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The Zeppelin's Passenger

by E. Phillips (Edward Phillips) Oppenheim · in Italian

IL PASSEGGERO DELLO ZEPPELIN Di E. Phillips Oppenheim

CAPITOLO I

«Non ho sentito assolutamente nulla», ammise il più giovane dei visitatori pomeridiani, posando la tazza vuota e sporgendosi in avanti sulla sua sedia bassa. «Niente altro tè, grazie, Miss Fairclough. È stato squisito, grazie. No, sono andato a letto ieri sera poco dopo le undici – il Colonnello ci aveva fatto marciare fino a farci cedere le gambe – e non mi sono svegliato fino alla sveglia di stamattina. Il sonno dei giusti e tutto quel genere di cose, ma che gran fregatura, comunque! Lei ha sentito qualcosa, signore?» chiese, voltandosi verso il suo compagno, seduto a pochi passi di distanza.

Il Capitano Griffiths scosse la testa. Era un uomo notevolmente più anziano del suo interlocutore, con un viso lungo e nervoso e folti capelli neri striati di grigio. Le sue dita erano nodose, la sua carnagione, per essere un soldato, curiosamente olivastra e, nonostante la sua statura, che era notevole, era impacciato, a tratti quasi rozzo. La sua voce era dura e priva di empatia, e il suo contributo alla conversazione all'ora del tè era stato quasi trascurabile.

«Io ero alzato fino alle due, guarda caso», rispose, «ma non ho saputo nulla della faccenda finché non è stata portata ufficialmente alla mia attenzione.»

Helen Fairclough, che faceva gli onori di casa per Lady Cranston, la sua ospite assente, assunse quel leggero tono di superiorità a cui le circostanze le davano diritto.

«Io l'ho sentito distintamente», dichiarò; «anzi, mi ha svegliato. Mi sono sporta dalla finestra e ho potuto sentire il motore in modo chiaro come se fosse sopra il campo da golf.»

Il giovane sottotenente sospirò.

«Che sfortuna nera ho con queste cose», confidò. «È la terza volta che passano e non ne ho né sentita né vista una. Questa volta dicono che sia andata a un soffio dallo schiantarsi. Naturalmente, avrete sentito parlare della navicella di osservazione trovata stamattina sul Dutchman's Common?»

La ragazza annuì.

«L'avete vista?» chiese.

«Nemmeno per sogno», fu la risposta cupa. «È stata caricata su due camion coperti e spedita a Londra con il primo treno. Il Capitano Griffiths può dirvi com'era, immagino. Lei era laggiù, vero, signore?»

«Ho supervisionato la sua rimozione», informò i presenti. «È stato un affare molto poco interessante.»

«C'erano bombe dentro?» chiese Helen.

«Nemmeno l'ombra. Solo un sedile rigido, due paia di binocoli e un telefono. Sembra che sia rimasta impigliata in alcuni alberi e sia stata trascinata via.»

«Che emozione!» mormorò la ragazza. «Suppongo non ci fosse nessuno dentro?»

Griffiths scosse la testa.

«Credo», spiegò, «che queste navicelle di osservazione, sebbene siano agganciate alla maggior parte degli Zeppelin, siano usate raramente nei raid notturni.»

«Avrei voluto vederla, comunque», confessò Helen.

«Sarebbe rimasta delusa», le assicurò il suo informatore. «A proposito», aggiunse, un po' goffamente, «non aspettate Lady Cranston per questa sera?»

«La aspetto da un momento all'altro. L'auto è andata alla stazione a prenderla.»

Il Capitano Griffiths sembrò accogliere la notizia con una certa composta soddisfazione. Si appoggiò allo schienale della sedia con l'aria di chi è disposto ad aspettare.

«Ha saputo, Miss Fairclough», chiese il suo compagno più giovane, un po' timidamente, «se Lady Cranston ha avuto fortuna in città?»

Helen Fairclough distolse lo sguardo. C'era una leggera velatura davanti ai suoi occhi.

«Ho ricevuto una lettera stamattina», rispose. «Non sembra aver sentito nulla di incoraggiante finora.»

«E non avete avuto notizie dal Maggiore Felstead in persona, suppongo?»

La ragazza scosse la testa.

«Nemmeno una riga», sospirò. «Sono passati due mesi dall'ultima lettera.»

«Che gran sfortuna essere catturati proprio quando stava andando così bene», osservò il giovane con simpatia.

«Sembra tutto così crudele», concordò Helen. «Non era in grado di tornare, ma la Commissione medica lo ha dichiarato idoneo perché erano a corto di ufficiali e lui non faceva che assillarli. Aveva una tale paura di essere trasferito in un altro battaglione. Poi è stato fatto prigioniero in quel terribile affare di Pervais e spedito nel peggior campo della Germania. Da allora, naturalmente, Philippa ed io abbiamo passato momenti terribili, sempre in ansia.»

«Il Maggiore Felstead è l'unico fratello di Lady Cranston, non è vero?» chiese Griffiths.

«E il mio unico fidanzato», rispose, con una piccola smorfia. «Comunque, non parliamo più dei nostri guai», continuò, con uno sforzo per dare un tono più leggero. «Troverà delle sigarette su quel tavolino, Mr. Harrison. Non riesco a capire dove sia Nora. Spero che abbia convinto qualcuno a portarla a caccia di trofei sul Dutchman's Common.»

«La strada è tutta un circo», osservò il giovane soldato, «e non c'è nulla da vedere quando arrivi lì. Gli avieri della marina erano dappertutto all'alba, e il Capitano Griffiths non era da meno. Non ha lasciato molto ai turisti, signore», concluse, rivolgendosi al suo vicino.

«Come Comandante del luogo», rispose il Capitano Griffiths, «ho dovuto naturalmente far perlustrare il Common. Ad eccezione della navicella di osservazione, tuttavia, credo di non tradire alcun segreto nel dirvi che non abbiamo scoperto nulla di interessante.»

«Pensa che lo Zeppelin fosse in difficoltà, dato che volava così basso?» chiese Helen.

«È un'ipotesi perfettamente ragionevole», assentì il Comandante. «Due motovedette sono state inviate stamattina presto in sua ricerca. Un vecchio che ho visto a Waburne dichiara che è passata come una lunga nuvola nera, proprio sopra la sua testa, e che è rimasto quasi assordato dal rumore dei motori. Personalmente, non riesco a credere che scenderebbero così in basso a meno che non avesse qualche problema.»

La porta della confortevole biblioteca in cui erano seduti fu spalancata all'improvviso. Una signorina dall'aria estremamente vivace, molto lentigginosa e non ancora emancipata dalle lunghe trecce da scolaretta, entrò come un turbine. In mano reggeva un cappello Homburg da uomo, che agitava in aria trionfante.

«Entra, Arthur», gridò a un giovane sottotenente che esitava sullo sfondo. «Guarda cosa ho preso, Helen! Un trofeo! Guardate, Mr. Harrison e Capitano Griffiths! L'ho trovato in un cespuglio, a non venti metri da dove è caduta la navicella di osservazione.»

Helen rigirò il cappello in un divertito sconcerto.

«Ma, mia cara bambina», esclamò, «questo non è che un cappello comune! La gente che viaggia sugli Zeppelin non indossa cose del genere. Come sta, Mr. Somerfield?» aggiunse, sorridendo al giovane che aveva seguito Nora nella stanza.

«E invece sì!» replicò quest'ultima con un'aria di superiore conoscenza. «Guardate qui!»

Voltò la fodera e gliela mostrò. «Che ve ne pare?» chiese trionfante.

Helen fissò le lettere stampate in oro con un po' di incredulità.

«Leggilo ad alta voce», insistette Nora.

Helen obbedì:

«Schmidt, Berlino, Unter den Linden, 127.»

«Sembra tedesco», ammise.

«È un trofeo, eccome», dichiarò Nora. «Uno dell'equipaggio – probabilmente il Comandante – deve essere salito a bordo di fretta e si sarà cambiato in divisa solo dopo la partenza.»

«È mio doloroso dovere, Miss Nora», annunciò solennemente Harrison, «informarla, a nome del Capitano Griffiths, che tutti gli oggetti di qualsiasi descrizione trovati nelle vicinanze del Dutchman's Common, che potrebbero eventualmente essere appartenuti a qualcuno dello Zeppelin, devono essere inviati immediatamente al Ministero della Guerra.»

«Sciocchezze!» sbeffeggiò Nora. «Il Ministero della Guerra non avrà il mio cappello.»

«Il dovere», iniziò il giovane...

«Puoi tornare al Deposito a fare il tuo dovere, allora, Mr. Harrison», interruppe Nora, «ma non avrai il mio cappello. Lo getterei nel fuoco piuttosto che consegnarlo.»

«I regolamenti militari devono essere rispettati, Miss Nora», azzardò pensieroso il Capitano Griffiths.

«Nulla di così importante come i cappelli», intervenne Harrison. «Vede, si adattano a... qualcuno.»

Il gesto della ragazza fu irriverente ma convincente. «Ascolterei qualsiasi cosa avesse da dire il Capitano Griffiths», dichiarò, «ma voi ragazzi che state imparando a fare i soldati siete semplicemente divorati dalla presunzione. Non c'è nulla nel vostro manuale sui cappelli. Se avete intenzione di rendervi sgradevoli per questa faccenda, ignorerò semplicemente il reggimento.»

I due giovani assunsero pose di finto sgomento. Nora prese un cioccolatino da una scatola.

«Sia misericordiosa, Miss Nora!» implorò piagnucolando Harrison.

«Non sciolga il reggimento del tutto», implorò Somerfield, con un piccolo tremito nella voce.

«Tutto molto bello per voi due fare gli spiritosi», continuò Nora, tornando alla scatola di cioccolatini, «ma avete sentito dei Seaforth che arrivano, vero? Adoro i kilt, e anche Helen; vero, Helen?»

«Ogni donna li adora», ammise Helen, sorridendo. «Suppongo che la bambina possa davvero tenere il cappello, no?» aggiunse, rivolgendosi al Comandante.

«Ufficialmente la questione è fuori dalla mia competenza», dichiarò. «Non ho nulla da dire.»

I due giovani si scambiarono uno sguardo.

«Un cappello», ruminò Somerfield, «specialmente un cappello Homburg, è a malapena un accessorio bellico.»

Il suo commilitone stette un momento a guardare gravemente l'oggetto in questione. Poi fece l'occhiolino a Somerfield e sospirò.

«Mi assumerò tutta la responsabilità», decise magnanimamente, «di non dire nulla sulla questione. Non possiamo permetterci di litigare con Miss Nora, vero, Somerfield?»

«Per nulla al mondo», concordò il giovane.

«Bravi ragazzi!» decretò gentilmente Nora.

«Grazie mille, Capitano Griffiths, per non averli incoraggiati nella loro follia. Può portarmi fino all'ufficio postale quando va, Arthur», continuò, rivolgendosi al fortunato possessore del sidecar, «e faremo una partita a golf domani pomeriggio, se vuole.»

«Mr. Somerfield non prende il tè?» invitò Helen.

«Grazie mille, Miss Fairclough», rispose l'uomo; «abbiamo preso il tè poco fa da Watson, dove ho trovato Miss Nora.»

Nora sollevò improvvisamente un dito. «Non è quella l'auto?» chiese. «Ma guarda, deve essere la mamma, è già qui. Sì, posso sentire la sua voce!»

Griffiths, che si era mosso con impazienza verso la finestra, si voltò a guardare.

«È Lady Cranston», annunciò solennemente.

CAPITOLO II

La donna che si fermò un momento sulla soglia della biblioteca, osservando il gruppetto, era innegabilmente bella. Aveva masse di capelli rosso-oro, un po' spettinati dal lungo viaggio in treno, profondi occhi color nocciola, una carnagione delicata, quasi di porcellana, e una bocca sensibile e dalla forma deliziosa. La sua figura era piccola ed elegante, e proprio in quel momento aveva un aspetto di impotenza che era quasi infantile. Nora, dopo un vigoroso abbraccio, condusse la matrigna verso una sedia.

«Vieni a sederti vicino al fuoco, Mamma», pregò. «Sembri stanca e infreddolita.»

Philippa scambiò un saluto generale con i suoi ospiti. Indossava ancora il cappotto da viaggio e la sua aria di stanchezza era inconfondibile. Griffiths, che non le aveva tolto gli occhi di dosso fin dal suo ingresso, spinse una poltrona verso il tappeto del focolare, nella quale lei si accasciò con un mormorio di ringraziamento.

«Prenderai un po' di tè, vero, cara?» chiese Helen.

Philippa scosse la testa. I suoi occhi incontrarono quelli dell'amica per un momento – fu solo uno sguardo brevissimo, ma la tragedia di un dolore comune sembrò curiosamente rivelata in quella domanda e risposta non pronunciate. I due giovani sottotenenti si prepararono a congedarsi. Nora, inginocchiata, accarezzò la mano della matrigna.

«Nessuna notizia, dunque?» chiese Helen con voce incerta.

«Nessuna», fu la risposta stanca.

«Un sacco di notizie qui, Mamma», intervenne allegramente Nora, «e un mucchio di eccitazione. Abbiamo avuto uno Zeppelin sopra il Dutchman's Common la scorsa notte, e ha perso la sua navicella di osservazione. Mr. Somerfield mi ha portato lassù questo pomeriggio, e ho trovato un cappello tedesco. Nessun altro ha preso nulla e, ci crederesti, quei ragazzini laggiù hanno cercato di portarmelo via.»

La matrigna sorrise debolmente.

«Immagino che tu tenga il cappello, cara», osservò.

«Direi di sì!» assentì Nora.

Philippa porse la mano ai due giovani che aspettavano di congedarsi.

«Dovete venire a cena una sera questa settimana, tutti e due», disse. «Mio marito sarà a casa col treno più tardi questa sera, e sono certa che sarà felice di avervi.»

«Molto gentile da parte sua, Lady Cranston, ne saremo lieti», dichiarò Harrison.

«Certamente!» fece eco il suo compagno.

Nora li condusse via, e Helen, con una scusa, li seguì. Griffiths, che si era alzato anche lui, si avvicinò un po' alla sedia di Philippa.

«E anche lei, naturalmente, Capitano Griffiths», disse, sorridendogli piacevolmente. «Deve andare via di fretta?»

«Resterò, se posso, fino al ritorno di Miss Fairclough», rispose, riprendendo il suo posto.

«Faccia pure!» lo pregò Philippa. «Ho passato dei momenti così miserabili in città. Non può immaginare quanto sia riposante essere tornata qui.»

«Temo», osservò, «che il suo viaggio non sia stato un successo.»

Philippa scosse la testa.

«È stato un fallimento completo», sospirò. «Non sono riuscita a sapere una sola parola su mio fratello. Mi dispiace tanto anche per la povera Helen. Erano fidanzati solo da pochi giorni prima che lui partisse per il fronte quest'ultima volta.»

Il Capitano Griffiths annuì con simpatia.

«Non ho mai incontrato il Maggiore Felstead», osservò, «ma chiunque lo abbia fatto sembra che gli voglia molto bene. Se la cavava così bene, inoltre, fino a quell'ultimo sfortunato affare, non è vero?»

«Dick è un tesoro», dichiarò Philippa. «Non ho mai conosciuto nessuno con così tanti amici. Ora comanderebbe il suo battaglione, se solo fosse libero. Il suo colonnello mi ha scritto per dirmelo personalmente.»

«Vorrei che ci fosse qualcosa che posso fare», mormorò Griffiths, un po' goffamente. «Mi addolora, Lady Cranston, vederla così turbata.»

Lei lo guardò per un momento con lieve sorpresa.

«Nessuno può fare nulla», si lamentò. «Questa è la parte sfortunata di tutto quanto.»

Lui si alzò in piedi e fu immediatamente consapevole, come sempre quando si alzava, che c'era un piede o due della sua figura che non sapeva dove mettere.

«Non avrebbe voglia di fare una cavalcata domattina, Lady Cranston?» chiese, con una nostalgia che sembrava in qualche modo soffocata nella sua voce piuttosto sgradevole. Lei scosse la testa.

«Forse una mattina più avanti», rispose, un po' vagamente. «Non ho voglia di nulla in questo momento.»

Prese un commiato cupo ma agitato dalla sua ospite e uscì nell'imbrunire, maledicendo la sua mancanza di disinvoltura, ricordando le cose che aveva intenzione di dire e odiandosi per averle dimenticate. Philippa, per la quale la sua partenza era stata, come sempre, un sollievo, era già protesa in avanti sulla sedia con il braccio attorno al collo di Helen.

«Pensavo che quell'uomo straordinario non se ne sarebbe mai andato», esclamò, «e desideravo tanto mandare a chiamare te, Helen. Londra è stata un capitolo così triste di delusioni.»

«Che momento straziante devi aver passato, cara!»

«È stato orribile», assentì tristemente Philippa, «ma sai che Henry non serve a nulla, e mi sarei sentita miserabile se non fossi andata. Sono stata da ogni amico al Ministero della Guerra, e da ogni amico che ha amici lì. Ho fatto ogni sorta di indagine, e so esattamente quanto sapevo quando sono partita da qui: che Richard era prigioniero a Wittenberg l'ultima volta che ne hanno saputo, e che non hanno ricevuto alcuna notifica riguardo a lui negli ultimi due mesi.»

Helen lanciò un'occhiata al calendario.

«Sono esattamente due mesi oggi», disse tristemente, «da quando abbiamo saputo.»

«E poi», sospirò Philippa, «non aveva ricevuto nemmeno uno dei nostri pacchi.»

Helen si alzò improvvisamente in piedi. Era una ragazza alta e bionda del miglior tipo sassone, snella ma non per nulla spigolosa, con ogni promessa, in verità, di uno sviluppo più pieno e aggraziato negli anni a venire. Aveva appena ventidue anni e, come accade spesso alle ragazze della sua carnagione, ne dimostrava meno. Il suo viso brillante e intelligente era, soprattutto, di buon carattere. Proprio in quel momento, tuttavia, c'era un rossore di rabbia appassionata sulle sue guance.

«Mi fa sentire quasi fuori di me», esclamò, «questa odiosa incapacità di fare alcunché! Eccoci qui a vivere nel lusso, senza una sola privazione, mentre Dick, la cosa più cara al mondo per entrambe, viene affamato e spinto verso la morte in una disgustosa prigione tedesca!»

«Non dobbiamo credere che sia proprio così male, cara», obiettò Philippa. «Che c'è, Mills?»

Il domestico anziano, entrato con un vassoio in mano, si inchinò mentre lo sistemava su un tavolino.

«Mi sono preso la libertà di portare un po' di tè fresco, milady», annunciò, «e del pane tostato caldo al burro. Il cuoco ha mandato anche alcuni dei tramezzini che di solito gradisce, milady.»

«È molto gentile da parte sua, Mills», disse Philippa, con un sorriso piuttosto pallido. «Ho preso un tè a South Lynn, ma era molto cattivo. Vorrebbe prendere il mio cappotto, per favore.»

Si alzò e il pesante cappotto di pelliccia scivolò facilmente via dal suo corpo snello ed elegante.

«Devo accendere le luci, milady?» chiese Mills.

«Può accendere una lampada», ordinò Philippa, «ma non abbassi le tende fino all'ora di illuminazione. Dopo il rumore di Londra», continuò, voltandosi verso Helen, «penso sempre che il lieve suono del mare sia così riposante.»

L'uomo si mosse silenziosamente per la stanza e tornò ancora una volta dalla sua padrona.

«Saremmo lieti di sapere, milady», disse, «se ci sono notizie del Maggiore Felstead?» Philippa scosse la testa.

«Nessuna, mi dispiace dire, Mills! Eppure, dobbiamo sperare per il meglio. Oserei dire che alcuni di questi campi non sono così male come immaginiamo.»

«Dobbiamo sperare di no, milady», fu la risposta alquanto desolata. «Devo chiudere le finestre?»

«Può lasciarle finché non abbassa le tende, Mills», ordinò Philippa. «Non sono in casa, se qualcuno dovesse chiamare. Si assicuri che non veniamo disturbate per un po'.»

«Molto bene, milady.»

La porta fu chiusa e le due donne furono ancora una volta sole. Philippa tese le braccia.

«Helen, tesoro, vieni a essere gentile con me», implorò. «Facciamo finta entrambe che nessuna notizia sia buona notizia. Oh, so cosa stai soffrendo, ma ricorda che anche se Dick è il tuo amante, è il mio caro, unico fratello – il mio fratello gemello, per giunta. Siamo stati così tanto l'uno per l'altra per tutta la vita. Ce la farà, cara, se un essere umano può farcela. Lo riavremo con noi un giorno.»

«Ma ha fame», singhiozzò Helen. «Non posso sopportare l'idea che abbia fame. Ogni volta che mi siedo a mangiare, mi soffoca quasi.»

«Suppongo che abbia dimenticato che sapore abbia un whisky e soda», mormorò Philippa, con un piccolo groppo alla gola.

«Lo amava sempre a quest'ora», disse Helen con voce incerta, lanciando un'occhiata all'orologio.

«E le sigarette!» esclamò Philippa. «Mi chiedo se gli diano qualcosa da fumare.»

«Nasty tabacco tedesco, se lo fanno», replicò indignata Helen. «E pensare che gli ho mandato almeno seicento dei suoi preferiti Egiziani!»

Cadde di nuovo in ginocchio accanto alla sua amica. Le loro braccia erano intrecciate, le guance si toccavano. Uno di quei strani silenzi femminili di acuta simpatia sembrò tenerle per un po' sotto il suo incantesimo. Poi, quasi nello stesso momento, un bizzarro risveglio giunse per entrambe. Il braccio di Helen si irrigidì. Philippa voltò la testa, ma i suoi occhi erano pieni di incredula paura. Una piccola corrente d'aria fresca stava soffiando attraverso la stanza. Le porte finestre erano socchiuse e, voltato loro le spalle, un uomo che apparentemente era entrato nella stanza dal giardino e aveva attraversato silenziosamente il morbido tappeto, era in piedi accanto alla porta, in ascolto. Lo sentirono girare la chiave. Poi, in modo pragmatico, tornò alle finestre e le chiuse, con gli occhi delle due donne che lo seguivano tutto il tempo. Soddisfatto, apparentemente, delle sue precauzioni, si voltò verso di loro proprio mentre un'espressione di indignata domanda rompeva le labbra di Philippa. Helen scattò in piedi e Philippa afferrò i braccioli della sua sedia. Il nuovo arrivato avanzò di qualche passo verso di loro.

CAPITOLO III

Il nuovo arrivato, con una grazia che sembrava del tutto fuori luogo con le sue condizioni, si inchinò profondamente. Il suo volto, nonostante la stanchezza, mostrava una sorta di divertita compiacenza.

«Vi prego, signore,» disse, con una voce che era ancora sorprendentemente ferma e modulata, «non lasciate che il mio arrivo vi turbi. Non vi è nulla da temere. Sono, se volete, un ospite forzato delle circostanze, ma tutt'altro che un nemico.»

Philippa, la cui indignazione era stata per un momento soffocata dal puro stupore, si riprese. Le sue dita si strinsero sul legno della sedia finché le nocche non diventarono bianche.

«Un ospite forzato?» ripeté lei. «Siete entrato in casa mia dalla finestra, avete chiuso la porta a chiave, e ora vi presentate qui nel mio salotto in questo stato... pretendendo di dirci che non abbiamo nulla da temere? Chi siete, signore, e cosa volete?»

L'uomo si guardò con aria distratta le maniche lacere e sporche di fango.

«Mi chiamo Hamar Lessingham,» rispose, «e sono un uomo che, nel corso dell'ultima ora, ha avuto la sfortuna di perdere il suo cappello, la sua dignità e quasi la sua vita. Per quanto riguarda la mia presenza, vi prego di credermi: è stata una necessità tattica. Ho visto le luci di questa casa e ho scelto il rifugio più prossimo.»

Helen fece un passo avanti, con gli occhi che vagavano dal volto dell'uomo alla porta chiusa.

«Come facciamo a sapere che non siete un pazzo o un criminale?» chiese con voce tagliente. «Non avete l'aspetto di un uomo che cerca rifugio in modo convenzionale.»

Lessingham accennò un sorriso, un movimento delle labbra che non raggiunse del tutto lo sguardo, il quale rimase fisso su Philippa.

«La convenzionalità è un lusso che le mie recenti avventure non mi hanno permesso di mantenere, Miss Fairclough,» rispose lui. «E tuttavia, se mi concedeste il privilegio di una tazza di tè e, forse, di un momento di calma, potrei spiegarvi non solo chi sono, ma perché il mio arrivo, per quanto bizzarro, è il segnale di una notizia che attendete da molto tempo.»

Philippa si alzò, la figura alta e rigida contro la luce del fuoco.

«Notizie?» esclamò. «Quali notizie?»

«Notizie da un luogo dove le comunicazioni sono rare e la speranza ancora più preziosa,» rispose lui, abbassando lo sguardo. «Notizie di Richard.»

Il silenzio che seguì fu così profondo che si poteva udire solo lo scoppiettio del fuoco nel camino. Le due donne si scambiarono uno sguardo rapido, un lampo di angoscia e speranza che attraversò i loro volti. Philippa fece un passo verso di lui, dimenticando per un istante la sua ostilità.

«Voi conoscete mio fratello?» chiese con un soffio di voce.

«Lo conosco bene,» rispose Lessingham. «Ma se volete che sia io a parlarvene, vi prego, lasciate che mi sieda. La mia fatica è reale, e la mia impellenza di servirvi è grande quanto il mio bisogno di riposo.»

Senza aspettare il permesso, si lasciò cadere su una sedia vicina, con un sospiro che tradiva una stanchezza estrema, mentre le due donne lo osservavano, sospese tra il desiderio di chiamare aiuto e quello di carpire ogni sillaba che stava per uscire dalle sue labbra.

«Philippa, sei pazza!» esclamò Helen con passione. «Non ho dovuto forse rendermi conto di tutto ciò che dici quando ho lasciato andare Dick, allegramente, il giorno dopo il nostro fidanzamento? Non ho forse compreso il dovere dell'allegria e del sacrificio in tutti questi mesi logoranti? Ma c'è un limite a queste cose, Philippa, un senso della misura che deve essere preso in considerazione. È la vita di Dick che sta sulla bilancia contro qualcosa di intangibile, nulla di cui potremmo mai rimproverarci, nulla che potrebbe recare un vero danno a chiunque. Oh, amo anch'io il mio paese, ma voglio Dick! Mi sentirei come la sua assassina per tutta la vita, se non acconsentissi!»

«Mi viene in mente», osservò Lessingham, voltandosi verso Philippa, «che il punto di vista della signorina Fairclough sia degno di considerazione.»

«Tutto ciò che la signorina Fairclough ha detto non si applica forse anche a me?» chiese Philippa, con una piccola incrinatura nella voce. «Richard è il mio fratello gemello, è la cosa più cara che ho al mondo. Non riuscite a capire, però, che ciò che chiedete a noi è tradimento?»

«Non arriva davvero a tanto», la rassicurò Lessingham. «Nel profondo del mio cuore sono convinto di essere venuto qui per una missione folle. Nessun obiettivo che potrei mai raggiungere in questo vicinato vale la vita di un uomo come Richard Felstead.»

«Oh, ha ragione!» esclamò Helen. «Pensa, Philippa! Cosa c'è qui che il mondo intero non potrebbe sapere? Non ci sono segreti a Dreymarsh. Siamo a chilometri di distanza da ogni luogo. Per amor mio, Philippa, ti imploro di non essere irragionevole.»

«In parole povere», intervenne Lessingham, «non siate donchisciottesca, Lady Cranston. C'è solo un'idea da una parte, la vita di vostro fratello dall'altra. Vedete, i piatti della bilancia non sono in equilibrio.»

«Non riuscite a capire, però», rispose Philippa, «cosa significhi quell'idea? È una parte della propria anima che si cede quando ci si allontana da un principio.»

«Cosa sono i principi di fronte all'amore?» chiese Helen, quasi ferocemente. «Una sorella può sproloquiare su di essi, Philippa. Una moglie non potrebbe. Sacrificherei ogni principio che abbia mai avuto, ogni briciola di rispetto di me stessa, me stessa e tutto ciò che mi appartiene, per salvare la vita di Dick!»

Ci fu un breve, pulsante silenzio. Helen stringeva febbrilmente la mano di Philippa. Gli occhi di Lessingham erano fissi sul volto torturato che stava osservando. Non c'erano donne come questa nel suo paese.

«Cara signora», disse, e per la prima volta la sua stessa voce tremò, «abbandono le mie argomentazioni. Vi prego di agire come ritenete meglio per la vostra futura felicità. Le possibilità di vita o di morte non sono grandi cose, né per uomini come vostro fratello né per me. Non vorrei comprare la mia fine, né lui la sua vita, a spese della vostra sofferenza. Vedete, io resto da una parte. Il telefono è lì a vostra disposizione.»

«Non lo userete!» gridò Helen appassionatamente. «Philippa, non lo farai!»

Philippa si voltò verso di lei, e tutto l'orgoglio ostinato era svanito dal suo volto. I suoi grandi occhi erano velati di lacrime, la sua bocca tremava per l'emozione. Le gettò le braccia al collo.

«Cara mia, non posso! Non posso!» singhiozzò.

CAPITOLO V

Il crollo di Philippa fu solo momentaneo. Con poche parole brusche riportò gli altri due al livello della sua ritrovata equanimità.

«Per essere pratici», iniziò, «non abbiamo tempo da perdere. Andrò a prendere un vestito di Dick e, Helen, faresti meglio a portare il signor Lessingham nella stanza delle armi. Dopo, forse avrai tempo di telefonare all'albergo.»

Lessingham fece un rapido passo verso di lei, quasi stesse per fare un'impetuosa ritirata. Philippa si voltò e incontrò il suo sguardo quasi implorante. Forse lesse in esso il suo istinto di abnegazione.

«Sono io a comandare la situazione», continuò, un po' più leggermente. «Ognuno deve obbedirmi. Non ci metterò più di cinque minuti.»

Lasciò la stanza, facendo cenno a Lessingham di non aprire la porta per lei. Rimase per un momento a guardare il punto in cui era svanita. Poi si voltò.

«La descrizione del maggiore Felstead», disse a bassa voce, «non rendeva giustizia a sua sorella.»

«Philippa è cara», dichiarò Helen con entusiasmo. «Solo per un momento, però, sono rimasta terrorizzata. Ha una volontà meravigliosa.»

«Da quanto tempo è sposata?»

«Circa sei anni.»

«Ci sono... dei bambini?»

Helen scosse la testa.

«Sir Henry ha avuto una figlia dal suo primo matrimonio, che vive con noi.»

«Sei anni!» ripeté Lessingham. «Eppure, non sembra che una bambina. Sir Henry deve essere molto più grande di lei.»

«Sedici anni», gli disse Helen. «Philippa ne ha ventinove. E ora, non siate più curioso, per favore, e venite con me. Voglio mostrarvi dove cambiarvi i vestiti.»

Aprì una porta dall'altra parte della stanza e indicò un piccolo appartamento oltre il corridoio.

«Se volete aspettare lì», pregò, «vi porterò i vestiti non appena li avrò. Vado a telefonare adesso.»

«Molte grazie», rispose. «Mi piacerebbe una camera da letto e un salottino gradevoli, e un bagno se possibile. I miei bagagli li troverete già lì. Un amico a Londra si è occupato di questo.»

Lei lo guardò con curiosità.

«Siete molto meticoloso, non è vero?» osservò.

«La gente del paese che è mio destino servire lo è tutta», rispose. «Un anello debole, sapete, a volte può rovinare la catena più potente.»

Lei chiuse la porta e prese il telefono.

«Numero tre, per favore», iniziò. «Siete l'albergo? Il direttore? Bene! Parlo a nome di Lady Cranston. Desidera che vengano riservati un salottino, una camera da letto e un bagno per un nostro amico che arriva oggi... un signor Hamar Lessingham. Credo abbiate già i suoi bagagli. Per favore, fate il meglio che potete per lui... Certamente... Molte grazie.»

Posò il ricevitore. La porta fu rapidamente aperta e chiusa. Philippa riapparve, portando una bracciata di vestiti.

«Ma hai preso il suo completo grigio», gridò Helen sgomenta, «quello con cui sta così bene!»

«Non essere idiota», la schernì Philippa. «Dovevo prendere il primo che trovavo. Portali al signor Lessingham e, per l'amor di Dio, vedi che si sbrighi! Il treno di Henry è in arrivo e potrebbe essere qui da un momento all'altro.»

«Glielo dirò», promise Helen. «Lo farò uscire dal retro, se vuoi.»

Philippa rise in modo un po' lugubre.

«Un bell'inizio sarebbe, se qualcuno tracciasse mai il suo arrivo!» osservò. «No, dobbiamo cercare di farlo andare via prima che arrivi Henry, ma, se dovesse succedere il peggio, lo faremo entrare e lo presenteremo. È improbabile che Henry noti qualcosa», aggiunse, un po' amaramente.

Helen scomparve con i vestiti e tornò quasi immediatamente. Philippa era seduta nella sua solita posizione vicino al fuoco.

«Non ti starai preoccupando per questo, cara, vero?» chiese la prima con ansia.

«Non lo so», rispose Philippa, senza voltare la testa. «Non so cosa ne verrà fuori, Helen. Ho una strana sensazione riguardo a quell'uomo.»

Helen sospirò. «Suppongo», confessò, «di essere la persona più limitata della terra. Riesco a pensare a una sola cosa, e soltanto a quella. Se il signor Lessingham mantiene la parola, Dick sarà qui forse tra un mese, forse sei settimane... certamente presto!»

«Manterrà la parola», disse Philippa a bassa voce. «È quel tipo di uomo.»

La porta dall'altra parte della stanza fu aperta dolcemente. Apparve la testa di Lessingham.

«Potrei avere una cravatta?» chiese con timidezza. Philippa tese la mano e ne prese una dal cesto al suo fianco.

«È meglio dargli questa», disse, passandola a Helen. «È una di quelle di Henry che stavo rammendando... Fermi!»

Alzò un dito. Rimasero tutti in ascolto.

«L'auto!» esclamò Philippa, alzandosi in fretta. «È Henry! Esci con il signor Lessingham, Helen», continuò, «e aspetta finché non sarà pronto. Non dimenticare che è un comune visitatore e portalo dentro tra poco.»

Helen annuì in segno di comprensione e uscì in fretta.

Philippa fece alcuni passi verso l'altra porta. In un istante fu spalancata. Apparve Nora, con il braccio infilato in quello del padre.

«Sono andata a incontrarlo, mamma», spiegò. «Niente uniforme... non è un peccato!»

Sir Henry le accarezzò la guancia e si voltò a salutare la moglie. C'era un'ombra sul suo volto abbronzato e bello mentre osservava il suo approccio piuttosto esitante.

«Scusa se non ho preso il tuo treno, Phil», le disse. «Ho dovuto fare una chiamata in città, così sono sceso da Liverpool Street. Qualche fortuna?»

Lei gli prese le mani, resistendo per un momento al suo abbraccio offerto.

«Henry», disse seriamente, «sai, sono molto più ansiosa di sentire le tue notizie.»

«Le mie possono aspettare», rispose. «Che mi dici di Richard?»

Lei scosse la testa.

«Ho passato tutto il mio tempo a fare indagini», sospirò, «e ogni tentativo è stato vano. Non sono riuscita a ottenere la minima soddisfazione da nessuno al Ministero della Guerra. Non sanno nulla, non hanno sentito nulla.»

«Mi dispiace immensamente sentirlo», dichiarò Sir Henry con partecipazione. «Non devi preoccuparti troppo, però, cara. Dov'è Helen?»

«È nella stanza delle armi con un visitatore.»

«Con un visitatore?» esclamò Nora. «È qualcuno del Deposito? Devo andare a vedere.»

«Non c'è bisogno di disturbarsi», rispose la matrigna. «Eccoli, stanno arrivando.»

La porta dal lato opposto della stanza fu improvvisamente aperta ed entrarono insieme Hamar Lessingham ed Helen. Lessingham era completamente a suo agio... la loro conversazione, infatti, sembrava quasi coinvolgente. Attraversò subito la stanza non appena si rese conto della presenza di Sir Henry.

«Questo è il signor Hamar Lessingham... mio marito», disse Philippa. «Il signor Lessingham era al college con Dick, Henry, quindi naturalmente Helen e lui si sono lasciati andare a ogni sorta di ricordo.»

I due uomini si strinsero la mano.

«Ho trovato anche il tempo di esaminare le vostre stampe di Leech», osservò Lessingham. «Ne avete alcuni esempi molto ammirevoli.»

«Proprio un mio passatempo dei tempi della gioventù», ammise Sir Henry. «Uno o due di essi sono molto buoni, credo. Soggiornerete a lungo da queste parti, signor Lessingham?»

«Forse per una settimana o due», fu la risposta alquanto indifferente. «Mi è stato detto che questa è l'aria più meravigliosa del mondo, così sono venuto qui per rimettermi in forze dopo una leggera malattia.»

«Un posto desolante in questo momento», osservò Sir Henry, «ma l'aria è ottima. Siete un pescatore d'altura, per caso, signor Lessingham?»

«Ne ho praticata un po'», confessò il visitatore. Il volto di Sir Henry si illuminò. Estrasse dalla tasca un piccolo pacchetto di carta marrone.

«Non mi dispiace dirvi», confidò mentre tagliava lo spago, «che non credo ci sia un altro sport come questo al mondo. Ne ho provati la maggior parte, tra l'altro. Quando ero ragazzo ero tutto per la caccia, forse perché non ne avevo mai abbastanza. Poi ho fatto una stagione o due a Melton, anche se non sono mai stato un granché come cavaliere. Ma per l'emozione vera, pura, per lo sport che batte tutto il resto, datemi una robusta canna da pesca in mare, un paio di lenze, giusto il mare necessario per restare sempre sul fondo, e i merluzzetti che abboccano. Guardate qui, avete mai visto un cucchiaino da sgombro come questo?» aggiunse, estraendone uno dal pacchetto che aveva sciolto. «Guardatelo, tutti quanti.»

Lessingham lo prese con cautela tra le dita. Philippa, in modo un po' ostentato, voltò le spalle ai due uomini e prese un giornale.

«Lady Cranston non simpatizza per il mio interesse per qualsiasi tipo di sport in questo momento», spiegò Sir Henry con buon umore. «Ciò nonostante, sostengo che bisogna tenere la mente occupata in un modo o nell'altro.»

«Giustissimo, papà!» concordò Nora. «Dobbiamo andare avanti, come dice il Colonnello. Tuttavia, speravo davvero che venissi giù con una nuova uniforme della Marina, con un sacco di galloni d'oro sulle maniche. Penso che avrebbero potuto farti ammiraglio, papà, staresti così bene sul ponte.»

«Temo», rispose il padre, con gli occhi incollati al cucchiaino che Lessingham stava tenendo, «che quella sia una considerazione che non sembra pesare molto su di loro. Guardate come brilla», continuò, prendendo un altro dei cucchiaini. «Vedete, ha una doppia girella, e garantiscono seicento giri al minuto.»

«Devo confessare la mia ignoranza», si rammaricò Lessingham, «di tutto ciò che riguarda la pesca allo sgombro.»

«È un bel passatempo per cambiare», dichiarò Sir Henry. «L'unica cosa è che se colpisci un banco ci si stanca di tirar su quei poveracci. A proposito, Jimmy è passato per me, Philippa? Hai sentito se ci sono sgombri?»

Philippa inarcò le sopracciglia.

«Sgombri!» ripeté sarcasticamente.

«Hai qualche obiezione verso quel pesce, cara?» chiese blandamente Sir Henry.

Philippa non rispose. Suo marito aggrottò la fronte e si voltò verso Lessingham.

«Vedete», si lamentò un po' irritato, «mia moglie non approva che io mi interessi persino alla pesca mentre c'è la guerra, ma, diamine, cosa si deve fare quando si raggiunge la mia età? Pensa che dovrei essere un agente speciale, vero Philippa?»

«Dobbiamo discuterne davanti al signor Lessingham?» chiese lei, senza alzare lo sguardo dal suo giornale.

Lessingham si preparò prontamente a prendere congedo.

«Spero di rivedervi ancora», osservò Sir Henry con ospitalità, mentre accompagnava il suo ospite alla porta. «Dove alloggiate qui?»

«All'albergo.»

«Quale?»

«Non pensavo ce ne fosse più di uno», rispose Lessingham. «Ho semplicemente scritto a L'Albergo, Dreymarsh.»

«C'è solo un albergo aperto, naturalmente, signor Lessingham», osservò Philippa, voltandosi verso di lui. «Perché fai una domanda così assurda, Henry? Il 'Grand' è pieno di soldati. Venite a trovarci ogni volta che ne avete voglia, signor Lessingham.»

«Approfitterò certamente del vostro permesso, Lady Cranston», furono le parole di addio di questo insolito visitatore mentre si congedava con un inchino.

Sir Henry si avvicinò alla credenza e si servì un whisky e soda. Philippa posò il giornale e lo osservò come se aspettasse pazientemente il suo ritorno. Helen e Nora avevano già obbedito al richiamo della campanella per vestirsi.

«Henry, voglio sentire le tue notizie», insistette. Lui si gettò in una poltrona e rovistò nel contenuto del cestino da lavoro di Philippa.

«Dov'è quella mia cravatta che stavi rammendando?» chiese. «È finita?»

«È di sopra da qualche parte», rispose lei. «No, non l'ho finita. Perché lo chiedi? Ne hai in abbondanza, no?»

«Cassetti pieni», ammise allegramente. «La metà però non posso mai metterla. Mi piace quella a righe bianche e nere. Il vostro amico Lessingham ne indossava una esattamente uguale.»

«Non è esattamente un motivo raro», gli ricordò Philippa.

«Sembra avere i gusti della famiglia in fatto di vestiti», continuò Sir Henry, accarezzandosi il mento. «Quel completo di tweed grigio era esattamente dello stesso motivo del vestito che Richard indossava l'ultima volta che l'ho visto in abiti civili.»

«Probabilmente vanno dallo stesso sarto», osservò Philippa con calma.

Sir Henry abbandonò l'argomento. Era di nuovo assorto nell'esame dei cucchiaini da sgombro.

«Non hai risposto alla mia domanda su Jimmy Dumble», azzardò poco dopo.

Philippa si voltò e lo guardò. I suoi occhi erano solitamente molto dolci e teneri e la sua bocca deliziosa. Proprio in quel momento, tuttavia, c'erano nuove e molto ferme rughe sul suo volto.

«Henry», disse severamente, «stai scherzando con me. Il gusto del signor Lessingham in fatto di abbigliamento, o le venute e andate di Jimmy Dumble, non sono ciò di cui voglio sentire parlare. Sei andato a Londra, non senza riluttanza, per mantenere la tua promessa verso di me. Voglio sapere se sei riuscito a ottenere qualcosa dall'Ammiragliato.»

«Niente altro che il freddo benvenuto, mia cara», rispose con una risatina.

«Vuoi dire che non ti hanno offerto proprio nulla?» insistette. «Potresti essere stato fuori dal servizio troppo a lungo perché ti affidassero una nave moderna, ma sicuramente avrebbero potuto darti un incrociatore ausiliario, o un comando secondario di qualche tipo?»

«Non mi hanno offerto nemmeno un tino per lavare, cara», confessò. «Il mio nome è su una lista, hanno detto...»

«Oh, quella lista!» interruppe Philippa con rabbia. «Henry, non posso proprio sopportarlo. Non potevano trovarti nulla a terra?»

«Ragazza mia», rispose un po' stizzito, «che figura farei in un ufficio! Nessuno può leggere la mia scrittura, e non potrei sommare una colonna di cifre per salvarmi la vita. Cos'è?» aggiunse, mentre la porta si apriva e Mills faceva la sua comparsa.

«Dumble è qui per vedervi, signore.»

«Fallo entrare subito», ordinò il padrone con sollecitudine. «Entra, Jimmy», continuò, alzando la voce. «Ho qualcosa da farti vedere qui.»

Le labbra di Philippa si serrarono un po' di più. Superò il marito mentre si dirigeva alla porta.

«Spero sarete così gentile», disse, voltandosi indietro, «da risparmiarmi mezz'ora del vostro prezioso tempo questa sera. Questo è un argomento di cui devo discutere ulteriormente con voi subito.»

«Così urgente, eh?» rispose Sir Henry, fermandosi per accendere una sigaretta. «D'accordo! Puoi avere tutta la mia serata, cara, con il più grande piacere... E adesso, Jimmy!»

CAPITOLO VI

Jimmy Dumble possedeva un volto molto rosso e una straordinaria capacità di silenzio. Rimase in piedi a un metro o due all'interno della stanza, facendo ruotare il cappello tra le mani. Sir Henry, dopo la chiusura della porta, non si rivolse per un momento al suo visitatore. C'era un sottile ma inconfondibile cambiamento nel suo aspetto mentre stava in piedi con le mani in tasca e un cipiglio sulla fronte, fischiettando piano tra sé e sé, con gli occhi fissi sulla porta attraverso la quale sua moglie era svanita. Alla fine si voltò verso il telefono.

«Aspetta un momento, Jimmy, vuoi?» ordinò.

«Agli ordini, signore!»

Sir Henry prese il ricevitore. Abbassò un po' la voce, sebbene fosse non meno distinta.

«Numero uno... stazione di polizia, per favore... Pronto? L'ispettore è lì?... Siete voi, Ispettore?... Parla Sir Henry Cranston. Potreste fare un salto qui?... Bene! Dite loro di farvi passare direttamente nello studio. Potreste dare un suggerimento a Mills riguardo alle luci, eh? Grazie.»

Posò il ricevitore e si voltò verso il pescatore.

«Bene, Jimmy», chiese, «tutto sereno al villaggio, eh?»

«Per quanto ho visto o sentito, signore, non è stata detta una parola che non dovesse essere detta.»

«Sono una banda di pigri», osservò Sir Henry.

«Non guardano molto oltre la punta del loro naso.»

«Forse è un bene per noi, signore, che non lo facciano», fu la risposta cauta.

Sir Henry passeggiò verso l'altra estremità della stanza.

«Forse avete ragione, Jimmy», ammise.

«Quel tizio Ben Oates sembra essere l'unico ad avere delle idee.»

«Non resta sobrio abbastanza a lungo da crearci problemi», dichiarò Dumble. «Ha iniziato a farmi domande qualche giorno fa, e so che ha messo il ragazzo di Grice a scoprire da che parte siamo andati sabato scorso, ma non conta nulla. È rimasto ubriaco morto per tre giorni dopo.»

Sir Henry annuì.

«Non ho molta paura di Ben Oates, Jimmy», confidò, aprendo la porta di un grande armadio che si trovava contro la parete di fondo. «Nessun estraneo in giro, eh?»

«Non c'è traccia di nessuno, signore.»

Sir Henry lanciò uno sguardo verso la porta e si mise in ascolto.

«Devo dare una girata alla chiave, signore?» chiese il suo visitatore.

«Non credo sia necessario», rispose Sir Henry. «Sono tutti andati di sopra a cambiarsi. Ora ascoltami, Jimmy.»

Si sporse in avanti e toccò una molla. Il falso schienale dell'armadio, con la sua piccola serie di mosche, cucchiaini, ami da pesca e attrezzatura, rotolò lentamente indietro. Davanti a loro c'era una grande carta nautica, meravigliosamente eseguita in rosso, bianco e giallo.

«È un lavoro meraviglioso, signore», osservò il pescatore con ammirazione.

«La cosa migliore che abbia mai fatto in vita mia», concordò Sir Henry. «Ora guarda qui, Jimmy. Salperemo domani, o prenderemo il motoscafo, a seconda del vento. Entreremo nelle secche di Langley lì e passeremo davanti alla roccia del Morto sul lato sinistro del canale, e andremo dritti finché non avremo il bosco di Budden sulla torre della chiesa. Mi segui?»

«Agli ordini, signore!»

«Da lì ci dirigeremo verso il promontorio. Vedi, saremo fuori dalle Gidney Shallows e il numero dodici ci verrà a prendere. Metti tutta l'attrezzatura da pesca sulla barca e non dimenticare l'esca. Non dobbiamo mai perdere di vista il fatto, Jimmy, che lo scopo principale della nostra vita è pescare.»

«È giusto, signore», fu l'assenso cordiale.

«Allora partiremo alle sette in punto», decise Sir Henry.

«A quell'ora la marea sarà in fase di flusso», osservò Jimmy, «e partiremo dal frangiflutti dello staith. È un bel lavoro, non c'è dubbio», aggiunse, mentre il doppio fondo dell'armadietto scivolava lentamente al suo posto.

Sir Henry ridacchiò.

«Non è nulla in confronto a quello che ho sul numero dodici, Jimmy», disse. «Ho messo le alghe anche lì, più o meno. Prenderai un goccio di whisky mentre esci?» aggiunse. «Mills si prenderà cura di te.»

«La ringrazio sentitamente, signore.»

Mills rispose al campanello con una certa preoccupazione in volto.

«L'ispettore è qui per vederla, signore», annunciò. «Ha accennato qualcosa riguardo alle luci. Sono certo che siamo stati tutti molto attenti. Persino sua signoria ha usato solo una candela in camera sua.»

«Fai entrare l'ispettore», ordinò Sir Henry, «e ascolterò ciò che ha da dire. E dai a Dumble un po' di whisky mentre esce, e un sigaro.»

«Le auguro la buonanotte, signore», disse quest'ultimo, seguendo Mills. «Sarò puntuale domattina. Mi sembra che potremmo divertirci.»

«Lo speriamo, almeno, Jimmy», rispose allegramente il suo datore di lavoro. «Avanti, Ispettore.»

L'ispettore, un uomo alto e dalle spalle larghe, fece il saluto militare e rimase sull'attenti. Sir Henry annuì affabilmente e lanciò un'occhiata verso la porta. Rimase in silenzio finché Mills e Dumble non furono scomparsi.

«Sono contento di essere riuscito a riceverla, Ispettore», osservò, sedendosi sul bordo del tavolo e prendendosi un'altra sigaretta. «Nuovi arrivi?»

«Nessuno, signore», riferì l'uomo, «di alcuna conseguenza, per quanto ne sappia. Ci sono altri due giovani ufficiali per il Deposito, la giovane signorina per la Grange, e il signor e la signora Silvester sono tornati a casa ieri sera. C'era un rappresentante di commercio arrivato col primo treno stamattina, ma è ripartito nel pomeriggio.»

«Hm! E che mi dice di un certo signor Lessingham... un signor Hamar Lessingham?»

«Non ne ho sentito parlare, signore.»

«Avete già ricevuto i registri dell'hotel?»

«Non stasera, signore. Ho incontrato io stesso il treno della Midland and Great Northern. Sua signoria è stata l'unica passeggera a scendere qui.»

«E io sono arrivato dall'altra parte», rifletté Sir Henry.

«Ora che me lo fa notare, signore», continuò l'ispettore, «sono stato all'hotel oggi pomeriggio e ho visto dei bagagli in giro indirizzati a un nome simile a quello.»

«Probabilmente spediti in anticipo, eh?»

«Non potrebbe essere altrimenti, signore», rispose l'ispettore, «a meno che il modulo di registrazione non sia andato smarrito. Farò un salto all'hotel stasera per accertarmene.»

«Mi farebbe un grande favore, se volesse. Perbacco», aggiunse Sir Henry, guardando verso la porta, «non avevo idea che fosse così tardi!»

Philippa, che aveva cambiato il suo abito da viaggio con uno semplice di rete nera, era ferma sulla soglia. Guardò l'ispettore e per un momento quel poco di colore che aveva sembrò svanire.

«È successo qualcosa?» chiese col fiato sospeso.

«Niente di niente, cara», la rassicurò il marito. «Mi dispiace terribilmente essere così in ritardo. Jimmy è rimasto un po' di tempo, e poi l'ispettore qui è passato per le nostre luci. Pensa che serva un po' più di attenzione in questa stanza di notte. Ce ne occuperemo, Ispettore.»

«Le sono molto grato, signore», rispose l'uomo. «Mi scuso per la necessità di doverlo menzionare.»

Sir Henry aprì la porta.

«Troverà la strada per uscire da solo, vero?» pregò. «Sono un po' in ritardo.»

L'ispettore fece il saluto e si ritirò. Sir Henry si guardò intorno.

«Non starò via più di dieci minuti, Philippa», promise. «Non avevo idea che fosse così tardi.»

«Vieni qui un momento, per favore», insistette lei.

Lui tornò nella stanza e si fermò dall'altra parte del tavolino vicino al quale lei si era soffermata.

«Che c'è, cara?» chiese. «Lasceremo il nostro discorso a dopo cena, non è vero?»

Lei lo guardò in faccia. C'era una luce ansiosa nei suoi occhi e di certo non era se stessa. «Certamente! Volevo solo sapere... mi è sembrato che tu abbia interrotto quello che stavi dicendo all'ispettore quando sono entrata. Sei sicuro che fosse venuto per le luci? Non c'è nient'altro che non va, vero?»

«Che altro potrebbe esserci?» chiese lui stupito.

«Non ne ho idea», rispose lei, con una simulata indifferenza. «Ti chiedevo solo se ci fosse qualcos'altro.»

Lui scosse la testa.

«Niente!»

Lei si gettò in una poltrona e prese una rivista.

«Grazie», disse. «Sbrigati, per favore. Ho una nuova cuoca e ha chiesto espressamente se siamo persone puntuali.»

«Sei minuti e avrò fatto», promise Sir Henry, dirigendosi verso la porta. «A pensarci bene, ho saltato il pranzo. Credo che ci riuscirò in cinque.»

CAPITOLO VII

Sir Henry era di umore piacevole ed espansivo quella sera. La nuova cuoca era un successo indiscusso e lui era consapevole di aver cenato eccellentemente. Sedeva su una comoda poltrona davanti a un fuoco di legna scoppiettante, aveva appena acceso una delle sue marche di sigarette preferite, e sua moglie, che adorava, era seduta a pochi piedi di distanza.

«Un cambiamento davvero notevole in Helen», osservò. «Era nel profondo della depressione quando me ne sono andato, e stasera sembra decisamente allegra.»

«Helen varia molto», gli ricordò Philippa.

«Eppure, stasera, devo dire che mi sarei aspettato di trovarla più depressa che mai», continuò Sir Henry. «Sperava così tanto nel tuo viaggio a Londra, e apparentemente non hai concluso nulla.»

«Assolutamente nulla.»

«E non hai ricevuto lettere?»

«Nessuna.»

«Allora l'ottimismo di Helen, suppongo, è solo parte della naturale incostanza femminile... Philippa, cara!»

«Sì?»

«Sono contento di essere a casa. Sono contento di vederti seduta lì. So che stai covando qualcosa, un piccolo fulmine da scagliarmi contro. Non vuoi scagliarlo e farla finita?»

Philippa posò il libro che stava leggendo e si voltò verso il marito. Lui fece una piccola smorfia.

«Non sembrare così severa», implorò. «Mi spaventi prima ancora di iniziare.»

«Mi dispiace», disse lei, «ma il mio viso riflette probabilmente i miei sentimenti. Sono ferita, addolorata e delusa da te, Henry.»

«È un buon inizio, comunque», gemette lui.

«Siamo sposati da sei anni», continuò Philippa, «e ammetto subito di essere stata molto felice. Poi è arrivata la guerra. Sai bene, Henry, che specialmente in quel periodo ti volevo molto, molto bene, eppure non mi è mai passato per l'anticamera del cervello che, come ogni altra donna, avrei dovuto perdere mio marito per un po'... Fermati, per favore», insistette, quando lui mostrò segni di volerla interrompere. «So benissimo che è stato grazie alle mie persuasioni che ti sei ritirato così presto, ma in quei giorni non si pensava alla guerra e ho sempre avuto in mente che, se fossero arrivati dei problemi, avresti trovato il modo di tornare al tuo posto.»

«Ma, mia cara bambina, tutto questo va bene», protestò Sir Henry, «ma non è così facile tornarci. Sai benissimo che sono andato all'Ammiragliato a offrire i miei servizi, non appena iniziò la guerra.»

«Sì, e cosa è successo?» chiese Philippa. «Sei stato, in un certo senso, messo da parte. Sei stato inserito in una lista e ti hanno detto che avresti avuto loro notizie... una sorta di situazione alla Micawber con la quale eri perfettamente soddisfatto. Poi hai preso quella brughiera in Scozia e sei sparito per quasi sei mesi.»

«Stavo rifornendo la popolazione affamata di cibo», le ricordò giovialmente. «Abbiamo mandato circa quattrocento paia di galli cedroni al mercato, per non parlare del salmone. Abbiamo fatto anche delle ottime partite a golf, ogni tanto.»

«Oh, non mi sono preoccupata di tenere un conto esatto dei tuoi passatempi!» disse Philippa con disprezzo. «A volte», continuò, «mi chiedo se tu sia del tutto responsabile, Henry. Come tu possa persino parlare di queste cose quando ogni uomo della tua età e forza sta combattendo in un modo o nell'altro per il proprio paese, mi sembra meraviglioso. Ti rendi conto che stiamo combattendo per la nostra stessa esistenza? Ti rendi conto che mio padre, che ha quindici anni più di te, è sulla linea del fuoco? Questo è un posto piccolo, certo, ma non è rimasto un solo uomo della tua età, con il tuo fisico, che abbia avuto la minima esperienza in uno dei due servizi, che non stia facendo qualcosa.»

«Non posso fare altro che inviare candidature», brontolò lui. «Sii ragionevole, mia cara Philippa. Non è la cosa più facile del mondo trovare un lavoro per un marinaio che è fuori dal giro da tanto tempo quanto me.»

«Così dici, ma quando mi chiedono cosa fai, come hanno fatto tutti a Londra questa volta, e io rispondo che non riesci a trovare un lavoro, c'è solitamente un piccolo silenzio cortese. Nessuno ci crede. Io non ci credo.»

«Philippa!»

Sir Henry si voltò sulla sedia. Il suo sigaro bruciava pigramente tra le sue dita. Le sue folte sopracciglia erano contratte.

«Beh, io non ci credo», ribadì lei. «Puoi arrabbiarti, se vuoi... anzi, penso che preferirei che tu fossi arrabbiato. Non ti sforzi affatto all'Ammiragliato. Ci vai e te ne torni via, una volta all'anno o qualcosa del genere. Perché, se fossi in te, non lascerei il posto finché non mi avessero trovato qualcosa... al chiuso o all'aperto, cosa importa purché la mano sia sul timone e tu stia facendo la tua piccola parte per il tuo paese? Ma tu... cosa ti importa? Sei andato in città per trovare un lavoro... e sei tornato con dei nuovi cucchiaini per sgombri! Domattina vai a pescare con Jimmy Dumble. Da qualche parte nel Mare del Nord, oggi, domani e dopodomani, uomini stanno dando la vita per il proprio paese. Cosa ti importa? Te ne starai seduto lì a fumare la pipa e a pescare passere!»

«Sai che sei quasi offensiva, Philippa?» disse il marito tranquillamente.

«Voglio esserlo», ribatté lei. «Vorrei che tu sentissi che lo sono. In ogni caso, questa sarà probabilmente l'ultima conversazione che avrò con te sull'argomento.»

«Beh, grazie a Dio per questo, comunque!» osservò, passeggiando verso il camino e scegliendo una pipa da un supporto. «Penso che tu abbia detto abbastanza.»

«Non ho finito», gli disse minacciosamente.

«Allora per l'amor del cielo continua e facciamola finita», implorò lui.

«Oh, sei impossibile!» esclamò Philippa amaramente. «Ascolta. Ti do un'ultima possibilità. Dimmi la verità? C'è qualcosa nella tua salute che io non so? C'è qualche possibile spiegazione per il tuo comportamento straordinario che, per una ragione o per l'altra, hai tenuto per te? Dammi la tua completa fiducia.»

Sir Henry, per un momento, fu abbastanza serio. Stette a guardarla dall'alto in basso con una punta di malinconia.

«Cara», le disse, «non ho nulla da dire se non questo. Sei la mia preziosissima moglie. Ti ho amata e ho avuto fiducia in te fin dal giorno del nostro matrimonio. Sono contento di continuare ad amarti e ad avere fiducia in te, anche se dovessero giungermi all'orecchio cose che non capisco. Non puoi accettarmi allo stesso modo?»

Philippa, momentaneamente a disagio, era tuttavia ribelle.

«Accettarti allo stesso modo? Come posso! Non c'è nulla nella mia vita che possa paragonarsi in alcun modo alla tragedia della tua...»

Si interruppe, come se non volesse finire la frase. Lui attese pazientemente, tuttavia, che lei proseguisse.

«Della mia cosa?»

Philippa scese a un compromesso.

«Letargia», pronunciò trionfante.

«Una parola eccellente», mormorò lui.

«È troppo blanda, ma tu sei mio marito», osservò lei.

«Questo mi ricorda», disse lui tranquillamente. «Tu sei mia moglie.»

«Lo so», ammise lei, «ma sono anche una donna, e ci sono dei limiti alla mia sopportazione. Se non puoi darmi alcuna spiegazione del tuo comportamento, Henry, se davvero non hai alcuna intenzione di cambiarlo, allora mi rimane solo una strada aperta.»

«Sembra piuttosto allarmante... qual è?» chiese lui.

Philippa sollevò un po' la testa. Era questa la dichiarazione verso la quale stava tendendo.

«Da oggi», dichiarò, «cesso di essere tua moglie.»

Le sue dita si fermarono nella manipolazione del tabacco con cui stava riempiendo la pipa. Si voltò e la guardò.

«Tu cosa?»

«Cesso di essere tua moglie.»

«Come pensi di farlo?» chiese lui.

«Non scherzare», implorò. «Mi ferisce così tanto. Quello che intendo è abbastanza chiaro. Continuerò a vivere sotto il tuo tetto se lo desideri, o sono perfettamente disposta a tornare a Wood Norton. Continuerò a portare il tuo nome perché devo, ma gli altri legami tra noi sono finiti.»

«Non dici sul serio, Philippa», disse gravemente.

«Ma invece faccio sul serio», insistette lei. «Intendo ogni parola che ho pronunciato. Per quanto mi riguarda, Henry, questa è la tua ultima possibilità.»

Ci fu un bussare alla porta. Mills entrò con un biglietto su un vassoio. Sir Henry lo prese, lanciò un'occhiata interrogativa alla moglie e strappò la busta.

«Non ci sarà risposta, Mills», disse.

L'uomo si ritirò. Sir Henry lesse le poche righe pensieroso:

Stazione di polizia, Dreymarsh SIGNORE,

In seguito a indagini effettuate scopro che il signor Hamar Lessingham è arrivato all'Hotel stasera in tempo per la cena. I suoi bagagli sono arrivati via ferrovia ieri. Si presume che sia venuto in automobile, ma non c'è nessuna auto nel garage, né alcuna menzione di una. La sua stanza è stata prenotata per lui dalla signorina Fairclough, telefonando per conto di Lady Cranston verso le sette.

Rispettosamente vostro, JOHN HAYLOCK.

«Il tuo biglietto è interessante?» chiese Philippa.

«In un certo senso, sì», rispose lui, infilandolo nella tasca del panciotto. «Presumo che possiamo considerare concluso il nostro precedente argomento di conversazione?»

«Non ho altro da dire», dichiarò lei.

«Molto bene, allora», acconsentì il marito, «scegliamo un altro argomento. Questa volta, supponendo che scelga io?»

«Sei il benvenuto.»

«Conversiamo, allora, del signor Hamar Lessingham.»

Philippa aveva ripreso il suo lavoro. Le sue dita cessarono le fatiche, ma lei non alzò lo sguardo.

«Del signor Hamar Lessingham», ripeté. «Un argomento piuttosto limitato, temo.»

«Non ne sono così sicuro», disse pensieroso. «Per esempio, chi è?»

«Non ne ho idea», rispose lei. «Importa? È stato all'università con Richard ed è stato ospite a Wood Norton. Questo è tutto ciò che sappiamo. Sicuramente è sufficiente per offrirgli una ragionevole ospitalità?»

«Non lo sto contestando», la rassicurò Sir Henry. «A prima vista, sembra perfettamente ragionevole che tu sia gentile con lui. D'altra parte, ci sono uno o due punti piuttosto curiosi riguardo al suo arrivo qui proprio ora.»

«Davvero?» mormorò Philippa con indifferenza, chinandosi un po' di più sul suo lavoro.

«In primo luogo», continuò il marito, «come è arrivato qui?»

«Per quanto ne so», rispose lei, «potrebbe aver camminato.»

«Un po' improbabile. Eppure, non è venuto da Londra con nessuno dei treni serali, e sembra che tu non abbia preso le sue camere prima delle sette, ora prima della quale non era stato all'hotel. Quindi, vedi, uno è spinto a chiedersi come diavolo sia arrivato fin qui.»

«Ho preso io le sue camere?» ripeté Philippa, con un improvviso piccolo sussulto al cuore.

«Qualcuno da qui ha telefonato, no?» continuò Sir Henry con noncuranza. «Ho dedotto che lo stessimo presentando all'hotel.»

«Dove l'hai sentito?» chiese lei.

Lui si strinse nelle spalle, ma evitò di rispondere alla domanda.

«Non ho dubbi», continuò, «che l'intero argomento del signor Hamar Lessingham non valga quasi la pena di essere discusso. Eppure sembra essere arrivato qui sotto una piccola aureola di coincidenze.»

«Temo di non averlo quasi apprezzato», osservò Philippa; «infatti, il suo arrivo qui mi è sembrato la cosa più ordinaria del mondo. Dopotutto, anche se uno se ne ricorda a malapena dopo la guerra, questa è una località climatica, e l'uomo è stato malato.»

«Giustissimo», convenne Sir Henry. «Non vai a letto, cara?»

Philippa aveva ripiegato il suo lavoro. Rimase per un momento sul tappeto del focolare. La piccola durezza che le aveva contratto la bocca era scomparsa, i suoi occhi si erano addolciti.

«Posso dire solo un'altra parola», implorò, «riguardo al nostro precedente... il nostro unico serio argomento di conversazione? Ho fatto del mio meglio da quando ci siamo sposati, Henry, per renderti felice.»

«Sai benissimo», le assicurò lui, «che ci sei riuscita.»

«Concedimi un favore, allora», pregò. «Rinuncia alla tua spedizione di pesca di domani, torna a Londra col primo treno e lascia che scriva a Lord Rayton. Sono sicura che farebbe qualcosa per te.»

«Certo che farebbe qualcosa!» gemette il marito. «Oterrei una censura in Irlanda, o un posto come istruttore a Portsmouth.»

«Non preferiresti prendere uno di quelli piuttosto che niente?» chiese lei, «piuttosto che continuare a vivere la vita che stai vivendo ora?»

«Per essere perfettamente franchi con te, Philippa, non lo farei», dichiarò schiettamente. «Che diamine di utilità avrei in un incarico a terra? Perché, nessuno potrebbe leggere la mia scrittura, e la mia scienza nautica è completamente fuori moda. Perché un cadetto a Osborne potrebbe mettermi al tappeto in pochissimo tempo.»

«Ti rifiuti di lasciarmi scrivere, allora?» insistette lei.

«Assolutamente.»

«Hai intenzione di andare in quella spedizione di pesca con Jimmy Dumble domani?»

«Non me la perderei per nulla al mondo», confessò.

Philippa era improvvisamente bianca di rabbia.

«Henry, ho finito», dichiarò, tendendo la mano per tenerlo lontano da sé. «Ho chiuso con te completamente. Preferirei essere sposata con un nemico che stesse combattendo onorevolmente per il suo paese piuttosto che con te. Ciò che ho detto, lo intendo. Non avvicinarti. Non provare a toccarmi.»

Gli passò accanto dirigendosi verso la porta.

«Nemmeno un bacio della buonanotte?» chiese lui, chinandosi.

Lei lo guardò negli occhi.

«Non sono una bambina», disse con disprezzo.

Lui chiuse la porta dietro di lei. Per un momento rimase come indeciso se seguire o meno. Il suo viso si era addolcito con l'assenza di lei. Alla fine, tuttavia, si voltò con una piccola scrollata di spalle, si gettò nella sua poltrona e cominciò a fumare furiosamente.

Il campanello del telefono disturbò la sua riflessione. Si alzò subito e prese il ricevitore.

«Sì, questo è il 19, Dreymarsh. Chiamata interurbana? Va bene, sono qui.»

Attese finché un'altra voce arrivò a lui debolmente.

«Cranston?»

«Parla lui.»

«Esatto. Il messaggio è Odino Berry, capisci? O-d-i-n-o b-e-r-r-y.»

«Ho capito», rispose Sir Henry. «Buonanotte!» Riagganciò, attraversò la stanza verso la sua scrivania, aprì uno dei cassetti e tirò fuori un taccuino nero, assicurato con un lucchetto di ottone. Prese una chiave dalla catena del suo orologio, aprì il libro e fece scorrere le dita lungo le O.

«Odino», mormorò tra sé. «Eccolo: "Abbiamo informazioni attendibili da Berlino". Ora Berry.» Si voltò indietro. «"Sei tenuto d'occhio da un agente del servizio segreto nemico".»

Richiuse il libro dei codici e lo rimise nella scrivania. Poi si diresse verso la sua poltrona e si servì un whisky e soda dal vassoio che Mills aveva appena sistemato sulla credenza.

«Abbiamo informazioni attendibili da Berlino», ripeté tra sé, «che sei tenuto d'occhio da un agente del servizio segreto nemico.»

CAPITOLO VIII

«Dimmi, signor Lessingham», insistette Philippa, «a cosa stai pensando esattamente? Sembravi così cupo e misterioso dal crinale sottostante che sono salita apposta per chiedertelo.»

Lessingham le tese la mano per sostenerla. Si trovavano su uno sperone tagliente della scogliera, il vento del nord che soffiava sui loro volti, frustando in piccole chiazze di schiuma bianca il mare sottostante, sul quale il crepuscolo stava già posandosi. Per un momento o due nessuno dei due riuscì a parlare.

«Stavo pensando al mio paese», confessò. «Stavo guardando attraverso le ombre laggiù, proprio dall'altra parte del Mare del Nord».

«Verso la Germania?»

Scosse la testa.

«Più lontano... verso la Svezia».

«Avevo dimenticato», mormorò lei. «Sembravi quasi in posa per la statua di un esule», osservò. «Vieni, scendiamo un po' più in basso, a meno che tu non voglia restare qui a farti ridurre in pezzi».

«Stavo tornando in albergo», rispose lui rapidamente, seguendola, «ma a dire il vero mi sentivo un po' solo».

«Quella», dichiarò lei, «è colpa tua. Ti ho chiesto di venire a Mainsail Haul ogni volta che ne avessi voglia».

«Poiché ne ho voglia fin dalla sera in cui sono arrivato», osservò lui con un sorriso, «potresti, a quest'ora, aver già avuto un po' troppo di me».

«Al contrario», gli disse lei, «ti aspettavo ieri pomeriggio, per farmi sapere se il posto ti piace e cosa hai fatto. Quindi stavi pensando a... laggiù?» aggiunse, volgendo il capo verso il mare.

«Laggiù assorbe gran parte dei miei pensieri», confessò, «e il resto mi sta giocando strani scherzi».

«Beh, mi piacerebbe sentire la prima parte», insistette lei.

«Sai», replicò, «ci sono momenti in cui ancora oggi questa guerra mi sembra una cosa irreale, come qualcosa di cui ho letto, una strana fantasia di Shelley o di uno dei poeti più sfrenati. Non riesco a credere che milioni del fiore degli uomini della Germania e dei vostri siano periti impotenti, senza speranza, crudelmente. E la Francia... la povera, decimata Francia!»

«Beh, la Germania ha iniziato la guerra, sai», gli ricordò lei.

«Davvero?» rispose lui. «A volte mi chiedo. Anche ora immagino che, se i documenti ufficiali di ogni nazione fossero messi l'uno accanto all'altro, con il proprio caso esposto dal proprio punto di vista, persino tu potresti sentirti un po' confusa al riguardo. Eppure, voglio essere molto onesto con te. Penso io stesso che la Germania volesse la guerra».

«Ecco fatto, allora», dichiarò lei trionfante. «L'intera faccenda è sua responsabilità».

«Non mi spingo fino a questo punto», protestò lui. «Vedi, il mondo è governato da grandi leggi naturali. Come una palla di neve diventa più grande rotolando, così occupa più spazio. Come un bambino cresce fuori dai suoi abiti infantili e ha bisogno delle vesti di un giovane e poi di un uomo. E così è per la Germania. È cresciuta e cresciuta finché il paese non poteva più contenere i suoi figli, finché le sue banche non potevano contenere il suo denaro, finché non ha allungato le braccia da ogni parte e si è sentita soffocare. La Germania è arrivata tardi nel mondo e l'ha trovato spartito, ma non aveva forse diritto al suo posto? Si è resa grande. Aveva bisogno di spazio».

«Beh», osservò Philippa, «non potresti supporre che le altre nazioni avrebbero rinunciato a ciò che avevano, solo perché lei voleva i loro possedimenti, vero?»

«Forse no», ammise lui. «Eppure, vedi, qui entra in gioco la legge immutabile. Il più forte deve possedere... non solo il più forte con le armi, bada bene, ma con l'intelletto, con l'apprendimento, con la competenza nella scienza, con l'utilitarismo. La parte davvero crudele, quella a cui pensavo allora, mentre guardavo oltre il mare, è che questo rozzo e miserabile ricorso alle armi debba essere necessario».

«Se solo i tedeschi stessi fossero di larghe vedute e ragionevoli come te», sospirò Philippa, «si sente che potrebbe esserci qualche speranza per il futuro!»

«Non sono solo», le assicurò, «ma, vedi, in tutta la Germania è diffusa come una ragnatela la religione laica del cittadino: devozione al Governo, cieca obbedienza al Kaiser. Il pensiero indipendente ha reso la Germania grande nella scienza, nell'economia politica, nelle scienze economiche. Ma il pensiero indipendente non è mai rivolto ai suoi destini politici. Quelli sono modellati per lei. Nel bene o nel male, i suoi figli hanno imparato l'obbedienza».

Stavano scendendo dal pendio ora. Ai loro piedi giaceva la cittadina, nera e silenziosa.

«Mi hai aiutata a capire un po'», disse Philippa. «Metti le cose così gentilmente eppure così chiaramente. Ora dimmi, non è vero, come fai tu, che sei svedese di nascita, a portare le armi per la Germania?»

«È molto semplice», confessò. «Mia madre era tedesca e, quando morì, mi lasciò in eredità grandi tenute in Baviera e una fortuna considerevole. Queste non avrei mai potuto ereditarle se non avessi scelto di prestare servizio militare in Germania. La mia famiglia è impoverita e ho fratelli e sorelle che dipendono da me. Date le circostanze, un'esitazione da parte mia era impossibile».

«Ma quando arrivò la guerra?» chiese lei.

Lui la guardò sorpresa.

«Cosa mi restava allora?» chiese. «Naturalmente non sentivo altro che la voce di coloro ai quali avevo giurato obbedienza. Ero in quella corsa folle attraverso il Belgio. Sono stato ferito a Maubeuge, altrimenti avrei seguito da vicino le tracce di quella vostra meravigliosa ritirata. Così com'è, sono rimasto per molti mesi in ospedale. Mi sono arruolato di nuovo... devo confessarlo?... quasi controvoglia. La sete di sangue di tutto ciò mi nauseava. Ho combattuto a Ypres, ma penso che sia stato qualcosa del coraggio della disperazione, della nera miseria. Sono stato ferito di nuovo e decorato. Suppongo che non sarò mai più idoneo per il fronte. Ho cercato di mettere a frutto parte della mia conoscenza dell'Inghilterra e della vita inglese. Poi mi hanno mandato qui».

«Qui, tra tutti i posti del mondo!» ripeté Philippa meravigliata. «Guarda noi! Abbiamo una sola linea ferroviaria, un sistema di strade perfettamente lineare, il normale numero di soldati in addestramento, nessun mistero, nessuna industria... niente. A quale terribile piano stai lavorando, signor Lessingham?»

Lui sorrise.

«Tra noi due», confidò, «non sono affatto sicuro di non essere qui per una missione da pazzi... almeno così ho pensato quando sono arrivato».

Lei lo guardò.

«E perché non ora?»

Lui non rispose, ma i loro occhi si incontrarono e Philippa guardò altrove in fretta. Ci fu un momento di strano, teso silenzio. Davanti a loro si stagliava il profilo di Mainsail Haul.

«Entrerai a prendere un tè, non è vero?» lo invitò.

«Se posso. Credimi», aggiunse, «è stata solo una certa diffidenza a tenermi lontano così a lungo».

Lei non rispose ed entrarono insieme in casa. Trovarono Helen e Nora, con tre o quattro giovani del Deposito, che prendevano il tè in salotto. Lessingham scivolò molto facilmente nel piacevole circoletto. Seppur leggermente sommesso, i suoi modi tranquilli e un senso dell'umorismo che di tanto in tanto si manifestava, erano molto attraenti.

«Vorremmo che venisse a cena con noi e incontrasse il nostro colonnello, signore», gli chiese Harrison. «È stato al Magdalen qualche anno dopo il Maggiore Felstead, e sono sicuro che trovereste molto di cui parlare».

«Sono certo che ne troveremmo», rispose Lessingham. «Posso venire, forse, verso la fine della prossima settimana? Sto facendo sforzi intensi per condurre una vita assolutamente tranquilla qui».

«Quando vuole, signore. Non potremo mostrarle nulla di molto selvaggio in termini di svago. Porto d'annata e un buon sigaro sono gli unici cambiamenti che possiamo offrire agli ospiti».

Philippa attirò il suo ospite da una parte poco dopo, e lo fece sedere con lei in un angolo lontano della stanza.

«Sapevo che c'era qualcosa che volevo dirti», esordì, «ma in qualche modo ho dimenticato quando ti ho incontrato. Mio marito è rimasto molto colpito dal miglioramento dell'umore di Helen. Non pensi che faremmo meglio a dirgli, quando tornerà, che abbiamo avuto notizie dal Maggiore Felstead?»

Lessingham fu d'accordo.

«Lascia semplicemente che pensi che le tue lettere siano arrivate per posta nel modo consueto», consigliò. «Non immaginerei, da quello che ho visto di tuo marito, che sia una persona sospettosa, ma è appena possibile che le avrebbe associate a me se le avessi menzionate l'altra sera. Quando torna?»

«Non lo so mai», rispose Philippa con un sospiro. «Forse stasera, forse tra una settimana. Dipende da che sport sta praticando. Non stai fumando».

Lessingham accese una sigaretta.

«Trovo tuo marito», disse piano, «un tipo piuttosto interessante. Non abbiamo nessuno così in Germania. Mi sconcerta quasi».

Philippa alzò lo sguardo per trovare gli occhi scuri del suo compagno fissi su di lei.

«C'è ben poco in Henry che debba sconcertare qualcuno», si lamentò amaramente. «È solo un bambino troppo cresciuto e viziato, dedito ai divertimenti, che segue la sua fantasia ovunque lo porti. Perché mi guardi, signor Lessingham, come se pensassi che sto nascondendo qualcosa? Non lo sto facendo, te lo posso assicurare».

«Forse mi stavo chiedendo», confessò, «cosa provassi davvero per un marito la cui prospettiva era così innaturale».

Lei guardò le sue dita intrecciate.

«Sai», disse piano, «mi sento, in qualche modo, sebbene ci conosciamo da così poco tempo, come se fossimo amici, eppure questa è una domanda alla quale non potrei rispondere. Una donna deve sempre avere qualche segreto, sai».

«Un uomo può cercare a volte di preservare i suoi», sospirò lui, «ma una donna è abbastanza intelligente, di regola, da scavarli fuori».

Una leggera sfumatura di colore salì sulle sue guance. Accolse l'avvicinarsi di Helen quasi con entusiasmo.

«Una donna deve prima sentire la volontà», mormorò, senza guardarlo. «Helen, pensi che possiamo osare chiedere al signor Lessingham di venire a cena?»

«Per favore, non scoraggiare un suggerimento così delizioso», implorò Lessingham con entusiasmo.

«Non ho la minima intenzione di farlo», rise Helen, «purché io possa avere... diciamo solo dieci minuti per parlare di Dick».

«È un patto», promise lui.

«Saremo completamente soli», lo avvertì Philippa, «a meno che Henry non arrivi».

«È la grande attrattiva del tuo invito», confessò.

«Alle otto, allora».

CAPITOLO IX

«Il Capitano Griffiths per vedere vostra signoria».

Le dita di Philippa riposarono per un momento sulla tastiera del pianoforte davanti al quale era seduta, in attesa dell'arrivo di Lessingham. Poi guardò l'orologio. Mancavano dieci minuti alle otto.

«Puoi farlo entrare, Mills, se desidera vedermi».

Il Capitano Griffiths fu introdotto nella stanza... impacciato, goffo, nervoso come al solito. Entrò come se avesse fretta, e non c'era nulla nei suoi modi che indicasse che avesse trascorso le ultime ore a decidere questa visita.

«Devo scusarmi per questa chiamata così inopportuna, Lady Cranston», disse, osservando la chiusura della porta. «Non le ruberò più di cinque minuti del suo tempo».

«Siamo molto felici di vederla in qualsiasi momento, Capitano Griffiths», disse Philippa ospitale. «Si sieda, la prego».

Il Capitano Griffiths s'inchinò ma rimase in piedi.

«È molto vicino al suo orario di cena, lo so, Lady Cranston», continuò scusandosi. «Il fatto è, tuttavia, che come Comandante qui è mio dovere esaminare la buona fede di qualsiasi estraneo nel posto. C'è un signore di nome Lessingham che alloggia in albergo, che mi risulta abbia dato il suo nome come referenza».

Gli occhi di Philippa sembrarono più grandi che mai, e il suo viso più innocente, mentre fissava il suo ospite.

«Ma certo, Capitano Griffiths», disse. «Il signor Lessingham è stato al college con mio fratello, ed è uno dei suoi migliori amici. Ha cacciato nella tenuta di mio padre nel Cheshire».

«Sta parlando di suo fratello, il Maggiore Felstead?»

«Il mio unico fratello».

«Le sono molto obbligato, Lady Cranston», dichiarò il Capitano Griffiths. «Vedo che non dobbiamo più preoccuparci del signor Lessingham».

Philippa rise.

«Sembra piuttosto antiquato pensare che lei debba preoccuparsi di qualcuno qui», osservò. «È davvero un vicinato molto innocuo, non è vero?»

«Non c'è molto che accada, certamente», ammise il Comandante. «Il posto sembra molto noioso a volte».

«Ora sia perfettamente franco», lo implorò Philippa. «C'è un solo fatto di importanza che potrebbe essere appreso in questo posto, degno di essere comunicato al nemico? Il pericolo di spionaggio qui merita un momento di considerazione?»

«Questa», rispose il Capitano Griffiths in modo un po' artificioso, «non è una domanda a cui sarei pronto a rispondere su due piedi».

Philippa scrollò le spalle e si appellò quasi febbrilmente a Helen, che era appena entrata nella stanza.

«Helen, vieni ad ascoltare il Capitano Griffiths! Mi sta facendo sentire abbastanza a disagio. Ci sono segreti in giro, a quanto pare, e vuole sapere tutto sul signor Lessingham».

Helen sorrise con completa padronanza di sé.

«Beh, possiamo tranquillizzare la sua mente sul signor Lessingham, vero?» osservò, mentre stringeva la mano.

«Possiamo fare di più», dichiarò Philippa. «Possiamo aiutarlo a giudicare da solo. Aspettiamo il signor Lessingham per cena, Capitano Griffiths. Resti».

«Non potrei pensare di prenderla alla sprovvista in questo modo», rispose il Capitano Griffiths, con una malinconia che rendeva solo la sua voce più roca e sgradevole. «È molto gentile da parte sua, Lady Cranston. Forse mi darà un'altra opportunità».

«Non ci penserò nemmeno», insistette Philippa. «Deve restare a cena stasera. Saremo una partie carrée, perché Nora va a letto subito dopo cena. Sto suonando il campanello per dire a Mills di preparare un posto extra», aggiunse.

Il Capitano Griffiths si abbandonò al destino con un piccolo brivido di compiacimento. Accolse Lessingham, che fu annunciato poco dopo, con molta meno riservatezza del solito, e la cena fu in ogni modo un successo. Verso la fine, Philippa divenne un po' pensierosa. Lanciò più di uno sguardo a Lessingham, che sedeva al suo fianco, quasi in ammirazione. La sua conversazione, allegra a volte, sempre raffinata, era continuamente inframmezzata da quei piccoli ricordi mondani inevitabili tra uomini che si muovono in una certa cerchia della società inglese. A quanto pareva, Richard Felstead non era l'unico dei suoi amici del college con cui era rimasto in contatto. Gli ultimi residui dei sospetti del Capitano Griffiths sembrarono svanire con il loro secondo bicchiere di porto, sebbene i suoi modi non divennero per nulla più cordiali.

«Non pensi di essere quasi un po' troppo audace?» chiese Philippa al suo ospite prediletto mentre lui l'aiutava poco dopo a preparare un tavolo da bridge.

«Si adattano i propri metodi al proprio avversario», mormorò, con un sorriso. «Il tuo amico Capitano Griffiths aveva solo i sospetti molto convenzionali. La menzione di alcuni buoni nomi inglesi, la conoscenza dei normali sport inglesi, è abbastanza sufficiente con un uomo del genere».

Helen e Griffiths stavano parlando dall'altra parte della stanza. Philippa alzò gli occhi verso il suo compagno.

«Diventi più un mistero che mai», dichiarò. «Mi rendi persino curiosa. Dimmi davvero perché ci hai fatto questa visita dalle nuvole?»

Se ne pentì quasi subito dopo aver fatto la domanda. Per un momento la calma insouciance dei suoi modi sembrò svanire. I suoi occhi brillarono.

«In cerca di cose nuove», rispose.

«Cannoni? Fortificazioni?»

«Nessuno dei due».

Uno spirito di malizia si impossessò di lei. I modi di Lessingham erano sconcertanti eppure provocatori. Per un momento le possibilità politiche della sua presenza svanirono dalla sua mente. Aveva un desiderio intenso di infrangere la sua riservatezza.

«Non vuoi dirmi... perché sei venuto?»

«Potrei dirti più facilmente», rispose con tono sommesso, «perché sarà il giorno più miserabile della mia vita quando me ne andrò».

Lei rise di lui con perfetta cordialità.

«Che delizia essere corteggiata di nuovo!» sospirò. «E pensavo che tutti gli uomini tedeschi fossero così pesanti, e facessero complimenti elaborati e poco riusciti. Eppure, il tuo segreto, signore, per favore? È questo che voglio sapere».

«Se avrai solo un po' di pazienza!» implorò, chinandosi così vicino a lei che le loro teste quasi si toccavano, «prometto che non lascerò questo posto prima di dirtelo».

Gli occhi di Philippa per la prima volta si abbassarono davanti ai suoi. Sapeva perfettamente cosa avrebbe dovuto fare ed era singolarmente indisposta a farlo. Era un'avventura molto piccante, dopo tutto, e l'aiutò quasi a dimenticare il problema che pesava così tanto sul suo cuore. Sempre evitando i suoi occhi, chiamò gli altri.

«Siamo pronti per il bridge», annunciò.

Giocarono quattro o cinque rubber. Lessingham era di gran lunga il giocatore più esperto, e lui e Philippa alla fine furono i vincitori. I due uomini rimasero insieme per un momento o due alla credenza, servendosi whisky e soda. Griffiths era diventato più taciturno che mai, e persino Philippa fu costretta ad ammettere che l'ultima parte della serata non era stata certo un successo.

«Gioca al club bridge in città, signor Lessingham?» chiese Griffiths.

«Mai», fu la calma risposta.

«Lei è di gran lunga superiore alla nostra classe qui».

«Molto gentile da parte sua dirlo», rispose Lessingham cortesemente. «Ho avuto buone carte stasera».

«Mi chiedo», continuò Griffiths, abbassando un po' la voce e tenendo gli occhi fissi sul suo compagno, «quale sia il sostituto tedesco per il bridge».

«Mi chiedo», fece eco Lessingham.

«Come nazione», proseguì il suo interlocutore, «probabilmente non sprecano così tanto tempo con le carte come noi».

L'interesse di Lessingham per l'argomento sembrava inesistente. Si allontanò dalla credenza verso Philippa. Lei, dal canto suo, stava osservando il Capitano Griffiths.

«Tante grazie, Lady Cranston», mormorò Lessingham, «per la sua ospitalità».

«E riguardo a quel segreto?» chiese lei.

«Vedi, ce ne sono due», rispose, guardandola dall'alto in basso. «Uno te lo dirò sicuramente prima di lasciare questo posto, perché è l'unico segreto che nessun uomo è mai riuscito a tenere per sé. Quanto all'altro...»

Esitò. C'era qualcosa di quasi simile al dolore sul suo viso. Lei intervenne frettolosamente.

«Non ti ho chiamato per chiedere di nessuno dei due. Mi è capitato di notare il Capitano Griffiths proprio ora. Sai che ti sta osservando molto da vicino?»

«Ne avevo un'idea», ammise Lessingham con indifferenza. «È una persona piuttosto goffa, non è vero?»

«Sarai prudente?» implorò lei con fervore. «Ricorda, non è vero, che Helen e io siamo davvero in una posizione molto disgraziata se dovesse venire fuori qualcosa».

«Nulla verrà fuori», le promise. «Credo tu sappia, non è vero, che, qualunque cosa potesse accadermi, troverei qualche mezzo per proteggerti».

Per la seconda volta sentì una strana mancanza di volontà di rimproverare adeguatamente la sua audacia. Doveva persino sforzarsi di mantenere il tono tanto distratto quanto le sue parole.

«Sei davvero una persona deliziosa!» esclamò. «Quanto tempo è passato da quando sei sceso dalle nuvole?»

«A volte penso di essere ancora lì», rispose, «ma ti conosco da circa settantasei ore».

«Che precisione?» rise lei. «È una caratteristica nazionale, non è vero? Capitano Griffiths», continuò, osservando il suo avvicinarsi, «se deve proprio andare, per favore porti via con sé il signor Lessingham. Si sta prendendo gioco di me. Non permetto nemmeno agli amici di Dick di farlo».

La smentita di Lessingham fu del tono assolutamente corretto.

«Dovete venire entrambi molto presto», concluse la padrona di casa, mentre stringeva le mani. «Il nostro bridge mi è piaciuto immensamente».

I due uomini erano già sulla strada verso la porta quando un'idea improvvisa sembrò venire al Capitano Griffiths. Si voltò.

«A proposito, Lady Cranston», chiese, «ha avuto notizie da suo fratello?»

Philippa scosse la testa tristemente. Helen, che, a differenza della sua amica, non aveva avuto il vantaggio di una carriera distinta sul palcoscenico drammatico amatoriale, si voltò e si tenne un fazzoletto agli occhi.

«Nemmeno una parola», fu la risposta addolorata di Philippa.

Il Capitano Griffiths offrì un maldestro segno di simpatia.

«Che sfortuna!» disse. «Mi dispiace molto, Lady Cranston. Buonanotte ancora una volta».

Questa volta la loro partenza fu ininterrotta. Helen tolse il fazzoletto dagli occhi e Philippa fece una smorfia alla porta chiusa.

«Credi», chiese Helen seriamente, «che il Capitano Griffiths abbia dei sospetti?»

Philippa scrollò le spalle.

«Se li ha, a chi importa?» rispose, un po' sprezzante. «L'idea stessa di un duello di ingegno tra quei due uomini è ridicola».

«Forse sì», concordò Helen, con un'ombra di dubbio nel tono.

Philippa e Helen partirono, qualche mattina dopo, per una delle loro solite passeggiate. Il cristallino sole d’ottobre, in cui ogni albero lontano e, verso il mare, ogni piroscafo in lento movimento sembravano acquistare una nuova chiarezza di contorni, si posava sui campi profondamente arati, sulla felce che ingialliva e sull’oro rosso degli alberi che si piegavano, mentre il vento da ovest, che aveva seminato il mare di onde spumeggianti, faceva cadere le foglie per formare un tappeto sotto i loro piedi e suonava una strana musica lungo il pendio crestato dal bosco. Nella terra accidentata attraverso la quale si facevano strada, una terra di alberi e brughiere, con qua e là un appezzamento coltivato, la ginestra gialla brillava ancora in angoli inaspettati; fiori strani e senza profumo creavano spruzzi di colore nelle siepi; un coniglio sfrecciava talvolta lungo il loro sentiero; un fagiano maschio, dopo un momento di stupito sguardo, abbassava la testa e correva verso un riparo non necessario. Più guardavano in alto, più il cielo sembrava azzurro. L'erba sotto i loro piedi era verde e morbida come in primavera. Spinto dal vento, qua e là un gabbiano dalle ali bianche veleggiava sopra le loro teste; una nuvola di essi riposava su un piccolo appezzamento di terreno arato di fresco tra due boschi. Uno stormo di piccioni, come foglie strappate scosse dal vento, volteggiava e andava alla deriva sopra di loro. Philippa si sedette sul tronco di un albero abbattuto e guardò soddisfatta intorno a sé.

«Se avessi uno specchio e qualche forcina in più, sarei perfettamente felice», sospirò. «Sono certa che i miei capelli debbano avere un aspetto orribile».

Helen li guardò con ammirazione.

«Mi rifiuto di dire la cosa giusta», dichiarò. «Ti ricorderò solo che non ci sarà nessuno qui a guardarli».

«Non ne sono così sicura», rispose Philippa. «Questi sono i boschi che i poliziotti speciali frequentano di giorno e di notte. Scrutan ogni tronco d'albero in cerca di un impianto radio e si sdraiano dietro le siepi in attesa di lampi misteriosi».

«Stai suggerendo che potremmo incontrare il signor Lessingham?» chiese Helen, pigramente. «Sono perfettamente certa che non sappia nulla dell'equipaggiamento della spia melodrammatica. Per quanto riguarda gli Zeppelin, non ricordi che ci ha detto di odiarli e di essere terrorizzato dalle bombe?»

«Cara mia», obiettò Philippa, «il signor Lessingham non fa nulla di grossolano».

«Eppure...» cominciò Helen.

«Eppure suppongo che l'uomo abbia qualcosa per la testa», interruppe Philippa. «A volte penso che sia così, a volte credo che Richard debba avergli mostrato la mia fotografia e lui sia venuto qui per vedere se sono davvero come lei».

«Si comporta un po' così», ammise l'amica asciuttamente.

Philippa si voltò a guardarla.

«Helen», disse severamente, «non fare la gatta morta».

«Se dovessi esprimere la mia opinione sul tuo comportamento», continuò Helen, raccogliendo una pigna ed esaminandola, «potrei stupirti».

«Hai una mente malvagia», sbadigliò Philippa, tirando fuori il porta-sigarette. «Ciò che ti risente davvero è che il signor Lessingham a volte dimentica di parlare di Dick».

«Il pover'uomo non ha molte occasioni», ribatté Helen, osservando il fumo azzurro della sua sigaretta e appoggiandosi all'indietro con aria soddisfatta. «Di cosa mai trovate da parlare tu e lui, Philippa?»

«Letteratura, inglese e tedesca», mormorò Philippa con aria pudica. «Il signor Lessingham è notevolmente colto e ne sa più dei nostri poeti inglesi di qualsiasi uomo abbia incontrato negli ultimi anni».

«Dimenticavo che ti piace quel genere di cose».

«Ancora una volta, non fare la gatta morta», ingiunse Philippa. «Se vuoi che lo confessi, lo ammetterò subito. Sai che creatura semplice sono. Ammiro il signor Lessingham in modo straordinario e lo trovo un compagno interessantissimo».

«Intendi dire», osservò l'amica asciuttamente, «il barone Maderstrom». Philippa si guardò intorno e si accigliò.

«Sei molto indiscreta, Helen», dichiarò. «Di recente ho imparato qualcosa sulla scienza dello spionaggio e posso assicurarti che tutte le parole parlate o scritte sono pericolose. C'è uno scoiattolo profondamente britannico su quell'albero sopra di noi, e sono sicura che abbia sentito».

«Suppongo che il sole ti abbia dato alla testa», gemette Helen.

«Se intendi che trovo un sollievo dire sciocchezze, hai ragione», assentì Philippa. «A dire il vero, mi sento molto depressa. Henry ha telefonato da qualche parte prima di colazione stamattina, dicendo che probabilmente sarebbe tornato stasera o domani. Devono essere sbarcati da qualche parte lungo la costa».

«Sei una moglie molto poco devota», sentenziò Helen severamente. «Sono certa che Henry sia una persona deliziosa, anche se un po' irresponsabile, ed è quasi patetico ricordare quanto fossi innamorata di lui, un anno o due fa».

Parte della leggerezza svanì dal volto di Philippa.

«Era prima della guerra», sospirò.

«Penso ancora che Henry sia un caro, anche se non lo capisco del tutto», disse Helen pensierosa.

«Senza dubbio», assentì Philippa, «ma troveresti il non capirlo un po' più irritante, se fossi sua moglie. Vedi, non sapevo di sposare una sorta di signor Skimpole sportivo».

«Mi chiedo», rifletté Helen, «come andranno d'accordo Henry e il signor Lessingham quando si vedranno di più».

«Non mi importa affatto», osservò Philippa con indifferenza.

«Notavo talvolta, poco dopo il tuo matrimonio», continuò Helen, «che Henry tendeva a essere appena un po' geloso».

Philippa distolse gli occhi dal mare. C'era uno strano, piccolo sorriso sulle sue labbra.

«Beh, se lo è ancora», disse, «gli darò qualcosa di cui essere geloso».

«Povero signor Lessingham!» mormorò Helen.

Le sopracciglia di Philippa si alzarono.

«Povero signor Lessingham?» ripeté. «Non credo che scoprirai che si dispiacerà affatto per se stesso».

«Potrebbe fare sul serio», le ricordò Helen. «Puoi essere orribilmente attraente quando vuoi, sai, Philippa».

Philippa sorrise dolcemente.

«È solo possibile», disse, «che possa fare sul serio anch'io. Ho litigato in modo piuttosto disperato con Henry, sai, e sono una creatura indifesa senza un po' di ammirazione».

Helen si alzò improvvisamente in piedi. I suoi occhi erano fissi su una figura che si avvicinava attraverso il bosco.

«Non sei davvero rispettabile, Philippa», dichiarò. «Butta via la sigaretta, per l'amor del cielo, e siediti composta. Qualcuno sta arrivando».

Philippa mosse solo la testa pigramente. La luce del sole, che scendeva in mille piccoli zig-zag attraverso gli alberi agitati dal vento, cadeva dritta sul suo visino un po' pallido e provocatorio, con il suo fascino evasivo e inespresso, e sembrava trovare una nuova profondità di colore nell'oro rosso dei suoi capelli disordinati. Il suo corpo sottile e perfetto era disteso quasi per tutta la sua lunghezza, una gamba leggermente sollevata, le mani che ricadevano con noncuranza verso l'erba. La sigaretta bruciava ancora all'angolo delle sue labbra.

«Mi rifiuto», disse, «di buttare via la mia sigaretta per chiunque».

«Soprattutto, spero», intervenne una voce familiare, «per me».

Philippa si mise subito a sedere, si lisciò i capelli e guardò Lessingham con un po' di risentimento. Indossava un completo da golf in tweed marrone e portava un fucile sotto il braccio.

«Cosa ci fai quassù», chiese, «e sai qualcosa delle nostre leggi sulla caccia? Non puoi venire qui nei boschi a sparare alle cose solo perché ti va».

Lui posò il fucile e si sedette tra loro.

«È tutto a posto», la rassicurò. «Il vostro vicino, il signor Windover, a cui apparentemente appartengono questi boschi, mi ha chiesto di portare il fucile questa mattina e provare a prendere una beccaccia».

«Cielo! Non vorrai dire che c'è anche il signor Windover?» chiese Philippa, guardandosi intorno. Lessingham scosse la testa.

«La sua auto è passata a prenderlo dall'altra parte del bosco», spiegò. «È stato chiamato per andare in tribunale. Ho scelto di tornare a piedi».

«E la beccaccia?» chiese lei. «Adoro la beccaccia».

Ne tirò fuori una dalla tasca, prese il suo cappello di feltro, che giaceva tra la felce, e si occupò di infilare le piume sotto il nastro di seta.

«Ecco», disse, porgendoglielo, «la prima beccaccia della stagione. Ne abbiamo prese quattro e, in realtà, ne ho accettata solo una nella speranza che ti piaccia. La lascerò all'estimabile Mills, al mio ritorno».

«Devi venire a condividerla», insistette Philippa. «Quei ragazzi di Nora verranno a cena. Il tuo dono sarà il pezzo forte».

«Allora posso cenare un'altra sera?» implorò. «Questo posto incoraggia in me i più grossi appetiti».

«Non temere», rispose lei. «Non vedrai mai più quella beccaccia. La mangerò a pranzo domani. Ho ordinato la cena prima di uscire e, anche se potrebbe essere un pasto semplice, ti prometto che non andrai via affamato».

«Mi prometterai che non mi manderai mai via affamato?» chiese, abbassando la voce per un momento.

Lei si voltò e lo studiò. Helen, che si era allontanata di qualche metro, era immersa fino alle ginocchia nella felce bruno-dorata, raccogliendo alcune foglie dai colori magnifici da un cespuglio di rovo solitario. Lessingham aveva gettato il berretto a terra e i suoi capelli scompigliati dal vento e l'insolito colore sulle sue guance erano entrambi, a modo loro, attraenti. I suoi vestiti di campagna, ampi ma ben tagliati, la cravatta e il colletto morbido erano tutti ben scelti e adatti. Lei ammirava la sua fronte alta e la bocca ferma, quasi orgogliosa. I suoi occhi, così come il suo tono, erano pieni di serietà.

«Sai che dovresti dire queste cose a qualche Gretchen dall'altra parte di quel terribile Mare del Nord», rise lei.

«Non c'è nessuna Gretchen che abbia mai fatto tremare il mio cuore come fai tu», sussurrò.

Lei prese il cappello e sospirò.

«Davvero», disse, «penso che le cose siano già abbastanza complicate così come sono. Sono in agitazione tutto il giorno, già così, riguardo alla tua missione qui e alla tua vera identità. Semplicemente non potrei includere un flirt tra le mie emozioni».

«Non ho mai flirtato», la rassicurò gravemente.

«Uomo saggio», sentenziò lei, alzandosi in piedi. «Vieni, andiamo ad aiutare Helen a raccogliere le foglie. Si sta graffiando le dita terribilmente e sono certa che tu abbia un coltello. Una creatura cara ed economica, Helen», aggiunse, mentre camminavano. «Sono perfettamente certa che quelle siano destinate ad adornare la mia tavola da pranzo e, con i crisantemi a sei pence l'uno, non puoi immaginare quanto siano benvenuti. Forza, tira fuori il coltello, signor Lessingham».

Il coltello fu tirato fuori e presto tutti si voltarono verso casa. Philippa fermò entrambi i suoi compagni ai margini del bosco e indicò la cittadina dai tetti rossi, la cupa chiesa grigia battuta dalla tempesta sull'orlo della scogliera, i campi tranquilli, la distesa di brughiera cosparsa di ginestre e la distesa ondulata di tappeto erboso verde sulla cima delle scogliere. Oltre c'era il mare blu spumeggiante, punteggiato ovunque di piroscafi da carico.

«Si crederebbe», chiese satiricamente, «che possa esserci spazio qui in questo angolino dimenticato per il cervello di un... signor Lessingham!»

«Ricorda che sono stato mandato», protestò lui. «L'errore, se errore c'è, non è mio».

«E dopotutto», ricordò Helen a entrambi, «pensa a quanto facilmente si possa essere fuorviati dalle apparenze. Non potresti immaginare nulla di più onesto dei volti degli abitanti del villaggio e dei pescatori che si vedono in giro, eppure sai, signor Lessingham, che siamo stati visitati dai ladri ieri notte?»

«Seriamente?» chiese lui.

«Senza dubbio. Certo, Mainsail Haul è un invito per i ladri. Potrebbero entrare ovunque. Ieri notte hanno scelto le porte-finestre e sembrano essersi sentiti a casa propria nella biblioteca».

«Confido», disse Lessingham, «che non abbiano preso nulla di valore?»

«Non hanno preso nulla», sospirò Philippa. «Questa è la parte umiliante. Evidentemente non hanno gradito le nostre cose».

«Come fate a sapere che avete avuto dei ladri, se non hanno portato via nulla?» chiese Lessingham.

«Che pratico!» mormorò Philippa. «A dire il vero, ho sentito qualcuno muoversi e ho suonato il campanello d'allarme. Mills era giù quasi subito e abbiamo sentito qualcuno correre lungo il viale. Le porte-finestre erano aperte, una sedia era rovesciata nella biblioteca e un cassetto della scrivania di mio marito era spalancato».

«La prova», ammise Lessingham, «è schiacciante. Siete stati visitati da un ladro. Suo marito tiene qualcosa di valore nella sua scrivania?»

«Henry non ha nulla di valore al mondo», rispose Philippa asciuttamente, «tranne i suoi titoli, e sono in banca».

«Senza spingermi fino a contraddirla», osservò Lessingham con un sorriso, «oso comunque dissentire!»

CAPITOLO XI

Sir Henry fece un passo indietro rispetto alla bilancia e osservò il pesce che avevano appena pesato, con ammirazione.

«Lo vedi, Mills? Lo vedi, Jimmy?» fece notare. «Sei libbre e tre quarti! Avevo ragione quasi all'oncia. È un bell'esemplare!»

«Un pesce davvero straordinario, signore», osservò il maggiordomo. «Vuole che le prenda la cerata? La cena è stata servita quasi un'ora fa».

Sir Henry si sfilò la tuta gocciolante e gliela porse.

«Va bene», rispose. «Ascolta. Non dire una parola del mio arrivo alla tua padrona per ora. Ho del lavoro da scrivere. Portami subito un bicchiere di sherry, o prepara un cocktail se puoi farlo senza farti notare, e porta via Jimmy a dargli un whisky e soda».

«Ma per quanto riguarda la sua cena, signore?»

«Prenderò un vassoio nella stanza delle armi», decise il suo padrone, «diciamo tra venti minuti. E, Mills, chi hai detto che c'è a cena?»

«Due dei giovani ufficiali del Deposito, signore, il signor Harrison e il signor Sinclair, e il signor Hamar Lessingham».

«Lessingham, eh?» ripeté Sir Henry, mentre si sedeva davanti al suo tavolo da scrittura. «Mills», aggiunse in un sussurro confidenziale, «che porto hai servito?»

L'espressione del maggiordomo era di consapevole rettitudine.

«Non quello d'annata, signore», annunciò con enfasi. «Un ottimo porto, che abbiamo procurato per i pranzi di caccia. Ai giovani signori piace».

«Sei un gioiello, Mills», dichiarò il suo padrone. «Ora hai capito: un aperitivo per me ora, un po' di whisky per Jimmy nella tua stanza, e non una parola sulla mia presenza qui. Buonanotte, Jimmy. Mi dispiace che siamo arrivati troppo tardi per gli sgombri, ma abbiamo fatto comunque una gran bella battuta. Ora avrai un giorno o due di riposo a terra».

«Agli ordini, signore!» rispose Dumble. «Siamo rientrati giusto in tempo. C'è qualcosa di più di una burrasca in arrivo da nord».

Sir Henry ascoltò per un momento. Le porte-finestre tremavano, la pioggia batteva contro i vetri e un sordo rimbombo del vento era chiaramente udibile dall'esterno.

«Abbiamo calcolato bene i tempi», convenne. «Vieni su a fare due chiacchiere domani, Jimmy, se tua moglie potrà fare a meno di te».

«Sarò da lei prima delle undici, signore», promise il pescatore con un sogghigno.

Sir Henry attese la chiusura della porta. Poi si sporse in avanti per diversi momenti. Aveva a stento l'aspetto di un uomo tornato dopo una o due settimane di vita all'aria aperta e di indulgenza per lo sport che amava di più. L'abbronzatura sana del suo incarnato era diminuita anziché aumentata. C'erano linee scure sotto i suoi occhi che sembravano parlare di notti insonni, e una barba di parecchi giorni gli copriva il mento. Bevve il cocktail che Mills gli portò poco dopo tutto d'un fiato, e guardò con soddisfazione mentre lo shaker veniva agitato vigorosamente e ne veniva versato un secondo.

«Abbiamo passato dei momenti difficili, Mills», osservò, mentre posava il bicchiere. «Fino a stamattina il vento non ha quasi mai smesso di soffiare».

«Mi dispiace sentirlo, signore», fu la rispettosa risposta. «Se mi è permesso dirlo, signore, lei sembra stanco».

«Sono stanco», ammise Sir Henry. «Penso che, se provassi, potrei dormire ora per ventiquattr'ore».

«Mi scuserà se le ricordo, per quanto riguarda le sue lettere, che non c'è posta in partenza stasera, signore», continuò Mills. «Ho preparato un bagno caldo e le ho preparato i vestiti per il cambio».

«Ottimo!» esclamò Sir Henry. «Non è una lettera che mi preoccupa, però, Mills. Ci sono solo alcune note geografiche che voglio prendere. Sa, sto cercando di migliorare la carta dei pescatori della costa qui intorno. Quel tale Groocock, lo zio di Jimmy Dumble, ha quasi perso la sua barca a motore la scorsa settimana per essersi fidato di quella vecchia».

«Certamente, signore», rispose Mills con deferenza, posando il bicchiere vuoto sul suo vassoio. «Se vuole scusarmi, signore, devo tornare in sala da pranzo».

«Giusto», assentì il suo padrone. «Non usciranno ancora per un po', vero?»

«Sua signoria probabilmente si alzerà tra circa dieci minuti, signore, non prima».

Sir Henry annuì con una punta d'impazienza. Appena la porta fu chiusa si alzò in piedi, stette per un momento ad ascoltare a lato del suo armadietto da pesca, poi aprì il frontale in vetro e toccò la molla. Con l'aiuto di una piccola torcia elettrica che prese dalla tasca, studiò in particolare una certa porzione della gigantesca carta, fece alcune misurazioni con una matita, alcune note a margine, e la richiuse con aria soddisfatta. Poi riprese il suo posto, trasse un foglio di carta ripiegato dalla tasca interna, una carta da un'altra, accese la lampada e iniziò a scrivere. Il suo volto, mentre si chinava basso, sfuggiva all'ombra soffusa ed era per un momento quasi spettrale. Di tanto in tanto si voltava e faceva alcuni calcoli sulla carta assorbente al suo fianco. Alla fine si appoggiò allo schienale con un sospiro di sollievo. Aveva appena finito quando la porta alle sue spalle si aprì.

«Restiamo qui, mamma, o andiamo in salotto?» chiese Nora.

«Qui, credo», sentì rispondere Philippa.

Poi entrarono entrambe, seguite da Helen. Nora fu la prima a vederlo e corse in avanti con un piccolo grido di sorpresa.

«Perché, c'è papà!» esclamò, gettandogli le braccia al collo. «Papà, come osi stare seduto qui tutto solo mentre noi ceniamo! Quando sei tornato? Che pesce!»

Sir Henry chiuse la scrivania, abbracciò la figlia e si fece avanti per incontrare la moglie.

«Bell'esemplare, vero Nora!» convenne. «Beh, Philippa, come stai? contenta di vedermi, spero? Un altro vestito nuovo, credo, e in tempo di guerra!»

«Pensa un po' che ti ricordi che era tempo di guerra!» rispose lei, stando molto ferma mentre lui si chinava e la baciava.

«Questa è stata pesante per me», osservò Sir Henry con buon umore. «Come stai bene, Helen! Qualche notizia di Dick?»

Helen tentò un'espressione di estrema gravità con più o meno successo.

«Niente di nuovo», rispose.

«Beh, beh, nessuna notizia può essere una buona notizia», osservò Sir Henry in tono consolatorio. «Per Giove, è bello sentire di nuovo un tetto sopra la testa! Questa mattina è stata l'unica fetta di tempo decente che abbiamo avuto».

«Questa mattina era incantevole», assentì Helen. «Io e Philippa siamo andate a sederci nel bosco».

Philippa, che era in piedi vicino al fuoco, si voltò e guardò criticamente il marito.

«Abbiamo alcuni ospiti a cena», disse. «Usciranno tra pochi minuti. Non pensi che faresti meglio ad andare a renderti presentabile? Puzzi di pesce e sembri non ti sia rasato da una settimana».

«Colpevole, mia cara», ammise Sir Henry. «Mills mi sta giusto portando qualcosa da mangiare nella stanza delle armi, e poi farò un bagno e mi cambierò i vestiti».

«E ti raserai, papà», gli ricordò Nora.

«E mi raserò, piccola peste», convenne il padre, dandole una pacca sulla spalla. «Corri a giocare a biliardo con Helen. Voglio parlare con tua madre finché la mia cena non è pronta».

Nora acconsentì prontamente.

«Vieni, Helen, ti darò venticinque punti di vantaggio. O forse preferiresti giocare a chi svuota per primo?» propose. «Arthur Sinclair dice che sono migliorata nel mandare in buca più di chiunque altro abbia mai conosciuto».

Sir Henry aprì la porta e la richiuse dietro di loro. Poi tornò e si sedette sul divano accanto a Philippa. Lei alzò lo sguardo verso di lui come sorpresa e, allungando la mano verso il suo cestino da cucito, prese un po' di lavoro a maglia.

«Penso davvero che dovrei cambiarmi subito, se fossi in te», suggerì.

«Tra poco. Ho avuto una specie di idea sciocca che mi sarebbe piaciuto scambiare due parole con te prima. Sono via da quasi quindici giorni, non è vero?»

«Lo sei», assentì Philippa. «Forse è per questo che sento di non avere molto da dirti».

«Sembra un po' duro», disse lui lentamente.

«Sono dura a volte», confessò Philippa. «Lo sai benissimo. Ci sono momenti in cui mi sento come se non avessi affatto un cuore, né alcuna compassione; quando ogni sensazione che avrei potuto provare sembra inaridirsi dentro di me».

«È quello che provi in questo momento nei miei confronti, Philippa?» chiese lui.

I suoi ferri brillarono attraverso la lana per un istante in silenzio.

«Sei stato avvertito in ogni modo», gli disse. «Ho cercato di farti capire esattamente quanto il tuo comportamento mi disgustasse prima che tu partissi».

«Sì, lo ricordo», ammise lui. «Temo, cara, che tu mi consideri un uomo senza alcun valore».

Philippa aveva apparentemente perso un punto. Si chinò ancora di più sul suo lavoro a maglia. C'era un'evidente ruga sulla sua fronte, la sua bocca era irriconoscibile.

«Il tuo amico Lessingham è ancora qui, credo?» osservò suo marito poco dopo.

«Sì», acconsentì Philippa, «cenerà stasera. Probabilmente lo vedrai tra qualche minuto».

Sir Henry sembrò pensieroso e studiò per un momento la punta di una scarpa dall'aspetto straordinariamente sgradevole.

«Sei così entusiasta di quel genere di cose», disse, «che mi dici di Lessingham? Non fa il soldato o nulla del genere, vero?»

«Non ne ho idea», rispose Philippa. «Cammina con una leggera zoppìa e ammette di essere qui come convalescente, ma non ci ha raccontato molto di sé».

«Mi stupisce che tu non lo abbia affrontato», continuò Sir Henry. «Sei una reclutatrice così ardente, dovresti assicurarti che stia facendo la sua parte di massacro».

Philippa alzò lo sguardo verso il marito per un istante e poi tornò al suo lavoro.

«Il signor Lessingham», disse, «è un amico molto piacevole, la cui permanenza qui è gradita a tutti, ma è un estraneo a tutti gli effetti. Non sento alcuna responsabilità riguardo alle sue azioni».

«E riguardo alle mie invece sì?»

«Naturalmente».

La testa di Sir Henry poggiava sulla mano, il gomito sullo schienale del divano. Sembrava ascoltare le voci nella sala da pranzo lì vicino.

«Hm!» osservò. «È stato qui spesso mentre ero via?»

«Quanto ha voluto», rispose Philippa. «È diventato molto popolare nel vicinato già da tempo, ed è un ospite estremamente gradito qui in qualsiasi momento».

«Approfitta della tua ospitalità piuttosto spesso, non è vero?»

«È qui quasi tutti i giorni. Siamo sempre piuttosto delusi quando non viene».

La ruga di Sir Henry si fece un po' più profonda.

«Qual è l'attrazione?» pretese di sapere.

Philippa sorrise. Era quel sorriso che chi la conosceva meglio temeva.

«Beh», confidò, «immaginavo fosse Helen, ma credo che si sia un po' annoiato a parlare solo di Dick e dei loro giorni al college. Sono piuttosto incline a pensare che debba essere io».

«Tu, davvero!» grugnì lui. «Ti rendi conto di essere una donna sposata?»

Philippa alzò lo sguardo dal suo lavoro. Le sopracciglia erano sollevate e la sua espressione era di lieve sorpresa.

«Che strano che tu debba ricordarmelo!» mormorò. «Temo che l'aria di mare ti disturbi la memoria».

Sir Henry si alzò bruscamente in piedi.

«Oh, diavolo!» esclamò.

Si incamminò verso la porta. I suoi ospiti erano ancora attardati sul vino. Poteva sentire le loro voci più distintamente che mai. Poi tornò al divano e si fermò al fianco di Philippa.

«Philippa, cara», implorò, «non litighiamo. Ho avuto quindici giorni terribili, un vento di nord-est che soffiava tutto il tempo e i mari più spaventosi che abbia mai visto in questo periodo dell'anno. Per cinque giorni non ho avuto un filo d'asciutto addosso, ed è stata una questione di vita o di morte più di una volta. Eravamo tutti in acqua insieme, e c'era un'onda verde cattiva che sembrava una montagna sopra la testa, e il fianco della nostra stessa barca che si piegava su di noi come se volesse stritolarci le costole. Sembrava dieci a uno contro di noi, Phil, e ho preso un brivido peggiore di quello che il mare mi abbia mai dato quando ho pensato che non ti avrei più rivista».

Philippa posò il lavoro a maglia. Guardò intensamente il volto del marito. Era tutt'altro che indifferente al suo tono mutato.

«Henry», disse, «suona davvero terribile, ma perché corri rischi simili... indegnamente? Pensi che non potrei darti tutto ciò che vuoi, tutto ciò che ho da dare, se tornassi a casa da me con una storia come questa e sapessi che hai affrontato la morte rettamente e onorevolmente per il bene del tuo paese? Ma Henry, non c'è uomo al mondo che potrebbe avere un'accoglienza come quella che potrei darti io. Pensi che io sia fredda? Certo che non lo pensi! Pensi che io voglia sentirmi come mi sono sentita in quest'ultima quindicina nei tuoi confronti? Perché, è una sofferenza! Mi fa venire voglia di commettere qualsiasi follia, qualsiasi pazzia, pur di liberarmi di tutto questo».

Suo marito esitò. Una ruga gli aveva oscurato il volto. Aveva l'aria di chi è alla vigilia di una confessione.

«Philippa», esordì, «sai che quando esco per queste spedizioni di pesca, lavoro anche alla nuova carta nautica che tengo tanto a preparare per i pescatori».

Philippa scosse la testa con impazienza.

«Non parlarmi dei tuoi pescatori, Henry! Ne ho fin sopra i capelli, esattamente come di te. Puoi vederne venti o trenta ogni mattina, a bighellonare sulla banchina, giovani robusti che si nascondono dietro la scusa di un impiego privilegiato. Siamo famosi da queste parti per i nostri imboscati, e tu... tu che dovresti essere l'unico uomo a dare loro l'esempio, sei pessimo quanto loro. Li incoraggi deliberatamente».

Sir Henry abbandonò la sua posizione al fianco della moglie. Il volto gli si oscurò e gli occhi brillarono.

«Imboscati?» ripeté furiosamente.

Philippa lo guardò senza indietreggiare.

«Sì! Non ti piace la parola?»

Il rossore della rabbia svanì dalle sue guance tanto velocemente quanto era apparso. Rise in modo un po' innaturale, prese una sigaretta da una scatola aperta e la accese.

«Non è una parola piacevole, vero, Philippa?» osservò, ficcandosi le mani nelle tasche della giacca e allontanandosi. «Se uno non sente la chiamata... beh, ecco tutto, vedi. Per Giove, quello è un bel pesce».

Rimase ad ammirare il merluzzetto sulla bilancia. Philippa continuò il suo lavoro.

«Se hai intenzione di passare il resto della serata con noi», gli disse con calma, «per favore, lascia che ti ricordi ancora una volta che abbiamo ospiti a cena. Il tuo abbigliamento attuale può essere comodo, ma è difficilmente presentabile».

Lui si voltò e tornò verso di lei. Mentre passava davanti alla lampada, lei trasalì.

«Ma sei bagnato», esclamò, «fradicio!»

«Certo che lo sono», ammise, tastandosi la manica, «ma a dire il vero, nell'interesse della nostra conversazione, me ne ero completamente dimenticato. Ecco che arrivano i nostri ospiti, prima che io abbia avuto il tempo di scappare. Riesco a sentire la voce del tuo amico Lessingham».

CAPITOLO XII

I tre ospiti a cena entrarono insieme, Lessingham nel mezzo. La presenza di Sir Henry fu ovviamente una sorpresa per tutti loro.

«Non avevo idea che fosse tornato, signore», osservò Harrison, stringendo la mano.

Sir Henry li salutò tutti con buon umore. «Sono spuntato fuori circa tre quarti d'ora fa», spiegò, «appena troppo tardi per unirmi a voi a cena».

«Che sfortuna, signore», osservò Sinclair. «Spero che abbia fatto un buon bottino?»

«Non così male», ammise Sir Henry. «Abbiamo dovuto allontanarci un bel po', però. Cosa ne pensate di questo merluzzetto d'ottobre?»

Si avvicinarono tutti alla bilancia e ammirarono il pesce. Sir Henry se ne stava con le mani in tasca, ascoltando i loro commenti.

«Si sta godendo il suo soggiorno qui, spero, signor Lessingham?» chiese.

«Sarebbe difficile non godersi anche la più breve vacanza in un luogo così deliziosamente ospitale», fu la risposta alquanto misurata.

«Ho sentito dire che anche lei è un pescatore?» continuò Sir Henry.

«In modo molto limitato», riconobbe Lessingham. «Sono uscito una o due volte».

«Con Ben Oates, eh?»

«Credo che fosse quello il nome dell'uomo».

Philippa sollevò lo sguardo dal suo lavoro con una piccola esclamazione di sorpresa.

«Non ne avevo idea, signor Lessingham. Cosa le ha fatto scegliere Ben Oates? È una persona davvero spregevole».

«È stato interamente per caso», spiegò Lessingham. «L'ho incontrato sul lungomare. Per puro caso era una bella mattina e lui è stato piuttosto insistente nel suo invito».

«Temo che non le abbia offerto molto divertimento», osservò Sir Henry. «Da quello che il fratello di Jimmy Dumble ha raccontato, sembra che l'abbia portata nella direzione completamente sbagliata e con la marea errata».

«Abbiamo fatto una piccola pesca», rispose Lessingham. «In realtà sono andato più per la navigazione che per lo sport, quindi non sono rimasto deluso».

«La costa stessa», osservò Sir Henry, «è piuttosto interessante».

«Immagino di sì», acconsentì Lessingham. «Il signor Ben Oates, in effetti, mi ha raccontato delle storie meravigliose a riguardo. Parlava di ampi canali lungo i quali una dreadnought potrebbe avvicinarsi entro cento iarde dalla terraferma».

«Ha perfettamente ragione», concordò il padrone di casa.

«C'è molta acqua profonda da queste parti. L'intera costa è molto curiosa in questo senso. Che diavolo... che diavolo è questo?»

Sir Henry, che stava gironzolando per la stanza, raccolse un cappello Homburg dal lato lontano di un tavolo pieno di curiosità. Philippa alzò lo sguardo al suo esclamare.

«Quello è il trofeo di Nora», spiegò. «Le ho detto di portarlo nella sua camera, ma vuole sempre mostrarlo ai suoi amici».

«Il trofeo di Nora?» ripeté Sir Henry. «Ma non è altro che un normale cappello da uomo».

«Ciononostante, è uno che ha viaggiato molto, signore», fece notare Harrison. «La signorina Nora l'ha raccolto sul Dutchman's Common, la mattina dopo che l'auto di osservazione è stata trovata lì».

Sir Henry tese il cappello.

«Ma Nora non penserà seriamente che i tedeschi vengano qui con questo tipo di copricapo, vero?» pretese di sapere.

«Se volesse guardare dentro la fodera, signore», suggerì Sinclair.

Sir Henry lo rovesciò e fischiò sommessamente. «Per Giove, è un cappello tedesco, senza dubbio!» esclamò. «Non sembra nemmeno una brutta forma».

Se lo provò. Ci fu una piccola risata da parte degli uomini. Philippa aveva smesso di lavorare a maglia e stava guardando dal divano. Sir Henry si guardò allo specchio.

«Beh, è divertente», osservò. «Non avrei mai pensato che potesse essere così tanto piccolo per me. Ecco, provi a vedere come le starebbe, signor Lessingham», aggiunse, porgendoglielo.

Lessingham accettò la situazione con molta calma e si posò il cappello attentamente sulla testa.

«Non mi sembra particolarmente comodo», osservò.

«Può darsi», suggerì Sir Henry, «perché lo ha messo al contrario. Se lo girasse, credo che troverebbe che calza molto bene».

Lessingham obbedì immediatamente. Sir Henry lo osservò con ammirazione.

«Eccellente!» esclamò. «Guarda qui, Philippa. Sembra fatto apposta per lui, eh?»

Lessingham si guardò allo specchio e si tolse il cappello dalla testa con un'osservazione casuale. Era completamente a suo agio. Il padrone di casa si voltò verso la porta, che Mills stava tenendo aperta.

«Il capitano Griffiths, signore», annunciò quest'ultimo.

Sir Henry salutò brevemente il suo visitatore. «Come va, Griffiths?» disse. «Felice di vederla. Mi scusi per il costume, ma sono appena tornato da una spedizione di pesca. Stiamo tutti ammirando il signor Lessingham con il suo cappello magico».

Il capitano Griffiths strinse la mano a Philippa, fece un cenno agli altri e si voltò verso Lessingham.

«Se lo rimetta, faccia il bravo, Lessingham», pregò Sir Henry. «Vede, abbiamo trovato una versione moderna della scarpetta di Cenerentola. Il cappello che cadde dallo Zeppelin sul Dutchman's Common calza al nostro amico come un guanto. Non avrei mai pensato che i tedeschi facessero cappelli così buoni, vero Griffiths?»

«Ho sempre pensato che importassero i loro cappelli di feltro», ammise il capitano Griffiths. «È davvero quello con il nome tedesco all'interno, che la signorina Nora ha portato a casa?»

«Questo è l'articolo originale», acconsentì Lessingham, togliendoselo dalla testa e passandolo al nuovo arrivato. «Nonostante il nome all'interno, crederei ancora che sia un cappello inglese. Sembra troppo comodo per essere altro».

Il comandante prese il cappello, lo portò sotto una lampada e lo esaminò attentamente. Tirò fuori la fodera e guardò tutt'intorno. Improvvisamente emise una piccola esclamazione.

«Ecco le iniziali del proprietario», dichiarò, «piuttosto sbiadite ma ancora distinguibili... B. M. Hm! Non c'è dubbio che sia un cappello tedesco».

«B. M.», mormorò Sir Henry, guardandosi alle spalle. «Che cosa interessante! B. M.», ripeté, voltandosi verso Philippa, che aveva ricominciato il suo lavoro a maglia. «È una mia impressione, o c'è qualcosa di familiare in questo?»

«Sono sicura di non averne idea», rispose Philippa. «Non mi suggerisce nulla».

Ci fu un breve ma apparentemente insignificante silenzio. I ferri di Philippa brillavano attraverso la lana con facile regolarità. Lessingham sembrava condividere la lieve curiosità che gli altri mostravano riguardo al cappello. Sir Henry se ne stava lì con le sopracciglia aggrottate, nell'evidente atteggiamento di un uomo che cerca di ricordare qualcosa.

«B. M.», mormorò dolcemente tra sé. «C'era qualcuno che ho conosciuto o di cui ho sentito parlare in Inghilterra... Cos'è questo, Mills?»

«La cena è servita, signore», annunciò Mills, che aveva fatto un ingresso silenzioso.

Sir Henry apparentemente non pensò più al cappello o al suo possibile proprietario. Lo gettò su un tavolo vicino e il suo volto espresse un nuovo interesse per la vita.

«Per Giove, sono affamato!» confessò. «Mi scuserete, non è vero? Mills, si assicuri che questi signori abbiano sigari e sigarette... nella sala da biliardo, immagino. Troverete i giovani lì. Verrò a fare una partita a bigliardo più tardi».

I due giovani soldati, con il capitano Griffiths, seguirono subito Sir Henry fuori dalla stanza. Lessingham, tuttavia, si attardò. Rimase con le mani dietro la schiena, guardando la porta chiusa.

«Ha intenzione di restare a dire sciocchezze con me, signor Lessingham?» chiese Philippa.

«Se posso», rispose lui, senza cambiare posizione.

Philippa lo guardò con curiosità.

«Vede dei fantasmi oltre quella porta?»

Lui scosse la testa.

«Sa», disse, mentre si sedeva al suo fianco, «ci sono momenti in cui trovo suo marito alquanto interessante».

CAPITOLO XIII

Philippa si appoggiò allo schienale al suo posto.

«Cosa intende dire esattamente con questo, signor Lessingham?» pretese di sapere.

Lui si scrollò di dosso una strana sensazione di irrealtà e si voltò verso di lei.

«Devo confessare», disse, «che a volte suo marito mi sconcerta».

«Non quanto sconcerta me», ribatté Philippa, un po' amaramente.

«È sempre stato così disperatamente interessato alla pesca d'altura?»

Philippa si strinse nelle spalle.

«Più o meno, ma mai a questo punto. Ultimamente la cosa è diventata un' ossessione per lui. Se ha davvero intenzione di restare a parlare con me, le dispiacerebbe se non discutessimo di mio marito? Proprio ora l'argomento è piuttosto doloroso per me».

«Posso capirlo benissimo», mormorò Lessingham con partecipazione.

«Cosa pensa del capitano Griffiths?» chiese lei, un po' bruscamente.

«Non ho pensato affatto a lui. Dovrei? È di qualche reale importanza?»

«È il comandante militare qui».

Lessingham annuì pensieroso.

«Suppongo che questo significhi che sia lui l'uomo che dovrebbe essere sulle mie tracce», osservò.

«Non sarei affatto sorpresa di sentire che lo fosse», disse Philippa seccamente. «Le ho detto che è venuto a chiedere di lei l'altra sera, quando ha cenato qui. Sembrava perfettamente soddisfatto allora, ma è tornato stasera per vedere Henry, e non visita mai nessuno in modo ordinario».

«È a disagio per quanto mi riguarda?» chiese Lessingham.

«Non ne sono sicura», rispose lei francamente. «A volte sono quasi terrorizzata e darei qualsiasi cosa per sapere che lei è sulla strada di casa. E altre volte mi rendo conto che lei è davvero molto intelligente, che non le succederà nulla di probabile, e che il posto sembrerà più noioso che mai quando se ne andrà».

«È molto gentile da parte sua», disse. «Ad ogni modo, temo che la mia vacanza finirà presto».

«La sua vacanza?» ripeté lei. «È così che la chiama?»

«È stata poco altro», rispose indifferente. «Non c'è nulla da imparare qui che abbia il minimo significato militare».

«Glielo avevamo detto quando è arrivato», gli ricordò Philippa.

«Sono stato forse sciocco a non crederle», riconobbe.

«Quindi il suo viaggio così eccitante tra le nuvole è finito in un fallimento, dopotutto!» continuò lei, un momento o due dopo.

«Fallimento? No, non lo chiamerei fallimento».

«Ha fatto davvero delle scoperte, allora?» chiese lei con dubbio.

«Ho fatto la scoperta più grande del mondo».

Le sue sopracciglia si sollevarono delicatamente, gli angoli della bocca tremarono, i suoi occhi caddero.

«Oh cielo! In questo posto tranquillo?» sospirò.

«Sì!»

«È Helen o io?»

«Philippa!» protestò lui.

Le sue sopracciglia erano più sollevate che mai. La sua bocca aveva perso la sua curva seducente.

«Davvero, signor Lessingham!» esclamò. «Le ho mai dato il diritto di chiamarmi per nome?»

«Nel mio paese», rispose, «non aspettiamo di chiedere. Prendiamo».

«Prussianesimo puro», mormorò lei. «Penso davvero che farebbe meglio a tornare là. Sta adottando i loro metodi».

«Potrei doverlo fare da un momento all'altro», ammise, «o verso qualche paese ancora più lontano. Voglio qualcosa da portare indietro con me».

«Vuole un ricordo, naturalmente», dichiarò Philippa, guardandosi intorno nella stanza. «Può prendere la mia fotografia... quella laggiù. Helen le darà una delle sue, ne sono certa, se glielo chiederà. È grata quanto me nei suoi confronti riguardo a Richard».

«Ma da lei», disse lui seriamente, «voglio più della gratitudine».

«Oh cielo, quanto è insistente!» mormorò Philippa. «È davvero determinato a corteggiarmi?»

«Ah, non mi derida!» implorò. «Quello che le sto dicendo viene dal mio cuore».

Philippa rise di lui quietamente. C'era solo una piccola incrinatura nella sua voce, tuttavia.

«Non sia assurdo!»

«Non c'è nulla di assurdo in questo», rispose lui, con una nota di tristezza nel tono. «L'ho sentito dal momento in cui ci siamo incontrati. Ho lottato contro di esso, ma l'ho sentito crescere giorno dopo giorno. Sono venuto qui con la mente piena di scopi diversi. Non avevo alcun pensiero di divertirmi, alcun pensiero di cercare qui la felicità che finora mi sembra di aver perso. Sono venuto come un servitore perché mi è stato ordinato, un essere meccanico. Lei ha cambiato tutto. Per lei provo quello che non ho mai provato per nessuna donna prima. Metto davanti a lei la mia carriera, la mia libertà, il mio onore».

Philippa sospirò molto dolcemente.

«Le dispiacerebbe suonare il campanello?» implorò.

«Il campanello?» ripeté lui. «Perché?»

«Voglio che Helen la senta», confidò, con un sorriso meraviglioso.

«Philippa, non mi derida», implorò. «Se questo è solo un divertimento per lei, me lo dica e mi lasci andare via. È la prima volta nella mia vita che una donna si è messa tra me e il mio lavoro. Non sono più padrone di me stesso. Sono ossessionato da lei. Non voglio nient'altro nella vita se non il suo amore».

Ci fu un cambiamento quasi sorprendente sul volto di Philippa. La beffa che le era servita con tanto effetto, sulla quale aveva fatto affidamento come sua arma difensiva, era improvvisamente inutile. Lessingham aveva creato un'atmosfera intorno a sé, un'atmosfera di sincerità.

«È sincero?» disse lei a voce bassa.

«Dio sa se lo sono!» insistette lui.

«Lei... lei tiene a me?»

«Così tanto», rispose appassionatamente, «che per lei sacrificherei il mio onore, il mio paese, la mia vita».

«Ma l'ho conosciuta solo per così poco tempo», protestò Philippa, «e lei è un nemico».

«Rinnego la mia nascita. Rinuncio al mio paese d'adozione», dichiarò ferocemente. «Lei ha spazzato via dalla mia vita ogni briciola di ambizione e patriottismo. L'ha riempita di una cosa sola: un amore grande e consumante».

«Ha dimenticato mio marito?»

«Pensa che se lui fosse stato un uomo diverso avrei osato parlare? Si chieda come può continuare a vivere con lui. Può chiamarlo come vuole. Entrambi sono ugualmente disdicevoli. Il suo cuore conosce la verità. È un codardo o un libertino».

Le guance di Philippa erano improvvisamente bianche. I suoi occhi brillarono. Le sue parole l'avevano punta sul vivo.

«Un codardo?» ripeté furiosamente. «Osate chiamare Henry così?»

«Osate chiamarlo in altro modo?» rispose lui, con una calma che era più tagliente di qualsiasi impeto. «Un uomo che vive in una casa di pescatori, che si occupa di reti e di nappe, mentre il mondo intero sta bruciando, mentre il genere umano sta affrontando la sua prova finale? Lo chiami come preferisce, Philippa. Io lo chiamo un uomo che ha perso il diritto di chiamare moglie una donna come lei».

Philippa si alzò in piedi. Le sue mani tremavano visibilmente.

«È un'insinuazione infame», esclamò.

«È la verità», replicò lui. «È una verità che ho cercato di soffocare, ma che mi brucia le labbra ogni volta che vi vedo insieme. È una verità che lei stessa conosce, altrimenti non sarebbe qui a discutere con me, non mi starebbe ascoltando».

«La ascolto perché lei è un intruso», disse lei, tentando invano di mantenere un tono di sdegno. «Perché lei ha approfittato di una situazione che non avrebbe dovuto permettersi di giudicare».

Lessingham fece un passo verso di lei. Il suo viso era pallido, ma i suoi occhi ardevano di una luce fredda e intensa.

«Sono un intruso, sì», disse a bassa voce, «perché sono l'unico che ha osato guardare oltre il velo della vostra rispettabilità. Sono l'unico che ha visto il vuoto in cui vive, Philippa. E sono qui per dirle che il tempo delle finzioni è finito».

Philippa indietreggiò, ma i suoi occhi rimasero fissi su di lui, incapaci di distogliersi.

«Cosa vuole da me?» chiese, con un filo di voce.

«Voglio che smetta di mentire a se stessa», rispose lui. «Voglio che ammetta che la vita che sta conducendo è una farsa. Voglio che guardi in faccia la realtà: suo marito non è l'uomo che lei credeva di sposare, o forse lo è, ed è questo che la terrorizza».

«Non osi parlare di Henry in questo modo», sussurrò lei, sebbene il suo tono mancasse di convinzione.

«Lo farò finché lei non avrà trovato il coraggio di lasciarlo», incalzò lui. «Non c'è posto per la pietà in questo mondo, non ora. C'è posto solo per la verità».

Philippa si coprì il viso con le mani, tremando. Per un lungo istante, il silenzio nella stanza fu interrotto solo dal ticchettio dell'orologio sulla mensola del camino. Lessingham rimase immobile, osservandola, aspettando che la tempesta che aveva scatenato si placasse.

«Se ne vada», disse lei infine, senza scoprire il volto. «La prego, se ne vada».

«Andrò», rispose lui, con una nota di amarezza nella voce, «ma tornerò. Perché ora lei sa che io so, e questo cambia ogni cosa».

Si voltò e uscì dalla stanza senza aggiungere altro. Philippa rimase sola, circondata dai fantasmi delle parole appena pronunciate, mentre fuori la pioggia continuava a sferzare le finestre, come un monito di un destino che non riusciva più a controllare.

«Hai in mente qualche idea, cara», chiese, «di sfruttare il signor Lessingham per punire Henry?»

Philippa si mosse con una punta di disagio.

«Quanto sei odiosamente schietta!» mormorò. «Non lo so.»

«Perché», continuò Helen, «se hai un’idea del genere in testa, credo che sia oltremodo ingiusto nei confronti del signor Lessingham. Sai perfettamente che qualsiasi altra cosa tra te e lui sarebbe impossibile.»

«E perché mai?»

«Non essere ridicola!» esclamò Helen con vigore. «Il signor Lessingham potrà pure avere tutte le qualità più deliziose del mondo, ma si è legato a un paese che nessun uomo o donna inglese sarà in grado di pensare senza rabbrividire, per molti anni a venire. Non puoi sognarti di tagliare i ponti con i tuoi amici, la tua casa e il tuo paese! È troppo innaturale! Non sto nemmeno discutendo con te, Philippa. Non potresti farlo! Mi preoccupo esclusivamente del signor Lessingham. Non posso dimenticare ciò che gli dobbiamo. Penso che sarebbe odiosamente crudele da parte tua rovinargli la vita.»

I lampi di serietà di Philippa erano solo momentanei. Fece una smorfia. Era tornata a essere la sua solita persona naturale e irresponsabile.

«Sottovaluti il mio fascino, Helen», dichiarò. «Credo davvero che potrei migliorargli la vita, invece di rovinargliela.»

«E ne pagheresti il prezzo?»

Philippa, snella e simile a un elfo alla luce del fuoco, si alzò dalla sedia. Ci fu una crudeltà momentanea nel suo volto.

«A volte penso», disse con calma, «che pagherei qualsiasi prezzo al mondo per far capire a Henry ciò che provo. Ecco, ora fila via, cara. Sei piena di buone intenzioni, e non pensare che io sia orribile, ma nulla di ciò che potresti dire cambierebbe le cose.»

«Non farai nulla di avventato?» supplicò Helen.

«Beh, se scappassi con il signor Lessingham, di certo non posso promettere di spedire prima gli annunci. Qualunque cosa faccia, probabilmente sarà l’impulso a decidere.»

«L’impulso!»

«Perché no? Mi fido del mio. Tu non puoi?» aggiunse Philippa, con una piccola scrollata di spalle.

«A volte», sospirò Helen, «sono cavalli imbizzarriti, sai. Ti conducono in luoghi così terribili.»

«E a volte», rispose Philippa, «trovano la strada verso quel paradiso in cui i nostri pensieri più sobri non potrebbero mai portarci. Buonanotte, cara!»

CAPITOLO XVI

Il signor William Hayter, nella solitudine dei suoi uffici al Milan Court, era un personaggio assai mutato. Non rivolse alcun saluto di benvenuto al suo visitatore di mezzanotte, ma gli fece semplicemente cenno di sedersi.

«Bene», esordì, «il tuo compito è concluso, visto che sei a Londra?»

«Il mio compito», rispose Lessingham, «avrebbe potuto benissimo non essere mai iniziato. L’uomo che mi hai mandato a sorvegliare non è altro che un comune inglese amante dello sport.»

«Davvero! Hai vissuto come suo vicino per quasi un mese, e questa è la tua impressione su di lui?»

«Proprio così», assentì Lessingham. «È stato via a pescare in mare per metà del tempo, ma ho perquisito la sua casa da cima a fondo.»

«Perquisito le sue carte, eh?»

«Ognuna che sono riuscito a trovare, e ho odiato il lavoro. Ci sono parecchie carte nautiche della costa, ma sono tutte a uso dei pescatori.»

«Meraviglioso!» schernì Hayter. «Mio giovane amico, potresti ancora trovare fortuna in qualche altro campo. Il nostro servizio segreto, immagino, sarà ben presto in grado di fare a meno delle tue energie.»

«E io del vostro servizio segreto», concordò di cuore Lessingham. «Oso dire che potrebbero esserci alcuni rami in cui l’esistenza è tollerabile. Ciò, tuttavia, non si applica al compito in cui sono stato impegnato.»

«Sei stato completamente ingannato», gli disse Hayter con calma, «e le informazioni che ci hai inviato sono prive di valore. Sir Henry Cranston, invece di essere il tipo d’uomo che hai descritto, è uno dei massimi esperti di difesa costiera e posa di mine dell’Ammiragliato inglese.»

Lessingham rise brevemente.

«Questo», dichiarò, «è perfettamente assurdo.»

«È», ripeté Hayter, con enfasi, «la verità precisa. Le escursioni di pesca di Sir Henry Cranston sono miti. Viene semplicemente trasferito dal suo peschereccio a una delle navi di una piccola flotta di cosiddetti dragamine, dalla quale conduce le sue operazioni. Quasi tutte le città più importanti della costa orientale sono protette da campi minati progettati da lui.»

Lessingham rimase sbalordito. Il modo di fare del suo interlocutore era singolarmente convincente.

«Ma come avrebbero potuto Sir Henry o chiunque altro mantenere la cosa segreta?» protestò. «Persino sua moglie a stento gli rivolge la parola perché lo crede un perditempo, e tutto il vicinato spettegola sulla sua indolenza.»

«L’intero vicinato è facilmente ingannabile», ribatté Hayter. «Ci sono però uno o due che sanno.»

«Ci sono uno o due», osservò Lessingham con amarezza, «che cominciano a sospettare di me.»

«È un peccato», ammise Hayter, «perché sarà necessario che tu torni a Dreymarsh immediatamente.»

«Tornare a Dreymarsh immediatamente? Ma Cranston è via. Non ho nulla da fare lì in sua assenza.»

«Sarà di ritorno mercoledì o giovedì sera», fu la risposta sicura. «Porterà con sé il piano delle sue ultime difese per una città della costa orientale, che la nostra squadra di incrociatori si propone di bombardare. Dobbiamo avere quella carta.»

Lessingham ascoltò in muta angoscia.

«Potresti farmi sostituire?» supplicò. «Il fatto è che...»

«Non potremmo, e non lo faremo», lo interruppe Hayter ferocemente. «A meno che tu non voglia che ti denunci in patria come un rinnegato e un codardo, porterai a termine il lavoro che ti è stato assegnato. I tuoi errori precedenti saranno perdonati se quella carta sarà nelle mie mani entro venerdì.»

«Ma come fai a sapere che la avrà?» protestò Lessingham. «Supponendo che tu abbia ragione e che sia davvero responsabile dei campi minati di cui parli, penserei che l’ultima cosa che farebbe sarebbe riportare la carta a Dreymarsh.»

«In realtà, è proprio quello che farà», assicurò Hayter al suo ascoltatore. «La sta riportando indietro per l’ispezione di uno dei commissari per la difesa della costa orientale, che deve incontrarlo a casa sua. E vorrei avvertirti, inoltre, Maderstrom, che avrai pochissimo tempo. Per una ragione o per l’altra, Cranston è insoddisfatto della segretezza a cui è stato costretto a lavorare, e ha chiesto all’Ammiragliato il riconoscimento della sua posizione. Non appena ciò avverrà, immagino che la sua casa ti sarà inaccessibile.»

Lessingham sedeva, le braccia conserte, gli occhi fissi sul fuoco. I suoi pensieri erano in tumulto, eppure una cosa era odiosamente chiara. Cranston non era l’indolente indegno che aveva creduto. L’intero punto di vista di Philippa avrebbe potuto benissimo cambiare grazie a questa scoperta, specialmente ora che Cranston aveva deciso di imporsi per il bene della moglie. C’era una paura gelida nel suo cuore.

«Capisci», insistette Hayter freddamente, «cosa devi fare?»

«Perfettamente. Tornerò con il treno del pomeriggio», fu la risposta disperata.

«Se avrai successo», continuò Hayter, «farò in modo che tu riceva il solito riconoscimento, ma, se lo desideri, chiederò il tuo trasferimento a un altro ramo del servizio. Non metto in dubbio il tuo patriottismo o il tuo onore, Maderstrom, ma non sei l’uomo adatto per questo lavoro.»

«Hai ragione», disse Lessingham. «Non lo sono.»

«Non sono affari miei», proseguì Hayter, «indagare troppo da vicino sui mezzi usati dai nostri agenti per realizzare i nostri progetti. Il fatto che io ti trovi a Londra in compagnia della moglie dell’uomo che sei stato incaricato di sorvegliare, può essere un dato suscettibile della spiegazione più completa e soddisfacente. Non faccio domande. Ti ricordo solo che il tuo paese, anche se fosse solo il tuo paese d’adozione, esige da te, come da tutti gli altri al suo servizio, una lealtà incrollabile, una lealtà non influenzata dalle pretese del sentimento personale, del dovere o dell’onore. Ho detto abbastanza?»

«Hai detto tutto ciò che è saggio da parte tua dire», rispose Lessingham, con la voce che tremava di passione repressa.

«È tutto, allora», concluse l’altro. «Sai dove inviare o portare la carta quando l’avrai? Se la portassi tu stesso, è possibile che ti venga offerto qualcosa che potresti considerare come una ricompensa.»

Lessingham si alzò un po’ stancamente. Il suo commiato da Hayter fu freddo e privo di vita.

Lasciò l’hotel e si incamminò verso casa, lottando con un senso di insopportabile depressione. Le strade che attraversava erano cupe e prive di luci.

Un allarme Zeppelin, poche ore prima, aveva spinto le persone nelle proprie case. Non si vedeva nemmeno uno spiraglio di luce da nessuna parte. Un’intensa e cupa quiete sembrava aleggiare sulle vie deserte. Uccelli notturni, sulla via del ritorno, sfrecciavano come ombre. Poliziotti si aggiravano nell’ombra delle case. I pochi veicoli rimasti strisciavano con luci insufficienti. Persino i clacson d’avvertimento dei tassisti suonavano furtivi e repressi. Lessingham, mentre marciava impassibile, si sentiva stranamente in sintonia con l’ambiente circostante. La notizia di Hayter lo metteva faccia a faccia con quel problema interiore che era diventato così improvvisamente il fattore dominante della sua vita. Per la prima volta sapeva cosa fosse l’amore. Ne sentiva la meraviglia, le possibilità di vasta portata, lo strano idealismo chiamato così inaspettatamente all’esistenza. Riconosceva le stravaganze del carattere di Philippa, eppure, negli ultimi giorni, si era convinto che lei stesse iniziando a interessarsi a lui. I suoi rapporti tesi con il marito erano stati, senza dubbio, il suo primo incentivo verso l’accettazione della devozione offerta. Ora si diceva, con speranzosa impazienza, che una parte di essa, per quanto minima, doveva essere per lui stesso. I rapporti tra marito e moglie, si ricordò, dovevano comunque essere stati tesi negli ultimi mesi, o Cranston non sarebbe mai stato in grado di mantenere il suo segreto. Nel suo cupo passaggio attraverso questa terra di cattivi presagi, tuttavia, rabbrividì un poco al pensiero dell’altra possibilità: si torturò immaginando cosa sarebbe potuto accadere durante il suo disgusto, se Philippa avesse scoperto la verità. Un senso di qualcosa di più grande di quanto avesse mai conosciuto in vita sua sembrò elevarlo verso un sublime stato di distacco, dal quale poteva guardare in basso e disprezzare se stesso, il povero, stanco faticatore che portava le pesanti catene del dovere. C’era una vita così tanto più meravigliosa, appena oltre le nuvole, a una brevissima distanza, una vita di seducente e appassionata felicità. Si chiese se avrebbe mai trovato il coraggio di fuggire dal tapis roulant e andare a cercarla. Il dovere, negli ultimi due anni, lo aveva preso per mano e condotto lungo un sentiero di vergogna. Non era mai stato un ipocrita riguardo alla guerra. Era uno di quelli che avevano riconosciuto fin dall’inizio che la Germania si era mossa, con la spada in pugno, in una guerra di conquista. Il suo stesso spirito marziale ereditato aveva vagamente approvato; anch’egli, in quei primi giorni, aveva sentito la luce del sole sulla sua spada. Più tardi era giunta l’illuminazione, le turbolente onde del dubbio, l’incubo della coscienza risvegliata di una nazione, riflessa nella sua stessa anima. Fu in una depressione condivisa, forse in misura minore, da milioni di persone tra le cui fila si era unito, che provò questo desiderio appassionato di fuga in un mondo che tenesse conto di altre cose.

CAPITOLO XVII

Puntualmente alle 12 del mattino seguente, Lessingham si presentò all’hotel in Dover Street e fu invitato dal portiere a sedersi nel salone. Philippa entrò, pochi minuti dopo, con gli occhi e le guance brillanti per il vivace esercizio che aveva fatto, la sua figura snella vestita in modo davvero incantevole con un abito grigio e cincillà.

«Ho perso Helen da Harrod’s», annunciò, «ma so che sta pranzando con degli amici, quindi non importa davvero. Dovrai prenderti cura di me, signor Lessingham, finché non parte il treno, se vuoi.»

«Anche per più di quello, se lo desideri», mormorò lui.

Lei rise. «Ancora belle parole? Non credo di essere all’altezza prima di pranzo.»

«Questa volta sono letterale», spiegò. «Sto tornando a Dreymarsh anch’io.»

Sentì il cuore battere più forte, una gioia improvvisa lo colse. L’espressione di Philippa era ovviamente di soddisfazione.

«Ne sono così felice», gli assicurò. «Sai, pensavo proprio mentre tornavo nel taxi a quanto mi saresti mancato.»

Era in piedi con il piede sul bordo del camino, e il suo primo piccolo impulso di piacere sembrò passare mentre guardava nel fuoco. Si voltò verso di lui con gravità.

«Dopo tutto, pensi di essere saggio?» chiese. «Certo, non credo che nessuno a Dreymarsh abbia il minimo sospetto, ma sai che il capitano Griffiths ha fatto domande, e... beh, ora sei al sicuro lontano. Sei stato così meraviglioso riguardo a Dick, così meraviglioso in tutto», continuò, «che non potrei sopportarlo se dovessero arrivare dei problemi.»

Lui le sorrise.

«Credo di sapere cosa hai in mente», disse. «Pensi che io stia tornando interamente per merito tuo. Come stanno le cose, non è così.»

Lei lo guardò con gli occhi spalancati.

«Sicuramente», esclamò, «ti sei convinto che non ci sia spazio per il tuo ingegno a Dreymarsh?»

«Pensavo di sì», ammise. «Sembra che io mi sia sbagliato. Ho ricevuto ordini di tornare.»

«Ordini di tornare?» ripeté lei. «Da chi?»

Lui scosse il capo.

«Certo, non avrei dovuto chiederlo», proseguì lei in fretta, «ma sembra strano rendersi conto che puoi ricevere istruzioni e messaggi dalla Germania, qui a Londra.»

«Molto la stessa sorta di cose accade in Germania», le ricordò lui.

«Così dicono», ammise lei, «ma non si entra in contatto con esse. Quindi stai tornando davvero a Dreymarsh!»

«Con te, se posso?»

«Naturalmente», concordò lei.

Lui diede un’occhiata all’orologio. «Potremmo quasi avviarci per il pranzo», suggerì.

Lei annuì. «Appena avrò detto a Grover dei bagagli.»

Fu assente solo per pochi istanti, e poi, dato che era una mattinata asciutta e soleggiata, camminarono lungo St. James Street e Pall Mall fino al Carlton. Philippa incontrò diversi conoscenti, ma Lessingham camminava a testa alta, guardando né a destra né a sinistra.

«Non hai paura a volte di essere riconosciuto?» gli chiese. «Ci devono essere molti uomini in giro dei tuoi tempi al Magdalen, per esempio?»

«Nove anni fanno una gran differenza», le ricordò, «e poi, ho la teoria che sia solo quando gli occhi si incontrano che il riconoscimento avviene davvero. Finché non guardo in faccia nessuno, mi sento abbastanza al sicuro.»

«Sei sicuro di non voler andare in un posto più piccolo del Carlton?»

«Non fa differenza», l’assicurò. «Le mie credenziali sono state stabilite meravigliosamente per me.»

«Ne sono così felice», confessò lei. «So che è molto fuori moda, ma mi piacciono questi grandi posti. Se avessi mai potuto fare a modo mio, mi sarebbe piaciuto vivere a Londra e avere un cottage in campagna, invece di vivere in campagna ed essere solo un’abitante di hotel a Londra.»

«Mi chiedo se New York non andrebbe bene?» azzardò.

«Mi aspetto che mi piacerebbe New York», mormorò.

«Penso», disse lui, «infatti, sono quasi certo che quando partirò di qui andrò negli Stati Uniti.»

Lei lo guardò e si voltò improvvisamente. Arrivarono proprio allora a destinazione, e il momento passò. Lessingham lasciò la sua compagna nel salone mentre tornava nel ristorante per assicurarsi il tavolo e ordinare il pranzo. Quando tornò, trovò Philippa seduta molto dritta e con un luccichio significativo negli occhi.

«Guarda laggiù», sussurrò, «vicino alla palma.»

Lui seguì la direzione che lei indicava. Un uomo era in piedi contro uno dei pilastri, parlando con una donna alta e bruna, ovviamente straniera, avvolta in meravigliose pellicce. C’era qualcosa di familiare nella sua figura e nella leggera inclinazione della testa.

«Ma è Sir Henry!» esclamò Lessingham, mentre l’uomo si voltava.

«Mio marito», disse Philippa con un filo di voce.

Sir Henry, se davvero era lui, sembrò afflitto da un’improvvisa miopia. Incontrò lo sguardo incredulo sia di Lessingham che di sua moglie senza riconoscimento o alcun segno di esitazione. A quella distanza era impossibile vedere l’irrigidimento delle sue labbra e il lampo d’acciaio nei suoi occhi azzurri.

«I merlani sembrano averlo portato molto lontano», disse Philippa, con una risata poco naturale.

«Devo andare a parlargli?» chiese Lessingham.

«Per l’amor del cielo, no!» insistette lei. «Non lasciarmi. Non vorrei che si avvicinasse a me per nulla al mondo. È solo poche settimane fa che l’ho pregato di venire a Londra con me, e lui ha detto che odiava questo posto. Non conosci... la donna?»

Lessingham scosse il capo.

«Sembra una straniera», fu tutto ciò che riuscì a dire.

«Portami subito a pranzo», implorò Philippa, alzandosi bruscamente. «Questa è davvero l’ultima goccia.»

Salirono la scalinata e passarono a pochi metri da dove si trovava Sir Henry. Sembrava assorto, tuttavia, nella conversazione con la sua compagna, e non si voltò nemmeno. Il visino di Philippa sembrò essersi indurito mentre prendeva posto. Solo i suoi occhi erano ancora innaturalmente luminosi.

«Mi dispiace tanto se questo ti ha infastidito», si rammaricò Lessingham. «Non vorresti andare altrove?»

«Io? Andare da qualche altra parte?» esclamò con disprezzo. «Grazie, sono perfettamente soddisfatta qui. E con il mio compagno», aggiunse, con un piccolo sorriso brillante. «Ora parlami di New York. Ci sei mai stato?»

«Due volte», le disse. «Al momento il sogno della mia vita è andarci con te.»

Lei lo guardò un po’ meravigliata.

«Mi chiedo se ti importi davvero», disse. «Gli uomini prendono così tanto l’abitudine di dire questo genere di cose alle donne. A volte mi sembra che debbano fare un sacco di danni. Ma tu... è davvero il tuo desiderio?»

«Sacrificherei tutto ciò che ho sempre avuto di caro nella vita», dichiarò, con il volto illuminato, «per la sua realizzazione.»

«Ma saresti un disertore dal tuo paese», fece notare lei. «Non potresti mai tornare. Le tue proprietà verrebbero confiscate. Saresti senza tetto.»

«Casa», disse lui dolcemente, «è dove il cuore ti porta. Casa è proprio dove si trova l’amore.»

I suoi occhi, quando incontrarono i suoi, furono per un momento sospettosamente teneri. Poi iniziò a parlare molto velocemente di altre cose, a confrontare le impressioni su paesi che avevano entrambi visitato, persino su persone che avevano incontrato. Furono costretti a partire presto per prendere il loro treno. Mentre scendevano dal ristorante affollato si ritrovarono ancora una volta a pochi metri da Sir Henry. La schiena era rivolta a loro, e apparentemente non sapeva della loro vicinanza. Il gruppo era diventato una *partie carrée*, un altro uomo e una donna ancora più giovane e bella si erano uniti a loro.

«Naturalmente», disse Philippa, mentre scendevano le scale, «mi sto comportando come un’idiota. Dovrei andare a dire a Henry esattamente cosa penso di lui, o portarlo via in stile Whitechapel. Perdiamo così tanto, non è vero, soffocando i nostri istinti.»

«Per i prossimi minuti», rispose lui, dando un’occhiata all’orologio, «penso che dovremmo concentrare la nostra attenzione sul prendere il treno.»

Arrivarono a King’s Cross con solo pochi minuti a disposizione. Grover, tuttavia, aveva già assicurato uno scompartimento, e Helen li stava aspettando, rintanata in un angolo. Accettò la notizia del ritorno di Lessingham con rassegnazione. Philippa divenne pensierosa mentre si avvicinavano alla fine del loro viaggio e il lento crepuscolo gelido iniziava a scendere sulla terra.

«Suppongo che non sappiamo davvero cosa sia la guerra», osservò, guardando fuori dal finestrino un confortevole villaggio nascosto con uno sfondo di alberi e protetto da una vecchia chiesa battuta dalle intemperie. «Le persone sono al sicuro nelle loro case. Devi apprezzare cosa significhi, signor Lessingham.»

«Certamente, lo apprezzo», rispose lui gravemente. «Ho visto la terra straziata e smembrata come dall'aratro di un angelo distruttore. Poche rovine annerite dove, un'ora o poco più prima, sorgeva un villaggio pacifico; uomini e donne correre qua e là come pazzi colpiti da un terrore mortale. E per tutto il tempo un bagliore rosso all'orizzonte, un bagliore color sangue, e piccole macchie grigie o marroni sparse su tutti i campi; persino il bestiame che correva in preda al terrore. E di tanto in tanto il grido di Morte! Voi siete fortunati in Inghilterra.»

Philippa si sporse in avanti.

«Crede che arriverà il nostro turno?» chiese. «Crede che l'onda si infrangerà sul nostro Paese?»

«Chi può dirlo?»

«Ah, no, ma mi risponda», lo supplicò. «È possibile per voi far sbarcare un esercito qui?»

«Credo», rispose lui, «che tutto sia possibile al genio militare della Germania. L'unica domanda è se ne valga la pena. I tedeschi sono considerati dei sentimentalisti, sa. Ne dubito alquanto. Non c'è nulla che farebbe suonare le campane a festa di Berlino quanto la notizia di un'invasione tedesca della Gran Bretagna. D'altra parte, esiste un grande partito in Germania, e molto lungimirante, che ricorda continuamente al Governo che, senza la Gran Bretagna come mercato, la Germania non si riprenderebbe mai dallo sforzo finanziario della guerra.»

«È tutto troppo impersonale», obiettò Philippa. «Crede, nel profondo del suo cuore, che potrebbe arrivare il momento in cui, nella notte, dovremmo sentire il rombo dei cannoni nella Dreymarsh Bay e vedere i vostri soldati in divisa grigia disporsi sulla spiaggia e scalare le nostre scogliere?»

«Non sarà ancora per ora», sentenziò. «È stato preso in considerazione. Una volta è stato quasi tentato. Proprio al momento, no.»

Philippa tirò un sospiro di sollievo.

«Allora la sua missione a Dreymarsh non ha nulla a che fare con un tentativo di sbarco?»

«Nulla», la rassicurò. «Posso spingermi persino oltre. Posso dirle che, se mai proveremo a sbarcare, sarà in un luogo insospettabile e in una maniera inaspettata.»

«Beh, è davvero molto confortante sentir dire queste cose direttamente», dichiarò Philippa, con un certo ritorno ai suoi modi abituali. «Suppongo che siamo davvero due donne svergognate, Helen ed io... traditrici e tutto il resto. Eccoci qui a parlare con un nemico come se fosse uno dei nostri migliori amici.»

«Mi rifiuto di essere chiamato nemico», protestò Lessingham. «Ci sono momenti in cui l'individualità è una cosa ben più grande della nazionalità. Sono solo un essere umano, nato nello stesso mondo e riscaldato dallo stesso sole vostro. Nulla può cambiare il fatto che siamo simili.»

«Di nuovo Dreymarsh», annunciò Philippa, guardando fuori dal finestrino. «E lei è una persona terribilmente persuasiva, signor Lessingham. Venga a trovarci dopo cena, se non interferisce con il suo lavoro.»

«Al contrario», mormorò lui a bassa voce. «Grazie mille.»

CAPITOLO XVIII

Sir Henry stava in piedi con le mani in tasca e un'espressione molto vuota sul volto, guardando verso l'Admiralty Square. Era solo in un ampio appartamento scarsamente arredato, le cui pareti erano talmente tappezzate di carte geografiche da avere quasi l'aspetto di un'aula preparata per una classe di geografia avanzata. Il tavolo da cui si era alzato era coperto da un sorprendente numero di apparecchi scientifici, alcuni campioni di roccia e sabbia, due microscopi e diversi telefoni.

Sir Henry, avendo apparentemente esaurito le possibilità di quella visuale, si voltò con una certa riluttanza per ritrovarsi di fronte a un anziano gentiluomo dall'aspetto allegro che in quel momento era entrato nella stanza. Dal fatto che lo avesse fatto senza bussare, era evidente che si trattava di una persona intima.

«Bene, mio cupo amico», domandò il nuovo arrivato, «cosa c'è che non va?»

Sir Henry fu apparentemente sollevato nel vedere il suo visitatore. Gli spinse una sedia verso di lui e indicò con un gesto d'invito una scatola di sigari sulla sua scrivania.

«I suoi piccoli Laranagas», osservò. «Ne provi uno.»

Il visitatore aprì la scatola, annusò il contenuto e si servì.

«Ora, avanti, arrivi al punto, Henry», ingiunse. «Ho una riunione tra mezz'ora e tre dispacci da leggere prima di entrare. Qual è il suo problema?»

«Senta, Rayton», fu la ferma risposta, «voglio piantarla con questa storia infernale del segreto. Le dico che l'ho portata allo sfinimento a Dreymarsh e sta diventando maledettamente scomodo.»

Il nuovo arrivato fece un sogghigno.

«Povero diavolo!» osservò, guardando il fumo del suo sigaro salire verso l'alto. «Sei in un bel pasticcio, sai, Henry. Ti ho detto che ho ricevuto una lettera da tua moglie l'altro giorno, che mi chiedeva se non potessi trovarti un lavoro?»

Sir Henry attese con una certa severità mentre l'amico si godeva lo scherzo.

«Va tutto bene», disse, «ma siamo sul punto di una separazione, o qualcosa del genere. Ammetto che all'inizio andava bene gestire la faccenda in segreto, ma ormai è tutto piuttosto rovinato. Perché, stando ai tuoi stessi rapporti, dall'altra parte sanno tutto di me.»

«Non c'è dubbio», concordò l'altro. «Non sono sicuro che tu non abbia un tipo di spia proprio lì a Dreymarsh adesso.»

«Ne sono certo», rispose Sir Henry con durezza. «Il bruto stava pranzando con mia moglie al Carlton oggi e, come volle la fortuna, mi sono ritrovato tra i piedi la moglie e la cognata di quell'ammiraglio russo. Stai distruggendo la casa felice, ecco cosa stai facendo, Rayton!»

Il suo interlocutore, ad ogni modo, sembrò trovare la cosa divertente. Rise finché non gli vennero le lacrime agli occhi.

«Avrei voluto vedere la faccia di Philippa», ridacchiò, «quando è entrata nel ristorante e ti ha visto lì! Dovresti essere via per una battuta di pesca, non è così?»

«Sono uscito a merlani», gemette Sir Henry, «e avevo appena promesso di smetterla per un po' quando ho ricevuto il messaggio dell'ammiraglio.»

«Beh, ci occuperemo noi della tua spia tedesca, ad ogni modo», promise il suo visitatore.

«Non fare l'asino!» esclamò Sir Henry irritato. «Non voglio che il tizio venga toccato per ora. Perché, è stato una sorta di persona grata a casa mia. Si aggira da quelle parti tutto il tempo quando sono via.»

«Ancor più motivo per porre fine al suo giochino, direi», fu la risposta allegra.

«E far sì che tutto il vicinato rida di mia moglie e della signorina Fairclough, o che si spettegoli su di loro!» replicò Sir Henry.

«Avevo dimenticato questo», confessò l'amico in tono pensieroso. «È un tipo distinto, da quello che sento, ma una spia da quattro soldi. Cosa vuoi che si faccia di lui?»

«Lasci che me ne occupi io», insistette Sir Henry. «Ho un piccolo piano in corso in cui è coinvolto.»

Rayton si grattò il mento dubbioso.

«Il tizio potrebbe non essere così sciocco come sembra», ricordò all'amico.

«Non correrò rischi», promise Sir Henry. «Voglio solo che venga lasciato lì, tutto qui. E senta, Rayton, sa cosa voglio da lei. Ho accettato pienamente le sue proposte riguardo al mio anonimato nel periodo in cui ero in Scozia, ma la cosa non è più un segreto per chi conta. Tutti in Germania sanno che sono uno specialista in campi minati, quindi non vedo perché, al diavolo, dovrei continuare a fingere di essere una specie di idiota a metà.»

Gli occhi di Rayton brillarono.

«Vuoi fare l'eroe di Wilson Barrett e fare una rivelazione teatrale della tua grandezza», rise. «La povera Philippa cadrà in ginocchio. Sarai l'eroe del villaggio, che probabilmente ti regalerà un piccolo oggetto d'argento. Ti aspettano bei tempi, Henry.»

«Parli seriamente, caro amico», implorò l'altro. «Vada a trovare il Capo e glielo proponga. Non c'è un solo motivo per cui non dovrei uscire allo scoperto ora.»

«Vedrò cosa posso fare», promise Rayton, «ma che mi dici di questo tipo Lessingham, o qualunque altro nome si dia, laggiù? C'è un tizio di nome Griffiths - comandante, vero? - che ci scrive a suo riguardo.»

«Non voglio che Lessingham venga toccato», insistette Sir Henry. «Non può fare alcun danno particolare laggiù, e non c'è una linea o un disegno mio a Dreymarsh che lui non sia il benvenuto a vedere.»

Lord Rayton si alzò in piedi.

«Senta, caro Henry», disse, «la capisco fino a un certo punto. Le dico cosa farò. Dovrò rispondere alla lettera di Philippa, e risponderò in modo tale che, se è una donnina astuta come penso, coglierà l'indizio.»

«Certo», continuò in tono riflessivo, «è una bella sfortuna che la Principessa Ollaneff e sua sorella siano donne così avvenenti. Rende il tutto un po' sospetto, non è vero? Quello che intendo dire è che ce ne passa tra pescare merlani nel Mare del Nord e pranzare con una bellissima principessa al Carlton, quando pensi che tua moglie sia giù nel Norfolk.»

Sir Henry spalancò la porta.

«Senta, ne ho abbastanza di lei, Rayton», dichiarò. «Torni a fare un'ora di lavoro, se riesce a concentrarsi.»

Quest'ultimo assunse un'improvvisa dignità, resa necessaria dal rumore di voci nel corridoio, e se ne andò. La porta era appena stata chiusa quando si presentarono due uomini più giovani: Miles Ensol, il segretario di Sir Henry, un tipico giovane marinaio senza il braccio sinistro; e un uomo dal volto pallido e ben rasato di età incerta, in abiti civili. Sir Henry strinse la mano a quest'ultimo e indicò la poltrona che il suo precedente visitatore aveva appena lasciato.

«Bentornato, Horridge», disse cordialmente. «Miles, suonerò quando avrò bisogno di te.»

«Molto bene, signore», rispose il segretario. «C'è un pescatore del Norfolk di sotto, quando sarà libero.»

Sir Henry annuì.

«Lo vedrò tra poco. Lo faccia chiudere da qualche parte dove possa fumare.»

Il giovane si ritirò, chiudendo accuratamente la porta, intorno alla quale Sir Henry, con una parola di scusa, dispose uno schermo.

«Non credo», spiegò, «che le intercettazioni arrivino in questi locali, o che le nostre voci possano raggiungere l'esterno. Eppure, un briciolo di prevenzione, eh? Prenda un sigaro, Horridge.»

«Non fumo da un giorno o due, grazie, signore.»

«Sembra che l'abbiano messa a dura prova», osservò Sir Henry.

Il suo visitatore sorrise.

«Ho viaggiato per quattordici miglia in un barile», disse, «e siamo rimasti fuori per ventiquattr'ore su uno sloop a vela danese. Sa com'è stato il tempo nel Mare del Nord. Prima di allora, l'ultima parola scritta che ho visto su suolo tedesco era un cartello che offriva una ricompensa di cinquemila marchi per la mia cattura, con una fotografia disgustosamente realistica in cima. Ho dovuto percorrere circa cinquanta iarde di banchina in pieno giorno, e ogni uomo che incrociavo si voltava a fissarmi. Ti vengono i brividi lungo la schiena quando non osi voltarti per vedere se sei seguito.»

Sir Henry frugò nell'armadietto della sua scrivania e tirò fuori una bottiglia di whisky e un sifone di acqua di seltz. Il suo visitatore annuì con approvazione.

«Non ho toccato nulla finché non ho raggiunto quello che considero un santuario», osservò. «I miei nervi sono andati a rotoli per la prima volta in vita mia. Le dispiace, signore, se chiudo la porta a chiave?»

«Faccia pure», acconsentì Sir Henry.

Portò lui stesso il whisky e la soda attraverso la stanza. Horridge riprese il suo posto e tese la mano quasi avidamente. Per un momento o due tremò come se avesse la febbre. Poi, così improvvisamente come era arrivato, l'attacco passò. Svuotò il contenuto del bicchiere in un sorso, lo posò vuoto al suo fianco e tese la mano per un sigaro.

«La fine del mio viaggio non ha aiutato molto», continuò. «Non ho osato nemmeno puntare a un porto olandese, e alla fine siamo stati raccolti da un mercantile da Newcastle a Londra carico di carbone. Non ero a bordo da più di un'ora quando un sottomarino che ci stava seguendo ci ha raggiunti. Pensavo che fosse finita, allora, ma la nebbia si è alzata e ci siamo ritrovati quasi in mezzo a uno squadrone di cacciatorpediniere di Harwich. Ho fatto un altro trasbordo e mi hanno fatto sbarcare in tempo per prendere il treno del primo mattino da Felixstowe.»

«Hanno preso il sottomarino?» chiese ansiosamente il suo interlocutore.

«Preso!» ripeté l'altro con un sorriso. «L'hanno ridotto in rottami metallici.»

«Molto movimento nella sua vita!»

«Ho sfidato la sorte laggiù una volta di troppo», disse Horridge cupamente. «Mi guardi adesso, Sir Henry. Ho ventinove anni, ed è passato solo un anno e mezzo da quando sono stato congedato dalla marina per invalidità e ho accettato questo lavoro. L'ultima persona a cui ho chiesto di indovinare la mia età mi ha dato cinquant'anni. Cosa avrebbe detto lei?»

«Qualcosa di simile», fu l'ammissione candida. «Non importa, Horridge, ha fatto la sua parte. Trasmetterà la sua esperienza a una nuova leva, prenderà la pensione e proverà la costa sud dell'Inghilterra per qualche mese. Ora andiamo avanti. Sa cosa voglio sentire.»

Horridge estrasse dalla tasca una lunga striscia di carta.

«Sono lì, signore», annunciò, «carichi di carbone fino agli ombrinali, ogni uomo al suo posto e a vapore pronto. Ecco la lista.»

Porse il foglio a Sir Henry, che lo scorse rapidamente.

«Lo squadrone di incrociatori veloci», osservò. «Hm! Tre navi nuove di cui non abbiamo notizia. Nessun trasporto, dunque, Horridge?»

«Neanche l'ombra, signore», fu la risposta. «Puntano a un bombardamento.»

Si alzò in piedi, si avvicinò a una gigantesca mappa dell'Inghilterra e toccò un determinato porto sulla costa orientale. Gli occhi di Sir Henry brillarono.

«Ne è sicuro?»

«È una certezza», rispose Horridge. «Sono stato su tre di quelle navi. Ho cenato con quattro degli ufficiali. Hanno ordini sigillati, e l'equipaggio crede che scorteranno fuori mezza dozzina di predoni del commercio. Ma io conosco la verità. Quello è il loro obiettivo», ripeté Horridge, toccando ancora una volta il punto sulla mappa, «e stanno aspettando solo una cosa.»

Sir Henry sorrise pensieroso.

«So cosa stanno aspettando», disse. «Forse se avessero avuto un Herr Horridge da mandare qui per ottenerlo, l'avrebbero già avuto. Così com'è... beh, non ne sono sicuro», continuò. «Sembra un peccato deluderli, vero? Mi piacerebbe farli sudare per i loro soldi.»

Horridge sorrise debolmente. Sapeva molto del suo compagno.

«Non vedono l'ora, signore», ammise. Sir Henry parlò al telefono e pochi minuti dopo Ensol riapparve.

«Trovi una stanza confortevole al signor Horridge», ordinò il suo capo, «e una delle nostre dattilografe di fiducia. Può redigere il suo rapporto con comodo», continuò. «Venga a trovarmi quando avrà finito.»

«Certamente, signore», rispose Horridge, alzandosi.

Sir Henry gli tese la mano. Guardò con una sorta di stupore l'uomo dai nervi a pezzi che si era alzato in piedi con una certa aria di vivacità.

«Horridge», disse, «vorrei avere il suo coraggio.»

«Non conosco nessuno nel servizio dal quale lei debba prenderne in prestito, signore», fu la tranquilla risposta.

CAPITOLO XIX

Lessingham sedeva su un albero abbattuto sul Dutchman's Common, vicino alla scena del suo romantico atterraggio, e guardava piuttosto sconsolato verso la brughiera, in direzione del mare. Sopra di lui, il cielo era coperto da piccole masse di nuvole che correvano veloci. Un sole fugace e acquoso brillava debolmente su un mare agitato dal vento e su un paesaggio inzuppato dalla pioggia. Trovava una certa cupa soddisfazione nel paragonare il disordine della giornata al tumulto della propria vita. Sentiva di essersi imbarcato in un'impresa più grande delle sue capacità, per la quale era sotto molti aspetti del tutto inadatto. E dietro di lui c'era il flagello del telegramma che aveva ricevuto poche ore prima, un telegramma innocuo all'apparenza, ma che, decodificato, era come una sferzata sulla schiena.

Il suo lavoro è insoddisfacente e la sua negligenza merita riprovazione. Grandi eventi attendono la sua azione. L'oggetto della sua ricerca è necessario per le nostre operazioni imminenti.

Il rumore degli zoccoli di un cavallo lo disturbò. Il capitano Griffiths, su una grande cavalla baia, lanciò uno sguardo curioso alla figura solitaria sul ciglio della strada, e poi si fermò.

«Di nuovo qui, signor Lessingham?» osservò.

«Come vede.»

Il comandante giocherellò con il suo cavallo per un momento. Poi si avvicinò un po' di più al fianco di Lessingham.

«Lei è un buon camminatore, mi rendo conto, signor Lessingham», osservò.

«Quando mi prende il desiderio», fu la risposta composta.

«È venuto a vedere i nostri nuovi cannoni?»

«Non avevo idea», rispose Lessingham con indifferenza, «che ne aveste.»

Griffiths sorrise.

«Abbiamo una piccola batteria di cannoni antiaerei, arrivata di recente dal sud dell'Inghilterra», disse. «Il segreto del loro arrivo e della loro ubicazione ha tenuto il vicinato in uno stato di fermento per l'ultima settimana.»

Lessingham rimase profondamente disinteressato.

«La maggior parte di loro ha individuato i cannoni», continuò il suo compagno, «ma non molti hanno ancora trovato i riflettori.»

«Sembra un po' tardi nella stagione», osservò Lessingham, «per fare preparativi contro gli Zeppelin.»

«Beh, passano di qui piuttosto spesso, sa», gli ricordò Griffiths. «È solo una questione di poche settimane fa che uno è quasi finito male su questa brughiera. Abbiamo recuperato la loro navicella di osservazione a non cinquanta iarde da dove è seduto lei.»

«Ricordo di averne sentito parlare», riconobbe Lessingham.

«A proposito», continuò il comandante, lisciando il collo del suo cavallo, «non è arrivato quella sera o quella dopo?»

«Credo di sì.»

«Liverpool Street o King's Cross? Il treno di King's Cross è stato quasi bloccato.»

«Non sono venuto affatto in treno», rispose Lessingham, lanciando un'occhiata per un momento verso le nuvole. «E ora che ci penso, dev'essere stata la sera dopo.»

«Bel paese per andare in auto», continuò Griffiths, accarezzando la testa del suo cavallo.

«Le strade che ho percorso sembrano molto buone», fu l'ammissione un po' annoiata.

«Non ha un'auto tutta sua qui, vero?»

«Al momento no.»

Il capitano Griffiths guardò tra le orecchie del suo cavallo per qualche istante. Poi si voltò di nuovo verso il suo compagno.

«Signor Lessingham», disse, «è consapevole che io sono il comandante qui?»

«Credo», rispose Lessingham, «che Lady Cranston me lo abbia detto.»

«È mio dovere, dunque», continuò Griffiths, «mostrare un interesse un po' superiore al normale per i visitatori occasionali, specialmente in questo periodo dell'anno. Il fatto che lei sia ben noto a Lady Cranston è, naturalmente, una spiegazione del tutto soddisfacente della sua presenza qui. Allo stesso tempo, ci sono alcune informazioni riguardanti gli stranieri di cui teniamo un registro, e nel suo caso c'è una riga o due che non siamo stati in grado di completare.»

«Se posso essere di qualche servizio», mormorò Lessingham.

«Precisamente», lo interruppe l'altro. «Sapevo che avrebbe pensato così. Ora, il suo arrivo qui... abbiamo la data, credo... 6 ottobre. Come ha appena osservato, non è venuto in treno. Come è venuto?»

La sorpresa di Lessingham fu apparentemente del tutto genuina.

«È questa una domanda che mi pone... ufficialmente?» chiese.

Il suo interlocutore scrollò le spalle.

«Non le sto ponendo affatto domande ufficiali», rispose, «né la sto interrogando, come potrebbe essere mio dovere nelle circostanze, semplicemente perché la sua amicizia con i Cranston è, naturalmente, una garanzia della sua posizione. Ma d'altra parte, credo sarebbe ragionevole che lei rispondesse alla mia domanda.»

Lessingham annuì.

«Forse ha ragione», ammise. «Come può constatare trovandomi qui questo pomeriggio, sono un grande camminatore. Sono arrivato... a piedi.»

«Capisco», rifletté Griffiths. «L'altra domanda che solitamente poniamo è: qual è stato il suo ultimo luogo di sosta?»

«Luogo di sosta?» mormorò Lessingham.

«Sì, dove ha dormito la notte prima di venire qui?» insistette Griffiths.

Lessingham scosse la testa come se oppresso da qualche ricordo sgradevole.

«Ma non ho dormito affatto», si lamentò. «È stata una delle peggiori notti che io abbia mai trascorso in vita mia.»

Il capitano Griffiths tirò le redini.

«Bene», disse con maldestro sarcasmo, «le sono molto obbligato, signor Lessingham, per il modo diretto in cui ha risposto alle mie domande. Non la disturberò più per il momento. La vedrò domani sera a Mainsail Haul?»

«Lady Cranston mi ha invitato a cena», fu la risposta alquanto riservata.

Il suo inquisitore annuì e si allontanò al galoppo. Lessingham lo seguì con lo sguardo finché non fu scomparso, poi volse il viso verso Dreymarsh e camminò con passo costante incontro al pomeriggio che volgeva al crepuscolo. Il crepuscolo stava scendendo quando raggiunse Mainsail Haul, dove trovò Philippa intenta a intrattenere alcuni visitatori, ai quali la presentò prontamente. Lessingham comprese, quasi nei primi minuti, che la sua presenza a Dreymarsh stava diventando oggetto di commenti.

«Credo che mio marito abbia giocato a bridge con lei al club», osservò una signora al cui fianco si ritrovò. «Forse non ha sentito il mio nome: signora Johnson?»

«Mi congratulo con lei per suo marito», rispose Lessingham. «Lo ricordo perfettamente perché ha mantenuto la calma quando ho sbagliato a dichiarare.»

«Mio Dio!» esclamò lei. «Allora deve aver simpatizzato per lei. Di solito, al bridge, tendono a lamentarsi un po’ di lui.»

«Ho avuto l'impressione», continuò Lessingham, «che fosse un giocatore piuttosto migliore della maggior parte dei presenti.»

La signora Johnson, che era una donna dai tratti scuri e dall'aspetto alquanto severo, sorrise.

«Lui la pensa così, in ogni caso», concesse. «Non mi ha detto che lei è tornato dal fronte perché riformato per invalidità?»

Lessingham scosse la testa.

«Sono certo che non sia stato menzionato», disse. «Una sera siamo tornati a casa insieme fino all'albergo, ma abbiamo parlato solo di golf e di un po' di caccia nei dintorni.»

Philippa, che manovrava per attirare l'attenzione di Lessingham, lasciò cadere improvvisamente il cestino dei dolci che stava porgendo. Ci fu un po' di trambusto. Lessingham si mise carponi per aiutare a raccogliere i frammenti e lei trovò l'occasione per sussurrargli all'orecchio.

«Faccia attenzione. Quella donna è una gatta. Resti a parlare con me. La prego, non si disturbi, signor Lessingham. Non preferisce suonare il campanello?» continuò, alzando la voce.

Lessingham fece come richiesto e finse di non notare l'invitante sorriso della signora Johnson mentre ritornava. Philippa gli fece spazio al suo fianco.

«Helen e io stavamo parlando questo pomeriggio, signor Lessingham», disse, «dei giorni in cui lei e Dick eravate entrambi nell'undici del Magdalen e avevate entrambi una possibilità di essere scelti per la Varsity. Non ha mai giocato, vero?»

Lui scosse la testa.

«Non ho avuto questa fortuna. In ogni caso, Richard sarebbe entrato molto prima di me. Ho sempre sostenuto che fosse stato il primo dei nostri lanciatori di googlie.»

«Quindi è stato al Magdalen con il maggiore Felstead?» osservò un altro ospite con lieve meraviglia.

«Il signor Lessingham e mio fratello erano grandi amici», spiegò Philippa. «Il signor Lessingham veniva spesso a caccia nel Cheshire.»

Gli ospiti di Lady Cranston erano tutti consapevoli di una piccola, indefinibile delusione. Il chiacchiericcio riguardante la comparsa di questo sconosciuto a Dreymarsh era praticamente soffocato. La signora Johnson, tuttavia, sferrò un ultimo colpo mentre si alzava per andarsene.

«Non era nello stesso reggimento del maggiore Felstead, vero, signor Lessingham?» chiese. «No», rispose lui con calma.

Philippa era impegnata con i saluti. La signora Johnson rimase indomita.

«Qual era il suo reggimento, signor Lessingham?» insistette. «Deve perdonare la mia apparente curiosità, ma mi interessano molto le questioni militari.»

Lessingham si inchinò cortesemente.

«Non ricordo di aver accennato affatto alla mia vita militare», disse freddamente, «ma a dire il vero sono nelle Guardie.»

La signora Johnson accettò la mano di Philippa e l'inevitabile. Il suo addio a Lessingham fu oltremodo affabile. Risalì la strada insieme al vicario.

«Credo, Vicario», disse severamente, «che per essere un piccolo posto, Dreymarsh stia diventando uno dei peggiori centri di pettegolezzo che io abbia mai conosciuto. Tutti hanno detto ogni sorta di cose sgradevoli su quell'affascinante signor Lessingham, e guardi un po': amico del maggiore Felstead e un ufficiale delle Guardie! In qualche modo, sentivo che apparteneva a uno dei reggimenti scelti. Certamente lo inviterò a cena una sera la prossima settimana.»

Il vicario annuì benevolo. Nutriva il massimo rispetto per la cuoca della signora Johnson, e anche per il suo standard di desiderabilità sociale, che l'oggetto della loro discussione aveva raggiunto.

«Sarei felice di incontrare il signor Lessingham in qualsiasi momento», proclamò, con ampia condiscendenza. «L'ho notato in chiesa domenica scorsa.»

CAPITOLO XX

«Caro mio, cosa devo fare con lei!» esclamò Philippa in modo patetico, mentre la porta si chiudeva sull'ultimo dei suoi ospiti. «Le Guardie, davvero!»

Lessingham sorrise mentre riprendeva il suo posto al fianco di lei.

«Beh», disse, «ho detto la verità alla cara signora. Troverà il mio nome ben in alto nella lista del trentunesimo battaglione delle Guardie prussiane.»

Lei si abbandonò sulla sedia e rise. «Quanto sarebbe divertente se non fosse tutto così terribile! Lei è davvero un perfetto Raffles politico. Sa che questo pomeriggio si è assolutamente riabilitato? Il signor Johnson probabilmente verrà a trovarla domani; potrebbero persino invitarla a cena, il vicario le scriverà per chiedere una donazione e Dolly Fenwick la inviterà a giocare a golf con lei.»

«Non mi faccia montare la testa», implorò.

«Tuttavia», continuò Philippa, più seriamente, «non avrò mai un momento di pace finché lei sarà in questo posto. Pensavo a lei ieri sera. Non credo di aver mai realizzato prima quanto sarebbe terribile se lei venisse davvero scoperto. Cosa le farebbero?»

«Qualunque cosa facciano», rispose lui, un po' stanco, «devo obbedire agli ordini. I miei ordini sono di rimanere qui, ma anche se mi dicessero che posso andare, mi risulterebbe difficile.»

«Intende dire questo?» chiese lei.

«Credo che lei sappia», rispose lui.

«Voi uomini siete così strani», continuò lei, dopo una breve pausa. «Ci date così poco tempo per conoscervi, ci mostrate così poco di voi stessi e pretendete così tanto.»

«Offriamo tutto», le ricordò lui.

«Voglio evitare i luoghi comuni», disse lei pensierosa, «ma l'amore è la stessa cosa per un uomo e per una donna?»

«A volte è di più», fu la pronta risposta. «A volte l'amore, per una donna, significa solo rifugio; spesso, per un uomo, l'amore significa la fusione di ogni conoscenza, di ogni bellezza, di ogni ambizione, di tutto ciò che ha appreso dai libri e dalla vita. A volte un uomo non può vedere oltre e non ha bisogno di guardare oltre.»

Philippa sentì improvvisamente di essere in pericolo. C'era qualcosa nel suo cuore di cui non era mai stata consapevole prima, una musica, una strana svolta di sentimento nella voce di Lessingham o nelle parole stesse. Era follia, si disse col fiato sospeso. Era innamorata di suo marito, se di qualcuno si trattava. Non poteva aver perso ogni sentimento per lui così presto. Si strinse le mani. Lessingham sembrava consapevole del suo vantaggio e si sporse verso di lei.

«Se non le offrissi tutta la mia vita», implorò, «mi creda, non aprirei nemmeno bocca. Se pensassi a degli episodi, mi getterei in mare prima di chiederle di darmi anche solo le sue dita. Ma lei, e lei soltanto, potrebbe riempire il posto nella mia vita che ho sempre pregato venisse riempito, non per un anno o anche un decennio di anni, ma per l'eternità.»

«Oh, ma lei dimentica!» esitò lei.

«Ricordo così tante cose», rispose lui, «che so quanto le sia difficile parlare. Ci sono legami che lei ha reso sacri, e le sue dita si ritraggono dal volerli lacerare. Se non fosse per questo, Philippa — ascolti il discorso di un rinnegato — il mio mandato verrebbe fatto a pezzi. Le mie istruzioni finirebbero svolazzando nel cestino della carta straccia. Domani ci vedrebbe in cammino verso un nuovo paese e una nuova vita. Ma lei deve esserne davvero sicura.»

«È per colpa mia che lei sta rimanendo qui?» chiese lei.

«Sul mio onore, no», le assicurò lui. «Devo rimanere qui ancora un po', qualunque cosa significhi per me. E così mi accontento di rimanere ciò che sono per lei in questo momento. Le chiedo solo di rimanere esattamente ciò che è. Ma quando arriverà il momento della mia libertà, quando il mio compito qui sarà finito e mi volgerò per andare, allora dovrò venire da lei.»

Si alzò improvvisamente in piedi, attraversò la stanza e spalancò la finestra. La brezza spazzò la stanza, facendo sventolare le tende, facendo volare via oggetti sparsi in una strana confusione. Rimase lì per diversi momenti, come in cerca di un po' di tregua dall'atmosfera emotiva alla quale aveva voltato le spalle. Quando finalmente chiuse la finestra, i suoi capelli erano in piccole ciocche attorno al viso. I suoi occhi erano dolci e le labbra tremavano.

«Lei mi fa sentire», disse, prendendogli la mano per un momento e guardandolo quasi pietosamente, «lei mi fa sentire tutto, tranne una cosa.»

«Tranne una cosa?» ripeté lui.

«Non riesce a capire?» continuò lei, tendendo la mano con un movimento rapido e impulsivo. «Sono qui nella casa di Henry, sua moglie, la padrona della sua casa. In tutti gli anni in cui siamo stati sposati non ho mai pensato a un altro uomo. Non mi sono mai concessa nemmeno il più ozioso flirt. E ora, all'improvviso, la mia vita sembra sottosopra. Mi sento come se, se Henry mi stesse davanti adesso, lo colpirei sulla guancia. Mi sento tutta dolorante e vergognosa, ma non so se ho smesso di amarlo. Non so dirlo. Niente sembra aiutarmi. Chiudo gli occhi e provo a pensare a quel nuovo mondo e a quella nuova vita, e so che non c'è nulla di ripugnante in essa. Sento tutta la gioia e la forza di essere con lei. E poi c'è Henry sullo sfondo. Sembra aver avuto così tanto del mio amore.»

Lui vide le lacrime accumularsi nei suoi occhi e le sorrise incoraggiante.

«Ricordi che in questo momento non le sto chiedendo nulla», disse. «Pensi solo a queste cose. Non è davvero una questione di dolore», continuò. «L'amore deve sempre significare felicità, per chi è amato.»

Lei si appoggiò nell'angolo del divano verso il quale lui l'aveva condotta, gli occhi asciutti ora ma ancora molto dolci e teneri. Lui sedette al suo fianco, giocherellando con alcune delle cose nel cestino da cucito di lei. Una volta lei tese la mano e sembrò trovare conforto nella sua stretta. Lui portò le dita di lei alle labbra senza alcuna protesta da parte sua. Lei lo guardò con un piccolo sorriso.

«Sa, non sono affatto un'eroina di Ibsen», dichiarò. «Non riesco a vedere la mia strada come quelle meravigliose donne emancipate.»

«Eppure», disse lui pensieroso, «la via per le cose semplici è così chiara.»

Le confidenze finirono per un momento, interrotte dall'ingresso di Nora e Helen e di alcuni giovani del Deposito, che erano passati per una partita a biliardo. Lessingham si alzò per andarsene non appena questi ultimi furono tornati al loro gioco. Il suo tono e i suoi modi ora erano completamente cambiati. Sembrava a disagio e infelice.

«Domani andrò a pescare», disse a Philippa, «ma devo ammettere di avere ben poca fiducia in quest'uomo Oates. Mi dicono tutti che suo marito possiede un gran numero di carte nautiche della costa. Pensa che potrei prenderne in prestito una?»

«Ma certo», rispose lei, «se riusciamo a trovarla.»

Lo condusse alla scrivania del marito, aprì i cassetti che non erano chiusi a chiave e frugò tra il loro contenuto senza troppi riguardi. Quando ebbero finito con l'ultimo cassetto, Lessingham aveva in mano una piccola collezione di carte, più o meno complete.

«Non so dove altro cercare», disse lei. «Potrebbe controllare queste e vedere se le sono utili. Che c'è, Mills?» aggiunse, voltandosi verso la porta.

Mills era entrato silenziosamente e stava osservando i procedimenti alla scrivania di Sir Henry con una palese mancanza di favore. Guardò però verso la sua padrona mentre rispondeva.

«È arrivata la giovane donna per il posto di cameriera, signora», annunciò. «L'ho fatta accomodare nella stanza da cucito.» Lady Cranston diede un'occhiata all'orologio.

«Non ci metterò più di cinque o dieci minuti», promise a Lessingham. «Dia un'occhiata a quelle finché non torno.»

Si affrettò ad andare via, lasciando Lessingham solo nella stanza. Rimase un momento in ascolto. Sul lato sinistro, attraverso la porta che era rimasta socchiusa, poteva udire il ticchettio delle palle da biliardo e occasionali scoppi di risa. Sul lato destro regnava il silenzio. Si mosse rapidamente attraverso la stanza e chiuse la porta che conduceva alla sala da biliardo, depositò sul divano le carte che portava con sé e si affrettò a tornare allo scrittoio. Con una sensazione nauseante di travolgente colpevolezza, trasse di tasca una chiave e aprì, uno dopo l'altro, i cassetti che non avevano perquisito. Gli ci volle appena cinque minuti per scoprire... nulla. Con un'aria di sollievo riordinò tutto. Quando Philippa ritornò, lui era seduto sul divano, a esaminare le carte che avevano cercato insieme.

«Allora?» chiese lei.

«Non c'è nulla qui», concluse lui, «che mi sarà molto utile. Con il suo permesso prenderò questa», aggiunse, scegleine una a caso.

Lei annuì e riposero le altre. Poi lo toccò sul braccio.

«Ascolti», disse, «è perfettamente sicura che non stia arrivando nessuno?»

Lui ascoltò per un momento.

«Non sento nessuno», rispose. «Hanno iniziato una partita a pool a quattro nella sala da biliardo.»

Lei sorrise.

«Allora le rivelerò il segreto drammatico di Henry. Guardi!»

Toccò la molla sul lato dello scrittoio. Il doppio fondo, con la sua piccola collezione di mosche artificiali, si sollevò lentamente. La grande e davvero meravigliosa carta su cui Sir Henry aveva dedicato così tanto del suo tempo fu rivelata. Lessingham la fissò avidamente.

«Ecco!» disse lei. «Quello è stato un grande lavoro d'amore per Henry. È la carta, in grande scala, da cui lavora. Non ne so nulla e, per l'amor del cielo, non dica mai a Henry che l'ha vista.»

Continuò a esaminare la carta con zelo. Nessuna parte di essa gli sfuggì. Poi si voltò verso Philippa.

«Quella dovrebbe essere la costa dall'altra parte del promontorio?» chiese.

«Non so esattamente dove sia», rispose lei. «Ogni volta che Henry scopre qualcosa di nuovo, viene e ci lavora su. Credo che molto presto sarà perfetta. Poi inizierà con un'altra parte della costa.»

«Questa non è l'unica che ha preparato, dunque?» chiese Lessingham.

Lei scosse la testa.

«Credo sia la quinta», rispose. «Scompaiono tutte quando sono finite, ma non ho idea di dove. Per me sembrano rappresentare uno scioccante spreco di tempo.»

Lessingham divenne improvvisamente taciturno. Le tese la mano. «Si ricorda che domani sera cena con noi, vero?» disse lei.

«Non credo che potrò dimenticarmene», le assicurò.

«E non anneghi», concluse lei. «Non conosco nessuno di questi pescatori, li odio tutti, ma mi dicono che Oates sia il peggiore.»

«Credo che staremo bene», le assicurò lui. «Grazie mille per avermi trovato le carte. Ciò che ho visto mi aiuterà.»

Helen entrò per un momento e il loro addio fu più o meno di prammatica. Lessingham fu quasi grato di scappare. C'era un rossore insolito sulle sue guance, un senso di amara umiliazione nel suo cuore. Tutto il fervore con cui aveva iniziato la sua pericolosa ricerca era svanito. Nessun senso del dovere o patriottismo poteva ravvivare i suoi spiriti abbattuti. Si sentì improvvisamente un essere impuro e disonorato.

CAPITOLO XXI

Verso le tre del pomeriggio seguente, il vento burrascoso di una mattinata incerta si trasformò in qualcosa di peggio. Strappava gli spruzzi dalla cresta delle onde che si alzavano, li scagliava persino contro le finestre francesi di Mainsail Haul e veniva a rimbombare negli spazi aperti verso la scogliera, come il fragore di un'artiglieria sotterranea. Un gruppetto di pescatori in cerata si sporgeva dalla ringhiera e discuteva sulle possibilità di Ben Oates di riportare la sua barca al sicuro. Anche Philippa, distratta da una curiosa ansia, stava davanti alla finestra annebbiata, fissando quello che sembrava quasi un caos grigio. «Capitano Griffiths, signora.»

Si voltò rapidamente all'annuncio. Persino un visitatore non gradito in quel momento era quasi un sollievo per lei.

«Che gentile da parte sua venire a trovarmi in un pomeriggio simile, Capitano Griffiths», esclamò, mentre si stringevano la mano. «Helen è alla mensa, Nora è duramente al lavoro per una volta nella sua vita, e mi sento mestamente sola.»

L'accoglienza del visitatore al saluto di Philippa non prometteva nulla in termini di vivacità. Sembrava più impacciato e a disagio che mai, e il suo tono era quasi minaccioso.

«Sono molto lieto di trovarla sola, Lady Cranston», disse. «Sono venuto appositamente per scambiare due parole con lei su una certa faccenda.»

Il suo momentaneo impulso di sollievo per quella visita svanì. Le parve di scorgere qualcosa di sinistro nel suo modo di fare. Fu improvvisamente consapevole che c'era un nuovo pericolo da affrontare e che l'atteggiamento di quell'uomo nei suoi confronti era, per una ragione o per l'altra, ostile. Dopo il primo shock, tuttavia, si preparò a dare battaglia.

«Beh, lei sembra molto misterioso», osservò. «Non ho infranto nessuna legge, vero? Nessuna luce che lampeggia da nessuna delle mie finestre?»

«Per quanto ne sappia, non ci sono lamentele di questo tipo», riconobbe il Comandante, parlando ancora con un innaturale riserbo. «La mia visita, spero, possa essere definita, in una certa misura almeno, amichevole.»

«Che bello!» sospirò lei. «Allora prenderà un tè, vero?»

«Non al momento, se le va bene», implorò. «Sono venuto a parlarle del signor Hamar Lessingham.»

«Davvero?» esclamò Philippa. «Cosa avrà mai combinato pover'uomo adesso?»

«Dreymarsh», continuò il suo visitatore, «essendo stata costituita, negli ultimi mesi, come area protetta, è mio dovere esaminare e indagare sugli affari di ogni sconosciuto che appaia qui. Il signor Hamar Lessingham è stato in gran parte accettato senza commenti, grazie alla sua amicizia con lei. Devo purtroppo affermare, tuttavia, che sono venuto a conoscenza di certi fatti che mi fanno dubitare se lei stessa non sia stata in qualche misura ingannata.»

«Sembra molto ridicolo», intervenne Philippa con calma.

«Qualche settimana fa», continuò il capitano Griffiths, «abbiamo ricevuto informazioni che questo quartiere sarebbe stato probabilmente visitato da una persona legata al Servizio Segreto tedesco. Ci sono forti prove che la persona in questione sia il signor Hamar Lessingham.»

«Un laureato al Magdalen, amico intimo di mio fratello e frequente visitatore della casa di mio padre nel Cheshire», osservò Philippa con un lieve sarcasmo.

«La possibilità che lei abbia commesso un errore, Lady Cranston», replicò il capitano Griffiths, «devo confessare, mi è venuta in mente solo ora. Le autorità del Magdalen College sono state interpellate e nessuno col nome di Lessingham è stato lì durante nessuno dei trimestri di suo fratello.»

Philippa incassò bene il colpo. Fissò semplicemente il suo visitatore in modo incomprensivo.

«Abbiamo anche informazioni», continuò lui gravemente, «da Wood Norton Hall, da sua madre, infatti, Lady Cranston, che nessun amico di college di suo fratello, di quel nome, abbia mai visitato Wood Norton.»

«Continui», implorò Philippa, debolmente. «Ho mai vissuto lì io stessa? Richard è mai stato al Magdalen?»

Il capitano Griffiths procedette con l'aria di un uomo che ha un compito da terminare e intende farlo, a dispetto delle interruzioni.

«Ho avuto qualche conversazione con il signor Lessingham, nel corso della quale gli ho chiesto di spiegare il suo metodo per arrivare qui e la sua ultima dimora. Si è semplicemente schermito con me nel modo più sfacciato. Si è praticamente rifiutato di darmi alcun resoconto su se stesso.»

Philippa si alzò e suonò il campanello.

«Suppongo di doverle offrire del tè», disse, «anche se sembra essere venuto qui apposta per farmi venire il mal di testa.»

«Il mio scopo nel venire qui», replicò il capitano Griffiths, un po' rigidamente, «è quello di risparmiarle una qualche misura di fastidio personale.»

«Oh, per favore non pensi che io sia ingrata», implorò Philippa. «Naturalmente, è tutto un assurdo malinteso e sono certa che ne verremo a capo presto. Mi dica, cosa pensa della tempesta?» aggiunse, mentre Mills entrava con il vassoio del tè. «Pensa che peggiorerà ancora, perché sono già terrorizzata a morte?»

«Non sono un giudice del tempo, qui», confessò. «Credo che i pescatori si stiano preparando a qualcosa di insolito.»

Lei si sedette davanti al vassoio del tè e insistette per adempiere ai suoi doveri di padrona di casa. In seguito, posò la mano sul braccio dell'uomo e si rivolse a lui con aria di completa sincerità.

«Ora, capitano Griffiths», esordì, «mi ascolti bene. Solo un momento di buonsenso, se vuole. Cosa mai immagina possa esserci nel nostro innocuo villaggio di mare per indurre qualcuno a rischiare la vita venendo qui per conto dei Servizi Segreti tedeschi?»

«Dreymarsh», rispose il capitano Griffiths, «non è stata dichiarata zona vietata senza un motivo.»

«Ma, mio caro, sia ragionevole», insistette Philippa. «Ci sono forse un migliaio di soldati in questo posto, i soliti preparativi lungo la scogliera per la difesa costiera, una piccola batteria di cannoni contraerei e un paio di riflettori. Non c'è garzone di droghiere in tutto il villaggio che non sappia tutto questo. Non c'è nulla di segreto. Deve ammettere che la Germania non ha bisogno di inviare un agente dei Servizi Segreti per venire a conoscenza di questi fatti insignificanti.»

Il suo ospite accennò un sorriso molto tenue. Era la prima volta che si rilassava, anche se solo fino a quel punto.

«Non sono in possesso di alcuna informazione che possa rivelarle, Lady Cranston», disse, «ma non sono pronto ad accettare la sua affermazione che Dreymarsh non contenga nulla di più interessante delle cose che ha menzionato.»

Non c'era bisogno che Philippa recitasse una parte, ora. Il suggerimento contenuto nelle parole del suo ospite l'aveva lasciata davvero in uno stato di stupore.

«Mi sta facendo venire la pelle d'oca!» esclamò. «Non vorrà mica dire che abbiamo dei segreti qui?»

«Ho detto l'ultima parola che mi è possibile dire sull'argomento», dichiarò. «Capirà, ne sono certo, che non sono qui in veste di inquisitore. Ho semplicemente pensato fosse mio dovere, visto il fatto che lei si è fatta garante sociale del signor Lessingham, di porle alcune informazioni e chiederle, ufficiosamente, s'intende, se abbia qualche spiegazione da dare. Potrebbe persino», continuò esitando, «apprezzare i motivi che mi hanno spinto a farlo.»

«Mio caro, quale spiegazione potrei avere?» protestò Philippa. «È un fatto assoluto e innegabile che il signor Lessingham fosse al Magdalen con mio fratello, e anche che ci abbia fatto visita a Wood Norton. So entrambe queste cose per diretta conoscenza. L'unica spiegazione possibile, dunque, è che lei sia stato mal informato.»

«O», azzardò il capitano Griffiths, «che il signor Hamar Lessingham a quei tempi usasse un altro nome.»

«Un altro nome?» esitò Philippa.

«Qualche nome simile, forse», continuò, «come Bertram Maderstrom.»

Seguì un breve silenzio. Il capitano Griffiths si era appoggiato allo schienale della sedia e si stava accarezzando il labbro superiore. I suoi occhi erano fissi su Philippa, ma lei non vedeva nulla. Il suo piccolo tacco premette con forza contro il tappeto. In pochi secondi la stanza smise di ruotare. Ciononostante, la sua voce le parve pietosamente inadeguata.

«Che assurdità è mai questa!» esclamò.

«Maderstrom», disse il capitano Griffiths pensieroso, «era, curiosamente, un intimo amico di college di suo fratello. Fu anche ospite a Wood Norton Hall. In nessuno dei due luoghi c'è traccia del signor Hamar Lessingham. Forse lei ha fatto confusione, Lady Cranston. Forse ha riconosciuto l'uomo ma ha dimenticato il suo nome. Se è così, questo è il momento di dichiararlo.»

«Le sono molto obbligata», replicò Philippa, «ma non ho mai incontrato né sentito parlare di questo signor Maderstrom...»

«Barone Maderstrom», interruppe lui.

«Barone Maderstrom, allora, in vita mia; mentre il signor Lessingham lo ricordo perfettamente.»

«Mi dispiace», disse il capitano Griffiths, posando la tazzina vuota e alzandosi lentamente in piedi. «Non possiamo aiutarci a vicenda, allora.»

«Se vuole che io trasformi il signor Lessingham, che ricordo perfettamente, in un barone tedesco di cui non ho mai sentito parlare», dichiarò audacemente Philippa, «temo che non possiamo farlo.»

«Il barone Maderstrom era un nobile svedese», osservò il capitano Griffiths.

«Svedese o tedesco, non so nulla di lui», insistette Philippa.

«Non resta altro da dire, allora.»

«Temo di no», convenne dolcemente Philippa.

«Date le circostanze», chiese il capitano Griffiths, «sono certo che non si aspetterà che io venga a cena stasera.»

«Non se ha obiezioni a incontrare il signor Hamar Lessingham», rispose Philippa.

Il volto del suo ospite si oscurò improvvisamente, e Philippa si chiese vagamente se dietro quella piccola tempesta di passione, che per un momento ne trasformò l'aspetto, ci fosse qualcosa di più di un sospetto professionale. L'uomo si riprese però rapidamente.

«Potrei ancora», concluse, muovendosi verso la porta, «essere costretto a presentarmi qui in un'altra veste.»

CAPITOLO XXII

La reclusione in casa, dopo la partenza del suo ospite sgradito, soffocava Philippa. Indossato un impermeabile e con una sciarpa attorno al capo, si diresse verso la banchina e, aggrappandosi alla ringhiera, si trascinò fino a dove i pescatori erano riuniti in un gruppetto. La tempesta non mostrava ancora segni di attenuazione.

«Si è saputo nulla della barca di Ben Oates?» chiese.

Un vecchio pescatore indicò verso il mare.

«Eccola che arriva, signora, sulla cresta di quell'onda; guardi!»

«Riuscirà a entrare?» chiese ansiosamente Philippa.

Ci furono opinioni divergenti, espresse in mormorii confusi.

«Sta tenendo il mare magnificamente», dichiarò il pescatore a cui si era rivolta per prima. «Abbiamo una cima pronta laggiù e contiamo di portarli a riva senza problemi. Fortunato Ben che il gentiluomo con lui è un ottimo marinaio. Guardi lì, signora!» aggiunse con entusiasmo. «Veda come ha girato la prua al momento giusto. Ragazzi, arriveranno con la prossima!»

Uno dopo l'altro, i marinai si fecero strada fino al bordo estremo della spiaggia battuta dalle onde. Seguirono alcuni minuti di ansia mozzafiato. Poi, dopo che la barca era scomparsa completamente alla vista, nascosta da un'enorme parete grigia di mare, sembrò improvvisamente arrampicarsi in cima ad essa, librarsi lì, mischiarsi con gli spruzzi, la risacca e una grande massa verde d'acqua, per poi infine, con un duro schianto di legni e un grido dei pescatori, essere scagliata alta e asciutta sulle pietre. Philippa, aggrappata alla ringhiera di ferro, per un istante non vide altro che il caos. Le ginocchia le cedettero. Non riusciva a muoversi. Aveva uno strano capogiro alle orecchie. Il suono delle voci sembrava parte di un incubo irreale. Poi si accorse di un'unica figura che saliva i gradini verso di lei. Aveva del sangue che gli colava sul viso da una ferita sulla fronte e zoppicava leggermente.

«Signor Lessingham!» chiamò, quando lui raggiunse l'ultimo gradino.

Lui fece un passo ansioso verso di lei.

«Philippa!» esclamò. «Ma che ci fai qui?»

«Ero spaventata», disse lei con voce tremante. «È ferito?»

«Per nulla», la rassicurò. «Abbiamo solo fatto una traversata movimentata, tutto qui, e quel tale Oates ha bevuto fino a diventare quasi incosciente. Vieni, lascia che ti aiuti a salire i gradini e a uscire da qui.»

Lei si aggrappò al suo braccio e insieme si trascinarono lungo il sentiero privato fino alla casa. Mills li fece entrare con molte espressioni di preoccupazione e Helen arrivò di corsa verso di loro dal fondo della stanza.

«Sono uscita per guardare la tempesta», spiegò Philippa debolmente, «e ho visto la barca del signor Lessingham arrivare.»

«E il signor Lessingham verrà subito da questa parte», insistette Helen. «Non ho avuto un caso vero da quando ho preso il certificato, e gli benderò la testa.»

Philippa iniziò a sentire le forze ritornare. L'orrore che si celava dietro quei pochi minuti di incubo riemerse nella sua mente. Mills era corso in bagno e gli altri due si stavano preparando a seguirlo. Lei li fermò.

«Signor Lessingham», disse, «ascolti. Il capitano Griffiths è stato qui. Sa o intuisce tutto.»

«Tutto?»

Philippa annuì.

«Helen deve bendarle la testa, naturalmente», continuò. «Dopo di che, pensi! Cosa possiamo fare? Il capitano Griffiths sa che non c'era nessun Hamar Lessingham al college con Dick, che non ha mai visitato Wood Norton, che c'è del mistero riguardo al suo arrivo qui, e mi ha detto in faccia che crede che lei sia Bertram Maderstrom.»

«Che tipo importuno!» brontolò Lessingham, tenendosi il fazzoletto sulla fronte.

«Oh, la prego, sia serio!» implorò Helen, alzando lo sguardo dalla benda che stava preparando. «È orribile!»

«Non lo so, forse?» gemette Philippa. «Signor Lessingham, deve cercare di scappare da qui. Può prendere l'auto, se vuole. Deve esserci un posto dove può andare a nascondersi finché non riesce ad andarsene dal Paese.»

«Ma ho una cena qui stasera», protestò Lessingham. «Non ho intenzione di nascondermi da nessuna parte.»

Le due donne si scambiarono sguardi di disperazione.

«Non riesco a farglielo capire!» esclamò Philippa pateticamente. «Lei è in pericolo qui... davvero in pericolo!»

Il comportamento di Lessingham non mostrava alcuna consapevolezza della situazione.

«Certo, posso capire perfettamente», disse, «che Griffiths sia sospettoso nei miei confronti, ma, dopo tutto, nessuno può provare che io abbia infranto la legge qui, e non migliorerei certo le cose tentando una fuga da opera buffa. Posso farmi fasciare la testa e venire a parlarne con lei più tardi?»

«Oh, come vuole», acconsentì debolmente Philippa. «Non posso discutere.»

Si diresse verso la sua stanza e si cambiò i vestiti bagnati. Quando scese, Lessingham era in piedi sul tappeto davanti al camino in biblioteca, con un pezzo di pane tostato imburrato in una mano e una tazza di tè nell'altra. La sua testa era fasciata molto ordinatamente e sembrava del tutto a suo agio.

«Sa», esordì, mentre avvicinava una sedia al fuoco per lei, «quell'uomo, Griffiths, non mi piace. Non gli sono mai piaciuto fin dall'inizio, l'ho capito subito. A dirla tutta, non mi piace neanche Griffiths. È uno di quei tipi meschini e sospettosi di cui faremmo volentieri a meno.»

Philippa, che aveva ripassato un breve discorso diverse volte in camera sua, cercò di essere ferma.

«Signor Lessingham», disse, «lei sa che siamo entrambe sue amiche. Ascolti, la prego. Il capitano Griffiths è il comandante qui e occupa una posizione di autorità. Ha un potere molto vasto. Credo sinceramente che sia sua intenzione farla arrestare... se non stasera, entro pochissimi giorni.»

«Non vedo come possa», obiettò Lessingham, servendosi un altro pezzo di pane tostato. «Non ho commesso alcun crimine qui. Ho giocato a golf con tutti i rispettabili vecchi gentiluomini del posto e ho dato al comitato alcuni eccellenti consigli sulle due nuove buche. Ho giocato a bridge al club... chiamiamolo bridge!... e ho mantenuto la calma come un angelo. Ho cenato al Mess e ho raccontato loro almeno una dozzina di nuove storie. Ho tenuto le persiane abbassate di notte e non ho una radio trasmittente nascosta nel camino. Non riesco davvero a vedere cosa potrebbero farmi.»

Philippa provò a essere diretta.

«Lei ha prestato servizio nell'esercito tedesco e vive in una zona protetta sotto falso nome», dichiarò.

«Beh, certo, c'è del vero in quello che dice», ammise, «ma anche se l'hanno scoperto e possono provarlo, non otterrei nulla scappando. Per essere del tutto seri», aggiunse posando la tazza, «c'è solo una cosa al momento che mi porterebbe via da Dreymarsh, ed è se lei credesse che la mia presenza qui possa compromettere ulteriormente lei e la signorina Fairclough.»

Philippa stava iniziando a ritrovare il coraggio. «Ci siamo già dentro, fino al collo», osservò. «Non credo proprio che cambi nulla per quanto ci riguarda.»

«In tal caso», decise lui, «avrò l'onore di presentarmi all'orario consueto.»

CAPITOLO XXIII

Philippa e Helen si incontrarono in salotto, pochi minuti prima delle otto di quella sera. Philippa indossava un abito nero nuovo, un modello di semplicità per un occhio inesperto, ma ricco di quel richiamo indefinibile al misterioso che persino il più grande artista spesso non riesce a creare con nessuna forma di colore. Un capriccio l'aveva spinta a togliersi i gioielli all'ultimo momento, e non indossava ornamenti se non una fascia di velluto nero attorno al collo. Helen la guardò con curiosità.

«È un nuovo piano di conquista, Philippa?» chiese, mentre stavano insieme vicino al fuoco di legna.

Philippa arrossì inaspettatamente.

«Non so cosa stavo pensando, davvero», confessò. «Mi chiedo se sia l'ora esatta.»

«Due minuti alle otto», rispose Helen.

«Il signor Lessingham è sempre così puntuale», mormorò Philippa. «Mi chiedo se il capitano Griffiths oserebbe!»

«Abbiamo fatto del nostro meglio per avvertirlo», le ricordò Helen. «Quell'uomo è semplicemente testardo come un mulo.»

«Non posso fare a meno di pensare che abbia ragione», dichiarò Philippa, «quando sostiene che non potrebbero provare nulla contro di lui.»

«Ha importanza», chiese ansiosamente Helen, «finché è un nemico che vive qui sotto falso nome?»

«Non penserai che potrebbero... potrebbero...»

«Fucilarlo?» sussurrò Helen, abbassando la voce. «Non potrebbero farlo! Non potrebbero!»

L'orologio iniziò a rintoccare. Improvvisamente Philippa, che stava ascoltando, emise un piccolo esclamazione di sollievo.

«Sento la sua voce!» esclamò. «Grazie al cielo!»

Il sollievo di Helen fu quasi quanto quello della sua compagna. Un istante dopo Mills introdusse il loro ospite. Portava ancora la fasciatura, ma il colorito gli era ritornato. Sembrava, di fatto, quasi allegro.

«Non è successo nulla, allora?» chiese Philippa con ansia, non appena la porta fu chiusa.

«Nulla di nulla», le rassicurò. «Il nostro amico Griffiths ha una paura terribile di commettere un errore.»

«Così tanta paura da non venire a cena. Non importa, dovrà occuparsi di entrambe», aggiunse lei, mentre Mills annunciava la cena.

«Farò del mio meglio», promise lui, offrendole il braccio.

Se la spada di Damocle fosse stata davvero sospesa sulle loro teste, sembrava solo aumentare l'allegria del loro piccolo pasto. Philippa aveva ordinato dello champagne, e il calore della piacevole sala da pranzo, i tanti accessori di lusso da cui erano circondati, il bagliore del vino e il profumo dei fiori di serra sul tavolo, sembravano in delizioso contrasto con la furia della tempesta fuori. Tutti e tre apparivano perfettamente riusciti in uno strenuo tentativo di scacciare ogni argomento sconcertante dalle loro menti. Lessingham parlò principalmente dell'Oriente. Aveva viaggiato in Russia, Persia, Afghanistan e India, e possedeva l'insolito ma sorprendente dono di dipingere piccole scene a parole di alcuni dei luoghi delle sue peregrinazioni. Erano le nove e mezza quando si alzarono da tavola e Lessingham li accompagnò in biblioteca. Con l'arrivo del caffè, furono per la prima volta davvero soli. Lessingham si sedette al fianco di Philippa e Helen si adagiò su una sedia bassa lì vicino.

«Credo», disse lui, «di poter osare ora raccontarvi qualche novità.»

Helen posò il suo lavoro. Philippa lo guardò in silenzio e i suoi occhi sembrarono dilatarsi.

«Ho esitato a dire qualcosa al riguardo», continuò Lessingham, «perché c'è molta incertezza su queste cose, ma credo che ora sia tutto finalmente concordato. Penso che entro la prossima settimana o dieci giorni... forse un po' prima, forse un po' dopo... suo fratello Richard sarà rimesso in libertà.»

«Dick? Dick torna a casa?» gridò Philippa, scattando dalla sua posizione distesa.

«Dick?» esclamò Helen con voce tremante, il lavoro abbandonato in grembo. «Signor Lessingham, dice sul serio? È possibile?»

«Non è solo possibile», assicurò Lessingham, «ma credo che accadrà. Ho dovuto usare un po' di doppiezza, ma immagino che abbia avuto successo. Ho insistito sul fatto che senza l'aiuto di una persona influente a Dreymarsh non posso portare a termine i miei lavori qui in modo soddisfacente, e ho chiesto come prezzo per quell'aiuto la libertà assoluta e immediata di Richard. Ho sentito solo stamattina che non ci sarebbe stata alcuna difficoltà.»

Helen afferrò il suo lavoro e andò a tentoni verso la porta.

«Torno tra pochi minuti», promise, con la voce leggermente rotta.

Lessingham, che le aveva aperto la porta, tornò al suo posto. Non c'erano lacrime negli occhi brillanti di Philippa, ma c'era una leggera macchia di colore sulle sue guance e le sue labbra non erano del tutto ferme. Gli afferrò le mani.

«Oh, mio caro, caro amico!» disse. «Se solo quella parte da incubo di te non esistesse. Se solo potessi essere esattamente ciò che sembri, e si potesse sentire che sei lì nelle nostre vite per sempre! Sento di voler parlare così tanto con te, con te e non con il falso te. Come dovrei chiamarti?»

«Bertram, per favore», sussurrò.

«Allora Bertram, caro», continuò lei, «per amor mio, perché sei diventato davvero caro al mio cuore, perché il mio cuore soffre al pensiero del tuo pericolo, e perché... guarda quanto sono onesta... ho un po' paura di me stessa... te ne andrai? Il pensiero del tuo pericolo è come un incubo per me. Tutto sembra così assurdo e irragionevole... intendo dire che il pericolo che temo dovrebbe pesare su di te. Ma penso che ci sia proprio qualcosa dietro il tuo cervello di cui non hai mai parlato, che era tuo dovere tenere per te, ed è proprio quella cosa che porta il pericolo.»

«Non temo per me stesso, Philippa», le disse. «Ho fatto un passo falso nella vita quando sono venuto qui. Cosa sia stato ad attrarmi, non lo so. Penso sia stato il pensiero di quella cavalcata selvaggia tra le nuvole e la luce delle stelle. Sembrava un inizio così meraviglioso per qualsiasi impresa. E, Philippa, per una parte della mia avventura, quella che ti riguarda, è stato un preludio stupendo, e per l'altra... beh, semplicemente non conta perché non ho paura. Ho fede nella mia fortuna, sai? Credo che lascerò questo posto illeso, ma credo che se dovessi lasciarlo senza di te, tornerei nel peggior inferno in cui un uomo potrebbe mai...»

«Bertram», implorò lei, «pensa a tutto questo. Anche se tenessi abbastanza a te... e non è così... c'è qualcosa di innaturale in tutto ciò. Non ti sembra orribile? Mio fratello, i miei cugini, mio padre, stanno combattendo contro gli uomini della nazione la cui causa hai sposato! C'è un'orribile, eterna nube di odio che richiederà generazioni per essere dissipata, se mai scomparirà. Come possiamo noi due parlare d'amore! In quale parte del mondo potremmo intrufolarci dove la gente non si scosterebbe da noi? Potrei aver perso un pezzetto del mio cuore per te, Bertram, potrei sentire la tua mancanza quando te ne andrai, potrei sprecare ore stanche a pensare, ma è tutto qui. Oh, sai che deve essere tutto qui!»

«Non lo credo», rispose lui ostinatamente.

«Oh, devi essere ragionevole», lo pregò lei, con una piccola incrinatura nella voce. «Sai benissimo che non dovrei ascoltarti. Non dovrei accoglierti qui. Dovrei essere forte e chiudere le orecchie.»

«Ma non lo farai!»

«No!» disse lei con voce tremante. «Per favore, non avvicinarti.»

Si interruppe improvvisamente. La lotta sul suo viso era terminata, la sua espressione trasformata. Il suo dito era alzato come per ordinargli di ascoltare. Con l'altra mano si aggrappò allo schienale del divano. I suoi occhi erano fissi sulla porta. La piccola macchia di colore meraviglioso svanì dalle sue guance.

«Ascolta!» gridò, con una nota di terrore nella voce. «Era la porta d'ingresso! È arrivato qualcuno! Non li senti?»

La mano di Lessingham corse improvvisamente in tasca. Lei colse il luccichio di qualcosa a metà estratto e indietreggiò con un gemito soffocato.

«Non davanti a te, cara», promise lui. «Per favore, non aver paura. Se questa è la fine, lasciami solo con Griffiths. Non gli farò del male. Non dimenticherò. E se per caso», aggiunse, «questo deve essere il nostro addio, Philippa, ricorderai che ti amo come i fiori del mondo amano il loro sole. Coraggio!»

La porta di fronte a loro si aprì.

«Il capitano Griffiths», annunciò Mills.

Attraverso la porta aperta scorsero altri due soldati e l'ispettore Fisher. Griffiths entrò nella stanza da solo, tuttavia, e attese che la porta fosse chiusa prima di parlare. Si muoveva con la solita goffaggine, ma il suo volto lungo e magro sembrava aver assunto un'espressione nuova. Aveva l'aria di un uomo che si stia concedendo un piacere singolare.

«Lady Cranston», disse, «mi dispiace molto di intrudere, ma la mia visita qui è ufficiale.»

«Di cosa si tratta?» chiese lei con voce roca.

«Ho ricevuto prove confermatorie in merito alla questione di cui le ho parlato questo pomeriggio», continuò. «Mi spiace disturbarla a quest'ora, ma è mio dovere arrestare quest'uomo con l'accusa di spionaggio.»

Lessingham a ogni apparenza rimase imperturbabile.

«Una parola quanto mai sgradevole», osservò.

«Una professione quanto mai scellerata», ribatté il capitano Griffiths. «Ringraziamo il cielo che in questo Paese stiamo imparando l'arte di trattare con i suoi discepoli.»

«È tutto un orribile malinteso», dichiarò Philippa febbrilmente. «Le assicuro che il signor Lessingham ha frequentato la casa di mio padre, che mi era ben noto anni fa.»

«Come il barone Maderstrom! Quali argomenti abbia usato, Lady Cranston, per indurla ad accettarlo qui sotto la sua nuova identità, non lo so, ma i fatti sono molto chiari.»

«Sembra piuttosto convinto, non è vero?» osservò Lessingham, rivolgendosi a Philippa. «E dato che deduco che una parte dell'esercito britannico, assistita dalla polizia locale, mi stia aspettando fuori, forse farò meglio ad assecondarlo.»

«Sarebbe opportuno, signore», acconsentì il capitano Griffiths con severità. «Sono lieto di trovarla dell'umore giusto per scherzare.»

Lessingham si voltò ancora una volta verso Philippa. Questa volta il suo tono era più serio.

«Lady Cranston», implorò, «non vorrebbe lasciarci soli?»

«No!» rispose lei istericamente. «So perché vuole che lo faccia, e non me ne andrò! Non ha fatto alcun male e nulla le accadrà. Non lascerò la stanza e lei non...»

Il suo gesto di supplica coincise con il singhiozzo nella sua gola. Si interruppe nel parlare e il capitano Griffiths fece un passo avanti.

«Se è in possesso di qualche arma, signore», disse, «faccia meglio a consegnarmela.»

«Beh, sa», rispose Lessingham, «non ne vedo affatto la necessità. Una cosa gliela prometto», aggiunse, con un lampo improvviso negli occhi, «un solo passo più vicino... un solo passo, badi bene... e avrà tanto della mia arma quanto basterà a farla stare tranquilla per il resto della sua vita. Si ricordi che finché lei è ragionevole io non la minaccio. Mi aiuti a convincere Lady Cranston a lasciarci soli.»

Il capitano Griffiths era fuori dalla sua portata. Non era un codardo, ma non desiderava morire, e c'era la morte nella minaccia di Lessingham e nel lampo dei suoi occhi. Mentre esitava, si bussò alla porta. Mills entrò silenziosamente. Recava un telegramma su un vassoio.

«Per lei, signore», annunciò, rivolgendosi al capitano Griffiths. «Un ordinanza l'ha appena portato giù.»

Griffiths guardò la busta rosa e si accigliò. La strappò, tuttavia, senza una parola. Mentre leggeva, i suoi denti lunghi superiori si serrarono sul labbro. Rimase così finché non apparvero due piccole gocce di sangue.

Poi si voltò verso Mills.

«Non c'è risposta», disse.

L'uomo s'inchinò e lasciò la stanza. Camminava lentamente e si voltò sulla soglia. Era quasi impossibile persino per un servitore così perfettamente addestrato sfuggire all'atmosfera di tragedia.

«Qualcosa mi dice», osservò freddamente Lessingham, non appena la porta fu chiusa, «che quel messaggio riguarda me.»

Il comandante non rispose immediatamente. Spianò il telegramma e lo lesse ancora una volta sotto la luce della lampada, come per accertarsi che non ci fosse alcun possibile errore. Poi lo piegò e lo mise nel taschino del panciotto.

«L'idea del suo arresto, signore», disse a Lessingham duramente, «è a quanto pare sgradita a qualcuno al quartier generale che non ha digerito le mie informazioni. Sto ritirando i miei uomini per il momento.»

«Non ha intenzione di arrestarlo?» gridò Philippa.

«Non lo farò», rispose il capitano Griffiths. «Ma», aggiunse, voltandosi verso Lessingham, «questa è solo una tregua. Ho altre prove dietro tutto ciò che ho presentato. Lei è il barone Bertram Maderstrom, una spia tedesca, che vive qui in una zona proibita sotto falso nome. Questo lo so, e questo lo proverò a coloro che hanno interferito con me nell'esecuzione del mio dovere. Questa non è la fine.»

Lasciò la stanza senza nemmeno una parola o un saluto per Philippa. Lessingham lo seguì con lo sguardo per un momento, pensieroso. Poi si strinse nelle spalle.

«Sono certo di non gradire il capitano Griffiths», dichiarò. «Non c'è alcuna educazione in quel tizio.»

CAPITOLO XXIV

Philippa, anche per alcuni momenti dopo la partenza del capitano Griffiths e dei suoi seguaci, rimase in una sorta di trance senza sensi. La crisi, con il suo sconcertante epilogo, l'aveva colpita in modo strano. Lessingham si alzò poco dopo.

«Mi chiedo», chiese, «se potrei avere un whisky e soda?»

Lei batté il piede contro di lui in un piccolo accesso di passione isterica.

«Lei non è naturale!» gridò. «Whisky e soda!»

«Beh, non so», protestò lui con mitezza, servendosi dal tavolo sullo sfondo. «Pensavo quasi di essere stato particolarmente britannico. Nel dubbio, bevi qualcosa. È Richard in tutto il mondo, sa.»

Lei scoppiò in una risata priva di allegria.

«Comincerò a pensare che lei sia un posatore!» esclamò.

Lui attraversò la stanza verso di lei.

«Forse lo sono, cara», confessò. «Voglio solo che si sieda e perda quell'espressione innaturale. Non sono davvero pieno di smargiassate da poco, ma sono un filosofo. Qualcosa è accaduto per rimandare... la fine. Buona fortuna, dico io!»

Portò il bicchiere alle labbra e lo posò vuoto. Philippa si alzò e camminò irrequieta fino alla finestra e ritorno.

«Cercherò di essere ragionevole anch'io», promise, riprendendo il suo posto. «Avevo ragione, vede. Il capitano Griffiths ha scoperto tutto. Può dirmi quale possibile motivo chiunque a Londra avrebbe potuto avere per interferire?»

«Sembra che io abbia un amico lassù senza saperlo, non è vero?» osservò.

«Questo mi sta invecchiando terribilmente», dichiarò Philippa, gettandosi all'indietro sul sedile. «Per tutta la vita ho odiato i misteri. Eccomi qui di fronte a due assolutamente insolubili. Il capitano Griffiths mi ha assicurato che c'è qui a Dreymarsh qualcosa di importanza sufficiente a giustificare la presenza di una spia straniera. Lei lo ha confermato. Mi sono torturata il cervello su questo per le ultime ventiquattr'ore. Ora accade qualcosa di ancora più inspiegabile. Lei viene arrestato e non viene arrestato. La sua identità è nota e al capitano Griffiths è vietato fare il suo dovere.»

«Sembra sconcertante, non è vero?» concordò Lessingham. «Non mi preoccuperei del primo, ma quest'ultimo piccolo episodio richiede spiegazioni.»

«Se accade qualcos'altro questa sera, penso che impazzirò», sospirò Philippa.

«E qualcosa accadrà», dichiarò Lessingham, alzandosi in piedi. «Ha sentito?»

Al di sopra persino del ruggito del vento udirono il fragore metallico di un cannone quasi sotto la finestra. La stanza fu improvvisamente illuminata da un singolo lampo vivido.

«Un mortaio!» esclamò Lessingham. «E quello era un razzo, a meno che io non mi sbagli.»

«Il segnale per la scialuppa di salvataggio!» annunciò Philippa. «Mi chiedo se riusciamo a vedere qualcosa.»

Si affrettò verso la finestra, ma si fermò all'apertura brusca della porta. Nora irruppe, seguita più pacatamente da Helen.

«Mamma, c'è un naufragio!» gridò la prima eccitata. «Ho sentito qualcosa un'ora fa e mi sono alzata, e sono stata seduta alla finestra a guardare. Ho visto uscire la scialuppa di salvataggio e ora stanno segnalando per l'altra.»

«È verissimo, Philippa», dichiarò Helen. «Cercheremo di farci strada fino alla spiaggia.»

«Verrò anch'io», decise Lessingham. «Forse potrò essere utile.»

«Andremo tutti», concordò Philippa. «Aspetti mentre prendo le mie cose. Cos'è, Mills?» aggiunse, mentre la porta si apriva e quest'ultimo si presentava.

«C'è un peschereccio sugli scogli appena fuori dal frangiflutti, milady», annunciò. «Hanno appena mandato a chiedere dalla spiaggia se possiamo accogliere parte dell'equipaggio. Li stanno facendo sbarcare meglio che possono sulla cima.»

«Certo che possiamo», fu la pronta risposta. «Dica loro di mandarci tutti quelli che vogliono. Troveremo posto per loro, in qualche modo. Andrò di sopra a occuparmi dei fuochi. Tornerete tutti?» aggiunse, voltandosi.

«Torneremo tutti», promise Lessingham.

Si fecero strada fino alla spiaggia. All'inizio la tempesta copriva completamente ogni suono. Le lanterne, agitate qua e là da mani invisibili, sembravano parte di un quadro spettrale, il cui unico sfondo era l'infuriare della tempesta. Poi improvvisamente, con un sibilo sorprendente, un altro razzo si aprì la strada attraverso l'oscurità. Ebbero una visione istantanea ma brillante di tutto ciò che stava accadendo: videro il peschereccio giacere su un fianco, apparentemente a pochi metri dalla riva, videro la cima tesa verso la spiaggia, sulla quale, proprio in quel momento, un uomo veniva tratto a riva, lambito dagli spruzzi, il viso teso e i capelli scompigliati dal vento chiaramente visibili. Poi tutto fu di nuovo oscurità più completa che mai. Si sforzarono di scendere sulla ghiaia, dove il piccolo gruppo di pescatori era al lavoro con la cima. Quasi la prima persona in cui si imbatterono fu Jimmy Dumble. Era in piedi sul bordo del frangiflutti con una grande lanterna in mano, a sovrintendere alla cima e, mentre si avvicinavano, Lessingham, che era un po' più avanti, poteva sentire la sua voce sopra la tempesta. Stava urlando verso il relitto, la mano alla bocca.

«Mandate il capitano per primo, razza di imbranati, o taglieremo la cima. Avete capito?»

Non ci fu risposta o, se ci fu, fu annegata nel vento. Lessingham afferrò il pescatore per il braccio.

«Chi intende per 'capitano'?» chiese. Dumble a malapena guardò il suo interlocutore.

«Beh, Sir Henry Cranston, naturalmente», fu la risposta agitata. «Questi imbranati di marinai stanno venendo fuori tutti per primi e la cima non reggerà per più di uno o due altri», aggiunse, abbassando la voce.

Poi l'emozione di quei pochi minuti si srotolò in un grande dramma davanti agli occhi di Lessingham. Sir Henry era su quella nave il più vicino possibile alla morte.

«Ecco il prossimo», mormorò Jimmy, mentre giravano il verricello vigorosamente. «Cavolo, è anche un peso massimo!»

Poi giunse un grido che suonò come un lamento e sopra di esso l'acuto urlo spaventoso di un uomo che si sente sprofondare lontano dagli orecchi del mondo. Lessingham sollevò la lanterna che si trovava sulla spiaggia accanto a Jimmy. La cima si era spezzata. Il corpo del suo viaggiatore sospeso era scomparso! E proprio allora, stranamente, per la prima volta da oltre un'ora, i cieli si aprirono in un grande squarcio di fulmini e poterono vedere la figura di un uomo rimasto sulla nave, aggrappato disperatamente al sartiame.

«Legatemi la cima», gridò Jimmy. «Lasciatela andare. Mettete l'altra estremità sul verricello.»

Srotolarono la corda attraverso le mani. Jimmy si tolse gli stivali e si tuffò nel calderone. Nuotò a stento una dozzina di bracciate prima di essere catturato dalla cresta di un'onda in arrivo, sballottato come un tappo e gettato sulla spiaggia, dove rimase a gemere. Ci fu un piccolo mormorio tra i pescatori, che si precipitarono a chinarsi su di lui.

«Nuotare non serve più a nulla che cercare di camminare sull'acqua», dichiarò uno di loro.

Lessingham sollevò la lanterna che portava e la fece brillare intorno.

«Dove sono le signorine?» chiese.

«Sono andate su alla casa con due che abbiamo appena tolto dal relitto», lo informò qualcuno.

Lessingham si chinò. Mani volenterose lo aiutarono a slegare la corda dalla vita di Jimmy. Si strappò di dosso cappotto, gilet e stivali. Alcuni aiutarono, altri cercarono di dissuaderlo, mentre fissava la cima intorno alla propria vita.

«Abbiamo mandato a cercare altri razzi», gridò un uomo al suo orecchio. «L'uomo sarà di ritorno tra mezz'ora.»

Lessingham li spinse da parte. Si fermò sul bordo della spiaggia e, prendendo in prestito una lanterna, attese la sua occasione. Poi improvvisamente svanì. Lo guardarono andare. Non riuscivano a vedere altro che la corda che scivolava oltre i loro piedi, centimetro dopo centimetro. A volte era ferma, a volte era tesa. La prima grande onda che arrivò gettò un metro o poco più di corda lenta in mezzo a loro. Poi, dopo che il boato della sua rottura fu svanito, videro la corda tendersi improvvisamente e passare rapidamente fuori, e l'emozione iniziò a farsi intensa.

«Quello non l'ha preso, comunque», mormorò uno di loro.

«Ce la farà al prossimo, con un po' di fortuna», dichiarò un altro speranzoso.

Lessingham, lottando per mantenere i sensi, assordato e mezzo stordito dal ruggito delle acque intorno a lui, sentiva ancora l'esaltazione di quella grande lotta. Guardò una volta dentro mari che sembravano toccare le nuvole, si irrigidì e si tuffò nelle profondità di una montagna di acque spumeggianti, la cui sommità gli sembrava uno di quegli sforzi grotteschi e da incubo distorto di un cervello che mangia oppio. Poi il boato sembrò tutto dietro di lui e seppe di aver superato i frangenti. Nuotò a fianco della nave e si aggrappò a una catena. Fu la mano tesa di Sir Henry a tirarlo sul ponte.

«Mio Dio, che nuotata è stata!» dichiarò quest'ultimo, mentre tirava su il suo soccorritore, senza minimamente riconoscerlo. «Dammi la fine di quella corda, presto! Così!» continuò, facendola scorrere tra le dita finché non apparve l'estremità della corda. «Faresti meglio a riprendere fiato, giovanotto, e poi buttati. Ti seguirò.»

«Che io sia dannato se lo faccio!» fu la risposta vigorosa. «Inizi lei mentre io riprendo fiato.»

Furono improvvisamente mezzi affogati da una pioggia di spruzzi. Sir Henry tenne Lessingham in una morsa di ferro, o sarebbe stato spazzato via dal ponte.

«Passi un braccio tra le catene, uomo», urlò. «Mio Dio!» aggiunse, scrutando attraverso l'oscurità. «Lessingham!»

«Beh, non perda tempo a preoccuparsi di questo», fu la risposta feroce. «Continuiamo con il nostro lavoro.»

Sir Henry si tolse le cerate e il cappotto sottostante.

«Mi segua quando agitano la lanterna due volte», ordinò. «Se a uno di noi capita di cadere... beh, grazie!»

Lessingham sentì la stretta della mano di Sir Henry mentre lo oltrepassava e finiva in mare nell'oscurità. Poi, con un braccio tra le catene, tirò a sé con il tallone il cappotto che Sir Henry aveva gettato sul ponte. Gradualmente arrivò a portata della sua mano libera. Lo afferrò, lo scosse e frugò avidamente nella tasca del petto. C'erano diversi piccoli oggetti che gettò via spietatamente, e poi un pacchetto quadrato, avvolto in cerata, che si piegava sotto le sue dita. Un'altra onda che si infrangeva lo gettò sulla schiena. Un braccio era ancora attraverso la catena, l'altro stringeva ciò che un istinto illuminante lo aveva già convinto essere la mappa! Non appena ebbe ripreso fiato, un cupo sforzo di umorismo gli separò le labbra. Rimase lì per un momento a ridere finché gli spruzzi, questa volta con una corsa di acqua verde sotto, quasi lo spazzarono via dal suo posto.

Stavano agitando una lanterna sulla spiaggia quando si rimise in piedi.

Infilò il piccolo pacchetto sotto i vestiti contro la pelle e brancolò per trovare l'estremità della cima che Sir Henry e lui avevano fissato a un gancio sotto le catene. Poi fece un lungo respiro, afferrò la corda e gridò. Un secondo o due dopo era di nuovo nel calderone.

Mentre lo tiravano sulla spiaggia, aveva solo un'idea. Qualunque cosa accadesse, non doveva perdere conoscenza. Il pacchetto era ancora lì contro il polpaccio della gamba. Dovevano essere le sue mani a togliersi i vestiti. Gli sembrava che quei pochi volti abbronzati, quella mezza dozzina di lanterne rozze, fossero diventati ingranditi e moltiplicati cento volte. Era un esercito di pescatori in maglia blu che gli dava pacche sulla schiena e gli dava il benvenuto, lanterne come stelle che brillavano ovunque intorno. Strinse i denti e lottò contro il ronzio nelle orecchie. Provò a parlare, e la sua voce suonò come un sussurro debole e lontano.

«Sto bene», continuava a dire.

Poi si sentì appoggiato su due braccia robuste. I suoi piedi seguivano l'influenza ipnotica del loro movimento. Stava andando tra le nuvole, si chiese? Si fermarono ad aprire un cancello, il cancello che conduceva ai giardini di Mainsail Haul. Come ci era arrivato? Non ne aveva idea. Altri movimenti dei piedi, e poi un calore inaspettato. Si guardò intorno. C'erano voci. Ascoltò. L'unica voce? L'unico volto che si chinava sul suo, gli occhi bagnati di lacrime, i sussurri un flusso incoerente di parole spezzate. Poi il calore sembrò tornare nelle sue vene. Si mise a sedere e si ritrovò sul divano della biblioteca, la pioggia che gocciolava da lui in piccole pozzanghere, e seppe di avercela fatta. Non era svenuto.

«Sto bene», ripeté. «Che disastro che sto facendo!»

Le voci intorno a lui erano ancora un po' confuse, ma la mano che teneva un bicchiere fumante alle sue labbra era quella di Philippa.

«Beva tutto», implorò.

Sentì le lacrime salirgli agli occhi, sentì il sangue caldo scorrere attraverso il suo corpo, sentì una piccola macchia umida sul retro del polpaccio della gamba, e la mano che posava il bicchiere vuoto era quasi ferma.

«C'è un bagno caldo pronto», gli disse Philippa; «dei vestiti asciutti e una camera da letto con un fuoco dentro. Lasci che Mills le indichi la strada.»

Si alzò immediatamente, pronto a seguirla. I suoi piedi non erano così fermi come avrebbe voluto, ma fece una figura molto presentabile. Mills, con una piccola scusa, gli offrì il braccio. Philippa camminava dall'altro suo fianco.

«Non appena ha finito il suo bagno e si è messo dei vestiti asciutti», sussurrò Philippa, «per favore suoni, o mandi Mills a farcelo sapere.»

Fu persino in grado di sorriderle.

«Sto benissimo», le assicurò ancora una volta.

CAPITOLO XXV

Philippa, insolitamente presto la mattina seguente, lanciò un'occhiata al tavolo della colazione vuoto con un po' di delusione e suonò il campanello.

«Mills», chiese, «non c'è nessuno giù?»

«Sir Henry è, credo, sulla spiaggia, milady», rispose l'uomo, «e le signorine Helen e Nora sono con lui.»

«E il signor Lessingham?»

«Il signor Lessingham, milady», continuò Mills, guardando attentamente dietro di sé come per assicurarsi che la porta fosse chiusa, «è scomparso.»

«Scomparso?» ripeté Philippa. «Cosa intende, Mills?»

«Ho lasciato il signor Lessingham ieri sera, milady», spiegò Mills, «con un vestito dei vestiti del padrone e apparentemente pronto per andare a dormire... dovrei dire stamattina, dato che erano probabilmente circa le due. L'ho chiamato alle otto e mezzo, come desiderato, e ho trovato la stanza vuota. Il letto non era stato disfatto.»

«Non c'era nessun biglietto o messaggio?» chiese Philippa incredula.

«Niente, milady. Una delle cameriere crede di aver sentito la porta d'ingresso aprirsi alle cinque di stamattina.»

«Chiami l'hotel», ordinò Philippa, «e veda se è lì.»

Mills partì per eseguire la sua commissione. Philippa rimase a guardare fuori dalla finestra, attraverso il prato e gli arbusti e giù verso la spiaggia. C'era ancora mare mosso, ma era solo l'onda del giorno prima. Il vento era calato e il sole splendeva brillantemente. Sir Henry, Helen e Nora passeggiavano sulla spiaggia come se stessero cercando qualcosa. A circa cinquanta iarde di distanza, il peschereccio naufragato giaceva completamente su un fianco, con l'estremità di un fumaiolo visibile. Gruppi sparsi di paesani lo stavano esaminando dalla sabbia. A tempo debito Mills ritornò.

«La gente dell'albergo non sa nulla del signor Lessingham, milady, se non che non è rientrato la scorsa notte. Tuttavia, hanno ricevuto un messaggio dall'autofficina di Hill circa mezz'ora fa, nel quale si diceva che il loro meccanico ha accompagnato il signor Lessingham a Norwich questa mattina presto, dove ha preso il treno postale per Londra. Il ragazzo ha riferito che il signor Lessingham sarà di ritorno tra un giorno o due.»

Philippa spalancò le finestre e si incamminò verso la spiaggia. Si sporse dalla ringhiera della passeggiata e fece un cenno agli altri, che si arrampicarono sulla ghiaia per raggiungerla.

«Non l'ho quasi vista, mia cara, vero?» osservò Sir Henry.

Si chinò a baciarle la fronte, un saluto che lei subì senza rispondere. Helen indicò il relitto.

«Non sembra possibile, vero,» disse, «che delle vite umane siano andate perdute in quel piccolo spazio. Dicono che due uomini siano annegati a causa della rottura della fune. Hanno recuperato i corpi stamattina.»

«Tutto il resto sembra essere stato portato a riva, tranne il mio cappotto,» brontolò Sir Henry. «Ero qui all'alba, a cercarlo.»

«Il tuo cappotto!» ripeté Philippa con disprezzo. «Pensa a quello, quando sei appena scampato alla morte!»

«Ma a dir la verità, mia cara,» spiegò Sir Henry, «il mio portafoglio e documenti di un certo valore erano nella tasca di quel cappotto. Non riesco a capire come ho fatto a dimenticarmene. Credo sia stata la sorpresa di vedere quel tizio, Lessingham, strisciare sul relitto con l'aspetto di un topo annegato. Per Giove, che coraggio deve avere!»

«I pescatori non parlano d'altro,» aggiunse Nora con entusiasmo. «Mamma, è stato semplicemente magnifico! Helen ed io eravamo andate su con due degli uomini salvati, ma sono tornata giusto in tempo per vederli legare la fune intorno alla sua vita e guardarlo tuffarsi.»

«Come sta questa mattina?» chiese Helen.

«È partito,» rispose Philippa.

Tutti la guardarono con sorpresa.

«Partito?» ripeté Sir Henry. «Cosa, intendi dire che è tornato all'albergo?»

«Il suo letto non è stato usato,» disse loro Philippa. «Deve essersela svignata stamattina presto, essere andato all'autofficina di Hill, aver noleggiato un'auto e raggiunto Norwich in macchina. Da lì ha proseguito per Londra. Ha mandato a dire che tornerà tra pochi giorni.»

«Spero per Dio di no!» mormorò Sir Henry.

Philippa si voltò di scatto verso di lui.

«Cosa intendi dire con questo?» chiese. «Non vuoi ringraziarlo per averti salvato la vita?»

«Mia cara, certamente lo voglio,» rispose Sir Henry, «ma proprio ora... beh, sono un po' sbalordito. Andato a Londra, eh? Scappato via senza preavviso nel cuore della notte verso Londra! E tornerà anche... questa è la parte strana!»

Si direbbe, dall'espressione di Sir Henry, che stesse trovando motivo di grande soddisfazione in questo resoconto dell'improvvisa scomparsa di Lessingham.

«È un tipo meraviglioso, questo Lessingham,» aggiunse pensieroso. «Deve avere... sì, per Dio, deve averlo fatto... Proprio in quella tempesta, poi!»

«Se riuscissi a parlare in modo coerente, Henry,» osservò Philippa, «vorrei dire che sono estremamente ansiosa di sapere perché il signor Lessingham ci abbia abbandonato così precipitosamente.»

Sir Henry avrebbe voluto prendere il braccio della moglie, ma lei lo evitò. Lui scrollò le spalle e salì faticosamente il ripido sentiero al suo fianco.

«Tutta la questione di Lessingham è piuttosto un problema,» disse. «Naturalmente, tu ed Helen lo avete visto molto più di me. Non è vero che la gente ha iniziato a fare commenti curiosi su di lui?»

«Come lo sai, Henry?» chiese Philippa.

«Beh, si sentono delle cose,» rispose. «Deduco, da quanto ho sentito, che la sua posizione qui fosse diventata un po' precaria. Da qui la sua improvvisa scomparsa.»

«Ma sta per tornare,» ricordò Philippa al marito.

«Forse!»

Philippa espresse il desiderio che il marito rimanesse un po' indietro con lei. Camminarono fianco a fianco lungo il sentiero di ghiaia. Philippa teneva le mani intrecciate dietro la schiena.

«Per lasciare da parte il soggetto del signor Lessingham per un momento,» esordì, «mi sento molto riluttante a chiedere spiegazioni su qualsiasi cosa tu faccia, ma devo confessare una certa curiosità sul perché ti abbia trovato a pranzo al Canton con due bellissime signore, qualche giorno fa, quando te ne sei andato di qui con Jimmy Dumble per pescare merlani; e anche sul perché tu sia tornato qui su un peschereccio che appartiene a un'altra parte della costa?»

Sir Henry fece una smorfia.

«Iniziavo a chiedermi se la curiosità fosse morta,» osservò bonariamente. «Se non ti dispiacesse concedermi un altro... beh, per andare sul sicuro diciamo otto giorni... penso che sarò in grado di offrirti una spiegazione che riterrai soddisfacente.»

«Grazie,» replicò Philippa con fredda sorpresa; «non vedo motivo per cui tu non debba rispondere a domande così semplici immediatamente.»

Sir Henry sospirò in modo deprecatorio e fece un altro vano tentativo di prendere il braccio della moglie.

«Philippa, sii ragionevole,» implorò. «So di essere sembrato un po' sciocco ultimamente, ma c'era una sorta di motivo.»

«Che motivo potrebbe mai esserci,» chiese lei, «che non potresti confidare a me?»

Rimase in silenzio per un momento. Quando parlò di nuovo, c'era una nuova serietà nel suo tono.

«Philippa,» disse, «sto lavorando da un po' a un piccolo piano che non è ancora maturo per essere discusso, nemmeno con te, ma che potrebbe portare a qualcosa che spero cambierà la tua opinione. Non riusciresti a trovare il modo di fidarti di me ancora un po', vero?» implorò, con un bagliore piuttosto malinconico negli occhi azzurri. «Mi renderebbe tutto molto più facile non dover dire altro se non chiederti di avere pazienza.»

«Mi chiedo,» rispose freddamente, «se tu ti renda conto di quanto ho sofferto, avendo pazienza, come la chiami tu, e aspettando che tu faccia qualcosa!»

«Le mie escursioni di pesca,» continuò lui disperatamente, «non sono state del tutto una questione di sport.»

«Lo so benissimo,» rispose lei. «Stavi preparando quella carta che hai promesso ai tuoi miseri pescatori. Nessuna di queste cose mi interessa, Henry. Temo... sono molto incline a dire che nessuna delle tue azioni mi interessa. Meno di tutto,» continuò, con la voce che tremava per la passione, «apprezzo minimamente questi misteriosi appelli alla mia pazienza. Ho un po' di buon senso, Henry.»

«Sei una creaturina sospettosa,» le disse.

«Sospettosa!» schernì lei. «Che parola da usare per un uomo che va a pescare merlani e si ritrova a pranzare al Carlton, qualche giorno dopo, con due signore di straordinaria avvenenza!»

«Quella è stata una faccenda un po' imbarazzante,» ammise Sir Henry, con un piccolo scoppio di franchezza, «ma rientra nel resto, Philippa.»

«Allora può stare con il resto,» ribatté, «esattamente dove l'ho riposta nella mia mente. Per favore, comprendimi. Il tuo comportamento negli ultimi dodici mesi mi assolve da qualsiasi legame possa esserci tra noi. Se questa spiegazione che prometti arriverà... a tempo debito, e se ne avrò voglia, va bene. Fino ad allora, sono perfettamente libera, e tu, come mio marito, sei inesistente. Questa è la mia risposta, Henry, alla tua richiesta di ulteriore indulgenza.»

«Piuttosto sciocca, mia cara,» rispose lui, dandole una pacca sulla spalla, «ma d'altronde sei piuttosto una bambina, non è vero?»

Lei si scostò rabbiosamente.

«Non toccarmi!» esclamò. «Intendo ogni parola di ciò che ho detto. Quanto all'essere una bambina... beh, potresti pentirti un giorno di aver insistito nel trattarmi come tale.»

Sir Henry rimase un momento in silenzio, osservando la sua figura che si allontanava. C'era un'insolita ombra di turbamento sul suo volto. Il suo amore e la sua fiducia nella moglie erano stati così assoluti che persino le sue minacce gli erano sembrate piccoli bocconi di vanità ferita gettati fuori dalla schiuma del suo temperamento. Eppure, in quel momento, un pensiero più oscuro attraversò la sua mente. Lessingham, si rese conto, non era dopotutto un rivale da disprezzare. Era un uomo di coraggio e tatto, anche se Sir Henry, nella sua mente, lo aveva etichettato come uno sciocco. Se davvero stesse tornando a Dreymarsh, per cosa potrebbe essere? Quanto sapeva Philippa di lui? Rimase lì per qualche istante nell'indecisione. Un grande impulso lo aveva spinto a infrangere la sua promessa, a dirle la verità. Poi, si avviò turbato verso la sala da pranzo.

«Dov'è tua madre, Nora?» chiese, mentre Helen prendeva il posto di Philippa a capotavola.

«Vuole che le portino caffè e pane tostato in camera,» spiegò Nora. «Il vento le ha dato le vertigini.»

Sir Henry fece colazione in silenzio, suonò il campanello e ordinò la sua auto.

«Vai di nuovo via, papà?» chiese Nora.

«Vado a Londra stamattina,» rispose, un po' distratto.

«A Londra?» ripeté Helen. «Philippa lo sa?»

«Non gliel'ho ancora detto.»

Helen si voltò verso Nora.

«Ti dispiacerebbe correre a vedere se la mamma vuole altro caffè, cara?» suggerì.

Nora acconsentì immediatamente. Non appena ebbe lasciato la stanza, Helen si sporse e posò la mano sul braccio di Sir Henry.

«Non andare a Londra, Henry,» implorò.

«Ma mia cara Helen, devo,» rispose lui, un po' bruscamente.

«Non lo farei se fossi in te,» insistette. «Sai, hai messo a dura prova Philippa ultimamente, ed è in uno stato estremamente emotivo. È tutta agitata per la scorsa notte, e non la lascerei sola se fossi in te.»

Gli occhi azzurri di Sir Henry sembrarono improvvisamente punte d'acciaio mentre si sporgeva verso di lei.

«Pensi che sia innamorata di quel tizio, Lessingham?» chiese senza mezzi termini.

«No, non credo,» rispose Helen, «ma penso che sia più furiosa con te di quanto creda. Per mesi hai agito... beh, come posso dire?»

«Oh, da codardo, se vuoi, o da sciocco. Continua.»

«Ha chiesto spiegazioni a cui ha perfettamente diritto,» continuò Helen, «e tu non ne hai date. L'hai trattata come qualcosa tra una bambola e una bambina. Philippa è buona e dolce come ogni donna mai vissuta, ma non ti è mai passato per la mente che le donne sono esseri piuttosto misteriosi? Possono talvolta fare, per un furioso senso di essere trattate ingiustamente, per una sorta di piccato risentimento, ciò che non farebbero mai per nessun altro motivo. Se devi andare, torna stasera, Henry. Torna, e se sei ostinato e non vuoi dire a Philippa tutto ciò che ha diritto di sapere, parlale di quel pranzo in città.»

Sir Henry si accigliò.

«È tutto molto bello, sai, Helen,» disse, «ma una donna dovrebbe fidarsi di suo marito.»

«Sono tua amica, ricordalo,» rispose Helen, «e in fede mia, non potrei fidarmi né credere nemmeno in Dick, se si comportasse come hai fatto tu negli ultimi dodici mesi.»

Sir Henry fece una smorfia.

«Bene, allora questo chiude la questione, suppongo,» osservò. «Farò un altro tentativo e vedrò cosa posso fare con Philippa. Forse un accenno a ciò che sta accadendo potrebbe soddisfarla.»

Salì le scale, incontrando Nora mentre scendeva, e bussò alla porta della moglie. Nessuna risposta. Provò la maniglia e trovò la porta chiusa a chiave.

«Sei lì, Philippa?» chiese.

«Sì!» rispose lei freddamente.

«Vado a Londra stamattina. Posso scambiare due parole con te prima?»

«No!»

Sir Henry rimase un po' sbalordito.

«Non fare la sciocca, Philippa,» insistette. «Potrei stare via per quattro o cinque giorni.»

Nessuna risposta. Sir Henry ricordò improvvisamente un altro ingresso da un bagno aggiunto di recente. Ne approfittò e trovò Philippa seduta su una poltrona, intenta a mangiare la colazione con calma. Lei inarcò le sopracciglia al suo ingresso.

«Questi sono i miei appartamenti,» gli ricordò.

«Non fare la piccola sciocca,» esclamò lui impazientemente.

Philippa imburrò deliberatamente un pezzo di pane tostato, prese il suo libro e vi si immerse immediatamente.

«Non desideri parlare con me, dunque?» chiese lui.

«Non lo desidero,» convenne lei. «Hai avuto tutte le opportunità di cui un uomo avrebbe bisogno per spiegarmi certe questioni. La mia curiosità in merito è finita; così come il mio interesse... per te. Dici che vai a Londra. Molto bene. Ti prego, non avere fretta di tornare a casa per conto mio.»

Sir Henry, voltandosi per lasciare la stanza, commise il comune errore di un uomo che discute con una donna: tentò di avere l'ultima parola.

«Forse è meglio se mi tolgo di mezzo, eh?»

«Forse sì,» assentì dolcemente Philippa.

CAPITOLO XXVI

Philippa, nel tardo pomeriggio, trovò ciò che cercava: la solitudine. Aveva camminato lungo la sabbia finché Dreymarsh non fu fuori vista dall'altra parte di uno sperone di scogliera. Davanti a lei si estendeva una pianura lunga e pianeggiante, un bordo di sabbia e una fascia di spiaggia ghiaiosa. Non c'era segno di alcun essere umano in vista e, tra gli edifici, solo una strana torre all'orizzonte lontano.

Trovò un posto asciutto sui sassi, si tolse il cappello e si sedette, le mani intrecciate intorno alle ginocchia, gli occhi rivolti verso il mare. Era uscita per riflettere, ma era strano quanto fugaci e transitori diventassero i suoi pensieri. Suo marito era sempre lì sullo sfondo, ma in quei momenti era Lessingham la figura predominante. Ricordava la sua serietà, la sua tenera sollecitudine per lei, il coraggio che, quando la necessità lo richiedeva, era divampato in lui, una qualità innata e naturale. Ricordava l'agonia di quei pochi minuti del giorno precedente, quando solo quello che ancora le sembrava un miracolo lo aveva salvato. In un momento si sentiva incline a pregare che non tornasse mai più. In un altro, il suo cuore soffriva al pensiero di rivederlo un'ultima volta. Sapeva così bene che se fosse venuto sarebbe stato per lei, che sarebbe venuto a porle definitivamente la domanda con la quale aveva schivato il confronto. Sapeva, anche, che il suo arrivo sarebbe stato il momento della sua vita. Era così tanto una donna, e quel desiderio appassionato del suo sesso di dare amore per amore era lì nel suo cuore, quasi onnipotente. E sullo sfondo c'era quel desiderio amaro di recare sofferenza all'uomo che l'aveva trattata come una bambina, che l'aveva messa in una posizione falsa con tutte le altre donne, che aveva ciondolato e sprecato i suoi giorni, incurante del suo dovere, incurante di ogni serio obbligo. Quando provava a ragionare, la strada le sembrava così chiara e tuttavia, dietro tutto ciò, c'era quel freddo impulso di una pudicizia quasi vittoriana, l'eredità di una lunga stirpe di donne virtuose, una pudicizia che un tempo, quando credeva che fosse parte della sua seconda natura, aveva schernito come risultato di una delle forme più raffinate di egoismo.

Si disse che era venuta lì per decidere, e la decisione non si faceva più vicina. Una stella del tardo pomeriggio brillava debolmente nel cielo. Una nebbia leggera e vaporosa oscurava l'orizzonte e galleggiava in ghirlande aggrovigliate sulla superficie del mare. Solo quella linea di sabbia sembrava ancora nitida e distinta e, mentre la percorreva con lo sguardo, i suoi occhi furono attratti da qualcosa che si avvicinava, qualcosa che inizialmente non sembrava altro che un puntino nero in movimento, poi gradualmente si risolse nell'immagine di un uomo a cavallo, che galoppava furiosamente. Lo guardò mentre si avvicinava sempre di più, la sabbia che volava dagli zoccoli del suo cavallo, la figura immobile, gli occhi apparentemente fissi su un punto lontano. Non fu finché non giunse a cinquanta iarde da lei che lo riconobbe. Il suo cavallo scartò alla sua vista e fu bruscamente voltato con un polso potente. Piccoli granelli di sabbia, sollevati nella momentanea fuga degli zoccoli, caddero sulla sua gonna. Per il resto, guardò la lotta con compostezza, una lotta che terminò quasi appena iniziata. Il capitano Griffiths si sporse dal suo cavallo tremante ma sottomesso.

«Lady Cranston!» esclamò con stupore.

«Sono io,» rispose, sorridendogli. «È uscito a cavallo per smaltire il suo cattivo umore?»

Lui guardò i fianchi frementi del suo cavallo. Indietro, fin dove si poteva vedere, c'era quella linea regolare di impronte di zoccoli.

«Sono di cattivo umore?» chiese.

«Beh,» osservò lei, «non la conosco abbastanza bene da rispondere a questa domanda. Stavo semplicemente pensando a ieri sera.»

Lui scivolò giù dal cavallo e si fermò davanti a lei. Il suo viso lungo e severo era sembrato raramente più malevolo.

«Avevo abbastanza ragioni per essere di cattivo umore,» dichiarò. «Avevo braccato una spia tedesca, passo dopo passo, finché non l'avevo lì, in attesa dell'arresto... aspettandoselo, persino... e poi ho ricevuto quel messaggio malvagio.»

«Qual era quel messaggio malvagio, dopotutto?» chiese lei.

«Non importa,» rispose. «Veniva da una parte dove dovrebbero saperne di più, e mi ordinava di non procedere ad alcun arresto. Ho inviato oggi al Ministero della Guerra un rapporto completo, e prego che cambino idea.»

Philippa sospirò.

«Se non avesse ricevuto quel telegramma la scorsa notte,» osservò, «mi sembra che oggi sarei stata una vedova.»

Lui si accigliò e colpì pesantemente lo stivale con il frustino.

«Sì, ho sentito di quello,» ammise. «Oserei dire che se non fosse andato lui, però, ci sarebbe andato qualcun altro.»

«Sarebbe andato lei se fosse stato lì?» chiese.

«Se lei me lo avesse chiesto,» rispose, guardandola con fermezza.

Philippa sentì un piccolo brivido. C'era qualcosa di minaccioso nell'intensità del suo sguardo e nel significato che era riuscito a infondere nel suo tono. Si alzò in piedi.

«Bene,» disse, «non mi lasci trattenere qui. Inizio ad avere freddo.»

Lui passò il braccio attraverso le redini del cavallo. «Camminerò con lei, se posso,» propose. Lei non rispose e si incamminarono verso casa.

«Ho sentito che Lessingham ha lasciato il posto,» osservò lui, un po' bruscamente.

«Oh, mi aspetto che torni,» rispose Philippa.

«Da quanto tempo, Lady Cranston, ha preso a frequentare spie tedesche?» chiese.

«Non sia sciocco... o impertinente,» esortò. «Sta facendo un errore ridicolo riguardo al signor Lessingham.»

Lui rise in modo sgradevole.

«Non c'è bisogno che schermiamo,» disse. «Io e lei sappiamo chi è. Ciò che voglio sapere, ciò che mi sono chiesto per tutta la strada fin dal promontorio là... quattro miglia di galoppo sfrenato e una sola domanda... perché lei è sua amica? Cosa rappresenta lui per lei?»

«Davvero, capitano Griffiths,» protestò lei, guardandolo, «di che possibile interesse può essere per lei?»

«Beh, lo è, comunque,» rispose bruscamente. «Qualsiasi cosa riguardi lei è di mio interesse.»

Philippa comprese in quel momento, forse per la prima volta, cosa significasse tutto ciò. Comprese il significato di quelle visite pomeridiane apparentemente senza scopo, quando per pura noia aveva dovuto mandare a chiamare Helen per aiutarla; il significato di quei lunghi silenzi, degli occhi malinconici che sembravano seguire i suoi movimenti. Provò un inspiegabile desiderio di ridere e poi, ai primi fremiti delle labbra, si trattenne. Sapeva che la tragedia stava camminando al suo fianco.

«Credo, capitano Griffiths,» disse gravemente, «che lei stia dicendo sciocchezze e non sia molto bravo a farlo. Non vuole cortesemente cavalcare oltre?»

Lui non fece alcun movimento per montare in sella. Camminò lungo la sabbia soffice al suo fianco... una figura strana, allungata, i suoi occhi cupi fissi sul terreno.

«Finché non è arrivato questo tizio, Lessingham, lei non è mai stata così dura,» insistette.

Lei lo guardò con genuina curiosità.

«Non sono mai stata così dura?» ripeté. «Immagina che io abbia mai considerato per un solo momento il mio contegno nei suoi confronti... lei, tra tutte le persone al mondo? Semplicemente non ricordo quando lei sia stato presente e quando no. Non ricordo gli umori in cui mi trovavo quando abbiamo conversato. Tutto ciò che ha detto mi sembra la più assoluta assurdità.»

Lui saltò in sella e raccolse le redini.

«Grazie,» disse amaramente, «capisco. Lascimi solo dirle questo,» continuò, il frustino sospeso in mano. «Lei può avere potenti amici che hanno salvato il suo...»

«Il mio cosa?» chiese lei.

Il suo coraggio venne meno.

«Il signor Lessingham,» riprese, «dall'arresto. Ma se si farà vedere di nuovo qui a Dreymarsh, non mi fermerò ad arrestarlo. Gli sparerò a vista e accetterò le conseguenze.»

«La impiccheranno!» dichiarò lei ferocemente.

Lui rise di lei.

«Impiccarmi per aver sparato a un uomo di cui posso provare che è una spia tedesca? Non oseranno! Non oseranno nemmeno mettermi in arresto per un'ora. Perché, quando la verità verrà a galla,» continuò, la voce che acquisiva coraggio man mano che la giustizia della sua causa si faceva strada in lui, «cosa crede che succederà a due donne che hanno accolto questo tizio e l'hanno favorito, l'hanno presentato sotto falso nome ai loro amici, gli hanno dato libero accesso alla loro casa... quest'uomo che sapevano fin dal principio essere un tedesco? Lei, Lady Cranston, che tormenta e rimprovera suo marito notte e giorno perché non è dove lei pensa che dovrebbe essere; lei, così patriottica che non può sopportare di vederlo senza uniforme; lei... la padrona di casa, la protettrice, Dio sa cos'altro di Bertram Maderstrom! Sarà una bella storia, quando si saprà tutto!»

«Credo davvero,» asserì Philippa con calma, «che lei sia la creatura più assolutamente impossibile e odiosa che abbia mai incontrato.»

Il suo volto fu pericoloso per un momento. Non avevano ancora raggiunto il promontorio che li riparava da Dreymarsh.

«Forse,» mormorò, sporgendosi malignamente verso di lei, «potrei rendermi ancora più odioso.»

«Molto probabilmente,» rispose lei, «solo che voglio dirle questo. Se fa anche solo un pollice in più verso di me, uno di loro le sparerà.»

«Il suo amico o suo marito, eh?» schernì lui.

Lei gli fece cenno di andare.

«Credo,» gli disse, «che ognuno dei due sarebbe perfettamente in grado di liberare il mondo da un codardo come lei.»

«Un codardo?» ripeté lui.

«Esattamente! Non è forse da codardi terrorizzare una donna?»

«Non voglio terrorizzarla,» disse lui scontroso.

«Beh, deve ammettere che non ha mostrato alcun particolare desiderio di rendersi gradevole,» fece notare lei.

Lui si voltò di scatto verso di lei.

«Sono uno sciocco, lo so,» dichiarò amaramente. «Sono uno sciocco impacciato, nervoso e miserabile, il mio peggior nemico come dicono di me al Mess, spingendo contro di me le persone che vorrei che mi amassero, inciampando in ogni errore che uno sciocco possa commettere. Sono il tipo di uomo di cui le donne si fanno gioco, e lei lo ha fatto per loro crudelmente, perfettamente.»

«Capitano Griffiths!» protestò lei. «Quando sono mai stata qualcosa di diverso da gentile e cortese nei suoi confronti?»

«Non è la sua gentilezza che voglio, né la sua cortesia! C'è una maledizione sulla mia lingua,» continuò disperatamente. «Non sono come gli altri uomini. Non so come dire ciò che provo. Non riesco a metterlo in parole. Tutti mi fraintendono. Anche lei! Ecco, sono arrivato al galoppo da lei questo pomeriggio e il mio cuore batteva di gioia, e in cinque minuti mi sono fatto un nemico di lei. Al diavolo quel tizio, Lessingham! È tutta colpa sua!»

Senza il minimo preavviso, abbatté il frustino sui fianchi del suo cavallo. La giumenta fece un grande scatto e lui partì, cavalcando a un galoppo furioso. Philippa lo guardò con immenso sollievo. In lontananza riusciva a vedere due piccoli puntini che diventavano sempre più grandi. Si affrettò verso di loro.

«Cosa hai fatto al capitano Griffiths, mamma?» chiese Nora. «Perché ci è passato accanto senza guardare in basso, al galoppo come un pazzo, e la sua faccia sembrava... beh, com'era, Helen?»

Helen stava guardando con inquietudine lungo la spiaggia.

«Come un uomo che cavalca verso il suo nemico,» dichiarò.

CAPITOLO XXVII

Philippa ed Helen si guardarono l'una con l'altra un po' mestamente attraverso il tavolo da pranzo.

«Suppongo che la bambina manchi,» disse Helen.

«Mi sento troppo depressa per parlare,» ammise Philippa.

«Qualche giorno fa,» ricordò Helen alla sua compagna, «avevamo tutto l'entusiasmo che fosse salutare per chiunque.»

«E anche qualcosa di più,» concordò Philippa. «Non so perché ora le cose sembrino così piatte. Dovremmo essere davvero felici che non sia successo nulla di terribile.»

«Con Henry e il signor Lessingham entrambi via,» continuò Helen, «e il capitano Griffiths che non si avvicina al posto, siamo tornate davvero alla normalità, non è vero? Mi chiedo... se il signor Lessingham sia tornato.»

«Non credo,» mormorò Philippa.

Helen si accigliò leggermente.

«Personalmente,» disse, con una certa enfasi, «spero di sì.»

«Se stiamo considerando solo il punto di vista personale,» ribatté Philippa, «spero di no.»

Helen manifestò il suo disapprovazione con lo sguardo.

«Avrei pensato che ne avessi avuto abbastanza di giocare con il fuoco,» osservò.

«Non se ne ha mai abbastanza finché non ci si scotta le dita,» sospirò Philippa. «So perfettamente cosa c'è che non va in te,» continuò severamente. «Sei in ansia perché il pollo al curry è il piatto preferito di Dick.»

«Non sono così bambina,» protestò Helen. «Tuttavia, fa riflettere. Mi chiedo...»

«So esattamente cosa stavi per dire,» interruppe Philippa. «Stavi per dire che ti chiedevi se il signor Lessingham avrebbe mantenuto la sua promessa.»

«Se ne sarebbe stato in grado,» corresse Helen. «Sembra così impossibile, non è vero?»

«Così come lo stesso signor Lessingham,» le ricordò Philippa. «Non è esattamente una cosa usuale, vero, avere un giovane uomo perfettamente affascinante e ben educato che scende da uno Zeppelin nel tuo salotto.»

«Credi davvero, allora,» chiese Helen con impazienza, «che sarà in grado di mantenere la sua promessa?»

Philippa annuì con sicurezza.

«Sai,» disse, «credo che il signor Lessingham, in un modo o nell'altro, manterrebbe qualsiasi promessa abbia mai fatto. Mi aspetto di vedere Dick da un momento all'altro, quindi puoi continuare con il tuo pranzo, cara, e non stare lì a guardare il curry con le lacrime agli occhi.»

«Non è tanto il curry quanto il chutney,» protestò debolmente Helen. «Non ne ha mai voluto toccare nessun altro tipo.»

«Beh, non mi sorprenderebbe se fosse qui per finire il barattolo,» dichiarò Philippa. «Ho la sensazione, stamattina, che stia per succedere qualcosa.»

«Per quanto tempo è via Nora?» chiese Helen, dopo un momento di pausa.

«Quindici giorni o tre settimane,» rispose Philippa. «Sua nonna ha mandato un telegramma dicendo che sarebbe stata lieta di averla fino a Natale.»

«Proprio perché,» chiese seriamente Helen, «l'hai mandata via?»

Philippa giocherellò con il suo curry e si guardò intorno come se rimpiangesse l'assenza di Mills dalla stanza.

«Ho pensato che fosse meglio,» disse a bassa voce. «Vedi, non sono del tutto sicura di quale sarà l'immediato futuro di questa famiglia.»

Helen si sporse sul tavolo e posò la sua mano su quella dell'amica.

«Cara,» sospirò, «mi preoccupa così tanto sentirti parlare in quel modo.»

«Perché?»

«Perché sai perfettamente, anche se fingi di ignorarlo, che in fondo al tuo cuore non c'è nessun altro se non Henry. Non è giusto, sai.»

«Verso chi non è giusto?» chiese Philippa.

«Verso il signor Lessingham.»

Philippa rimase pensierosa per alcuni istanti.

«Forse,» ammise, «questo è un punto di vista che non ho considerato a sufficienza.»

Helen fece valere il suo vantaggio.

«Non credo che tu ti renda conto, Philippa,» disse, «di quanto follemente innamorato di te sia quell'uomo. In un modo perfettamente ingenuo, per giunta. Nessuno potrebbe fare a meno di vederlo.»

«Allora dove sta l'ingiustizia?» chiese Philippa. «È in mio potere dargli tutto ciò che vuole.»

«Ma tu non lo faresti, Philippa. Sai che non lo faresti!» obiettò Helen. «Puoi giocare con l'idea nella tua mente, ma è solo fin lì che arriveresti mai.»

Philippa guardò l'amica dritta in faccia. «Non sono d'accordo con te, Helen,» disse. Helen posò il bicchiere che stava per portare alle labbra. Fu la sua prima vera e seria percezione della tragedia che incombeva sulla vita della futura cognata. In un modo o nell'altro, Philippa le era sembrata, persino a lei, così lontana da quel mondo frenetico di decadenza femminile, sovraccarica di droghe e sovraeccitata, a cui il cambiare marito o amante è solo un incidente nelle emozioni della giornata. Philippa, con la sua bellezza fragile e quasi simile a un fiore, il suo amore per i modi di vita sani e i suoi forti affetti, rappresentava altre cose. Ora, per la prima volta, Helen aveva davvero paura, paura per la sua amica.

«Ma non potresti mai... non lasceresti Henry!»

Philippa non sembrò trovare nulla di mostruoso nell'idea.

«È proprio quello che sto pensando seriamente di fare,» confidò.

Helen finse di ridere, ma la sua ilarità era evidentemente forzata. La loro conversazione cessò per forza di cose con il ritorno di Mills nella stanza.

Poi accadde la cosa meravigliosa. Le finestre della sala da pranzo davano sul vialetto di accesso alla casa ed entrambe le donne poterono vedere chiaramente un'automobile svoltare al cancello e fermarsi alla porta principale. Era ovviamente un'auto a noleggio, dato che l'autista non era in livrea, ma la figura alta e infagottata in abiti insoliti che occupava il sedile anteriore fu per il momento un mistero per loro. Solo Helen sembrò avere una sorta di meraviglioso presentimento della verità, un presentimento che aveva paura di ammettere persino a se stessa. La sua mano iniziò a tremare. Philippa la guardò con stupore.

«Sembri come se avessi visto un fantasma, Helen!» esclamò. «Chi diavolo può essere, che viene a quest'ora del giorno?»

Helen era senza parole e Philippa intuì immediatamente la causa della sua agitazione. Balzò in piedi.

«Helen, non immaginerai...» disse con il fiato corto. «Ascolta!»

C'era una voce nell'atrio: una voce familiare, sebbene un po' tesa e roca; i saluti decorosi di Mills, agitati ma ferventi. E poi... il Maggiore Richard Felstead!

«Dick!» urlò Helen, mentre si gettava tra le sue braccia. «Oh, Dick! Dick!»

Fu un momento incoerente e senza fiato. In un modo o nell'altro, Philippa si ritrovò a condividere l'abbraccio di suo fratello. Poi il fuoco di domande e risposte fu interrotto poco dopo da Mills, che portava trionfante un piatto fresco di curry.

«Cosa vorrà bere il Maggiore, mia signora?» chiese.

Felstead rise in modo un po' soffocato.

«Perbacco, c'è qualcosa di meravigliosamente rassicurante in Mills!» disse. «È una cosa macabra da chiedere nel bel mezzo della giornata, non è vero, Philippa, ma posso avere dello champagne?»

«Puoi avere l'intera cantina,» gli assicurò gioiosamente Philippa. «Assicurati di portare il migliore, Mills.»

«Il Perrier Jouët 1904, mia signora,» fu la risposta mormorata.

La scomparsa di Mills fu brevissima e in pochi istanti si ritrovarono seduti ancora una volta a tavola. Sedevano uno da una parte e una dall'altra, osservando il suo bicchiere e il suo piatto. A poco a poco le loro domande e le sue risposte divennero più intelligibili.

«Quando sei arrivato?» vollero sapere.

«Sono arrivato a Harwich verso l'alba di stamattina,» disse loro; «ho attraversato dall'Olanda. Ho noleggiato un'auto e sono venuto dritto qui.»

«Quando hai saputo che stavi tornando a casa?» chiese Helen.

«Solo due giorni fa,» rispose. «Non sono mai stato così sorpreso in vita mia. Anche adesso non riesco a rendermi conto della mia buona sorte. Non riesco a capire cosa ho fatto. Gli ultimi due mesi, in effetti, mi sembrano essere stati un sogno. Giove!» continuò, mentre beveva il suo vino, «non avrei mai pensato che sarei stato così maiale da preoccuparmi tanto del mangiare e del bere!»

«E pensa a quante settimane di questo hai davanti a te!» esclamò Helen, battendo le mani. «Philippa e io avremo un nuovo interesse nella vita: farti ingrassare.»

Lui rise.

«Non sarà molto difficile,» promise loro. «Ho avuto diversi mesi di semi-fame prima che avvenisse il miracolo. È stato tutto solo il caso di aver avuto un compagno al Magdalen che ha servito nell'esercito tedesco: Bertram Maderstrom era il suo nome. Lo ricordi, Philippa? Era uno svedese, a quei tempi.»

«Che caro dev'essere stato a ricordarsene e a essere stato così fedele!» osservò Philippa, distogliendo lo sguardo per un momento.

«È un tipo davvero a posto,» dichiarò Felstead con entusiasmo, «sebbene Dio solo sa perché sia diventato tedesco! Ha lavorato come uno schiavo per me. Oserei dire che non abbia trovato così difficile trovarmi alloggi migliori, un servitore e cibo decente, ma quando mi hanno detto che ero libero... beh, mi ha quasi steso dal colpo.»

«Il caro ragazzo!» mormorò pensierosa Philippa.

«Lo ricordate, voi due?» continuò Felstead. «Era piuttosto belloccio e un po' timido, ma davvero sportivo.»

«Mi... sembra di ricordare,» ammise Philippa.

«Il nome suona familiare,» fece eco Helen. «Prendi ancora un po' di chutney, Dick.»

«Grazie! Che maiale mi sto dimostrando!» osservò allegramente. «Voi ragazze penserete che non riesca a parlare di nessun altro se non di Maderstrom, ma l'intera faccenda mi sconcerta così completamente. Certo, eravamo grandi compagni, in un certo senso, ma non avrei mai pensato di essere la pupilla dei suoi occhi, o qualcosa del genere. Come abbia ottenuto l'influenza, poi, non riesco a immaginarlo. E oh! Sapevo che c'era qualcos'altro che volevo chiedervi, ragazze,» continuò Felstead. «Avete mai ricevuto una lettera, o meglio una lettera ciascuna, non censurata? Solo un paio di righe? Credo di aver menzionato Maderstrom, cosa che non mi sarebbe stata permessa nelle normali lettere dalla prigione.»

Felstead si stava servendo del formaggio e non vide il rapido sguardo che passò tra le due donne.

«Sì, le abbiamo avute, Dick,» gli disse Philippa. «È stato un pomeriggio... non sembra passato così tanto tempo. E oh, quanto siamo state grate!»

Felstead annuì.

«Le ha fatte passare bene, allora. Ditemi, sono arrivate attraverso l'Olanda? Qual era il timbro postale?»

«Il timbro postale,» ripeté Philippa, un po' dubbiosa. «Hai sentito cosa ha chiesto Dick, Helen? Il timbro postale?»

«Non credo che ce ne fosse uno,» rispose Helen, lanciando un'occhiata ansiosa a Philippa.

Felstead posò il bicchiere.

«Nessun timbro? Intendete nessun timbro estero, suppongo? Sono state spedite in Inghilterra, eh?»

Philippa scosse la testa.

«Ci sono arrivate, Dick,» disse, «a mano.»

Felstead era, senza dubbio, stupito. Si voltò sulla sedia verso Philippa.

«A mano?» ripeté. «Intendete dire che sono state effettivamente portate qui a mano?»

Forse qualcosa nel suo modo di fare le avvertì. Philippa rise mentre si chinava sulla sua sedia.

«Ti diremo come sono arrivate, tra poco,» dichiarò, «ma non finché non avrai finito il pranzo, bevuto l'ultima goccia di quello champagne e bevuto almeno due bicchieri del porto che Mills ha decantato così accuratamente. Dopo di che vedremo. Proprio ora ho solo un sentimento, e so che anche Helen ce l'ha. Nient'altro conta, se non che ti abbiamo di nuovo a casa.»

Felstead diede una pacca sulla guancia a sua sorella, le tirò il viso verso il suo e la baciò.

«È così meraviglioso essere a casa!» esclamò scusandosi. «Ma devo avvertirvi che sono la persona più rabbiosa che esista. Sono andato in guerra con un certo rispetto per i tedeschi. Sono tornato detestandoli come parassiti. Ho passato... ma non andrò avanti.»

Mills fece la sua comparsa con il decanter di porto.

«Chiedo scusa alla signora,» disse, mentre riempiva il bicchiere di Felstead, «ma il signor Lessingham è arrivato ed è in biblioteca, in attesa di vederla.»

CAPITOLO XXVIII

Per il Maggiore Richard Felstead, l'annuncio di Mills fu privo di significato. Per la prima volta, tuttavia, divenne consapevole di qualcosa che sembrava quasi un'intesa segreta tra sua sorella e la sua fidanzata.

«Dica al signor Lessingham che sarò da lui tra un minuto o due, se vuole gentilmente attendere,» istruì Philippa.

«Chi è il signor Lessingham?» chiese Richard, non appena la porta si fu chiusa dietro Mills. «Sembra un orario strano per una visita.»

Helen lanciò un'occhiata a Philippa, le cui labbra formularono un deciso negativo.

«Il signor Lessingham è un gentiluomo che soggiorna nei dintorni,» rispose quest'ultima. «Probabilmente farai la sua conoscenza tra non molto. Per inciso, l'altra sera ha salvato la vita a Henry.»

«Sembra eccitante,» osservò Richard. «Che forma di distruzione stava corteggiando Henry?»

«C'era un peschereccio naufragato nella tempesta,» spiegò Philippa. «Si può vedere da tutte le finestre anteriori. Henry era a bordo, di ritorno da una delle sue escursioni di pesca. Stavano cercando di trovare l'ancoraggio di Dumble e sono stati spinti su quella bassa cresta di roccia. Si è spezzata una cima, o qualcosa del genere, non avevano più razzi, e il signor Lessingham ha nuotato fuori con la cima.»

«Sembra un tipo coraggioso,» ammise Richard.

Philippa si alzò in piedi a malincuore.

«Mi aspetto che sia venuto a salutarci,» disse. «Ti lascio con Helen, Dick. Non farla abbuffare. E sai dove sono i sigari, Helen. Porta Dick nella stanza delle armi dopo. Avrete tutto per voi e c'è il fuoco lì.»

Philippa entrò in biblioteca in uno stato di agitazione per il quale era lieta di avere una scusa ragionevole. Tese entrambe le mani a Lessingham.

«Dick è tornato... appena arrivato!» esclamò. «Non posso dirti quanto siamo felici e quanto siamo grati!»

Lessingham portò le sue dita alle labbra.

«Sono felice,» disse semplicemente. «Vuoi dire che è qui in casa, ora?»

«È in sala da pranzo con Helen.»

Lessingham per un momento rimase pensieroso.

«Non pensi,» suggerì, «che sarebbe meglio tenerci separati?»

«Me lo stavo chiedendo,» confessò lei.

«Gli hai detto del fatto che io abbia portato le lettere?»

Lei scosse la testa.

«Abbiamo quasi fatto. Poi mi sono fermata... non ne ero sicura.»

«Sei stata saggia,» disse.

«Sei saggio tu?» gli chiese lei rapidamente.

«Nel tornare qui?»

Lei annuì.

«Il capitano Griffiths sa tutto,» gli ricordò. «È semplicemente furioso perché l'arresto è stato ostacolato. Credo davvero che sia pericoloso.»

Lessingham rimase impassibile.

«Dovevo tornare,» disse semplicemente.

«Perché te ne sei andato così improvvisamente?»

«Beh, dovevo fare anche quello,» rispose, «solo che le cause determinanti erano molto diverse. Parleremo, se non ti dispiace, solo della causa che mi ha riportato qui. Quella che credo tu sappia già.»

Philippa era curiosamente spaventata. Guardò verso la porta come se avesse una vaga speranza di fuga. Si rese conto che la necessità di una decisione era arrivata.

«Philippa,» continuò lui, «vedi cosa è questo?»

Le porse due fogli di carta piegati. Lei trasalì. In cima a uno riconobbe una piccola fotografia di se stessa.

«Cosa sono?» chiese. «Cosa significa?»

«Sono passaporti per l'America,» le disse.

«Per... per me?» balbettò lei.

«Per te e per me.»

Le scivolarono dalle dita. Lui li raccolse dal tappeto. Il suo volto fu nascosto per un momento tra le mani.

«So così bene come ti senti,» disse umilmente. «So quanto terribile debba sembrarti questo shock quando arriva così da vicino. Sei così diversa dalle altre donne che potrebbero fare questa cosa. È così tanto più difficile per te che per loro.»

Lei sollevò la testa. C'era ancora qualcosa dello sguardo di una bambina spaventata sul suo volto.

«Non immaginarmi migliore di quanto non sia,» pregò. «Non sono davvero diversa da qualsiasi altra donna, solo che è la prima volta che questo genere di cose entra nella mia vita.»

«Lo so. Vedi,» continuò, un po' malinconico, «non mi hai ancora concesso, finora, molta della tua fiducia, Philippa. Sai che ti amo come un uomo ama solo una volta. Sembra una frase vuota dirlo, ma se mi darai la tua vita da custodire, avrò solo un pensiero: renderti felice. Potrei riuscirci? Questo è ciò che devi chiedere a te stessa. Non sei felice ora. Pensi che, se rimani qui, il futuro possa essere migliore per te?»

Lei scosse la testa tristemente.

«Credo,» confessò, «di aver raggiunto il limite estremo della mia resistenza.»

Lui si avvicinò un po'. Le sue mani si posarono sulle sue spalle molto leggermente, eppure sembravano una sorta di catena avvolgente. Più che mai in quei pochi istanti lei si rese conto delle qualità spirituali del suo volto. I suoi occhi erano accesi. La sua voce, un po' rotta dall'emozione, era meravigliosamente tenera. La guardò come se lei fosse qualcosa di prezioso e sacro.

«Io sono ricco,» disse, «e ci sono poche parti del mondo in cui non potremmo vivere. Potremmo trovare la nostra strada verso le isole, come il vostro grande scrittore Stevenson, che tanto vi diletta; isole piene di colore, di uccelli meravigliosi e di strani cieli azzurri; isole dove la pace dei tropici placa la memoria e il tempo batte solo nel cuore. Il mondo è un posto grande, Philippa, e ci sono angoli dove il sordido crimine di questa orribile carneficina è stato a malapena sentito nominare, dove l'orrore e il suo marchio sono come se non fossero mai esistiti, dove il sole e la luna non si vergognano ancora e i grigi mostri non cavalcano da nessuna parte sui mari color zaffiro.»

«Sembra una fiaba,» mormorò lei, con un sorriso a metà tra il patetico e il malinconico.

«L'amore modella sempre la vita come una fiaba,» rispose lui.

Lei rimase perfettamente immobile.

«Vuoi la mia risposta ora, in questo momento?» chiese infine.

«Ci sono ancora alcune ore,» le disse lui. «Ho una automobile molto potente qui, e stanotte c'è la luna piena. Se partiamo alle dieci, possiamo prendere il piroscafo domani pomeriggio. Tutto è stato reso molto facile per me. E anche la fortuna è con noi: il vostro vendicativo comandante, il capitano Griffiths, è a Londra. Vedi, hai tutto il pomeriggio per riflettere. Voglio solo la tua felicità. Alle dieci verrò qui. Se hai intenzione di venire con me, devi essere pronta per quell'ora. Capisci?»

«Capisco,» acconsentì lei, a mezza voce. «E ora,» continuò, alzando gli occhi, «in qualche modo penso che tu abbia ragione. Sarebbe meglio per te e Dick non incontrarvi.»

«Ne sono certo,» concordò lui. «Verrò a prendere la mia risposta alle dieci. Mi chiedo...»

Rimase a guardarla, con gli occhi avidi di trovare un qualche segno sul suo volto. C'era così tanta gentilezza lì, così tanto che avrebbe potuto passare persino per affetto, eppure qualcosa che, dietro tutto ciò, gelava la sua sicurezza. Lasciò la frase in sospeso e si voltò verso la porta. Improvvisamente lei lo richiamò. Sollevò un dito. La sua intera espressione era cambiata. Era allarmata.

«Aspetta!» implorò. «Riesco a sentire la voce di Dick. Aspetta che abbia attraversato l'atrio.»

Entrambi rimasero, per un momento, in silenzio assoluto. Poi udirono un piccolo grido di protesta da parte di Helen e una risata gioviale di Richard. La porta fu spalancata.

«Non ti dispiace se passiamo per la sala d'armi, Phil?» chiese suo fratello. «Non stiamo... Mio Dio!»

Ci fu uno strano silenzio, interrotto da Helen, che stava sulla soglia, ritratto vivente dello sgomento.

«Ho cercato di convincerlo ad andare dall'altra parte, Philippa.»

Richard fece un rapido passo avanti. Aveva le mani tese.

«Bertram!» esclamò. «È un miracolo? Sei qui con mia sorella?»

Lessingham tese la mano. Improvvisamente Richard lasciò cadere la propria. La sua espressione si era fatta più severa.

«Non capisco,» disse semplicemente. «Qualcuno mi spieghi, per favore.»

CAPITOLO XXIX

Per alcuni brevi istanti nessuno sembrò propenso ad assumersi l'onere della parola. Lo stupore di Richard sembrava aumentare a rifletterci.

«Maderstrom!» esclamò. «Bertram! Che diavolo ci fai qui?»

«Sono solo un naufrago,» spiegò Lessingham, con un lieve sorriso. «Felice di vederti, Richard. Sei arrivato con un giorno di anticipo rispetto a quanto mi aspettassi.»

«Sapevi che sarei arrivato, dunque?» pretese di sapere Richard.

«Naturalmente,» rispose Lessingham. «Ho avuto il grande piacere di occuparmi del tuo rilascio.»

«Ascolta,» continuò Richard, «sto brancolando un po' nel buio. Non capisco. Perdonami se vado fuori strada. Non dimentico la nostra amicizia, Maderstrom, o ciò che ti devo da quando sei venuto a trovarmi a Wittenberg. Ma nonostante tutto, tu hai servito nell'esercito tedesco e sei un nemico, e voglio sapere cosa ci fai qui, in Inghilterra, nella casa di mio cognato.»

«Nessun danno particolare, Richard, te lo prometto,» rispose Lessingham con mitezza.

«Sei qui sotto falso nome!»

«Hamar Lessingham, se non ti dispiace,» acconsentì l'altro. «Preferisco il mio nome, ma non credo che usarlo mi garantirebbe un'accoglienza molto calorosa da queste parti, proprio ora.» E aggiunse, con uno sguardo a Philippa, «Devo considerare gli amici di cui ho goduto l'ospitalità.»

In modo confuso la verità iniziò ad albeggiare nella mente di Richard. Il suo tono divenne più cupo e il suo atteggiamento più minaccioso.

«Maderstrom,» disse, «ci siamo incontrati l'ultima volta in circostanze diverse. Ammetterò di aver fatto una misera figura, ma la mia era almeno una prigionia onorevole. Non sono così sicuro che la tua sia una libertà onorevole.»

Philippa posò la mano sul braccio del fratello.

«Dick, caro, ricorda che ti stavano facendo morire di fame!» lo implorò.

«Non saresti mai sopravvissuto,» fece eco Helen.

«Stai parlando con il signor Lessingham,» protestò Philippa, «come se fosse un nemico, invece del miglior amico che tu abbia mai avuto in vita tua.»

Richard li scacciò con un gesto.

«Dovete lasciar fare a noi,» insistette. «Maderstrom e io saremo in grado di capirci, almeno. Cosa fai in questa casa, in Inghilterra? Qual è la tua missione qui?»

«Qualunque essa sia stata, è compiuta,» disse Lessingham gravemente. «Al momento, i miei piani sono di lasciare il vostro paese stanotte.»

«Compiuta?» ripeté Richard. «Che diavolo intendi? Compiuta? Stai facendo la spia in questo paese?»

«Probabilmente considereresti la mia missione spionaggio,» ammise Lessingham.

«E l'hai portata a una conclusione positiva?»

«L'ho fatto.»

Philippa gettò le braccia attorno al collo del fratello. «Dick,» supplicò, «per favore ascolta. Il signor Lessingham è stato qui, in questo distretto, sin da quando è sbarcato in Inghilterra. Che male avrebbe potuto fare? Non abbiamo un solo segreto da svelare. Tutti sanno dove si trovano i nostri pochi cannoni. Tutti sanno dove sono acquartierati i soldati. Non abbiamo porti o fortificazioni segrete. Non abbiamo informazioni navali che sarebbe utile segnalare ovunque. Il signor Lessingham ha trascorso il suo tempo tra inezie, qui. Porta via Helen da qualche parte e dimentica di averlo visto in casa. Ricorda che ha salvato la vita a Henry oltre che a te.»

«Non chiedo alcuna considerazione per questo motivo,» dichiarò Lessingham. «Tutto ciò che ho fatto per te in Germania, l'ho fatto, o avrei dovuto tentare di farlo, per il mio vecchio amico. Il tuo rilascio è stato diverso. Sono costretto ad ammettere che è stato il prezzo pagato per il mio soggiorno qui. Ti chiederò solo di ricordare che l'accordo è stato preso senza la tua conoscenza e che tu non ne sei in alcun modo responsabile.»

«Un prezzo,» pronunciò Richard ferocemente, «che mi rifiuto di pagare!»

Lessingham scrollò le spalle.

«L'alternativa,» confessò, «è nelle tue mani.»

Richard si mosse verso il telefono.

«Mi dispiace, Maderstrom,» disse, «ma il mio dovere è chiaro. Chi è il comandante qui, Philippa?»

Philippa si parò tra suo fratello e il telefono. C'era una strana macchia di colore rabbioso sulle sue guance. I suoi occhi erano in fiamme.

«Richard,» esclamò, «non lo farai da casa mia! Te lo proibisco!»

«Fare cosa?»

«Dare informazioni. Sai cosa significherebbe se ti credessero?»

«La morte,» rispose lui. «Maderstrom conosceva il rischio che correva quando è venuto in questo paese sotto falso nome.»

«Perfettamente,» ammise Lessingham.

«Ma non lo permetterò!» protestò Philippa. «È diventato nostro amico. Giorno dopo giorno abbiamo imparato ad apprezzarlo sempre di più. Ha salvato la tua vita, Dick. Ti ha riportato da noi. Pensa a cosa ti proponi di fare!»

«È quello che ogni soldato deve affrontare,» dichiarò Richard.

«Voi uomini mi fate impazzire con le vostre idee folli!» gridò Philippa disperatamente. «La guerra è nelle vostre menti, credo. La portereste dai campi di battaglia nella vostra vita quotidiana. Solo perché due grandi paesi sono in guerra, tutto deve andare a rotoli? La cavalleria? Tutti i sentimenti più nobili e dolci della vita? Se vi incontraste sul campo di battaglia, sarebbe diverso. Qui nel mio salotto, non permetterò che questo oscuro demone della guerra venga trascinato dentro come scusa per un assassinio! Porta via Dick, Helen!» implorò. «Il signor Lessingham partirà stanotte. Prometto sulla mia parola che fino ad allora rimarrà un cittadino innocuo.»

«Le donne non capiscono queste cose, Philippa...» esordì Richard.

«Grazie al cielo le capiamo meglio di voi uomini!» lo interruppe ferocemente Philippa. «Voi avete un'unica idea, colpire; l'idea limitata degli uomini che genera la guerra. Vi dico che se mai arriverà una pace universale, se mai le nazioni impareranno l'orrore di questa brama di sangue, questo oltraggio criminale alla civiltà, saranno le donne a diventare le maestre, perché tra i vostri istinti quelli brutali della forza sono i primi a balzare in superficie alla minima provocazione. Noi donne vediamo più lontano, sappiamo di più. Ti giuro, Richard, che se interferirai non ti perdonerò mai finché avrò vita!»

Richard fissò sua sorella con stupore. Sembrava esserci un nuovo spirito nato dentro di lei. In tutti i loro giorni non l'aveva mai conosciuta così seria, così appassionatamente insistente. Guardò da lei all'uomo che cercava di proteggere, il quale rispose, senza che glielo si chiedesse, ai pensieri che aveva in mente.

«Qualunque danno io sia stato in grado di fare,» annunciò Lessingham, «è finito. Lascio questo posto stanotte, probabilmente per sempre. Quanto al comandante,» continuò con un lieve sorriso, «è già sulle mie tracce. Non c'è nulla che tu possa dirgli su di me che lui non sappia già. È solo questione di ore, il lancio di una moneta, se riuscirò a scappare o meno.»

«Ti hanno scoperto, dunque?» esclamò Richard.

«Solo un miracolo mi ha salvato dall'arresto una settimana fa,» riconobbe Lessingham. «Il vostro comandante qui si trova in questo momento a Londra con l'unico scopo di denunciarmi.»

«Eppure rimani qui, a fare visite pomeridiane?» osservò Richard incredulo. «Che mi impicchino se riesco a capirci qualcosa!»

«Vedi,» spiegò Lessingham gentilmente. «Sono un fatalista!»

Fu Helen a condurre finalmente il suo amante fuori dalla stanza. Lui si voltò a guardare dalla porta.

«Maderstrom,» disse, «sai benissimo cosa provo personalmente nei tuoi confronti. Ti sono grato per ciò che hai fatto per me, anche se sto iniziando a comprendere i tuoi motivi. Ma per quanto riguarda le altre cose, siamo entrambi soldati. Andrò a parlare con Helen per un po'. Voglio capire qualcosa di più di quanto ne sappia al momento.»

Lessingham annuì.

«Lascia che ti aiuti,» implorò. «Ecco la questione in parole povere. Tutto ciò che ho fatto per te a Wittenberg, l'avrei fatto comunque per il bene della nostra amicizia. La tua libertà probabilmente non mi sarebbe mai stata concessa se non per la mia missione, sebbene anche quella avrei potuto tentare di organizzare. Ho portato qui le tue lettere e le ho scambiate con tua sorella e la signorina Fairclough per il rifugio della loro ospitalità e le loro garanzie. Ora sai esattamente dove finiva l'amicizia e dove iniziavano le altre cose. Fai ciò che ritieni sia il tuo dovere.»

Richard seguì Helen fuori, chiudendosi la porta alle spalle. Lessingham guardò il volto di Philippa.

«Sei ancora più meravigliosa di quanto pensassi,» continuò sottovoce. «Dici così poco e vivi così vicina alla verità. È per noi che ci sentiamo come te, che comprendiamo, che questa guerra è così terribile.»

«Voglio farti una domanda prima di congedarti,» gli disse lei. «Questo viaggio in America?»

«È una missione per conto della Germania,» spiegò, «ma è, dopotutto, una missione palese. Ho amici, amici altolocati, nel mio stesso paese, che nel loro cuore provano ciò che provo io riguardo alla guerra. È grazie a loro che sono in grado di voltare le spalle all'Europa. Ho fatto la mia parte combattendo,» continuò tristemente, «e l'orrore di tutto ciò non mi abbandonerà mai del tutto. Credo che nessuno mi abbia mai accusato di sottrarmi al dovere, eppure la pura, nera bruttezza di questa orribile lotta, la sua inutilità criminale, mi sono entrate nel sangue, tanto che penso preferirei uscire di scena in modo semplice piuttosto che ritrovarmi ancora in quel libertinaggio di sangue. È codardia, Philippa?»

Lei lo guardò con occhi luminosi.

«Non c'è nessuno al mondo,» disse, «che potrebbe chiamarti codardo. Qualunque cosa io possa decidere, qualunque cosa io possa provare verso di te, questo almeno lo so.»

Lui le baciò le dita.

«Alle dieci,» iniziò...

«Ma ascolta,» lo interruppe lei. «A prescindere da qualsiasi cosa Dick possa fare, sei in terribile pericolo qui, tanto più se davvero hai compiuto qualcosa. Perché non andare ora, in questo momento? Perché aspettare? Queste poche ore potrebbero fare tutta la differenza.»

Lui sorrise.

«Potrebbero, davvero, fare tutta la differenza per la mia vita,» rispose. «Questo dipende da te.»

Seguì Mills, che aveva obbedito alla sua chiamata, fuori dalla stanza. Philippa si spostò alla finestra e lo guardò finché non fu scomparso. Poi, molto lentamente, lasciò la stanza, salì le scale, si diresse verso il proprio piccolo appartamento e chiuse la porta a chiave.

CAPITOLO XXX

Fu una cena felice, sebbene un po' isterica, quella sera a Mainsail Haul. Philippa era a tratti insolitamente silenziosa, ma Helen si era aperta nella gioia della sua grande felicità. Richard, rasato e con i capelli tagliati, vestito ancora una volta con gli abiti della civiltà, sembrava una persona diversa. Anche in quelle poche ore le rughe attorno alla sua bocca sembravano meno pronunciate. Parlarono liberamente di Maderstrom.

«Un tipico problema da 'Fiera della vanità',» dichiarò Richard, facendo oscillare il bicchiere di vino tra le dita, «un problema, anche, che non posso dire di aver risolto del tutto finora. L'unica cosa è che se lui se ne va davvero stanotte, non vedo perché non dovrei lasciare che la faccenda svanisca dalla mia mente.»

«È molto meglio così,» concordò Helen. «Per quanto mi sforzi, non riesco a immaginarlo mentre fa del male a qualcuno. E quanto a qualsiasi informazione possa aver ottenuto qui, beh, penso che possiamo tranquillamente lasciargli portare tutto in Germania.»

«Era sempre,» continuò Richard con aria nostalgica, «una sorta di incrocio tra un sognatore, un idealista e un gentiluomo. Non c'è mai stato nulla dell'uomo d'affari pratico in lui. Era scrupolosamente onorevole e quasi un purista nella sua visione della vita. Ho incontrato moltissimi tedeschi,» continuò Richard, «e ne ho uccisi alcuni, grazie a Dio! Ma lui è quanto di più lontano dal tipo comune io abbia mai incontrato. L'unico peccato è che abbia mai prestato servizio con loro.»

Philippa aveva ascoltato attentamente. Era più che mai silenziosa dopo il piccolo apprezzamento del fratello per il suo amico. Richard la guardò con buon umore.

«Non hai ucciso il vitello grasso per me sotto forma di vestiti, Philippa,» osservò. «Si direbbe che tu stia per partire per un viaggio.»

Lei guardò il suo abito accollato ed evitò gli occhi ansiosi di Helen.

«Potrei andare a fare una passeggiata,» disse, «e lasciare che voi due giovani parliate di segreti. Amo molto il giardino in queste notti di luna piena.»

«Quando torna Henry?» chiese il fratello.

L'atteggiamento di Philippa era calmo ma sinistro.

«Non ne ho idea,» confessò. «Va e viene secondo il suo estro, e raramente so dove si trovi. Una settimana sono merlani, un'altra merluzzi. Ultimamente sembra mostrare una certa predilezione per la vita londinese.»

Gli occhi di Richard erano spalancati ora.

«Vuoi dire che ancora non sta facendo nulla?»

«Assolutamente nulla.»

«Ma quale scusa adduce... o dovrei dire quale ragione?» insistette Richard.

«Dice di essere troppo vecchio per una nave e non vuole lavorare in un ufficio,» rispose Philippa. «Questo è quello che dice. Il suo punto di vista è così impossibile che non posso nemmeno discuterne con lui.»

«È la faccenda più strana in cui mi sia mai imbattuto,» osservò Richard con aria nostalgica. «Avrei giurato che il vecchio Henry sarebbe stato in piedi e pronto a combattere all'Ammiragliato prima ancora che venisse sparato il primo colpo.»

«Al contrario,» replicò Philippa, «ha approfittato della guerra per affittare una brughiera scozzese a metà prezzo, circa una settimana dopo l'inizio delle ostilità.»

«È una faccenda strana,» ripeté Richard. «Non riesco a immaginare Henry come un imboscato. Perdonami, Philippa,» aggiunse.

«Sei completamente perdonato,» gli assicurò lei con tono asciutto.

«Proviene da una stirpe così nobile di combattenti,» rifletté Richard. «Immagino che la sua salute sia buona?»

«La sua salute,» dichiarò Philippa, «è meravigliosa. Credo sia uno degli uomini più forti che io conosca.»

Suo fratello le picchiettò la mano.

«Ci hai sofferto un po' sopra, vecchia mia,» disse affettuosamente. «Non serve a nulla, sai. Aspetta e lascia che faccia una chiacchierata con Henry.»

«Credo,» rispose lei, «che quasi tutto il possibile sia già stato detto a lui.»

«Forse gli hai messo un po' di pepe addosso,» suggerì Richard, «e magari è davvero alla ricerca di qualcosa per tutto il tempo.»

«È stata una lunga ricerca!» ribatté Philippa, con un sarcasmo pacato. «Parliamo di qualcos'altro.»

Chiacchierarono per un po' di conoscenti e parenti, fecero i loro piani per la settimana: Richard doveva presentarsi al Ministero della Guerra subito.

Philippa divenne sempre più silenziosa man mano che il pasto volgeva al termine. Fu su iniziativa di Helen che lasciarono Richard solo per un momento davanti al suo porto. Tenne il braccio infilato in quello dell'amica mentre attraversavano l'atrio verso il salotto e chiusero la porta alle loro spalle. Philippa si fermò sul tappeto davanti al camino. La sua bocca si era già serrata in una linea retta. I suoi occhi incontrarono quelli di Helen con aria di sfida.

«So esattamente cosa hai intenzione di dire, Helen,» esordì, «e ti avverto che non servirà a nulla.»

Helen tirò a sé una piccola sedia e si sedette davanti al fuoco.

«Te ne andrai con il signor Lessingham, Philippa?» chiese.

«Sì,» fu la calma risposta. «Ho preso la mia decisione questo pomeriggio. Partiamo stanotte.»

Helen allungò un piede verso la fiamma.

«In automobile?» chiese.

«Naturalmente,» rispose Philippa. «Sai che non ci sono treni in partenza da qui stanotte.»

«Farai un viaggio al freddo,» osservò Helen. «Dovresti prendere la tua pesante pelliccia.»

Philippa fissò la sua compagna.

«Non sembri molto turbata, Helen!»

«Penso,» dichiarò Helen, alzando lo sguardo, «che nulla di ciò che mi è accaduto in vita mia mi abbia resa più infelice, ma vedo che hai ragionato su tutto quanto, e non c'è un solo argomento che potrei usare che tu non abbia già scartato. È la tua vita, Philippa, non la mia.»

«Dato che sei così filosofica,» osservò Philippa, «lascia che ti chieda: faresti quello che sto per fare io, se fossi al mio posto?»

«Non lo farei,» fu la ferma risposta.

Philippa rise di cuore.

«Oh, so cosa hai intenzione di dire!» continuò Helen rapidamente. «Mi dirai, vero, che non sono una persona temperamentale. Penso che in fondo al cuore tu disprezzi un po' la mia assoluta fedeltà a Richard. La chiameresti da vacca, o qualcosa del genere. C'è una differenza tra noi, Philippa, ed è per questo che ho paura di discutere con te.»

«Cosa faresti,» pretese di sapere Philippa, «se Richard ti deludesse in qualcosa di importante?»

«Potrei soffrire,» confessò Helen, «ma il mio amore resterebbe lì comunque. Forse per quella ragione soffrirei di più, ma non sarei mai in grado di vedere con gli occhi di chi lo giudica duramente.»

«Pensi, dunque,» insistette Philippa, «che dovrei rimanere ancora la moglie amorevole e affettuosa di Henry, pronta a prendere il mio posto tra i passatempi della sua vita... quando lui ne ha voglia, per esempio, di vagabondare dalla sua cupa signora amata verso qualcosa di minuto e del mio incarnato, o quando si stabilisce a casa per qualche giorno dopo una quindicina di giorni di sport sul mare e si aspetta che io gli racconti le notizie di guerra?»

«Non credo che lo farei,» ammise Helen tranquillamente, «ma sono abbastanza certa che non scapperei con un altro uomo.»

«Perché no?»

«Perché mi punirei troppo.»

Gli occhi di Philippa brillarono improvvisamente.

«Helen,» disse, «non sei così sciocca come cerchi di farmi credere. Non riesci a vedere cosa c’è davvero in fondo a tutto questo nella mia mente? Non riesci a capire che, qualunque punizione possa comportare, punirà ancor di più Henry?»

«Capisco,» osservò Helen. «Stai scappando con il signor Lessingham per infastidire Henry?»

«Oh, ne sarà più che infastidito!» Philippa rise in modo sardonico. «Ha delle idee terribili sulla sacralità delle cose che gli appartengono. Sarà straordinariamente abbattuto per un bel po’ di tempo. Potrebbe persino provare qualche piccola pugnalata. Quando avrò tempo, gli scriverò una lettera che potrà conservare per il resto della sua vita. Non gli piacerà affatto!»

«Dove andrete a vivere tu e il signor Lessingham?» chiese Helen.

«In America, per cominciare. Ho sempre desiderato andare negli Stati Uniti.»

«Cosa farai,» continuò Helen, «se non riuscirai a uscire dal paese sana e salva?»

«Il signor Lessingham sembra del tutto sicuro che ci riusciremo,» rispose Philippa, «e sembra una persona piena di risorse. Naturalmente, se non dovessimo farcela, tornerei nel Cheshire. Ci sarei tornata comunque, prima di ora, se il signor Lessingham non fosse arrivato.»

«Beh, sembra tutto molto semplice,» ammise Helen. «Penso che il signor Lessingham sia una persona perfettamente deliziosa, e non mi meraviglierei se ogni tanto non arrivassi quasi a immaginare di essere felice.»

«Sembri prendere la mia partenza molto freddamente,» osservò Philippa.

«Ti ho detto come mi sento a riguardo proprio ora,» le ricordò Helen. «La tua partenza è come una grande nuvola nera che ho visto crescere sempre di più, giorno dopo giorno. Penso che, a modo suo, Dick soffrirà tanto quanto Henry. Saremo tutti profondamente infelici.»

«Perché allora non provi a convincermi a non andare?» pretese Philippa. «Te ne stai seduta lì a parlarne come se dovessi andare a fare una normale visita in una casa di campagna.»

Helen sollevò la testa e Philippa vide che i suoi occhi erano pieni di lacrime.

«Cara Philippa,» disse, «se pensassi che tutte le lacrime che sono mai state versate, tutte le parole che sono mai state strappate dal cuore di qualcuno, potessero avere un effetto reale, mi inginocchierei davanti a te ora e ti implorerei di rinunciare a questa idea. Ma penso... non ti arrabbierai con me, cara?... penso che andresti lo stesso.»

«Sembri pensare che io sia ostinata,» si lamentò Philippa.

«Vedi, tu sei volubile, cara,» le ricordò Helen. «Hai una natura complessa. So molto bene che hai bisogno dell’amore quotidiano che Henry non sembra essere stato disposto a darti ultimamente, e non potrei impedirti di voltarti verso il sole, sai. Solo che... c’è sempre quella terribile ansia... sei proprio sicura che sia il sole?»

«Tu credi nel signor Lessingham, vero?» chiese Philippa.

«Davvero,» rispose Helen. «Non sono del tutto sicura, però, di credere in te.»

Philippa rimase un po’ sorpresa.

«Beh, guarda un po’!» esclamò. «Cosa intendi dire esattamente con questo, Helen?»

«Non sono del tutto sicura,» continuò Helen, «che quando il momento sarà davvero giunto, e la tua testa sarà rivolta verso l’alto e le tue braccia protese, e i tuoi piedi avranno lasciato questo mondo in cui ti trovi ora, non sono del tutto sicura che troverai tutto ciò che cerchi.»

«Pensi che lui non mi ami?»

«Non sono convinta,» rispose Helen con calma, «che tu ami lui.»

«Ma sei pazza,» dichiarò Philippa febbrilmente, «certo che lo amo! Penso che sia una delle persone più dolci e amabili che io abbia mai conosciuto, e quanto al fatto che sia svedese, non mi importerebbe se fosse un abitante delle Fiji o un cinese.»

Helen annuì con comprensione.

«Sono d’accordo con te,» disse, «ma ascolta. Sai che non ho pronunciato una sola parola per dissuaderti. Ebbene, allora, concedimi solo una cosa. Prima di partire questa sera, di’ al signor Lessingham la verità, qualunque essa sia, la verità che non hai detto a me. Molto probabilmente non farà alcuna differenza. Due persone carine come te e lui, che stanno per unire le loro vite, di solito, credo, trovano le cose che cercano. Eppure, diglielo.»

Philippa non rispose. Richard aprì la porta e indugiò sulla soglia. Helen si alzò in piedi.

«Arrivo, Dick,» chiamò allegramente. «C’è un fuoco magnifico nella stanza delle armi, e due grandi poltrone comode, e avremo proprio il tempo che aspettavo da tutto il giorno. Mi racconterai delle cose, vero?»

Sembrava molto dolce mentre si avvicinava a lui, gli occhi rivolti verso di lui, il volto pieno di quell’unica felicità. Lui le passò un braccio attorno alla vita.

«Ci proverò, cara,» disse. «Non ti sentirai sola, Philippa?»

«Verrò a disturbarvi quando succederà,» promise lei.

La porta si chiuse. Lei rimase a fissare il fuoco, ascoltando i loro passi mentre attraversavano l’atrio.

CAPITOLO XXXI

Lessingham rimase per un momento a fianco dell’auto dalla quale era appena sceso, lanciando un’occhiata ai pneumatici enormi e alle taniche di benzina fissate sul retro.

«Nient’altro che le occorre, autista?» chiese.

«Niente, signore,» fu la risposta quasi impercettibile.

«Ha la mappa del percorso?»

«Sì, signore, e abbastanza benzina per trecento miglia.»

Lessingham si voltò, spinse il cancello e risalì il viale di Mainsail Haul. Decisamente era il momento della sua vita. Era messo alle strette, come sapeva, da altri oltre a Griffiths. Poche ore ora erano tutto il vantaggio che poteva ragionevolmente aspettarsi. Si trovava faccia a faccia con un pericolo molto reale e serio, che non poteva più ignorare e dal quale la fuga diventava di momento in momento più difficile. Eppure tutto l’emotivismo di questo culmine era centrato altrove. Era dalle labbra di Philippa che avrebbe sentito la sua vera sentenza; era la sua risposta che lo avrebbe riempito ancora una volta di brama di vivere, o lo avrebbe spinto nella sua corsa attraverso la notte verso la salvezza, insensibile, quasi indifferente al risultato.

Risalì il viale, curiosamente a suo agio, in uno stato di animazione sospesa, che non conosceva speranza e non temeva delusioni. Appena prima di raggiungere la porta principale, la porticina nel muro sul suo lato sinistro si aprì, e Philippa apparve lì, avvolta nella sua pelliccia, incorniciata dal debole e ombroso chiaro di luna sullo sfondo dello spazio delimitato dal mare. Si mosse con impazienza verso di lei.

«Ho sentito l’auto,» sussurrò. «Vieni a sederti per un momento. Non fa affatto freddo e la luna sta appena spuntando sopra il mare.» «Sono uscita,» continuò, mentre lui camminava obbediente al suo fianco, «perché la casa in qualche modo mi soffocava.»

Lei lo condusse su una panchina. Più in basso, le lunghe onde si infrangevano sulle rocce, lanciando piccoli getti di spruzzi nell’aria. Il villaggio che giaceva ai loro piedi era silenzioso e senza vita; c’era, in effetti, una curiosa assenza di suono, tranne quando le onde in arrivo si infrangevano sulle rocce e macinavano i ciottoli insieme nel loro lungo fruscio all’indietro. Molto presto il paese addormentato, ora avvolto nelle ombre, avrebbe preso forma e contorno alla luce della luna nascente; le siepi avrebbero diviso i campi quadrati, i boschi neri avrebbero preso forma e le colline la loro mistica solennità. Ma quei pochi minuti erano minuti di suspense. Lessingham era in una certa misura consapevole del loro strano significato allegorico.

«Sono venuto,» le ricordò con fermezza, «per la mia risposta.»

Lei gli mostrò la piccola borsa al suo fianco sulla panchina e si toccò il mantello. Era davvero pronta per un viaggio.

«Vedi,» gli disse, «eccomi qui.»

Il suo volto fu improvvisamente trasformato. Lei ebbe quasi paura dell’effetto delle sue parole. Si ritrovò a lottare tra le sue braccia.

«Non ancora,» implorò. «Ti prego, ricorda dove siamo.»

Lui la lasciò andare a malincuore. A pochi metri di distanza, potevano sentire il dolce ronzio del motore a sei cilindri, inesorabile promemoria dei momenti che passavano. Le prese la mano.

«Vieni,» sussurrò appassionatamente. «Ogni istante è prezioso.»

Lei non esitò più. La porticina aperta gli sembrò improvvisamente condurre lungo la grande arteria di una vita nuova e splendida. Doveva essere uno di quei pochi fortunati a cui era stato dato il premio divino. E poi si fermò di colpo, anche mentre lei camminava volentieri al suo fianco. Sapeva così bene il bisogno di fretta. Il leggero mormorio di quel motore lo stava invitando tutto il tempo. Eppure sapeva che c’era un’altra cosa che doveva essere detta.

«Philippa,» iniziò, «sai cosa stiamo facendo? Credo che possiamo scappare. La mia fuga è tutta meravigliosamente organizzata. Ma non ci sarà alcun ritorno. Sarà tutto finito quando la nostra auto oltrepasserà le colline là. Non te ne pentirai? Tieni abbastanza persino per questo sacrificio supremo?»

«Non ti rimprovererò mai finché vivrò,» promise lei. «Ho deciso di venire e sono pronta.»

«Ma è perché ci tieni?» chiese lui ansiosamente.

«È perché ci tengo, per una ragione.»

«Nel senso più grande?» insistette. «Nell’unico modo?»

Lei esitò. Improvvisamente sentì la mano di lei farsi più fredda nella sua. La vide tremare sotto il peso della pelliccia.

«Non chiedermi proprio questo,» implorò senza fiato. «Accontentati di sapere che ho calcolato il costo e che sono disposta a venire.»

Lui sentì il brivido dell’imminente disastro. Chiuse il cancelletto attraverso il quale stavano per passare e si fermò con la schiena contro di esso. In quella luce debole che sembrava strisciare sul mondo prima che la luna stessa si rivelasse, lei gli sembrò in quel momento la cosa più bella e desiderabile sulla terra. Il suo viso era rivolto verso il suo, mezzo patetico, mezzo protestante contro la rivelazione che lui le stava estorcendo.

«Ascolta, Philippa,» disse, «la signorina Fairclough mi ha avvertito di una cosa. L’ho messa da parte. Non sembrava possibile. Ora devo farti una domanda. Hai qualche altro motivo, non è vero, per aver scelto di venire via con me? Non è solo perché mi ami più di chiunque altro al mondo, come io amo te, e quindi che apparteniamo l’uno all’altra ed è giusto e bene che passiamo la nostra vita in compagnia l’uno dell’altra? C’è qualcos’altro, non è vero, alla radice della tua determinazione? Qualche alleato?»

Fu uno strano momento per Philippa. Nulla era cambiato dentro di lei, eppure una meravigliosa pietà stava brillando nel suo cuore, lacerando le sue emozioni, portando un singhiozzo alla sua gola.

«Intendi... Henry?» balbettò.

«Intendo tuo marito,» assentì lui.

Improvvisamente fu appassionatamente arrabbiata con se stessa. Le sembrava che i giorni dell’infanzia fossero tornati. Si stava comportando come un’imbecille mentre lui giocava il grande gioco.

«Vedi,» continuò lui, con la propria voce un po’ instabile, «questo è uno di quei momenti in entrambe le nostre vite in cui qualsiasi cosa eccetto l’esatta verità significherebbe naufragio. Ami ancora tuo marito?»

«Sono così sciocca!» singhiozzò, aggrappandosi al suo braccio.

«Eri disposta a venire via con me,» continuò lui senza pietà, «in parte a causa della rabbia che provavi verso di lui, in parte per vendetta, e solo un po’ perché ti piacevo. Non è così?»

La sua testa premette sul braccio di lui. Lei annuì. Fu proprio quel movimento convulsivo della sua testa, con la sua ricchezza di capelli meravigliosi e il suo semplice cappello nero da viaggio, a sferrare il colpo mortale alle sue speranze. Era solo una bambina ancora una volta, e lei si fidava di lui.

«Molto bene, allora,» disse, «lasciami solo pensare, per un momento.»

Lei capì abbastanza da non sollevare la testa. Lessingham stava fissando attraverso le ombre caotiche dei banchi di nuvole distanti dalle quali stava sorgendo la luna. Già il dolore era iniziato, eppure con esso c’era quello strano senso di esaltazione che arriva con il sacrificio.

«Siamo stati molto vicini a essere sciocchi,» le disse, con grave gentilezza. «È bene, forse, che siamo stati in tempo. Quelle finestre che portano nella tua biblioteca, attraverso le quali sono venuto da te la prima volta, tra l’altro,» aggiunse, con un piccolo strano sospiro nostalgico, «sono aperte?»

«Sì!» sussurrò.

«Vieni, allora,» invitò. «Prima di partire c’è qualcosa che voglio chiarire con te.»

Si fecero strada quasi come due cospiratori lungo il piccolo cammino terrazzato. Philippa aprì la finestra e la richiuse dietro di loro. La stanza era vuota. Lessingham, osservandola attentamente, gemette quasi mentre vedeva il meraviglioso sollievo sul suo volto. Lei si tolse il mantello, e lui gemette di nuovo mentre ricordava quanto fosse stato vicino al suo compito rimuoverlo. Nel suo semplice abito da viaggio, lei si voltò e lo guardò in modo molto patetico.

«Hai, forse, un giornale del mattino qui?» chiese.

«Un giornale? Perché, sì, il Times,» rispose lei, un po’ sorpresa.

Lui lo prese dal tavolo verso il quale lei indicava e lo tenne sotto la luce della lampada. Poco dopo la chiamò. Il suo indice poggiava su una certa colonna.

«Leggi questo,» ordinò.

Lei lo lesse in un tono che passò dalla sorpresa allo stupore assoluto:

Il Comandante Sir Henry Cranston, Baronetto, riceverà il D.S.O. per servizi speciali, e sarà promosso al rango di Contrammiraglio ad interim.

«Cosa significa?» chiese febbrilmente. «Henry? Un D.S.O. per Henry per servizi speciali?»

«Significa,» le disse, con un sorriso forzato, «che tuo marito è, come dici tu nel tuo linguaggio espressivo, un impostore.»

CAPITOLO XXXII

Per un momento Philippa fu instabile sulle gambe. Lessingham la condusse a una sedia. Da fuori arrivò il clacson dell’auto, basso e cauto, che chiamava il suo passeggero ritardatario.

«Non posso, naturalmente, spiegarti tutto,» iniziò, con un tono di insolita moderazione, «ma so che negli ultimi due anni tuo marito è stato responsabile presso l’Ammiragliato per la maggior parte dei campi minati lungo la vostra costa orientale. Per cominciare, la sua permanenza in Scozia era una farsa. Era per la maggior parte del tempo con la flotta e lungo le coste. Le sue escursioni di pesca da qui sono state dello stesso ordine, solo di più. Tutti i luoghi di importanza, da qui alla foce del Tamigi, sono stati minati, o meglio, gli approcci ad essi sono stati minati sotto le sue istruzioni. La mia missione in questo paese, qui a Dreymarsh, non ritrarti da me se puoi evitarlo, era ottenere una copia del suo piano di protezione dalle mine di una certa città sulla costa orientale.»

«Perché dovrei ritrarmi da te?» mormorò. «Tutto questo è troppo meraviglioso! Che piccola bestia deve pensare che io sia Henry!» aggiunse, con una irrilevanza veramente femminile e meravigliosamente egoista.

«Tu e la signorina Fairclough,» continuò Lessingham, «avete deriso la mia presenza qui per conto del nostro Servizio Segreto. È sembrato a entrambe molto ridicolo. Ora capite.»

«Non cambia nulla,» protestò Philippa in lacrime. «Hai sempre detto la verità.»

«E continuerò a farlo,» le assicurò Lessingham. «Non sono una persona abile nel mio lavoro, che è tutto nuovo per me, ma la fortuna mi ha favorito la notte in cui tuo marito ha fatto naufragio. Sono riuscito a rubargli, a bordo di quel peschereccio distrutto, la mappa del campo minato che ero stato mandato a procurare.»

«Naturalmente dovevi farlo se potevi,» singhiozzò Philippa. «Penso che sia stato molto astuto da parte tua.»

Lui sorrise.

«Ci sono altri che potrebbero guardare la questione diversamente,» disse. «Sto per farti una domanda che so essere non necessaria, ma devo avere la tua risposta da portare via con me. Se avessi saputo tutto il tempo che tuo marito, invece di essere un imboscato, come pensavi, stava facendo un lavoro splendido per il suo paese, non mi avresti ascoltato per un momento, vero? Non mi avresti lasciato arrivare ad amarti?»

Lei si aggrappò alle sue mani.

«Sei l’uomo più caro del mondo,» esclamò, con le labbra ancora tremanti, «ma, come dici tu, conosci la risposta. Sono sempre stata innamorata di Henry. È stato perché lo amavo che ero così furiosa. Mi sei piaciuto così tanto che è stato meschino da parte mia pensare, di ciò che è quasi accaduto.»

«Così quasi accaduto!» ripeté lui, con un improvviso accesso della più amara autocommiserazione.

Ancora una volta il basso, avvertitore clacson dell’auto, questa volta un po’ più impaziente, ruppe il silenzio. Philippa era pervasa da un terrore irragionevole.

«Devi andare!» implorò. «Devi andare in questo momento! Se ti prendessero, non potrei sopportarlo. E quell’uomo Griffiths, ha giurato che se non riuscirà a ottenere l’autorità del governo, ti sparerà!»

«Griffiths è andato a Londra,» le ricordò.

«Sì, ma potrebbe tornare con questo treno,» gridò, lanciando un’occhiata all’orologio, «e ho uno strano presentimento, l’ho avuto tutto il giorno, che anche Henry potrebbe venire. È in ritardo ora. Chiunque potrebbe arrivare qui. Oh, per favore, per amor mio, affrettati!» implorò, con le lacrime che le rigavano il viso. «Se dovesse succedere qualcosa, non potrei mai perdonarmi. È perché sei stato così caro, così vero e onorevole, che tutto questo tempo è andato sprecato. Se dovesse costarti la vita!»

Fu colta da un attacco di ansia nervosa che divenne quasi un parossismo. Gli abbottonò il cappotto e lo trascinò quasi alla porta. E poi si fermò per un momento ad ascoltare. I suoi occhi si dilatarono. Le sue labbra erano socchiuse. Tremava come per una febbre.

«È troppo tardi!» balbettò istericamente. «Posso sentire la voce di Henry! Presto! Vieni alla finestra. Devi uscire da quella parte e attraverso il cancelletto.»

«Tuo marito avrà visto l’auto,» protestò. «E poi, ci sono la tua borsa da viaggio e il tuo cappotto da viaggio.»

«Gli dirò tutto,» dichiarò follemente. «Non importa nulla se non che tu scappi. Oh, sbrigati! Posso sentire Henry che parla con Jimmy Dumble, per l’amor di Dio…»

Le parole morirono sulle sue labbra. La porta era stata aperta e richiusa immediatamente. Ci fu il rapido giro della serratura, che suonò come il ticchettio del destino. Sir Henry, ben dentro la stanza, annuì a entrambi affabilmente.

«Bene, Philippa? Non mi stavi aspettando, eh? Salve, Lessingham! Non ancora partito? Sei un po’ al limite, non trovi?»

Lessingham lanciò un’occhiata verso la porta chiusa.

«Forse,» ammise, «un po’ troppo al limite.»

Sir Henry fu improvvisamente preso d’assalto. Philippa si era gettata tra le sue braccia. Le sue dita erano intrecciate attorno al suo collo. Le sue labbra, i suoi occhi, lo stavano implorando.

«Henry! Henry, devi perdonarmi! Non sapevo, non avrei mai immaginato cosa stavi facendo davvero. Non mi perdonerò mai, ma tu, tu sarai generoso.»

«Tutto a posto, cara,» promise, chinandosi per baciarla. «In parte colpa mia, naturalmente. Ho dovuto assecondare quelle vecchie signore a Whitehall che volevano che facessi la parte dell’idiota particolarmente innocuo. Vedi,» continuò, lanciando uno sguardo verso Lessingham, «avevano sempre paura che i miei passi potessero essere seguiti da spie, se la mia posizione fosse stata generalmente nota.»

Philippa non rinunciò alla sua posizione. Era ancora aggrappata a suo marito. Si rifiutava di lasciarlo andare.

«Henry,» implorò, «oh, ascoltami! Ho così tanto da confessare, così tanto di cui mi vergogno! Eppure, con tutto ciò, voglio supplicare, implorare un grande favore da te.»

Sir Henry guardò il viso di sua moglie.

«È uno che posso concedere?» chiese gravemente.

«Se vuoi che io sia mai felice di nuovo, lo farai,» singhiozzò. «Per il bene di Helen così come per il mio, aiuta il signor Lessingham a scappare.»

Lessingham fece un rapido passo avanti. Aveva l’aria di chi ha raggiunto i limiti della sua resistenza.

«So che lo dice con gentilezza, Lady Cranston,» disse, «ma non desidero alcun intervento.»

Sir Henry accarezzò la mano di sua moglie e la tenne un po’ lontana da sé. C’era un cambiamento curioso ma inconfondibile nel suo comportamento. La sua bocca non aveva del tutto perso il suo tocco umoristico, ma la sua mascella sembrava più evidente, la luce nei suoi occhi era più acuta, e c’era un tono di autorità nella sua voce.

«Suvvia,» disse, «cerchiamo di intenderci, Philippa, e farebbe meglio ad ascoltare anche lei, signor Lessingham. Posso prometterle che le sue possibilità di fuga non saranno affatto compromesse dal fatto che io rubi questi pochi minuti del suo tempo. Philippa,» continuò, voltandosi di nuovo verso di lei, «ti sei sempre fatta passare per un'inglese straordinariamente patriottica, eppure mi sembra che tu abbia stretto un patto con quest'uomo, pur sapendo bene che era al servizio della Germania, per offrirgli rifugio e ospitalità qui, accesso alla mia casa e protezione tra i tuoi amici, in cambio di certi favori concessi a tuo fratello.»

Philippa rimase senza parole. Era una visione della faccenda che lei ed Helen avevano cercato con tanta ansia di evitare.

«Ma, Henry,» protestò, «la sua permanenza qui sembrava così innocua. Tu stesso hai riso dell'idea di uno spionaggio a Dreymarsh. Non c'è nulla da scoprire. Non succede nulla qui che il mondo intero non potrebbe sapere.»

«Non è mai stata quella la mia tesi,» intervenne Lessingham.

«E non è nemmeno la verità,» aggiunse severamente Sir Henry.

«Il barone Maderstrom è stato mandato qui, Philippa, per spiarmi, per ottenere l'accesso con ogni mezzo a questa casa, per rubare, se avesse potuto, certi piani e mappe da me preparati.»

Philippa cominciò a tremare. Sembrava privata della parola.

«Me l'ha detto lui,» balbettò. «Me l'ha detto neanche mezz'ora fa.»

Si bussò alla porta. Sir Henry si mosse verso di essa ma non girò la chiave.

«Chi è?» chiese.

«Il capitano Griffiths è qui con una scorta, signore,» annunciò Mills. «Ha sequestrato l'automobile fuori e chiede di poter entrare.»

CAPITOLO XXXIII

Le parole di Mills erano chiaramente udibili in tutta la stanza. Philippa fece segni ansiosi a Lessingham, indicando le porte a vetri. Lessingham, tuttavia, scosse la testa.

«Preferisco,» disse gentilmente, «finire la mia conversazione con suo marito.»

Ci fu un altro richiamo, più insistente, dall'esterno. Questa volta era la voce rauca del capitano Griffiths.

«Sir Henry Cranston,» gridò, «sono qui con un'autorità. Chiedo di essere ammesso.»

«Dov'è la sua scorta?»

«Nell'atrio.»

«Se la faccio entrare,» continuò Sir Henry, «verrà da solo?»

«Preferirei di no,» fu la risposta ansiosa. «Desidero rendere questa faccenda il meno spiacevole possibile per... per tutti.»

Sir Henry girò dolcemente la chiave, aprì la porta e fece entrare Griffiths. L'uomo sembrò non vedere nessuno se non Lessingham. Si sarebbe precipitato subito verso di lui, ma Sir Henry gli posò una mano sul braccio.

«Deve gentilmente trattenere la sua impazienza per qualche istante,» insistette. «Questa è una conferenza privata. I suoi affari con il barone Maderstrom potranno essere regolati in seguito.»

«È mio dovere,» proclamò Griffiths con impazienza, «arrestare quell'uomo come spia. Ho un'autorità, concessami stamattina a Londra.»

«Appunto,» osservò Sir Henry, «ma siamo nel bel mezzo di una discussione piuttosto interessante che intendo concludere. Il suo turno arriverà più tardi, capitano Griffiths.»

«Non posso tollerare alcuna discussione con uomini come lui,» dichiarò Griffiths con disprezzo. «Sono qui nell'esercizio del mio dovere e non accetto alcuna interferenza.»

«Nessuno desidera interferire con lei,» lo rassicurò Sir Henry, «ma finché non sarò io a dare il via libera, lei obbedirà ai miei ordini.»

«Per quanto mi riguarda,» intervenne Lessingham, «desidero che si sappia che non offro alcuna difesa.»

«Lei non ha alcuna difesa,» gli ricordò Sir Henry con suadenza. «Mi pare di capire che non solo abbia avuto l'audacia di rubare una mappa dalla mia tasca nel bel mezzo di una lotta per la vita sul peschereccio, ma che abbia coronato questa impresa con un deliberato tentativo di rapire mia moglie.»

Griffiths sembrò per un momento fuori di sé. I suoi occhi brillavano. Le sue lunghe dita fremevano. Continuava ad avvicinarsi un po' a Lessingham.

«Entrambe le accuse,» confessò quest'ultimo, guardando Sir Henry negli occhi, «sono vere.»

Allora Philippa ritrovò se stessa. Vide il lampo improvviso negli occhi di suo marito, il cupo furore sul volto di Griffiths. Fece un altro passo avanti.

«Henry,» insistette, «devi ascoltare quello che ho da dire.»

«Abbiamo sentito abbastanza parole,» intervenne Griffiths selvaggiamente.

Sir Henry ignorò l'interruzione.

«Ti sto ascoltando, Philippa,» disse con calma.

«Era mia intenzione un'ora fa lasciare questo posto con il signor Lessingham stanotte,» gli disse deliberatamente.

«Al diavolo!» mormorò Sir Henry.

«Quanto alla ragione, la conosci,» continuò, con un tono pieno di coraggio. «Sono disposta a gettarmi ai tuoi piedi ora, ma nonostante tutto sono stata trattata duramente. Sono stata resa il capro espiatorio della tua stupida promessa. Mi hai tenuto all'oscuro di cose che una moglie dovrebbe sapere. Mi hai persino incoraggiato a crederti un codardo, quando una tua singola parola avrebbe cambiato tutto. Perciò, dico che sei tu il responsabile di ciò che stavo per fare, e di ciò che avrei fatto se non fosse stato per lui... ascolta, Henry... se non fosse stato per lui!»

«Se non fosse stato per lui,» ripeté il marito con curiosità.

«È stato il signor Lessingham,» dichiarò, «ad aprirmi gli occhi su di te. È stato lui a rifiutarsi di lasciarmi cedere a quell'impulso di rabbia. Guarda il mio cappotto lì. La mia borsa è su quel tavolo. Ero pronta a partire con lui stasera. Prima di andare, ha insistito per raccontarmi tutto su di te. Avrebbe potuto scappare, e io ero disposta ad andare con lui. Invece, ha speso quei minuti preziosi a dirmi la verità su di te. Quella è stata la fine.»

«Lady Cranston omette di aggiungere,» intervenne Lessingham, «che prima che io lo facessi, lei mi ha detto francamente che i suoi sentimenti per me erano di calorosa amicizia... che il suo amore era dato a suo marito, e solo a suo marito.»

«Quanto deve andare avanti tutto questo?» chiese duramente Griffiths. «Ho l'autorità qui e il potere di prendere quell'uomo. Queste spiegazioni domestiche non hanno nulla a che fare con il caso.»

«Mi scusi,» ribatté Sir Henry con quieta enfasi, «hanno molto a che fare con esso.»

«Io sono il comandante di questo posto...» esordì Griffiths.

«E io possiedo un'autorità qui che faresti meglio a non contestare,» gli ricordò Sir Henry severamente.

Ci fu un momento di silenzio teso. Griffiths strinse i denti, ma la sua mano vagò verso il retro della cintura.

«Ora,» continuò Sir Henry, «ho intenzione di annunciarvi una notizia, sulla quale tutti noi banchetteremo quando saranno pubblicati i giornali di domani mattina, ma che non è ancora nota al grande pubblico. Durante la scorsa notte, una considerevole squadra di incrociatori tedeschi è riuscita ad attraversare il Mare del Nord e a trovare la strada per un certo porto di notevole importanza per noi.»

Lessingham trasalì. Il suo volto era contratto come per il dolore. Aveva l'aria di chi si ritrae dalla notizia che sta per sentire.

«Per inciso,» continuò Sir Henry, «tre quarti della squadra hanno anche trovato la strada per il fondo del mare, e l'altro quarto ha incontrato la nostra squadra, che attendeva al varco per la loro ritirata, e non tornerà.»

Lessingham oscillò per un momento sui piedi. Si poteva quasi immaginare che il tono di Sir Henry fosse venato di pietà mentre si voltava verso di lui.

«La mappa del campo minato di cui si è impossessato,» disse, «che era l'obiettivo della sua visita qui, era una mappa appositamente preparata per lei. Vede, il nostro Servizio Segreto non dorme affatto. Quei canali così sicuri e invitanti per il traffico britannico e alleato... li ho segnati molto chiaramente, non è vero?... erano dove avevo piazzato le mie mine. I canali che i suoi incrociatori hanno evitato così attentamente erano gli unici viali sicuri. Dunque capisce perché, Maderstrom, non ho alcun rancore contro di lei.»

Il volto di Lessingham fu per un momento il volto di un uomo colpito. C'era uno sguardo di cupo orrore nei suoi occhi.

«È la verità?» ansimò.

«È la verità,» lo rassicurò gravemente Sir Henry.

«Questo conclude le spiegazioni?» chiese il capitano Griffiths con impazienza. «La sua notizia è magnifica, Sir Henry. Per quanto riguarda questo criminale...»

Sir Henry sollevò la mano.

«Il destino di Maderstrom,» disse, «spetta a me gestirlo e non a lei, capitano Griffiths.»

Philippa fu la prima a cogliere le intenzioni dell'uomo che si trovava a pochi metri da lei. Si gettò sul suo braccio e trascinò verso il basso il revolver che aveva sollevato. Sir Henry, con un grido di furia, fu subito su di loro. Prese Griffiths per la gola e lo gettò sul divano. Il revolver tintinnò innocuo sul tappeto.

«Il servizio di Sua Maestà non ha bisogno di pazzi,» tuonò. «Lei sa che possiedo un'autorità superiore qui.»

«Quell'uomo non scapperà!» gridò Griffiths.

Lottò per prendere il suo fischietto. Sir Henry glielo strappò e raccolse il revolver dal tappeto.

«Senta, Griffiths,» obiettò severamente, «un solo movimento in opposizione ai miei desideri le costerà la carriera. Che non ci siano malintesi al riguardo. Quell'uomo non sarà arrestato da lei stanotte.»

Griffiths barcollò in piedi. Era mezzo intimidito, mezzo furioso.

«Si prende lei la responsabilità di questo, Sir Henry?» chiese confusamente. «L'uomo è un traditore provato. Se lo aiuta a scappare, è soggetto a sanzioni...»

Sir Henry spalancò la porta.

«Capitano Griffiths,» interruppe, «non sono all'oscuro della mia posizione in questa faccenda. Mi creda, la sua ultima possibilità di mantenere il suo posto qui è ricordare che ha avuto ordini specifici di cedere alla mia autorità in ogni questione. La prego di lasciare questa stanza e di riportare i suoi soldati ai loro alloggi.»

Griffiths esitò per un solo istante. Aveva l'aspetto di un uomo mezzo demente a causa di una passione che non riusciva a trovare sfogo. Poi lasciò la stanza, senza salutare, senza uno sguardo né a destra né a sinistra. Nell'atrio, un istante dopo, udirono una voce di comando rauca. La porta dell'atrio fu aperta e chiusa dietro il suono dei passi in ritirata.

«Sir Henry,» gli ricordò Lessingham, «non ho chiesto il suo intervento.»

«Mio caro amico, non lo farebbe mai,» fu la pronta risposta. «Quanto al piccolo problema accaduto nel Mare del Nord, non se lo prenda troppo a cuore, è stata interamente colpa delle persone che l'hanno mandata qui.»

«Colpa delle persone che mi hanno mandato qui,» ripeté Lessingham. «Capisco a stento.»

«È abbastanza semplice,» continuò Sir Henry. «Vede, lei è adatto a fare la spia tanto quanto Philippa, mia moglie qui, è adatta a fare il detective. Possiede l'unico ostacolo insormontabile di avere l'istinto di un gentiluomo. Via, via,» continuò, «non abbiamo altro da dirci. Apra quella finestra e prenda il sentiero stretto che scende verso la spiaggia. Jimmy Dumble la sta aspettando al cancello. La porterà a remi verso un peschereccio olandese che si trova già ora al largo del promontorio.»

«Vuole che io vada via?» esclamò Lessingham, sbalordito.

«Mi creda, non costerà nulla,» lo rassicurò Sir Henry. «Non stavo bluffando quando ho detto al capitano Griffiths che avevo autorità suprema qui. Sa perfettamente che sono nel mio pieno diritto nell'aiutare la sua fuga.»

Philippa si mosse rapidamente verso il punto in cui si trovava Lessingham. Gli tese le mani.

«Caro amico,» implorò, «amico così meraviglioso come sei stato, non rifiutare quest'ultima cosa.»

«Si dimostri sensato, Maderstrom,» disse Sir Henry. «Ricordi che non può fare alcun bene a se stesso o al suo paese adottivo facendo il Don Chisciotte.»

«Inoltre,» continuò Philippa, stringendogli le mani, «è, dopo tutto, solo uno scambio. Hai salvato la vita di Henry, liberato Richard e ci hai portato la felicità. Perché dovresti esitare ad accettare la tua libertà?»

Sir Henry spalancò la finestra e guardò verso una luce verde in mare.

«Ecco il suo peschereccio,» indicò, «e ricordi che la marea cambierà tra mezz'ora. Non desidero metterle fretta.»

Lessingham portò le dita di Philippa alle labbra.

«Vi penserò entrambi sempre,» disse semplicemente. «Siete persone davvero meravigliose.»

Si voltò verso la finestra. Sir Henry prese il cappello Homburg dal tavolo al suo fianco.

«Meglio che prenda il suo cappello,» suggerì.

Lessingham si fermò, lo accettò e guardò fissamente il donatore.

«Lei sapeva fin dal primo momento?» chiese.

«Fin dal primissimo momento,» lo rassicurò Sir Henry. «Non appaia così confuso,» continuò in tono consolatorio. «Ricordi che lo spionaggio è l'unica professione in cui è un onore fallire.»

Philippa venne un po' timidamente tra le braccia del marito, mentre lui tornava nella stanza. La tenerezza sul suo volto, tuttavia, e un piccolo tremito nella sua voce, abbatterono subito il muro di riserva che era cresciuto tra loro.

«Mia cara mogliettina!» mormorò. «Mia dolce tesoro! Non sai quanto abbia desiderato spiegarti tutto... incluse le signore russe.»

«Me le spieghi subito, signore!» insistette Philippa, fingendo di distogliere il viso per un momento.

«Erano la moglie e la cognata dell'ammiraglio russo, Draskieff, che fu mandato qui per riferire sul nostro metodo di posa delle mine,» le disse.

«Io e te dobbiamo andare a una piccola cena che offrono domani o il giorno dopo.»

«Oh cielo, che sciocca sono stata!» esclamò Philippa con rammarico. «Mi immaginavo... ogni sorta di cose. Ma, caro Henry,» continuò, «sai che abbiamo una grande sorpresa per te... qui in casa?»

«Nessuna sorpresa, cara,» la rassicurò, scuotendo la testa. «Sapevo l'ora esatta in cui Richard ha lasciato Wittenberg. Ed eccolo qui, per Giove!»

Richard ed Helen entrarono insieme. Philippa non riuscì nemmeno ad attendere la conclusione del caloroso ma straordinariamente britannico saluto che avvenne tra i due uomini.

«Ascoltatemi, tutti e due!» gridò in modo incoerente. «Helen, tu specialmente! Non avete mai sentito nulla di così meraviglioso in vita vostra! Non erano affatto gite di pesca. Non c'erano merlani. Henry stava piazzando mine tutto il tempo, e ha fatto saltare in aria metà della flotta tedesca! È tutto sul Times stamattina. Ha avuto una D.S.O. — Henry — ed è un Contrammiraglio! Oh, Helen, mi viene da piangere!»

Le due donne si allontanarono verso un angolo lontano della stanza. Richard strinse la mano del cognato.

«Philippa non è esattamente coerente,» osservò, «ma suona bene.»

«Vedi,» spiegò Sir Henry, «ho piazzato mine fin dall'inizio della guerra. Ho sempre avuto le mie idee sui campi minati, come potrai ricordare. Ho iniziato con la Scozia, e poi mi hanno spostato qui. L'Ammiragliato pensava di essere molto furbo, e hanno insistito affinché mantenessi segreto il mio lavoro. Ha portato a qualche piccolo problema con Philippa, ma penso che abbiamo superato tutto ciò. — Suppongo tu sappia che quelle due giovani donne sono state coinvolte in una vera e propria cospirazione, Dick?»

«Ne so qualcosa,» rispose Richard gravemente, «e sono sicuro che crederai che non l'avrei tollerato per un momento se avessi avuto idea di cosa stessero combinando.»

«Sono sicuro che non l'avresti fatto,» concordò Sir Henry. «Ad ogni modo, non ha portato ad alcun danno.»

«Maderstrom, dunque,» chiese Richard, con un'improvvisa comprensione più completa della faccenda, «era qui per spiare te?»

«Proprio così,» assentì Sir Henry.

Richard si accigliò.

«E ha corrotto Philippa ed Helen con la mia libertà!»

«Non preoccuparti di questo,» implorò il cognato. «Devono aver saputo per istinto che un tipo come Maderstrom non poteva fare alcun male.»

«Dov'è ora?» chiese Richard con ansia. «Helen ha insistito per tenermi lontano ma abbiamo sentito ogni sorta di voci. Il comandante è stato qui a cercarlo, non è vero?»

«Sì, e l'ho mandato via con le pive nel sacco! Non mi piace quel tipo.»

«E Maderstrom?»

«Il sedicente signor Lessingham, eh?» osservò Sir Henry. «Beh, a dirti la verità, Dick, se c'è una persona per la quale mi dispiace un po' nella storia delle ultime settimane, è Maderstrom.»

«Anche tu?» esclamò Richard. «Perché, tutti sembrano pazzi per quel tipo.»

Sir Henry annuì.

«Me lo ricordo ai tempi dell'università, Dick. Era un gentiluomo e una brava persona, solo che sfortunatamente sua madre era tedesca. Ha fatto il suo dovere di soldato con le Guardie Prussiane all'inizio della guerra, ha preso una botta e si è offerto volontario per il Servizio Segreto. Lo hanno mandato qui. L'uomo deve avere un coraggio infinito, perché, come immagino tu sappia, lo hanno calato dalla navicella di osservazione di uno Zeppelin. Trova la strada qui, fa il suo stupido piccolo patto con le nostre care ma credulone donne, e si mette a guardare... a guardare me, bada bene. L'intera faccenda è ridicolmente trasparente. Per un po' non riesce nemmeno a toccare le mie carte qui, sebbene, come accade, non gli avrebbero fatto il minimo bene. È stato solo per lo stress e l'eccitazione del naufragio della scorsa settimana che si è avventurato a rubare la mappa che avevo così accuratamente preparato per lui. Penso davvero che, se non l'avesse fatto, avrei dovuto infilargliela in tasca o imporgliela in qualche modo. La spedisce come un agnello ed ecco il risultato! Abbiamo paralizzato la Marina tedesca per il resto della guerra.»

«Era una mappa falsa, allora, naturalmente?» chiese Richard senza fiato.

«E decisamente la più intelligente che io abbia mai preparato,» riconobbe Sir Henry. «Posso assicurarti che avrebbe ingannato Von Tirpitz in persona, se l'avesse avuta in mano.»

«Ma dov'è Maderstrom ora, signore?» chiese Richard.

Sir Henry voltò la testa verso la finestra, dove Philippa, per gli ultimi istanti, si era dolcemente posizionata. I suoi occhi osservavano una luce verde che oscillava su e giù in lontananza. Improvvisamente lanciò una piccola esclamazione.

«Si sta muovendo!» gridò. «Se n'è andato!»

«È al sicuro su un peschereccio olandese,» dichiarò Sir Henry. «E penso,» aggiunse, dirigendosi verso la credenza, «che sia ora che io e te ci beviamo qualcosa, Dick.»

Si servirono whisky e soda. C'erano ancora molte spiegazioni da dare. Mezzo nascosta dalla tenda, Philippa stava in piedi con gli occhi rivolti verso il mare. La luce verde era più fioca ora, e il basso contorno nero del peschereccio strisciava lentamente sopra la scintillante scia di chiaro di luna. Diede un piccolo sussulto quando apparve in vista. C'era un singhiozzo nella sua gola, lacrime che le bruciavano gli occhi. Le sue dita stringevano le tende quasi appassionatamente. Rimase lì a guardare finché gli occhi non le fecero male. Poi sentì un braccio intorno alla vita e il sussurro di suo marito al suo orecchio.

«Non ti ho lasciato andare troppo lontano, vero, Phil?»

Si voltò rapidamente verso di lui, desiderosa del conforto delle sue braccia tese. Il suo viso era sepolto sulla sua spalla.

«Lo sai,» mormorò.

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