto rudemente.

Oman rise blandamente, ma senza offesa. «Questo lo è di più, lo so,» disse, posando la mano sul grosso libro che aveva lasciato cadere, «un dizionario di droghe e cose del genere. Ma è un po’ troppo grande da portare in chiesa.» Poi chiuse il libro più grande, e sembrò esserci di nuovo il minimo accenno di fretta e imbarazzo.

«Suppongo,» disse il prete, che sembrava ansioso di cambiare argomento, «che tutte queste lance e cose provengano dall’India?»

«Da ogni dove,» rispose il dottore. «Putnam è un vecchio soldato, ed è stato in Messico e in Australia, e nelle Isole dei Cannibali per quanto ne so.»

«Spero non sia stato nelle Isole dei Cannibali,» disse Brown, «che ha imparato l’arte della cucina.» E fece correre gli occhi sopra le pentole o altri strani utensili sulla parete.

In quel momento il gioioso soggetto della loro conversazione spinse la sua faccia ridente, color aragosta, nella stanza. «Vieni, Cray,» gridò. «Il tuo pranzo sta arrivando proprio ora. E le campane stanno suonando per quelli che vogliono andare in chiesa.»

Cray scivolò di sopra per cambiarsi; il dottor Oman e la signorina Watson si incamminarono solennemente lungo la strada, con una fila di altri fedeli; ma padre Brown notò che il dottore si voltò due volte a scrutare la casa; e tornò persino all’angolo della strada per guardarla di nuovo.

Il prete appariva perplesso. «Non può essere stato nel bidone della spazzatura,» mormorò. «Non con quei vestiti. O c’era già stato prima oggi?»

Padre Brown, toccando le altre persone, era sensibile come un barometro; ma oggi sembrava sensibile quanto un rinoceronte. Per nessuna legge sociale, rigida o implicita, si poteva supporre che si attardasse attorno al pranzo degli amici anglo-indiani; ma si attardò, coprendo la sua posizione con torrenti di conversazione divertente ma del tutto inutile. Era ancora più sconcertante perché non sembrava volere alcun pranzo. Mentre uno dopo l’altro i più squisiti risi al curry, accompagnati dai loro vini appropriati, venivano posti davanti agli altri due, egli ripeteva solo che era uno dei suoi giorni di digiuno, e masticava un pezzo di pane e sorseggiava, per poi lasciare intatto, un bicchiere di acqua fredda. Il suo parlare, tuttavia, era esuberante.

«Ti dirò cosa farò per te,» gridò, «ti preparerò un’insalata! Io non posso mangiarla, ma la preparerò come un angelo! Hai della lattuga lì.»

«Sfortunatamente è l’unica cosa che abbiamo,» rispose il buon umore del maggiore. «Devi ricordare che senape, aceto, olio e così via sono spariti insieme al porta-condimenti e al ladro.»

«Lo so,» rispose Brown, piuttosto vagamente. «È quello che ho sempre temuto potesse accadere. Ecco perché porto sempre con me un porta-condimenti. Sono così appassionato di insalate.»

E con stupore dei due uomini tirò fuori una pepiera dalla tasca del panciotto e la mise sul tavolo.

«Mi chiedo perché il ladro volesse anche la senape,» continuò, prendendo una senapiera da un’altra tasca. «Un impiastro di senape, suppongo. E l’aceto» – e producendo quel condimento – «non ho sentito qualcosa riguardo all’aceto e alla carta marrone? Quanto all’olio, che credo di aver messo nella mia sinistra...»

La sua loquacità fu istantaneamente arrestata; poiché, alzando gli occhi, vide ciò che nessun altro vide: la figura nera del dottor Oman in piedi sul prato illuminato dal sole che guardava fisso dentro la stanza. Prima che potesse riprendersi del tutto Cray si era intromesso.

«Sei un tipo stupefacente,» disse, fissandolo. «Verrò a sentire i tuoi sermoni, se sono divertenti quanto le tue maniere.» La sua voce cambiò un poco, e si appoggiò allo schienale della sedia.

«Oh, ci sono sermoni anche in un porta-condimenti,» disse padre Brown, molto gravemente. «Hai sentito parlare di fede come un granello di senape; o di carità che unge con olio? E quanto all’aceto, possono i soldati dimenticare quel soldato solitario, che, quando il sole si oscurò...»

Il colonnello Cray si sporse un po’ in avanti e si aggrappò alla tovaglia.

Padre Brown, che stava preparando l’insalata, versò due cucchiaiate di senape nel bicchiere d’acqua accanto a lui; si alzò e disse con una voce nuova, alta e improvvisa: «Bevilo!»

Nello stesso momento il dottore immobile nel giardino corse avanti, e spalancando una finestra gridò: «C’è bisogno di me? È stato avvelenato?»

«Quasi,» disse Brown, con l’ombra di un sorriso; poiché l’emetico aveva fatto effetto molto improvvisamente. E Cray giaceva su una sedia a sdraio, ansimando come per la vita, ma vivo.

Il maggiore Putnam era scattato in piedi, la sua faccia violacea chiazzata. «Un crimine!» gridò raucamente. «Vado a chiamare la polizia!»

Il prete poté sentirlo tirare giù il suo cappello di foglie di palma dal piolo e precipitare fuori dalla porta d’ingresso; sentì il cancello del giardino sbattere. Ma rimase solo a guardare Cray; e dopo un silenzio disse quietamente:

«Non parlerò molto con te; ma ti dirò quello che vuoi sapere. Non c’è nessuna maledizione su di te. Il Tempio della Scimmia era una coincidenza o una parte del trucco; il trucco era il trucco di un uomo bianco. C’è solo un’arma che può portare sangue con quel tocco piumoso: un rasoio tenuto da un uomo bianco. C’è un modo per rendere una stanza comune piena di un veleno invisibile e opprimente: aprire il gas; il crimine di un uomo bianco. E c’è solo un tipo di clava che può essere lanciata fuori da una finestra, girare a mezz’aria e tornare alla finestra accanto: il boomerang australiano. Ne vedrai alcuni nello studio del maggiore.»

Con ciò uscì fuori e parlò per un momento con il dottore. L’istante dopo, Audrey Watson corse in casa e cadde in ginocchio accanto alla sedia di Cray. Non riuscì a sentire cosa si dicessero; ma i loro volti erano mossi dallo stupore, non dall’infelicità. Il dottore e il prete camminarono lentamente verso il cancello del giardino.

«Suppongo che anche il maggiore fosse innamorato di lei,» disse con un sospiro; e quando l’altro annuì, osservò: «Sei stato molto generoso, dottore. Hai fatto una bella cosa. Ma cosa ti ha fatto sospettare?»

«Una cosa molto piccola,» disse Oman; «ma mi ha tenuto irrequieto in chiesa finché non sono tornato per vedere che tutto fosse a posto. Quel libro sul suo tavolo era un’opera sui veleni; ed era aperto proprio dove dichiarava che un certo veleno indiano, sebbene mortale e difficile da rintracciare, era particolarmente facilmente reversibile con l’uso dei più comuni emetici. Suppongo che lo abbia letto all’ultimo momento...»

«E si sia ricordato che c’erano emetici nel porta-condimenti,» disse padre Brown. «Esattamente. Ha gettato il porta-condimenti nel bidone della spazzatura, dove l’ho trovato, insieme ad altro argento, per via di un depistaggio da furto. Ma se guardi quella pepiera che ho messo sul tavolo, vedrai un piccolo foro. È lì che ha colpito il proiettile di Cray, scuotendo il pepe e facendo starnutire il criminale.»

Ci fu un silenzio. Poi il dottor Oman disse cupamente: «Il maggiore ci mette molto a cercare la polizia.»

«O la polizia a cercare il maggiore?» disse il prete. «Bene, addio.»

UNDICI -- Lo strano crimine di John Boulnois

IL SIGNOR CALHOUN KIDD era un gentiluomo molto giovane con una faccia molto vecchia, una faccia prosciugata dalla sua stessa bramosia, incorniciata da capelli blu-neri e da una cravatta nera a farfalla. Era l’emissario in Inghilterra del colossale quotidiano americano chiamato Western Sun, descritto anche umoristicamente come il “Tramonto Nascente”. Ciò alludeva a una grande dichiarazione giornalistica (attribuita allo stesso signor Kidd) secondo cui «supponeva che il sole sarebbe sorto a ovest prima o poi, se i cittadini americani si fossero dati un po’ più da fare». Coloro, tuttavia, che deridono il giornalismo americano dal punto di vista di tradizioni un po’ più mature dimenticano un certo paradosso che in parte lo riscatta. Perché, mentre il giornalismo degli Stati Uniti permette una volgarità pantomimica ben oltre qualsiasi cosa inglese, mostra anche un vero entusiasmo per i problemi mentali più seri, di cui i giornali inglesi sono innocenti, o piuttosto incapaci. Il Sun era pieno delle questioni più solenni trattate nel modo più farsesco. William James figurava lì tanto quanto “Weary Willie”, e i pragmatici si alternavano ai pugilisti nella lunga processione dei suoi ritratti.

Così, quando un uomo di Oxford molto poco appariscente chiamato John Boulnois scrisse in una rivista molto illeggibile chiamata Natural Philosophy Quarterly una serie di articoli sui presunti punti deboli dell’evoluzione darwiniana, non fece agitare nessun angolo dei giornali inglesi; sebbene la teoria di Boulnois (che era quella di un universo comparativamente stazionario visitato occasionalmente da convulsioni di cambiamento) avesse una certa moda un po’ stravagante a Oxford, e arrivò al punto di essere chiamata “Catastrofismo”. Ma molti giornali americani colsero la sfida come un grande evento; e il Sun proiettò l’ombra del signor Boulnois in modo gigantesco sulle sue pagine. Per il paradosso già notato, articoli di preziosa intelligenza ed entusiasmo venivano presentati con titoli apparentemente scritti da un maniaco analfabeta, titoli come “Darwin mastica terra; il critico Boulnois dice che salta gli urti” o “Rimani catastrofico, dice il pensatore Boulnois”. E al signor Calhoun Kidd, del Western Sun, fu ordinato di portare la sua cravatta a farfalla e il suo volto lugubre nella piccola casa fuori Oxford dove il Pensatore Boulnois viveva in felice ignoranza di tale titolo.

Quel filosofo fatale aveva acconsentito, in modo alquanto stordito, a ricevere l’intervistatore, e aveva fissato l’ora delle nove di quella sera. L’ultimo del tramonto estivo si aggrappava a Cumnor e alle basse colline boscose; il romantico yankee era sia incerto della sua strada che curioso dei suoi dintorni; e vedendo la porta di una genuina locanda feudale di campagna, The Champion Arms, aperta, entrò per chiedere informazioni.

Nella sala del bar suonò il campanello, e dovette aspettare un po’ di tempo per una risposta. L’unica altra persona presente era un uomo magro con capelli rossi corti e vestiti larghi, dall’aria equestre, che stava bevendo whisky molto cattivo, ma fumando un sigaro molto buono. Il whisky, naturalmente, era la marca scelta del The Champion Arms; il sigaro lo aveva probabilmente portato con sé da Londra. Nulla poteva essere più diverso dalla sua cinica negligenza rispetto alla secchezza elegante del giovane americano; ma qualcosa nella sua matita e nel taccuino aperto, e forse nell’espressione del suo occhio blu vigile, portò Kidd a intuire, correttamente, che fosse un collega giornalista.

«Potrebbe farmi il favore,» chiese Kidd, con la cortesia della sua nazione, «di indicarmi il Grey Cottage, dove vive il signor Boulnois, come credo?»

«È a pochi metri lungo la strada,» disse l’uomo dai capelli rossi, togliendosi il sigaro; «ci passerò davanti io stesso tra un minuto, ma sto andando a Pendragon Park per cercare di vedere il divertimento.»

«Cos’è Pendragon Park?» chiese Calhoun Kidd.

«La tenuta di Sir Claude Champion; non è venuto giù anche per quello?» chiese l’altro giornalista, alzando lo sguardo. «Lei è un giornalista, vero?»

«Sono venuto a trovare il signor Boulnois,» disse Kidd.

«Io sono venuto a trovare la signora Boulnois,» rispose l’altro. «Ma non la troverò in casa.» E rise in modo piuttosto sgradevole.

«È interessato al Catastrofismo?» chiese lo stupito yankee.

«Mi interessano le catastrofi; e ce ne saranno alcune,» rispose il suo compagno cupamente. «Il mio è un mestiere disgustoso, e non fingo mai che non lo sia.»

Con ciò sputò sul pavimento; eppure in qualche modo in quell’atto e istante si poteva capire che l’uomo era stato educato come un gentiluomo.

Il giornalista americano lo considerò con maggiore attenzione. Il suo volto era pallido e dissipato, con la promessa di passioni formidabili ancora da scatenare; ma era un volto intelligente e sensibile; i suoi vestiti erano grossolani e trascurati, ma aveva un buon anello con sigillo su una delle sue dita lunghe e sottili. Il suo nome, che emerse nel corso della conversazione, era James Dalroy; era il figlio di un proprietario terriero irlandese in bancarotta, e legato a un giornale rosa che disprezzava cordialmente, chiamato Smart Society, in qualità di reporter e di qualcosa di dolorosamente simile a una spia.

Smart Society, mi duole dirlo, non provava nessuno di quegli interessi per Boulnois su Darwin che erano un tale credito per la testa e il cuore del Western Sun. Dalroy era sceso, a quanto pareva, per fiutare l’odore di uno scandalo che avrebbe potuto benissimo finire in tribunale per il divorzio, ma che al momento aleggiava tra il Grey Cottage e Pendragon Park.

Sir Claude Champion era noto ai lettori del Western Sun tanto quanto il signor Boulnois. Così come il Papa e il vincitore del Derby; ma l’idea della loro intima conoscenza avrebbe colpito Kidd come altrettanto incongrua. Aveva sentito parlare (e scritto a riguardo, anzi, fingendo falsamente di conoscere) Sir Claude Champion, come “uno dei più brillanti e facoltosi dell’alta società inglese”; come il grande sportivo che faceva correre yacht in giro per il mondo; come il grande viaggiatore che scriveva libri sull’Himalaya, come il politico che conquistava le circoscrizioni con un sorprendente tipo di democrazia Tory, e come il grande dilettante d’arte, musica, letteratura, e, soprattutto, recitazione. Sir Claude era davvero piuttosto magnifico agli occhi non americani. C’era qualcosa di un principe del Rinascimento nella sua cultura onnivora e nella sua irrequieta pubblicità; non era solo un grande dilettante, ma un fervente amatore. Non c’era in lui nessuna di quella frivolezza antiquaria che trasmettiamo con la parola “dilettante”.

Quel profilo da falco senza difetti con l’occhio italiano nero-viola, che era stato fotografato così spesso sia per Smart Society che per il Western Sun, dava a tutti l’impressione di un uomo divorato dall’ambizione come da un fuoco, o persino da una malattia. Ma sebbene Kidd sapesse molto di Sir Claude – molto di più, in realtà, di quanto ci fosse da sapere – non gli sarebbe mai passato per l’anticamera del cervello di collegare un aristocratico così appariscente con il fondatore appena scoperto del Catastrofismo, o di intuire che Sir Claude Champion e John Boulnois potessero essere amici intimi. Tale, secondo il resoconto di Dalroy, era nondimeno il fatto. I due avevano cacciato in coppia a scuola e all’università, e, sebbene i loro destini sociali fossero stati molto diversi (poiché Champion era un grande proprietario terriero e quasi milionario, mentre Boulnois era un povero studioso e, fino a poco tempo fa, uno sconosciuto), mantenevano ancora contatti molto stretti l’uno con l’altro. Infatti, il cottage di Boulnois sorgeva appena fuori dai cancelli di Pendragon Park.

Ma se i due uomini potessero restare amici ancora a lungo stava diventando una questione oscura e brutta. Un anno o due prima, Boulnois aveva sposato un’attrice bella e non priva di successo, alla quale era devoto nel suo stile timido e ponderoso; e la vicinanza della casa a quella di Champion aveva dato a quella celebrità volubile l’opportunità di comportarsi in un modo che non poteva non causare un eccitamento doloroso e piuttosto meschino. Sir Claude aveva portato le arti della pubblicità alla perfezione; e sembrava trarre un piacere folle nell’essere altrettanto ostentato in un intrigo che non poteva fargli alcun onore. I lacchè di Pendragon lasciavano continuamente mazzi di fiori per la signora Boulnois; carrozze e automobili passavano continuamente a prendere la signora Boulnois al cottage; balli e mascherate riempivano costantemente i giardini in cui il baronetto esibiva la signora Boulnois, come la Regina d’Amore e Bellezza in un torneo. Quella stessa sera, segnata dal signor Kidd per l’esposizione del Catastrofismo, era stata fissata da Sir Claude Champion per una rappresentazione all’aperto di Romeo e Giulietta, in cui lui avrebbe interpretato Romeo accanto a una Giulietta di cui era superfluo fare il nome.

“Non credo che la cosa possa andare avanti senza un crollo,” disse il giovane dai capelli rossi, alzandosi e scuotendosi. “Il vecchio Boulnois potrebbe essere liquidato, o forse è lui stesso una persona retta. Ma se è retto è ottuso, quello che si potrebbe definire cubico. Eppure non credo sia possibile.”

“È un uomo di grandi poteri intellettuali,” disse Calhoun Kidd con voce profonda.

“Sì,” rispose Dalroy; “ma persino un uomo di grandi poteri intellettuali non può essere uno sciocco così dannatamente totale. Devi andare? Io ti seguirò tra un minuto o due.”

Ma Calhoun Kidd, terminato il suo latte e soda, si diresse speditamente lungo la strada verso il Grey Cottage, lasciando il suo cinico informatore al suo whisky e al suo tabacco. L’ultima luce del giorno era svanita; i cieli erano di un grigio-verde scuro, come ardesia, punteggiati qua e là da una stella, ma più chiari sul lato sinistro del cielo, con la promessa di una luna nascente.

Il Grey Cottage, che sorgeva trincerato, per così dire, in un quadrato di rigide e alte siepi di spine, era così vicino ai pini e alle palizzate del Parco che Kidd dapprima lo scambiò per la portineria. Trovando però il nome sul cancello di legno stretto, e vedendo dal suo orologio che l’ora dell’appuntamento del “Pensatore” era appena scoccata, entrò e bussò alla porta principale. Oltre la siepe del giardino, poté vedere che la casa, per quanto abbastanza modesta, era più grande e lussuosa di quanto apparisse a prima vista, e che era un luogo del tutto diverso da una portineria. Un canile e un alveare stavano all’esterno, come simboli della vecchia vita di campagna inglese; la luna stava sorgendo dietro una piantagione di prosperi peri, il cane che usciva dal canile aveva un aspetto venerabile ed era riluttante ad abbaiare; e il servitore anziano e semplice che aprì la porta fu breve ma dignitoso.

“Il signor Boulnois mi ha chiesto di porgere le sue scuse, signore,” disse, “ma è stato costretto a uscire improvvisamente.”

“Ma guardi, avevo un appuntamento,” disse l’intervistatore, con voce crescente. “Sa dove sia andato?”

“A Pendragon Park, signore,” disse il servitore, piuttosto cupamente, e iniziò a chiudere la porta.

Kidd ebbe un piccolo sussulto.

“È andato con la signora… con il resto della compagnia?” chiese in modo piuttosto vago.

“No, signore,” disse l’uomo bruscamente; “è rimasto indietro, e poi è uscito da solo.” E chiuse la porta, brutalmente, ma con l’aria di chi ha compiuto un dovere.

L’americano, quel curioso miscuglio di impudenza e sensibilità, era infastidito. Provava un forte desiderio di spingerli tutti un po’ e insegnare loro le buone maniere degli affari; il vecchio cane brizzolato e il maggiordomo anziano dal viso pesante e dalla camicia preistorica, e la vecchia luna assonnata, e soprattutto il vecchio filosofo sbadato che non riusciva a mantenere un appuntamento.

“Se è così che si comporta, si merita di perdere la devozione più pura di sua moglie,” disse il signor Calhoun Kidd. “Ma forse è andato a fare una scenata. In tal caso, suppongo che un uomo del Western Sun sarà sul posto.”

E svoltato l’angolo presso i cancelli aperti della portineria, si incamminò, marciando lungo il lungo viale di pini neri che puntava in una brusca prospettiva verso i giardini interni di Pendragon Park. Gli alberi erano neri e ordinati come piume su un carro funebre; c’erano ancora poche stelle. Era un uomo con più associazioni letterarie che naturali; la parola “Ravenswood” gli tornava ripetutamente in mente. Era in parte per il colore corvino dei pini; ma in parte anche per un’atmosfera indescrivibile, quasi descritta nella grande tragedia di Scott; l’odore di qualcosa che morì nel diciottesimo secolo; l’odore di giardini umidi e urne rotte, di torti che non saranno mai riparati; di qualcosa che non è meno incurabilmente triste perché stranamente irreale.

Più di una volta, mentre risaliva quella strana strada nera di artificio tragico, si fermò, sorpreso, pensando di sentire passi davanti a sé. Non riusciva a vedere nulla davanti a sé se non le due cupe pareti di pini e lo spicchio di cielo stellato sopra di esse. Dapprima pensò di esserselo immaginato o di essere stato deriso da un mero eco del suo stesso passo. Ma mentre procedeva era sempre più incline a concludere, con ciò che restava della sua ragione, che c’erano davvero altri piedi sulla strada. Pensò confusamente ai fantasmi; e fu sorpreso dalla rapidità con cui riuscì a vedere l’immagine di un fantasma locale appropriato, uno con un volto bianco come quello di Pierrot, ma macchiato di nero. L’apice del triangolo di cielo blu scuro stava diventando più luminoso e azzurro, ma non si rese conto ancora che ciò era dovuto al fatto che si stava avvicinando alle luci della grande casa e del giardino. Sentiva solo che l’atmosfera stava diventando più intensa, c’era nella tristezza più violenza e segretezza – più… esitò per la parola, e poi la disse con uno scatto di risata – Catastrofismo.

Altri pini, altro sentiero gli scivolarono accanto, e poi rimase radicato come da un soffio di magia. È vano dire che si sentì come se fosse entrato in un sogno; ma questa volta si sentì assolutamente certo di essere entrato in un libro. Perché noi esseri umani siamo abituati alle cose inappropriate; siamo abituati al chiasso dell’incongruo; è una melodia con cui possiamo addormentarci. Se accade una cosa appropriata, ci sveglia come il dolore di un accordo perfetto. Accadde qualcosa che sarebbe accaduto in un luogo simile in un racconto dimenticato.

Sopra il bosco di pini neri volò e brillò al chiaro di luna una spada nuda – un fioretto così sottile e scintillante come quello che avrebbe potuto combattere molti duelli ingiusti in quell’antico parco. Cadde sul sentiero lontano davanti a lui e giacque lì, luccicando come un grosso ago. Corse come una lepre e si chinò a guardarla. Vista da vicino, aveva un aspetto piuttosto vistoso: i grandi gioielli rossi nell’elsa e nella guardia erano un po’ dubbi. Ma c’erano altre gocce rosse sulla lama che non erano affatto dubbie.

Guardò freneticamente attorno nella direzione da cui era arrivato l’abbagliante proiettile, e vide che in quel punto il volto scuro di abeti e pini era interrotto da una strada più piccola ad angolo retto; la quale, una volta svoltato, lo portò in piena vista della lunga casa illuminata, con un lago e fontane di fronte. Tuttavia, non guardò questo, avendo qualcosa di più interessante da osservare.

Sopra di lui, all’angolo della ripida sponda verde del giardino terrazzato, c’era una di quelle piccole sorprese pittoresche comuni nel vecchio giardinaggio paesaggistico; una sorta di piccola collina rotonda o cupola d’erba, come una gigantesca talpa, circondata e coronata da tre recinzioni concentriche di rose, e dotata di una meridiana nel punto più alto al centro. Kidd riusciva a vedere il dito della meridiana stagliarsi scuro contro il cielo come la pinna dorsale di uno squalo e la vana luce lunare aggrappata a quell’orologio inattivo. Ma vide anche qualcos’altro aggrappato ad esso, per un momento selvaggio: la figura di un uomo.

Sebbene la vedesse lì solo per un istante, sebbene fosse stravagante e incredibile nel costume, essendo vestito dal collo ai talloni in cremisi aderente, con riflessi d’oro, tuttavia seppe in un lampo di luna chi fosse. Quel volto bianco rivolto al cielo, rasato e innaturalmente giovane, come Byron con un naso romano, quei riccioli neri già brizzolati – aveva visto le mille immagini pubbliche di Sir Claude Champion. La figura rossa selvaggia barcollò un istante contro la meridiana; l’istante dopo era rotolata giù per la ripida sponda e giaceva ai piedi dell’americano, muovendo debolmente un braccio. Uno sgargiante ornamento d’oro innaturale sul braccio ricordò improvvisamente a Kidd Romeo e Giulietta; naturalmente l’abito cremisi attillato faceva parte dello spettacolo. Ma c’era una lunga macchia rossa lungo la sponda da cui l’uomo era rotolato – quella non faceva parte dello spettacolo. Era stato trapassato da parte a parte.

Il signor Calhoun Kidd gridò e gridò ancora. Ancora una volta sembrò sentire passi fantasmatici, e trasalì nel trovare un’altra figura già vicino a lui. Conosceva la figura, eppure lo terrorizzava. Il giovane dissipato che si faceva chiamare Dalroy aveva un modo orribilmente silenzioso di fare; se Boulnois non riusciva a mantenere gli appuntamenti che erano stati presi, Dalroy aveva un’aria sinistra di mantenere quelli che non lo erano stati. La luce lunare scoloriva ogni cosa; contro i capelli rossi di Dalroy, il suo volto smunto appariva non tanto bianco quanto verde pallido.

Tutto questo impressionismo morboso deve essere la scusa di Kidd per aver gridato, brutalmente e oltre ogni ragione: “Sei stato tu a fare questo, diavolo?”

James Dalroy sorrise del suo sorriso sgradevole; ma prima che potesse parlare, la figura caduta fece un altro movimento del braccio, agitando vagamente verso il punto in cui la spada era caduta; poi arrivò un lamento, e poi riuscì a parlare.

“Boulnois… Boulnois, dico… Boulnois l’ha fatto… geloso di me… era geloso, lo era, lo era…”

Kidd chinò la testa per sentire di più, e riuscì appena a cogliere le parole:

“Boulnois… con la mia stessa spada… l’ha lanciata…”

Ancora la mano morente agitò verso la spada, e poi cadde rigida con un tonfo. In Kidd sorse dal profondo tutto quell’umorismo acre che è lo strano sale della serietà della sua razza.

“Senta,” disse bruscamente e con tono di comando, “deve andare a prendere un medico. Quest’uomo è morto.”

“E anche un prete, immagino,” disse Dalroy in modo indecifrabile. “Tutti questi Champion sono papisti.”

L’americano si inginocchiò accanto al corpo, tastò il cuore, sostenne la testa e usò gli ultimi sforzi per rianimarlo; ma prima che l’altro giornalista riapparisse, seguito da un medico e un prete, era già pronto ad affermare che erano arrivati troppo tardi.

“È arrivato troppo tardi anche lei?” chiese il medico, un uomo dall’aspetto solido e prospero, con baffi e basette convenzionali, ma un occhio vivace, che scrutava Kidd con dubbiosità.

“In un certo senso,” rispose strascicando il rappresentante del Sun. “Sono arrivato troppo tardi per salvare l’uomo, ma suppongo di essere stato in tempo per sentire qualcosa di importante. Ho sentito l’uomo morto denunciare il suo assassino.”

“E chi era l’assassino?” chiese il medico, unendo le sopracciglia.

“Boulnois,” disse Calhoun Kidd, e fischiò piano.

Il medico lo fissò cupamente con la fronte arrossata, ma non contraddisse. Poi il prete, una figura più bassa sullo sfondo, disse dolcemente: “Avevo capito che il signor Boulnois non sarebbe venuto a Pendragon Park stasera.”

“Anche qui,” disse lo Yankee cupamente, “potrei essere nella posizione di fornire al vecchio continente un fatto o due. Sì, signore, John Boulnois sarebbe dovuto restare in casa per tutta la sera; aveva fissato un ottimo appuntamento proprio lì con me. Ma John Boulnois ha cambiato idea; John Boulnois ha lasciato la sua casa bruscamente e tutto solo, ed è venuto in questo dannato Parco un’ora o poco più fa. Il suo maggiordomo me l’ha detto. Credo che siamo in possesso di quello che i poliziotti onniscienti chiamano indizio… avete mandato a chiamarli?”

“Sì,” disse il medico, “ma non abbiamo ancora dato l’allarme a nessun altro.”

“La signora Boulnois lo sa?” chiese James Dalroy, e di nuovo Kidd fu consapevole di un irrazionale desiderio di colpirlo sulla bocca increspata.

“Non gliel’ho detto,” disse il medico burberamente, “ma ecco che arriva la polizia.”

Il piccolo prete era uscito nel viale principale, e ora tornava con la spada caduta, che sembrava ridicolmente grande e teatrale quando era attaccata alla sua figura tarchiata, allo stesso tempo clericale e comune. “Proprio prima che arrivi la polizia,” disse scusandosi, “qualcuno ha una luce?”

Il giornalista americano prese una torcia elettrica dalla tasca, e il prete la tenne vicino alla parte centrale della lama, che esaminò con cura sbattendo le palpebre. Poi, senza guardare la punta o l’elsa, consegnò la lunga arma al medico.

“Temo di non essere utile qui,” disse, con un breve sospiro. “Auguro la buonanotte a voi, signori.” E si allontanò lungo il viale oscuro verso la casa, le mani intrecciate dietro la schiena e la grossa testa china in meditazione.

Il resto del gruppo si affrettò verso i cancelli della portineria, dove un ispettore e due agenti si potevano già vedere in consultazione con il portinaio. Ma il piccolo prete camminava solo sempre più lentamente nel dimesso chiostro di pini, e alla fine si fermò di colpo, sui gradini della casa. Era il suo modo silenzioso di riconoscere un approccio altrettanto silenzioso; poiché verso di lui giungeva una presenza che avrebbe potuto soddisfare persino le richieste di Calhoun Kidd per un fantasma incantevole e aristocratico. Era una giovane donna in rasi argentati dal disegno rinascimentale; aveva capelli biondi in due lunghe trecce lucenti, e un volto così sorprendentemente pallido tra esse che avrebbe potuto essere crisoelefantino – fatto, cioè, come certe vecchie statue greche, d’avorio e oro. Ma i suoi occhi erano molto luminosi, e la sua voce, sebbene bassa, era sicura.

“Padre Brown?” disse.

“Signora Boulnois?” rispose lui gravemente. Poi la guardò e disse immediatamente: “Vedo che sa di Sir Claude.”

“Come sa che lo so?” chiese lei con fermezza.

Lui non rispose alla domanda, ma ne fece un’altra: “Ha visto suo marito?”

“Mio marito è a casa,” disse lei. “Non ha nulla a che fare con questo.”

Di nuovo lui non rispose; e la donna si avvicinò a lui, con un’espressione curiosamente intensa sul viso.

“Vuole che le dica qualcos’altro?” disse, con un sorriso piuttosto timoroso. “Non credo sia stato lui, e non lo crede nemmeno lei.” Padre Brown ricambiò il suo sguardo con un lungo, grave fissare, e poi annuì, ancora più gravemente.

“Padre Brown,” disse la signora, “le dirò tutto ciò che so, ma voglio che mi faccia un favore prima. Mi vuole dire perché non ha saltato alla conclusione della colpevolezza del povero John, come hanno fatto tutti gli altri? Non si curi di ciò che dice: io… io so del pettegolezzo e delle apparenze che sono contro di me.”

Padre Brown apparve onestamente imbarazzato e si passò una mano sulla fronte. “Due cose molto piccole,” disse. “Almeno, una è molto banale e l’altra molto vaga. Ma per quanto siano, non si incastrano con il signor Boulnois come assassino.”

Volse il suo volto rotondo e vacuo verso le stelle e continuò distrattamente: “Per prendere prima l’idea vaga. Do molta importanza alle idee vaghe. Tutte quelle cose che ‘non sono prove’ sono ciò che mi convince. Penso che un’impossibilità morale sia la più grande di tutte le impossibilità. Conosco suo marito solo superficialmente, ma penso che questo suo crimine, come generalmente concepito, sia qualcosa di molto simile a un’impossibilità morale. Per favore non pensi che intenda che Boulnois non potrebbe essere così malvagio. Chiunque può essere malvagio… tanto malvagio quanto sceglie di essere. Possiamo dirigere le nostre volontà morali; ma generalmente non possiamo cambiare i nostri gusti istintivi e i nostri modi di fare le cose. Boulnois potrebbe commettere un omicidio, ma non questo omicidio. Non strapperebbe la spada di Romeo dal suo fodero romantico; o ucciderebbe il suo nemico sulla meridiana come su una specie di altare; o lascerebbe il suo corpo tra le rose, o getterebbe la spada tra i pini. Se Boulnois uccidesse qualcuno lo farebbe in modo silenzioso e pesante, come farebbe qualsiasi altra cosa dubbia: bere un decimo bicchiere di porto, o leggere un poeta greco licenzioso. No, l’ambientazione romantica non è da Boulnois. È più da Champion.”

“Ah!” disse lei, e lo guardò con occhi come diamanti.

“E la cosa banale era questa,” disse Brown. “C’erano impronte digitali su quella spada; le impronte digitali possono essere rilevate parecchio tempo dopo essere state fatte se sono su una superficie lucida come il vetro o l’acciaio. Queste erano su una superficie lucida. Erano a metà della lama della spada. Di chi fossero le impronte non ho la minima idea; ma perché qualcuno dovrebbe impugnare una spada a metà della lama? Era una spada lunga, ma la lunghezza è un vantaggio nell’affondare contro un nemico. Almeno, contro la maggior parte dei nemici. Contro tutti i nemici tranne uno.”

“Tranne uno,” ripeté lei.

“C’è solo un nemico,” disse Padre Brown, “che è più facile uccidere con un pugnale che con una spada.”

“Lo so,” disse la donna. “Se stessi.”

Ci fu un lungo silenzio, e poi il prete disse tranquillamente ma bruscamente: “Ho ragione, allora? Sir Claude si è ucciso?”

“Sì,” disse lei, con un volto di marmo. “L’ho visto farlo.”

“È morto,” disse Padre Brown, “per amore di lei?”

Un’espressione straordinaria balenò sul suo volto, molto diversa dalla pietà, dalla modestia, dal rimorso, o da qualsiasi cosa il suo compagno avesse previsto: la sua voce divenne improvvisamente forte e piena. “Non credo,” disse, “che si sia mai curato di me un fico secco. Odiava mio marito.”

“Perché?” chiese l’altro, e volse il suo volto rotondo dal cielo alla signora.

“Odiava mio marito perché… è così strano che difficilmente so come dirlo… perché…”

“Sì?” disse Brown pazientemente.

“Perché mio marito non voleva odiarlo.”

Padre Brown annuì soltanto, e sembrava ancora in ascolto; differiva dalla maggior parte dei detective nella realtà e nella finzione in un piccolo punto: non fingeva mai di non capire quando capiva perfettamente bene.

La signora Boulnois si avvicinò ancora una volta con lo stesso bagliore contenuto di certezza. “Mio marito,” disse, “è un grande uomo. Sir Claude Champion non era un grande uomo: era un uomo celebre e di successo. Mio marito non è mai stato celebre o di successo; ed è la solenne verità che non ha mai sognato di esserlo. Non si aspetta di essere famoso per il pensiero più di quanto si aspetti di esserlo per fumare sigari. Su tutto quel lato ha una specie di splendida stupidità. Non è mai cresciuto. Gli piaceva ancora Champion esattamente come gli piaceva a scuola; lo ammirava come avrebbe ammirato un gioco di prestigio fatto a tavola. Ma non si poteva indurlo a concepire l’idea di invidiare Champion. E Champion voleva essere invidiato. È impazzito e si è ucciso per questo.”

“Sì,” disse Padre Brown; “credo di cominciare a capire.”

“Oh, non vede?” gridò lei; “l’intero quadro è fatto per questo… il luogo è progettato per questo. Champion mise John in una piccola casa proprio sulla sua soglia, come un dipendente… per fargli sentire di essere un fallito. Non l’ha mai sentito. Non pensa più a queste cose di quanto… di quanto farebbe un leone distratto. Champion irrompeva nelle ore più squallide di John o nei pasti più umili con qualche regalo abbagliante o annuncio o spedizione che faceva sembrare tutto come la visita di Haroun Al-Rashid, e John accettava o rifiutava amabilmente con un occhio altrove, per così dire, come uno scolaro pigro che è d’accordo o in disaccordo con un altro. Dopo cinque anni di questo, John non aveva fatto una piega; e Sir Claude Champion era un monomaniaco.”

“E Aman cominciò a raccontare loro,” disse Padre Brown, “di tutte le cose in cui il re lo aveva onorato; e disse: ‘Tutte queste cose non mi servono a nulla finché vedo Mardocheo il Giudeo seduto alla porta.’”

«La crisi arrivò», continuò la signora Boulnois, «quando convinsi John a lasciarmi trascrivere alcune delle sue speculazioni per inviarle a una rivista. Iniziarono ad attirare l’attenzione, specialmente in America, e un giornale volle intervistarlo. Quando Champion (che veniva intervistato quasi ogni giorno) seppe di questa piccola e tardiva briciola di successo caduta al suo ignaro rivale, si spezzò l’ultimo legame che tratteneva il suo odio diabolico. Allora iniziò a porre quel folle assedio al mio amore e al mio onore che è diventato argomento di conversazione in tutta la contea. Mi chiederete perché ho permesso attenzioni così atroci. Rispondo che non avrei potuto rifiutarle se non spiegando tutto a mio marito, e ci sono cose che l’anima non può fare, così come il corpo non può volare. Nessuno avrebbe potuto spiegare nulla a mio marito. Nessuno potrebbe farlo ora. Se gli diceste a chiare lettere: "Champion ti sta rubando la moglie", penserebbe che lo scherzo sia un po’ volgare: che possa trattarsi di qualsiasi cosa che non sia uno scherzo... questa nozione non riuscirebbe a trovare una crepa nel suo grande cranio per entrarvi. Ebbene, John doveva venire a vederci recitare stasera, ma proprio mentre stavamo per partire ha detto che non l’avrebbe fatto; aveva un libro interessante e un sigaro. Lo riferii a Sir Claude, e fu il suo colpo di grazia. Il monomaniaco vide improvvisamente la disperazione. Si pugnalò, gridando come un demonio che Boulnois lo stava uccidendo; giace là nel giardino, morto della propria gelosia che genera gelosia, e John è seduto in sala da pranzo a leggere un libro».

Ci fu un altro silenzio, e poi il piccolo prete disse: «C’è solo un punto debole, signora Boulnois, in tutto il suo racconto così vivido. Suo marito non è seduto in sala da pranzo a leggere un libro. Quel reporter americano mi ha detto di essere stato a casa sua, e il suo maggiordomo gli ha riferito che il signor Boulnois era andato comunque a Pendragon Park».

I suoi occhi luminosi si spalancarono in uno sguardo quasi elettrico; eppure sembrava più sconcerto che confusione o paura. «Cosa, cosa intende dire?» esclamò. «Tutta la servitù era fuori casa, a vedere lo spettacolo. E non abbiamo un maggiordomo, grazie al cielo!»

Padre Brown sussultò e ruotò su se stesso come un’assurda trottola. «Cosa, cosa?» gridò, sembrando galvanizzato in una vita improvvisa. «Senta, dico... posso farmi sentire da suo marito se vado a casa?»

«Oh, i domestici saranno tornati ormai», disse lei, stupita.

«Bene, bene!» replicò l’ecclesiastico energicamente, e si allontanò trotterellando lungo il sentiero verso i cancelli del Parco. Si voltò una volta per dire: «È meglio che si occupi di quel yankee, altrimenti il "Crimine di John Boulnois" sarà su tutta la Repubblica a grandi lettere».

«Non capisce», disse la signora Boulnois. «Non gli importerebbe. Non credo che immagini che l’America sia davvero un posto.»

Quando Padre Brown raggiunse la casa con l’arnia e il cane assonnato, una domestica piccola e ordinata lo fece accomodare in sala da pranzo, dove Boulnois sedeva leggendo accanto a una lampada schermata, esattamente come lo aveva descritto sua moglie. Un decanter di porto e un bicchiere erano al suo fianco; e nell’istante in cui il prete entrò notò la lunga cenere intatta sul suo sigaro.

«È qui da almeno mezz’ora», pensò Padre Brown. Di fatto, aveva l’aria di sedere dove era seduto quando la cena era stata sparecchiata.

«Non si alzi, signor Boulnois», disse il prete nel suo modo piacevole e prosaico. «Non la interromperò nemmeno per un istante. Temo di disturbare alcuni dei suoi studi scientifici.»

«No», disse Boulnois; «stavo leggendo "Il pollice sanguinante"». Lo disse senza un cipiglio né un sorriso, e il suo visitatore fu consapevole di una certa profonda e virile indifferenza nell’uomo che sua moglie aveva definito grandezza. Posò un "giallo" truculento senza nemmeno sentire l’incongruenza tanto da commentarla umoristicamente. John Boulnois era un uomo grande, dai movimenti lenti, con una testa massiccia, in parte grigia e in parte calva, e lineamenti schietti e robusti. Indossava un abito da sera logoro e molto antiquato, con una stretta apertura triangolare della camicia: lo aveva indossato quella sera col suo proposito originario di andare a vedere sua moglie recitare Giulietta.

«Non la terrò a lungo lontano da "Il pollice sanguinante" o da altre faccende catastrofiche», disse Padre Brown, sorridendo. «Sono venuto solo per chiederle del crimine che ha commesso questa sera.»

Boulnois lo guardò fisso, ma una barra rossa iniziò ad apparire sulla sua ampia fronte; e sembrò qualcuno che scopriva l’imbarazzo per la prima volta.

«So che è stato uno strano crimine», assentì Brown a bassa voce. «Più strano dell’omicidio forse... per lei. I piccoli peccati sono a volte più difficili da confessare di quelli grandi... ma è per questo che è così importante confessarli. Il suo crimine è commesso da ogni padrona di casa alla moda sei volte alla settimana: eppure lei trova che le resti attaccato alla lingua come un’atrocità senza nome.»

«Fa sentire», disse il filosofo lentamente, «come un idiota.»

«Lo so», assentì l’altro, «ma spesso si deve scegliere tra sentirsi un idiota ed esserlo.»

«Non so analizzarmi bene», continuò Boulnois; «ma seduto su quella sedia con quella storia ero felice come uno scolaro in un giorno di vacanza. Era sicurezza, eternità... non riesco a esprimerlo... i sigari erano a portata di mano... i fiammiferi erano a portata di mano... il Pollice aveva ancora quattro apparizioni da... non era solo una pace, ma una pienezza. Poi quel campanello ha suonato, e ho pensato per un lungo, mortale minuto che non sarei riuscito ad alzarmi da quella sedia... letteralmente, fisicamente, muscolarmente non potevo. Poi l’ho fatto come un uomo che solleva il mondo, perché sapevo che tutta la servitù era fuori. Ho aperto la porta d’ingresso, e c’era un ometto con la bocca aperta per parlare e il taccuino aperto per scrivere. Mi ero ricordato dell’intervistatore yankee che avevo dimenticato. Aveva la riga in mezzo, e le dico che l’omicidio...»

«Capisco», disse Padre Brown. «L’ho visto.»

«Non ho commesso un omicidio», continuò il Catastrofista con mitezza, «ma solo spergiuro. Ho detto di essere andato a Pendragon Park e di avergli chiuso la porta in faccia. Questo è il mio crimine, Padre Brown, e non so quale penitenza le verrebbe da infliggermi.»

«Non infliggerò alcuna penitenza», disse il gentiluomo ecclesiastico, raccogliendo il suo cappello pesante e l’ombrello con aria divertita; «tutt’altro. Sono venuto qui apposta per risparmiarle la piccola penitenza che altrimenti sarebbe seguita alla sua piccola offesa.»

«E qual è», chiese Boulnois, sorridendo, «la piccola penitenza che ho avuto la fortuna di evitare?»

«Essere impiccato», disse Padre Brown.

DODICI — La fiaba di Padre Brown

La pittoresca città e stato di Heiligwaldenstein era uno di quei regni giocattolo di cui alcune parti dell’Impero tedesco ancora consistono. Era entrata nell’egemonia prussiana molto tardi nella storia — quasi cinquant’anni prima della bella giornata estiva in cui Flambeau e Padre Brown si ritrovarono a sedere nei suoi giardini e a bere la sua birra. C’era stata non poca guerra e giustizia selvaggia lì a memoria d’uomo, come presto si vedrà. Ma a guardarla semplicemente non si poteva scacciare quell’impressione di infantilezza che è il lato più affascinante della Germania — quelle piccole monarchie paterne e da pantomima in cui un re sembra domestico quanto un cuoco. I soldati tedeschi accanto agli innumerevoli posti di guardia sembravano stranamente dei giocattoli tedeschi, e i bastioni ben tagliati del castello, dorati dal sole, sembravano ancor più pan di zenzero dorato. Perché era un tempo brillante. Il cielo era di un blu prussiano come Potsdam stessa avrebbe potuto richiedere, ma era ancor più simile a quell’uso generoso e acceso del colore che un bambino estrae da una scatola di colori da uno scellino. Anche gli alberi dalle nervature grigie sembravano giovani, perché i germogli appuntiti su di essi erano ancora rosa, e in un disegno contro il forte blu sembravano innumerevoli figure infantili.

Nonostante il suo aspetto prosaico e il suo stile di vita generalmente pratico, Padre Brown non era privo di una certa vena di romanticismo nella sua composizione, sebbene generalmente tenesse per sé i suoi sogni a occhi aperti, come fanno molti bambini. Tra i colori vivaci e briosi di una giornata simile, e nell’inquadratura araldica di una tale città, si sentiva quasi come se fosse entrato in una fiaba. Provava un piacere infantile, come un fratello minore, nel formidabile bastone animato che Flambeau faceva sempre oscillare mentre camminava, e che ora stava dritto accanto al suo alto boccaglio di Monaco. Anzi, nella sua assonnata irresponsabilità, si ritrovò persino a osservare la testa nodosa e goffa del suo ombrello logoro, con qualche vago ricordo della clava dell’orco in un libro di fiabe colorato. Ma non compose mai nulla sotto forma di finzione, se non il racconto che segue:

«Mi chiedo», disse, «se si avrebbero vere avventure in un posto come questo, se ci si mettesse sulla strada giusta? È un magnifico fondale per esse, ma ho sempre la sensazione che ti combatterebbero con sciabole di cartone piuttosto che con spade vere e orribili.»

«Ti sbagli», disse il suo amico. «In questo posto non solo combattono con le spade, ma uccidono senza spade. E c’è di peggio.»

«Perché, cosa intendi dire?» chiese Padre Brown.

«Beh», rispose l’altro, «direi che questo sia l’unico posto in Europa dove un uomo sia mai stato ucciso senza armi da fuoco.»

«Intendi arco e frecce?» chiese Brown con una certa meraviglia.

«Intendo un proiettile nel cervello», rispose Flambeau. «Non conosci la storia del fu Principe di questo luogo? Fu uno dei grandi misteri della polizia circa vent’anni fa. Ricordi, naturalmente, che questo luogo fu annesso con la forza al tempo dei primissimi piani di consolidamento di Bismarck — con la forza, cioè, ma per nulla facilmente. L’impero (o chi voleva esserlo) inviò il Principe Otto di Grossenmark a governare il posto negli interessi imperiali. Abbiamo visto il suo ritratto nella galleria là — un bel vecchio gentiluomo se avesse avuto capelli o sopracciglia, e non fosse stato rugoso ovunque come un avvoltoio; ma aveva cose da tormentarlo, come spiegherò tra un minuto. Era un soldato di notevole abilità e successo, ma non ebbe un compito del tutto facile con questo piccolo posto. Fu sconfitto in diverse battaglie dai celebri fratelli Arnhold — i tre patrioti guerriglieri ai quali Swinburne scrisse una poesia, ricordi:

Lupi con il pelo dell’ermellino, Corvi coronati e re — Queste cose sono numerose come parassiti, Eppure Tre permarranno tra queste cose.

O qualcosa del genere. In effetti, non è affatto certo che l’occupazione sarebbe mai stata un successo se uno dei tre fratelli, Paul, non avesse spregevolmente, ma molto decisamente, rifiutato di sottostare ancora a queste cose e, consegnando tutti i segreti dell’insurrezione, assicurato la sua rovina e la propria promozione finale alla carica di ciambellano del Principe Otto. Dopo ciò, Ludwig, l’unico eroe genuino tra gli eroi di Swinburne, fu ucciso, spada in mano, nella cattura della città; e il terzo, Heinrich, che, sebbene non fosse un traditore, era sempre stato mansueto e persino timido rispetto ai suoi attivi fratelli, si ritirò in una sorta di eremitaggio, si convertì a un quietismo cristiano che era quasi quacchero, e non si mescolò mai agli uomini se non per dare quasi tutto ciò che aveva ai poveri. Mi dicono che non molto tempo fa lo si potesse ancora vedere occasionalmente nei dintorni, un uomo con un mantello nero, quasi cieco, con capelli bianchissimi molto selvaggi, ma un volto di una morbidezza sbalorditiva.»

«Lo so», disse Padre Brown. «L’ho visto una volta.»

Il suo amico lo guardò con una certa sorpresa. «Non sapevo che fossi già stato qui», disse. «Forse ne sai quanto me. Ad ogni modo, questa è la storia degli Arnhold, ed egli fu l’ultimo superstite. Sì, e di tutti gli uomini che recitarono parti in quel dramma.»

«Intendi dire che anche il Principe morì molto tempo prima?»

«Morì», ripeté Flambeau, «e questo è quanto possiamo dire. Devi capire che verso la fine della sua vita iniziò ad avere quei tic nervosi non rari nei tiranni. Moltiplicò l’ordinaria guardia giornaliera e notturna attorno al suo castello finché non sembrarono esserci più posti di guardia che case in città, e i personaggi dubbi venivano giustiziati senza pietà. Viveva quasi interamente in una piccola stanza che si trovava nel centro stesso dell’enorme labirinto di tutte le altre stanze, e persino in questa aveva eretto un’altra sorta di cabina o armadio centrale, rivestito d’acciaio, come una cassaforte o una nave da guerra. Alcuni dicono che sotto il pavimento di questa ci fosse un buco segreto nella terra, non più grande di quanto bastasse a contenerlo, così che, nella sua ansia di evitare la tomba, era disposto ad andare in un posto molto simile ad essa. Ma andò ancora oltre. Si supponeva che la popolazione fosse stata disarmata sin dalla soppressione della rivolta, ma Otto ora insisteva, come i governi raramente insistono, su un disarmo assoluto e letterale. Fu attuato, con straordinaria accuratezza e severità, da funzionari molto ben organizzati su un’area piccola e familiare, e, per quanto la forza umana e la scienza possano essere assolutamente certe di qualcosa, il Principe Otto era assolutamente certo che nessuno avrebbe potuto introdurre nemmeno una pistola giocattolo a Heiligwaldenstein.»

«La scienza umana non può mai essere del tutto certa di cose simili», disse Padre Brown, continuando a guardare il rosso germogliare dei rami sopra la sua testa, «se non altro per la difficoltà riguardo alla definizione e alla connotazione. Cos’è un’arma? Persone sono state assassinate con i più miti comfort domestici; certamente con bollitori, probabilmente con copriteiere. D’altra parte, se mostrassi a un antico Britanno un revolver, dubito che saprebbe che è un’arma — finché non gli venisse sparato dentro, naturalmente. Forse qualcuno ha introdotto un’arma da fuoco così nuova da non sembrare nemmeno un’arma da fuoco. Forse sembrava un ditale o qualcosa del genere. Il proiettile era per nulla peculiare?»

«Non che io abbia mai sentito», rispose Flambeau; «ma le mie informazioni sono frammentarie, e provengono solo dal mio vecchio amico Grimm. Era un detective molto abile nel servizio tedesco, e cercò di arrestarmi; io arrestai lui invece, e avemmo molte chiacchierate interessanti. Si occupava lui qui dell’inchiesta sul Principe Otto, ma ho dimenticato di chiedergli qualcosa sul proiettile. Secondo Grimm, ciò che accadde fu questo.» Fece una pausa per finire la maggior parte della sua birra scura in un sorso, e poi riprese:

«La sera in questione, a quanto pare, il Principe doveva apparire in una delle stanze esterne, perché doveva ricevere alcuni visitatori che desiderava realmente incontrare. Erano esperti geologici inviati per indagare sulla vecchia questione del presunto rifornimento di oro dalle rocce qui attorno, sul quale (come si diceva) la piccola città-stato aveva mantenuto a lungo il suo credito ed era stata in grado di negoziare con i suoi vicini anche sotto il bombardamento incessante di eserciti più grandi. Finora non era mai stato trovato dall’indagine più esigente che potesse...»

«Che potesse essere del tutto certa di scoprire una pistola giocattolo», disse Padre Brown con un sorriso. «Ma che mi dici del fratello che ha fatto la spia? Non aveva nulla da dire al Principe?»

«Egli asseverò sempre di non sapere», rispose Flambeau; «che questo fosse l’unico segreto che i suoi fratelli non gli avevano detto. È solo giusto dire che ciò ricevette qualche sostegno da parole frammentarie — pronunciate dal grande Ludwig nell’ora della morte, quando guardò Heinrich ma indicò Paul, e disse: "Tu non glielo hai detto..." ed fu poco dopo incapace di parlare. Ad ogni modo, la delegazione di illustri geologi e mineralogisti da Parigi e Berlino era lì nel vestito più magnifico e appropriato, perché non ci sono uomini a cui piaccia indossare le loro decorazioni tanto quanto agli uomini di scienza — come chiunque sa che sia mai stato a una serata della Royal Society. Fu una riunione brillante, ma molto tardi, e gradualmente il Ciambellano — hai visto anche il suo ritratto: un uomo con sopracciglia nere, occhi seri e una sorta di sorriso privo di significato sotto — il Ciambellano, dico, scoprì che c’era tutto tranne il Principe stesso. Cercò in tutti i saloni esterni; poi, ricordando i folli attacchi di paura dell’uomo, corse alla camera più interna. Anche quella era vuota, ma la torretta o cabina d’acciaio eretta nel mezzo richiese un po’ di tempo per essere aperta. Quando si aprì, anch’essa era vuota. Andò a guardare nel buco nel terreno, che sembrava più profondo e in qualche modo ancor più simile a una tomba — questo è il suo resoconto, naturalmente. E proprio mentre lo faceva udì un’esplosione di grida e tumulto nelle lunghe stanze e nei corridoi all’esterno.

«Prima fu un frastuono distante e il brivido di qualcosa di impensabile all’orizzonte della folla, persino oltre il castello. Poi fu un clamore senza parole sorprendentemente vicino, e abbastanza forte da essere distinto se ogni parola non avesse ucciso l’altra. Poi arrivarono parole di una terribile chiarezza, avvicinandosi, e poi un uomo, precipitato nella stanza a dare la notizia con la massima brevità con cui vengono date tali notizie.

«Otto, Principe di Heiligwaldenstein e Grossenmark, giaceva nella rugiada del crepuscolo che si oscurava nei boschi oltre il castello, con le braccia spalancate e la faccia rivolta verso la luna. Il sangue pulsava ancora dalla tempia e dalla mascella fracassate, ma era l’unica parte di lui che si muoveva come una cosa viva. Era vestito con la sua uniforme bianca e gialla completa, come per ricevere i suoi ospiti all’interno, se non che la fascia o sciarpa era stata sciolta e giaceva piuttosto stropicciata al suo fianco. Prima che potesse essere sollevato era morto. Ma, morto o vivo, era un enigma — lui che si era sempre nascosto nella camera più interna, là fuori nei boschi umidi, disarmato e solo.»

«Chi trovò il suo corpo?» chiese Padre Brown.

«Una ragazza legata alla Corte di nome Hedwig von qualcosa o altro», rispose il suo amico, «che era stata fuori nel bosco a raccogliere fiori selvatici.»

«Ne aveva raccolti?» chiese il prete, fissando in modo piuttosto vacuo il velo dei rami sopra di lui.

«Sì», rispose Flambeau. «Ricordo particolarmente che il Ciambellano, o il vecchio Grimm o qualcuno, disse quanto fosse orribile, quando arrivarono alla sua chiamata, vedere una ragazza che teneva fiori primaverili e si chinava sopra quel... quel crollo insanguinato. Tuttavia, il punto principale è che prima che arrivassero i soccorsi era morto, e la notizia, naturalmente, dovette essere riportata al castello. La costernazione che creò fu qualcosa che andava oltre persino quella naturale in una Corte alla caduta di un potentato. I visitatori stranieri, specialmente gli esperti minerari, erano nel dubbio e nell’eccitazione più sfrenati, così come molti importanti funzionari prussiani, e presto iniziò a essere chiaro che il piano per trovare il tesoro pesava molto di più negli affari di quanto la gente avesse supposto. Agli esperti e ai funzionari erano stati promessi grandi premi o vantaggi internazionali, e alcuni dissero persino che gli appartamenti segreti del Principe e la forte protezione militare erano dovuti meno alla paura della popolazione che al perseguimento di qualche indagine privata di...»

«I fiori avevano gambi lunghi?» chiese Padre Brown.

Flambeau lo fissò. «Che persona strana sei!» disse. «È esattamente quello che disse il vecchio Grimm. Disse che la parte più brutta di tutto ciò, pensava — più brutta del sangue e del proiettile — era che i fiori erano molto corti, strappati vicino alla testa.»

«Naturalmente», disse il prete, «quando una ragazza adulta sta davvero raccogliendo fiori, li raccoglie con molto gambo. Se strappa solo le loro teste, come fa un bambino, sembra che...» E esitò.

«Bene?» chiese l’altro.

«Beh, sembra piuttosto che li abbia strappati nervosamente, per trovare una scusa per essere lì dopo... beh, dopo che era già lì.»

«So a cosa miri», disse Flambeau piuttosto cupamente. «Ma quello e ogni altro sospetto si infrangono su un punto: la mancanza di un’arma. Avrebbe potuto essere ucciso, come dici tu, con molte altre cose; persino con la sua stessa fascia militare; ma dobbiamo spiegare non come sia stato ucciso, ma come sia stato colpito da un proiettile. E il fatto è che non possiamo. Hanno perquisito la ragazza senza alcuna pietà; poiché, a dire il vero, era un po’ sospetta, nonostante fosse nipote e protetta del malvagio vecchio ciambellano, Paul Arnhold. Ma era molto romantica, ed era sospettata di simpatie per il vecchio entusiasmo rivoluzionario della sua famiglia. Tuttavia, per quanto romantici si possa essere, non si può immaginare un grosso proiettile nella mascella o nel cervello di un uomo senza usare una pistola o un fucile. E non c’era nessuna pistola, sebbene ci siano stati due colpi di pistola. Lascio a te l’ardua sentenza, amico mio.»

«Come fai a sapere che ci sono stati due colpi?» chiese il piccolo prete.

«Ce n’era solo uno nella sua testa», disse il suo compagno, «ma c’era un altro foro di proiettile nella fascia.»

La fronte liscia di padre Brown si contrasse improvvisamente. «L’altro proiettile è stato trovato?» chiese.

Flambeau ebbe un piccolo sussulto. «Non credo di ricordare», disse.

«Aspetta! Aspetta! Aspetta!» esclamò Brown, accigliandosi sempre più, con una concentrazione di curiosità alquanto insolita. «Non considerarmi scortese. Lasciami riflettere un momento.»

«D’accordo», disse Flambeau, ridendo, e finì la sua birra. Una leggera brezza agitò gli alberi in germoglio e soffiò nel cielo nuvolette bianche e rosa che sembravano rendere il cielo più azzurro e l’intera scena colorata più pittoresca. Potevano essere cherubini che volavano verso le finestre di una sorta di asilo celeste. La torre più antica del castello, la Torre del Drago, si ergeva grottesca come il boccale di birra, ma altrettanto familiare. Solo oltre la torre brillava il bosco in cui l’uomo era rimasto morto.

«Che fine ha fatto questa Hedwig alla fine?» chiese il prete alla fine.

«È sposata con il generale Schwartz», disse Flambeau. «Senza dubbio avrai sentito parlare della sua carriera, che è stata piuttosto romantica. Si era distinto persino prima delle sue imprese a Sadowa e Gravelotte; infatti, è partito dalla gavetta, il che è molto insolito anche nel più piccolo dei... tedeschi.»

Padre Brown si mise seduto di scatto.

«Dalla gavetta!» esclamò, e fece una smorfia come per fischiare. «Bene, bene, che storia strana! Che modo bizzarro di uccidere un uomo; ma suppongo fosse l’unico possibile. Ma pensare a un odio così paziente...»

«Cosa intendi?» chiese l’altro. «In che modo hanno ucciso l’uomo?»

«L’hanno ucciso con la fascia», disse Brown con attenzione; e poi, mentre Flambeau protestava: «Sì, sì, conosco la storia del proiettile. Forse dovrei dire che è morto per aver avuto una fascia. So che non suona come avere una malattia.»

«Suppongo», disse Flambeau, «che tu abbia qualche idea in testa, ma non sarà facile far uscire il proiettile dalla sua. Come ho spiegato prima, avrebbe potuto essere facilmente strangolato. Ma è stato colpito da un proiettile. Da chi? Con cosa?»

«È stato colpito per suo ordine», disse il prete.

«Vuoi dire che si è suicidato?»

«Non ho detto per suo desiderio», rispose padre Brown. «Ho detto per suo ordine.»

«Beh, comunque, qual è la tua teoria?»

Padre Brown rise. «Sono solo in vacanza», disse. «Non ho alcuna teoria. Solo che questo posto mi ricorda le fiabe e, se vuoi, ti racconterò una storia.»

Le piccole nuvole rosa, che sembravano quasi dolciumi, erano arrivate a incoronare le torrette del castello di pan di zenzero dorato, e le dita rosa dei neonati alberi in boccio sembravano allungarsi per raggiungerle; il cielo azzurro iniziò a tingersi di un brillante viola serale, quando padre Brown parlò improvvisamente di nuovo:

«Fu in una notte cupa, con la pioggia che gocciolava ancora dagli alberi e la rugiada che già si accumulava, che il principe Otto di Grossenmark uscì frettolosamente da una porta laterale del castello e si incamminò rapidamente verso il bosco. Una delle innumerevoli sentinelle lo salutò, ma lui non ci fece caso. Non aveva alcun desiderio di essere notato. Fu felice quando i grandi alberi, grigi e già viscidi di pioggia, lo inghiottirono come una palude. Aveva deliberatamente scelto il lato meno frequentato del suo palazzo, ma anche quello era più frequentato di quanto avrebbe voluto. Ma non c’era alcuna possibilità di un inseguimento indiscreto o diplomatico, poiché la sua uscita era stata un impulso improvviso. Tutti i diplomatici in alta uniforme che si era lasciato alle spalle non erano importanti. Si era reso conto improvvisamente di poter fare a meno di loro.

«La sua grande passione non era il timore, molto più nobile, della morte, ma lo strano desiderio dell’oro. Per questa leggenda dell’oro aveva lasciato Grossenmark e invaso Heiligwaldenstein. Per questo, e solo per questo, aveva comprato il traditore e massacrato l’eroe; per questo aveva a lungo interrogato e controinterrogato il falso ciambellano, finché non era giunto alla conclusione che, circa la sua ignoranza, il rinnegato dicesse davvero la verità. Per questo aveva, alquanto a malincuore, pagato e promesso denaro nella speranza di ottenere la somma maggiore; e per questo era sgusciato fuori dal suo palazzo come un ladro sotto la pioggia, poiché aveva pensato a un altro modo per ottenere il desiderio dei suoi occhi, e per ottenerlo a buon mercato.

«Lassù, all’estremità superiore di un tortuoso sentiero di montagna verso cui si stava dirigendo, tra le rocce a pilastro lungo la cresta che sovrasta la città, sorgeva l’eremitaggio, poco più di una caverna recintata di spine, in cui il terzo dei grandi fratelli si era a lungo nascosto dal mondo. Lui, pensava il principe Otto, non poteva avere alcuna ragione reale per rifiutarsi di consegnare l’oro. Conosceva il suo nascondiglio da anni e non aveva fatto alcuno sforzo per trovarlo, nemmeno prima che il suo nuovo credo ascetico lo avesse isolato da proprietà o piaceri. È vero, era stato un nemico, ma ora professava il dovere di non avere nemici. Qualche concessione alla sua causa, qualche appello ai suoi principi, avrebbero probabilmente fatto uscire il segreto del denaro da lui. Otto non era un codardo, nonostante la sua rete di precauzioni militari, e, in ogni caso, la sua avidità era più forte delle sue paure. Né c’era molta causa di paura. Poiché era certo che non ci fossero armi private in tutto il principato, era cento volte più certo che non ce ne fossero nel piccolo eremitaggio del quacchero sulla collina, dove viveva di erbe, con due vecchi servitori rustici, e senza altra voce umana per anno dopo anno. Il principe Otto guardò giù con un sorriso piuttosto cupo verso i luminosi labirinti quadrati della città illuminata dalle lampade sotto di lui. Perché fin dove l’occhio poteva vedere correvano i fucili dei suoi amici, e nemmeno un pizzico di polvere da sparo per i suoi nemici. Fucili schierati così vicini persino a quel sentiero di montagna che un suo grido avrebbe fatto accorrere i soldati su per la collina, per non parlare del fatto che il bosco e la cresta erano pattugliati a intervalli regolari; fucili così lontani, nei boschi oscuri, rimpiccioliti dalla distanza, oltre il fiume, che un nemico non avrebbe potuto insinuarsi in città attraverso alcuna deviazione. E attorno al palazzo fucili alla porta ovest e alla porta est, alla porta nord e alla porta sud, e lungo tutte le quattro facciate che li collegavano. Era al sicuro.

«Fu tutto ancora più chiaro quando ebbe superato la cresta e scoprì quanto fosse spoglio il nido del suo vecchio nemico. Si ritrovò su una piccola piattaforma di roccia, interrotta bruscamente dai tre spigoli di un precipizio. Dietro c’era la grotta nera, mascherata da spine verdi, così bassa che era difficile credere che un uomo potesse entrarvi. Davanti c’era il salto delle scogliere e la vasta ma nuvolosa visione della valle. Sulla piccola piattaforma rocciosa sorgeva un vecchio leggio di bronzo, che gemeva sotto una grande Bibbia tedesca. Il bronzo o rame di esso era diventato verde per l’aria corrosiva di quel luogo elevato, e Otto ebbe immediatamente il pensiero: “Anche se avessero delle armi, a quest’ora sarebbero arrugginite”. Il sorgere della luna aveva già creato un’alba mortale dietro le creste e le rupi, e la pioggia era cessata.

«Dietro il leggio, e guardando attraverso la valle, stava un uomo molto vecchio con una tunica nera che cadeva dritta come le scogliere attorno a lui, ma i cui capelli bianchi e la voce debole sembravano vacillare allo stesso modo nel vento. Evidentemente stava leggendo qualche lezione quotidiana come parte dei suoi esercizi religiosi. “Essi confidano nei loro cavalli...”

«“Signore”, disse il principe di Heiligwaldenstein, con una cortesia alquanto insolita, “vorrei solo una parola con lei.”

«“...e nei loro carri”, continuò il vecchio debolmente, “ma noi confideremo nel nome del Signore degli Eserciti...” Le sue ultime parole furono inudibili, ma chiuse il libro con riverenza e, essendo quasi cieco, fece un movimento a tastoni e afferrò il leggio. Immediatamente i suoi due servitori scivolarono fuori dalla caverna dal profilo basso e lo sostennero. Indossavano tuniche nero opaco come la sua, ma non avevano l’argento gelido sui capelli, né la raffinatezza segnata dal gelo dei lineamenti. Erano contadini, croati o magiari, con volti larghi e ottusi e occhi ammiccanti. Per la prima volta qualcosa turbò il principe, ma il suo coraggio e il suo senso diplomatico rimasero saldi.

«“Temo che non ci siamo incontrati”, disse, “dopo quel terribile cannoneggiamento in cui morì il suo povero fratello.”

«“Tutti i miei fratelli sono morti”, disse il vecchio, continuando a guardare attraverso la valle. Poi, voltando per un istante verso Otto i suoi lineamenti cadenti e delicati, e i capelli invernali che sembravano gocciolare sulle sue sopracciglia come ghiaccioli, aggiunse: “Vede, anche io sono morto.”

«“Spero comprenderà”, disse il principe, controllandosi quasi fino al punto della conciliazione, “che non sono venuto qui per perseguitarla, come un mero fantasma di quei grandi litigi. Non parleremo di chi avesse ragione o torto in quello, ma almeno c’era un punto su cui non abbiamo mai avuto torto, perché lei aveva sempre ragione. Qualunque cosa si debba dire della politica della sua famiglia, nessuno per un momento immagina che lei sia stato mosso dal mero oro; lei si è dimostrato al di sopra del sospetto che...”

«Il vecchio con la tunica nera aveva finora continuato a fissarlo con occhi azzurri e acquosi e una sorta di debole saggezza sul volto. Ma quando fu pronunciata la parola “oro” tese la mano come per arrestare qualcosa, e voltò il viso verso le montagne.

«“Egli ha parlato d’oro”, disse. “Ha parlato di cose non lecite. Che smetta di parlare.”

«Otto aveva il vizio del suo tipo e della sua tradizione prussiana, che è quello di considerare il successo non come un incidente ma come una qualità. Concepiva se stesso e i suoi simili come conquistatori perpetui di popoli che venivano perpetuamente conquistati. Di conseguenza, conosceva poco l’emozione della sorpresa, ed era mal preparato per il movimento successivo, che lo fece sussultare e irrigidire. Aveva aperto la bocca per rispondere all’eremita, quando la bocca fu bloccata e la voce strangolata da un forte e morbido bavaglio improvvisamente attorcigliato attorno alla sua testa come un laccio emostatico. Passarono ben quaranta secondi prima che si rendesse conto che erano stati i due servitori ungheresi a farlo, e che lo avevano fatto con la sua stessa sciarpa militare.

«Il vecchio tornò di nuovo debolmente alla sua grande Bibbia sostenuta dal bronzo, voltò le pagine, con una pazienza che aveva qualcosa di orribile, finché non arrivò alla Lettera di San Giacomo, e poi iniziò a leggere: “La lingua è un piccolo membro, ma...”

«Qualcosa nella voce stessa fece voltare improvvisamente il principe e correre giù per il sentiero di montagna che aveva risalito. Era a metà strada verso i giardini del palazzo prima ancora di tentare di strappare la sciarpa che gli strangolava il collo e la mascella. Ci provò ancora e ancora, e fu impossibile; gli uomini che avevano annodato quel bavaglio conoscevano la differenza tra ciò che un uomo può fare con le mani davanti a sé e ciò che può fare con le mani dietro la testa. Le sue gambe erano libere di saltare come un’antilope sulle montagne, le sue braccia erano libere di fare qualsiasi gesto o sventolare qualsiasi segnale, ma non poteva parlare. Un demone muto era in lui.

«Era arrivato vicino ai boschi che cingevano il castello prima di rendersi conto di cosa significasse e volesse significare il suo stato privo di parole. Ancora una volta guardò giù cupamente verso i luminosi labirinti quadrati della città illuminata dalle lampade sotto di lui, e non sorrise più. Si sentì ripetere le frasi del suo umore precedente con un’ironia omicida. Fin dove l’occhio poteva vedere correvano i fucili dei suoi amici, ognuno dei quali lo avrebbe ucciso all’istante se non avesse saputo rispondere alla sfida. I fucili erano così vicini che il bosco e la cresta potevano essere pattugliati a intervalli regolari; perciò era inutile nascondersi nel bosco fino al mattino. I fucili erano schierati così lontano che un nemico non avrebbe potuto insinuarsi in città attraverso alcuna deviazione; perciò era vano tornare in città per qualsiasi via remota. Un grido da parte sua avrebbe fatto correre i suoi soldati su per la collina. Ma da lui non sarebbe uscito alcun grido.

«La luna era sorta in un argento rinvigorito, e il cielo appariva a strisce di un blu notturno brillante tra le strisce nere dei pini attorno al castello. Fiori di una specie ampia e piumosa — poiché non aveva mai notato tali cose prima — erano al tempo stesso luminosi e scoloriti dal chiarore lunare, e sembravano indicibilmente fantastici mentre si raggruppavano, come se strisciassero attorno alle radici degli alberi. Forse la sua ragione era stata improvvisamente scalzata dall’innaturale prigionia che portava con sé, ma in quel bosco sentiva qualcosa di profondamente tedesco: la fiaba. Sapeva con metà della sua mente che si stava avvicinando al castello di un orco; aveva dimenticato di essere lui l’orco. Si ricordò di aver chiesto a sua madre se gli orsi vivessero nel vecchio parco di casa. Si chinò per cogliere un fiore, come se fosse un amuleto contro l’incantesimo. Il gambo era più robusto di quanto si aspettasse, e si spezzò con un leggero schianto. Cercando attentamente di sistemarlo nella sua sciarpa, udì l’urlo: “Chi va là?” Allora ricordò che la sciarpa non era al suo posto abituale.

«Cercò di urlare e rimase in silenzio. Arrivò la seconda sfida; e poi un colpo che stridette mentre arrivava e poi fu placato improvvisamente dall’impatto. Otto di Grossenmark giaceva molto pacificamente tra gli alberi fatati, e non avrebbe fatto più alcun male né con l’oro né con l’acciaio; solo la matita d’argento della luna avrebbe colto e tracciato qua e là l’intricato ornamento della sua uniforme, o le vecchie rughe sulla sua fronte. Che Dio abbia pietà della sua anima.

«La sentinella che aveva sparato, secondo i rigidi ordini della guarnigione, corse naturalmente in avanti per trovare qualche traccia della sua preda. Era un soldato di nome Schwartz, da allora non sconosciuto nella sua professione, e ciò che trovò fu un uomo calvo in uniforme, ma con il volto così bendato da una specie di maschera fatta con la sua stessa sciarpa militare che non si vedeva altro che occhi aperti e morti, luccicanti in modo pietroso al chiarore della luna. Il proiettile era passato attraverso il bavaglio nella mascella; ecco perché c’era un foro di proiettile nella sciarpa, ma un solo colpo. Naturalmente, sebbene non correttamente, il giovane Schwartz strappò la misteriosa maschera di seta e la gettò sull’erba; e allora vide chi aveva ucciso.

«Non possiamo essere certi della fase successiva. Ma sono propenso a credere che ci fosse una fiaba, dopo tutto, in quel piccolo bosco, per quanto orribile fosse l’occasione. Se la giovane signorina di nome Hedwig avesse avuto una conoscenza precedente del soldato che salvò e che alla fine sposò, o se si fosse imbattuta accidentalmente nell’incidente e la loro intimità fosse iniziata quella notte, probabilmente non lo sapremo mai. Ma possiamo sapere, immagino, che questa Hedwig era un’eroina, e meritava di sposare un uomo che divenne una sorta di eroe. Fece la cosa audace e saggia. Persuase la sentinella a tornare al suo posto, dove non c’era nulla che lo collegasse al disastro; era solo uno dei più leali e ordinati tra cinquanta sentinelle a portata di mano. Lei rimase accanto al corpo e diede l’allarme; e non c’era nulla che collegasse nemmeno lei al disastro, dato che non aveva, e non avrebbe potuto avere, alcuna arma da fuoco.»

«Bene», disse padre Brown alzandosi allegramente, «spero che siano felici.»

«Dove stai andando?» chiese il suo amico.

«Vado a dare un’altra occhiata a quel ritratto del ciambellano, l’Arnhold che tradì i suoi fratelli», rispose il prete. «Mi chiedo quale parte... mi chiedo se un uomo sia meno traditore quando è due volte traditore?»

E rimuginò a lungo davanti al ritratto di un uomo dai capelli bianchi con sopracciglia nere e un sorriso dipinto, color rosa, che sembrava contraddire l’oscura avvertenza nei suoi occhi.

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