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Victorian Short Stories: Stories of Courtship

by Unknown · in Italian

STORIE VITTORIANE

Storie di Corteggiamento

INDICE

ANGELA, Una storia d'amore invertita, di William Schwenk Gilbert

LA FIGLIA DEL PARROCO DI OXNEY COLNE, di Anthony Trollope

IL CORTEGGIAMENTO DI ANTHONY GARSTIN, di Hubert Crackanthorpe

UN PICCOLO GUANTO GRIGIO, di George Egerton (Mary Chavelita [Dunne] Bright)

IL PICCHIATORE DI DONNE, di Israel Zangwill

ANGELA

Una storia d'amore invertita

Di William Schwenk Gilbert

(The Century Magazine, settembre 1890)

Sono un povero paralitico che, da molti anni a questa parte, è confinato a letto o su un divano. Negli ultimi sei anni ho occupato una piccola stanza, che dà su uno dei canali laterali di Venezia, e non ho nessuno intorno a me se non una vecchia sorda, che rifà il mio letto e si occupa del mio cibo; e lì arrotondo un magro reddito di circa trenta sterline all'anno realizzando acquerelli di fiori e frutta (sono i modelli più economici di Venezia), che spedisco a un amico a Londra, il quale li vende a un mercante per piccole somme. Ma, nel complesso, sono felice e contento.

È necessario che descriva la posizione della mia stanza in modo piuttosto minuzioso. La sua unica finestra si trova a circa un metro e mezzo sopra l'acqua del canale, e sopra di essa la casa sporge per circa due metri e sovrasta l'acqua, con la parte sporgente sostenuta da robusti pali conficcati nel letto del canale. Questa disposizione ha lo svantaggio (tra gli altri) di limitare la mia visuale verso l'alto al punto che non sono in grado di vedere più di circa tre metri dell'altezza della casa che mi sta immediatamente di fronte, sebbene, sporgendomi dalla finestra quanto la mia infermità permette, io possa vedere per una distanza considerevole lungo il canale, che non supera i quattro metri e mezzo di larghezza. Ma, sebbene io possa vedere ben poco della casa materiale di fronte, posso vederne il riflesso capovolto nel canale, e provo un notevole interesse invertito per quegli abitanti che si mostrano di volta in volta (sempre capovolti) sui balconi e alle finestre.

Quando occupai per la prima volta la mia stanza, circa sei anni fa, la mia attenzione fu attratta dal riflesso di una ragazzina di tredici anni circa (per quanto potevo giudicare), che passava ogni giorno su un balcone appena sopra il raggio visivo della mia limitata visuale. Aveva un bicchiere con dei fiori e un crocifisso su un tavolino al suo fianco; e poiché sedeva lì, col bel tempo, dalla mattina presto fino al buio, lavorando assiduamente tutto il tempo, conclusi che si guadagnasse da vivere con lavori di cucito. Era certamente una ragazzina industriosa e, per quanto potevo giudicare dal suo riflesso capovolto, ordinata nel vestire e carina. Aveva una vecchia madre, invalida, che, nelle giornate calde, si sedeva sul balcone con lei, e mi interessava vedere la piccola fanciulla avvolgere la vecchia signora in scialli, portarle cuscini per la sedia e uno sgabello per i piedi, e di tanto in tanto posare il lavoro, baciare e coccolare la vecchia signora per mezzo minuto, per poi riprendere il lavoro.

Il tempo passava, e man mano che la piccola fanciulla cresceva, il suo riflesso cresceva verso il basso, e alla fine era diventata una donnina di, suppongo, sedici o diciassette anni. Posso lavorare solo per un paio d'ore circa durante la parte più luminosa della giornata, quindi avevo molto tempo libero per osservare i suoi movimenti, e abbastanza immaginazione per tessere un piccolo romanzo su di lei, e per dotarla di una bellezza che, in gran parte, dovevo dare per scontata. Vidi – o immaginai di poter vedere – che lei iniziava a interessarsi al mio riflesso (che, naturalmente, poteva vedere come io potevo vedere il suo); e un giorno, quando mi parve che stesse guardando dritto verso di esso – vale a dire quando il suo riflesso sembrava guardare dritto verso di me – tentai il disperato esperimento di farle un cenno col capo, e con mia immensa gioia il suo riflesso annuì in risposta. E così i nostri due riflessi divennero noti l'uno all'altro.

Non mi ci volle molto a innamorarmi di lei, ma passò molto tempo prima che potessi decidermi a fare qualcosa di più che annuirle ogni mattina, quando la vecchia mi spostava dal letto al divano alla finestra, e di nuovo la sera, quando la piccola fanciulla lasciava il balcone per quel giorno. Un giorno, tuttavia, quando vidi il suo riflesso guardare il mio, le annuii e gettai un fiore nel canale. Lei annuì più volte in risposta, e la vidi dirigere l'attenzione di sua madre sull'accaduto. Poi ogni mattina gettavo un fiore nell'acqua per il "buongiorno", e un altro la sera per la "buonanotte", e scoprii presto che non li avevo gettati del tutto invano, poiché un giorno lei gettò un fiore per unirsi al mio, e rise e batté le mani quando vide i due fiori unire le forze e galleggiare via insieme. E poi ogni mattina e ogni sera lei gettava il suo fiore quando io gettavo il mio, e quando i due fiori si incontravano lei batteva le mani, e lo facevo anch'io; ma quando venivano separati, come a volte accadeva, poiché uno di loro incontrava un ostacolo che non tratteneva l'altro, lei alzava le mani in una graziosa affettazione di disperazione, che cercavo di imitare ma in modo inglese e poco riuscito. E quando venivano malamente travolti da una gondola di passaggio (cosa che accadeva non di rado) lei faceva finta di piangere, e io facevo lo stesso. Poi, in una graziosa pantomima, indicava verso il basso, verso il cielo, per dirmi che era stato il Destino a causare il naufragio dei nostri fiori, e io, in pantomima, non altrettanto graziosa, cercavo di trasmetterle che il Destino sarebbe stato più gentile la prossima volta, e che forse domani i nostri fiori sarebbero stati più fortunati – e così l'innocente corteggiamento proseguiva. Un giorno mi mostrò il suo crocifisso e lo baciò, e allora presi un piccolo crocifisso d'argento che stava sempre accanto a me, e baciai quello, e così seppe che eravamo uniti nella religione.

Un giorno la piccola fanciulla non apparve sul suo balcone, e per diversi giorni non vidi nulla di lei; e sebbene gettassi i miei fiori come al solito, nessun fiore venne a tenergli compagnia. Tuttavia, dopo un po', riapparve, vestita di nero, e piangendo spesso, e allora seppi che la madre della povera bambina era morta, e, per quanto ne sapevo, era sola al mondo. I fiori non arrivarono più per molti giorni, né lei mostrò alcun segno di riconoscimento, ma tenne gli occhi sul lavoro, tranne quando vi posava sopra il fazzoletto. E di fronte a lei c'era la sedia della vecchia signora, e potevo vedere che, di tanto in tanto, posava il lavoro e la fissava, e allora un fiume di lacrime veniva in suo soccorso. Ma alla fine un giorno si scosse per annuirmi, e poi il suo fiore arrivò, giorno dopo giorno, e il mio fiore uscì per unirsi ad esso, e con fortune alterne i due fiori navigarono via come un tempo.

Ma il giorno più buio di tutti per me fu quando un bel giovane gondoliere, in piedi nella sua gondola (poiché potevo vederlo in carne ed ossa), manovrò la sua imbarcazione lungo la casa, e rimase a parlare con lei mentre sedeva sul balcone. Sembravano parlare come vecchi amici – anzi, per quanto ho potuto capire, le tenne la mano per tutto il tempo del loro colloquio che durò ben mezz'ora. Alla fine si allontanò, e lasciò il mio cuore pesante in me. Ma presto mi feci coraggio, perché non appena fu fuori vista, la piccola fanciulla gettò due fiori che crescevano sullo stesso stelo – un'allegoria di cui non riuscii a capire nulla, finché non mi balenò che intendeva comunicarmi che lui e lei erano fratello e sorella, e che non avevo motivo di essere triste. E allora le annuii allegramente, e lei annuì a me, e rise ad alta voce, e io risi in risposta, e tutto continuò come prima.

Poi venne un periodo buio e triste, perché divenne necessario che mi sottoponessi a un trattamento che mi costrinse assolutamente a letto per molti giorni, e mi preoccupavo e mi struggevo al pensiero che la piccola fanciulla e io non ci saremmo più visti, e peggio ancora, che lei avrebbe pensato che me ne fossi andato senza nemmeno accennarle che stavo per partire. E rimanevo sveglio la notte chiedendomi come avrei potuto farle sapere la verità, e cinquanta piani volavano nella mia mente, tutti sembrando abbastanza fattibili di notte, ma assolutamente folli e impraticabili al mattino. Un giorno – e fu davvero un giorno luminoso per me – la vecchia che mi accudiva mi disse che un gondoliere aveva chiesto se il signore inglese se ne fosse andato o fosse morto; e così venni a sapere che la piccola fanciulla era stata in ansia per me, e che aveva mandato suo fratello a informarsi, e il fratello le aveva senza dubbio riferito il motivo della mia prolungata assenza dalla finestra.

Da quel giorno, e per sempre durante le mie tre settimane di degenza a letto, un fiore si trovava ogni mattina sul davanzale della mia finestra, che era facilmente raggiungibile da chiunque fosse in barca; e quando alla fine arrivò il giorno in cui potei essere spostato, presi il mio posto abituale sul divano alla finestra, e la piccola fanciulla mi vide, e si mise a testa in giù (per così dire) e batté le mani capovolta con una delizia che era eloquente quanto la mia delizia nel verso giusto. E così la prima volta che il gondoliere passò sotto la mia finestra gli feci cenno, e lui si avvicinò, e mi disse, con molti sorrisi luminosi, che era davvero felice di vedermi di nuovo bene. Poi ringraziai lui e sua sorella per i loro molti gentili pensieri riguardo a me durante il mio ritiro, e venni a sapere da lui che il suo nome era Angela, e che era la fanciulla migliore e più pura di tutta Venezia, e che chiunque avrebbe potuto ritenersi davvero fortunato a chiamarla sorella, ma che lui era ancora più fortunato di suo fratello, poiché stava per sposarla, e infatti si sarebbero sposati il giorno dopo.

Allora il mio cuore sembrò gonfiarsi fino a scoppiare, e il sangue corse nelle mie vene così che potei sentirlo e nient'altro per un po'. Riuscii alla fine a balbettare alcune parole di goffa congratulazione, e lui mi lasciò, cantando allegramente, dopo aver chiesto il permesso di portare la sua sposa a trovarmi l'indomani mentre tornavano dalla chiesa.

"Perché", disse, "la mia Angela vi conosce da molto tempo – fin da quando era bambina, e mi ha parlato spesso del povero inglese che era un buon cattolico, e che giaceva tutto il giorno per anni e anni su un divano a una finestra, e ha detto più e più volte quanto desiderasse poter parlare con lui e confortarlo; e un giorno, quando avete gettato un fiore nel canale, mi ha chiesto se potesse gettarne un altro, e le ho detto di sì, perché avrebbe capito che significava simpatia per qualcuno gravemente afflitto."

E così seppi che era la pietà, e non l'amore, eccetto naturalmente quell'amore che è simile alla pietà, che la spingeva a interessarsi al mio benessere, e fu la fine di tutto.

Perché i due fiori che pensavo fossero sullo stesso stelo erano due fiori legati insieme (ma non potevo saperlo), ed erano destinati a indicare che lei e il gondoliere erano amanti promessi sposi, e il mio piacere espresso per questo simbolo la deliziò, poiché lo interpretò come se io gioissi della sua felicità.

E il giorno dopo il gondoliere venne con un seguito di altri gondolieri, tutti agghindati nei loro abiti festivi, e sulla sua gondola sedeva Angela, felice e arrossente per la sua felicità. Poi lui e lei entrarono nella casa in cui abitavo, e vennero nella mia stanza (ed era davvero strano, dopo tanti anni di inversione, vederla con la testa sopra i piedi!), e allora mi augurò felicità e una rapida guarigione (che non sarebbe mai avvenuta); e io, con parole spezzate e le lacrime agli occhi, le diedi il piccolo crocifisso d'argento che era stato accanto al mio letto o al mio tavolo per tanti anni. E Angela lo prese con riverenza, si fece il segno della croce, lo baciò, e così se ne andò con il suo felice sposo.

E mentre ascoltavo il canto dei gondolieri mentre se ne andavano – il canto che moriva in lontananza mentre le ombre del tramonto si chiudevano intorno a me – sentivo che stavano cantando il requiem dell'unico amore che fosse mai entrato nel mio cuore.

LA FIGLIA DEL PARROCO DI OXNEY COLNE

Di Anthony Trollope

(London Review, 2 marzo 1861)

Il paesaggio più bello di tutta l'Inghilterra – e se vengo contraddetto in questa affermazione, dirò di tutta l'Europa – si trova nel Devonshire, sui confini meridionali e sud-orientali di Dartmoor, dove i fiumi Dart, Avon e Teign si formano, e dove la brughiera interrotta è per metà coltivata, e i campi selvaggi degli altopiani sono per metà brughiera. Nel fare questa affermazione incontro spesso molti dubbi, ma da persone che non conoscono realmente la località. Uomini e donne mi parlano della questione avendo viaggiato lungo la linea ferroviaria da Exeter a Plymouth, avendo trascorso una quindicina di giorni a Torquay, e forse fatto un'escursione da Tavistock alla prigione dei condannati a Dartmoor. Ma chi conosce le glorie di Chagford? Chi ha camminato attraverso la parrocchia di Manaton? Chi ha familiarità con Lustleigh Cleeves e Withycombe nella brughiera? Chi ha esplorato Holne Chase? Gentile lettore, credimi che saresti avventato nel contraddirmi a meno che tu non abbia fatto queste cose.

Lì o lì intorno – non dirò da quale piccolo fiume sia bagnata – si trova la parrocchia di Oxney Colne. E per coloro che desiderano vedere tutte le bellezze di questo incantevole paese, un soggiorno a Oxney Colne sarebbe oltremodo desiderabile, vedendo che il visitatore sarebbe poi portato più vicino a tutto ciò che amerebbe visitare, rispetto a qualsiasi altro punto del paese. Ma c'è un'obiezione a qualsiasi accordo del genere. Ci sono solo due case decenti in tutta la parrocchia, e queste sono – o erano quando conoscevo la località – piccole e interamente occupate dai loro possessori. La più grande e migliore è la canonica in cui vivevano il parroco e sua figlia; e la più piccola è la residenza di proprietà di una certa Miss Le Smyrger, che possedeva una fattoria di cento acri che era affittata a un certo fittavolo Cloysey, e che possedeva anche una trentina di acri attorno alla propria casa che gestiva lei stessa, considerandosi esperta quanto il signor Cloysey nella panna, e nel complesso superiore a lui nell'articolo del sidro. "Ma lei non deve pagare l'affitto, signorina", diceva il fittavolo Cloysey, quando Miss Le Smyrger esprimeva questa opinione sulla sua arte in modo troppo provocatorio. "Lei non paga l'affitto, o non potrebbe farlo." Miss Le Smyrger era una vecchia zitella, con un pedigree e sangue tutto suo, centotrenta acri di terreno di proprietà ai margini di Dartmoor, cinquant'anni suonati, una costituzione di ferro, e un'opinione tutta sua su ogni argomento sotto il sole.

E ora veniamo al parroco e a sua figlia. Il nome del parroco era Woolsworthy – o Woolathy come veniva pronunciato da tutti coloro che vivevano intorno a lui – il reverendo Saul Woolsworthy; e sua figlia era Patience Woolsworthy, o Miss Patty, come era conosciuta nel mondo del Devonshire di quelle parti. Quel nome di Patience non era stato ben scelto per lei, poiché era una damigella dal temperamento focoso, calda nelle sue convinzioni, e incline a esprimerle liberamente. Aveva solo due amiche intime al mondo, e da entrambe questa libertà di espressione le era stata pienamente concessa fin da quando era bambina. Miss Le Smyrger e suo padre erano ben abituati ai suoi modi, e nel complesso ne erano ben soddisfatti. La prima era altrettanto libera e altrettanto focosa quanto lei, e poiché al signor Woolsworthy era permesso dalla figlia di essere assolutamente sovrano sul proprio argomento – poiché aveva un argomento – non obiettava che sua figlia fosse sovrana su tutti gli altri. Una bella ragazza era Patience Woolsworthy al tempo di cui sto scrivendo, e una che possedeva molto che era degno di nota e ammirazione se avesse vissuto dove la bellezza incontra ammirazione, o dove la forza di carattere viene notata. Ma a Oxney Colne, ai margini di Dartmoor, c'erano pochi a poterla apprezzare, e sembrava come se lei stessa avesse ben poca idea di portare il suo talento più lontano, affinché non rimanesse per sempre avvolto in una coperta.

Era una bella ragazza, alta e slanciata, con occhi scuri e capelli neri. I suoi occhi erano forse troppo tondi per una bellezza regolare, e i suoi capelli erano forse troppo crespi; la sua bocca era grande ed espressiva; il suo naso era finemente formato, sebbene un critico della forma femminile avrebbe potuto dichiararlo alquanto largo. Ma il suo volto nel complesso era molto attraente – se solo potesse essere visto senza quella risolutezza di dominio che occasionalmente lo rovinava, sebbene a volte aggiungesse persino fascino alle sue caratteristiche.

Deve essere confessato per conto di Patience Woolsworthy che le circostanze della sua vita l'avevano chiamata perentoriamente a esercitare il dominio. Aveva perso la madre quando aveva sedici anni, e non aveva avuto né fratelli né sorelle. Non aveva vicini vicino a lei adatti né per istruzione né per rango a interferire nella condotta della sua vita, eccetto sempre Miss Le Smyrger. Miss Le Smyrger avrebbe fatto qualsiasi cosa per lei, inclusa l'intera gestione della sua morale e della casa della canonica, se Patience si fosse accontentata di un accordo del genere. Ma per quanto Patience avesse sempre amato Miss Le Smyrger, non si accontentava di questo, e quindi era stata chiamata a esercitare una mano forte tutta sua. Aveva esercitato questa mano forte precocemente, e da ciò era derivato il carattere che sto tentando di descrivere. Ma devo dire per conto di questa ragazza che non era solo sugli altri che esercitava così il dominio. Acquisendo quel potere, aveva anche acquisito il potere molto più grande di esercitare il governo su se stessa.

Ma perché suo padre dovrebbe essere stato ignorato in queste disposizioni familiari? Forse può quasi bastare dire che, di tutti gli uomini viventi, suo padre era quello che meglio conosceva le antichità della contea in cui viveva. Era lo Jonathan Oldbuck del Devonshire, e specialmente di Dartmoor, ma senza quella risolutezza di carattere che permetteva a Oldbuck di tenere il suo genere femminile in una sorta di soggezione, e probabilmente gli permetteva anche di controllare che il conto settimanale non superasse i limiti opportuni. Il nostro signor Oldbuck, di Oxney Colne, era tristemente carente sotto questi aspetti. Come pastore parrocchiale con una cura d'anime limitata, svolgeva il suo dovere con sufficiente energia da tenersi, almeno, al riparo da rimproveri. Era gentile e caritatevole verso i poveri, puntuale nei servizi, tollerante con gli agricoltori attorno a lui, mite con i colleghi ecclesiastici e indifferente a tutto ciò che il vescovo o l'arcidiacono potessero pensare o dire di lui. Non cito quest'ultima caratteristica come una virtù, ma come un fatto. Ma tutti questi punti non erano nulla nel carattere noto del signor Woolsworthy, di Oxney Colne. Egli era l'antiquario di Dartmoor. Quella era la sua linea di vita. Era in tale veste che era noto al mondo del Devonshire; era in quanto tale che viaggiava con la sua umile borsa da viaggio, restando lontano dal suo rettorato per una o due notti alla volta; era in quel carattere che riceveva di tanto in tanto ospiti occasionali nell'unica camera da letto libera, non amici invitati a vedere lui e la sua ragazza per via della loro amicizia, ma uomini che sapevano qualcosa di questa pietra sepolta o di quel vecchio punto di riferimento. In tutte queste cose la figlia lo lasciava fare a modo suo, assistendolo e incoraggiandolo. Quella era la sua linea di vita, e perciò lei la rispettava. Ma in ogni altra faccenda sceglieva di essere lei la sovrana del rettorato.

Il signor Woolsworthy era un uomo piccolo, che indossava sempre, eccetto la domenica, abiti grigi; abiti di un grigio così chiaro che difficilmente sarebbero stati considerati clericali in un distretto meno remoto. Aveva ormai raggiunto una bella età, avendo compiuto settant'anni; ma era ancora nervoso e attivo, e mostrava ben pochi sintomi di decadenza. La sua testa era calva e le poche ciocche rimanenti che la circondavano erano quasi bianche. Ma c'era un'espressione di energia attorno alla bocca e un umorismo nei suoi occhi grigio chiaro che vietavano a chi lo conosceva di considerarlo del tutto un vecchio. Com'era, poteva camminare da Oxney Colne a Priestown, quindici lunghe miglia del Devonshire attraverso la brughiera; e chi poteva fare ciò difficilmente poteva essere considerato troppo vecchio per lavorare.

Ma la nostra storia attuale avrà più a che fare con sua figlia che con lui. Una bella ragazza, ho detto, era Patience Woolsworthy; e anche, per molti versi, notevole. Aveva dato il suo sguardo alla vita, soppesando le cose che aveva e quelle che non aveva, in un modo molto insolito e, di regola, non sempre desiderabile per una giovane signora. Le cose che non aveva erano molte. Non aveva società; non aveva una fortuna; non aveva alcuna assicurazione di mezzi di sostentamento futuri; non aveva grandi speranze di procurarsi una posizione nella vita attraverso il matrimonio; non aveva quell'eccitazione e quel piacere nella vita di cui leggeva in libri come quelli che arrivavano fino al rettorato di Oxney Colne. Sarebbe facile aggiungere alla lista delle cose che non aveva; e questa lista contro se stessa la stilava col massimo vigore. Le cose che aveva, o meglio quelle di cui si assicurava di essere in possesso, erano contate molto più facilmente. Aveva la nascita e l'educazione di una signora, la forza di una donna sana e una volontà tutta sua. Tale era la lista che aveva stilato per se stessa, e protesto di non affermare altro che la verità dicendo che non vi aggiunse mai né bellezza, né arguzia, né talento.

Ho iniziato queste descrizioni dicendo che Oxney Colne sarebbe, tra tutti i luoghi, il posto migliore da cui un turista potrebbe visitare quelle parti del Devonshire, se non fosse per il fatto che non potrebbe ottenere lì nessuna delle sistemazioni che i turisti richiedono. Un collega antiquario avrebbe, forse, a quei tempi potuto farlo, visto che c'era, come ho detto, una camera da letto libera al rettorato. Qualsiasi amica intima di Miss Le Smyrger avrebbe potuto essere altrettanto fortunata, poiché anche lei era provvista in tal modo a Oxney Colne, nome con cui era nota la sua casa. Ma Miss Le Smyrger non era incline a una grande ospitalità, ed era solo verso coloro che le erano legati, per vincoli di sangue o di amicizia molto antica, che si dilettava ad aprire le sue porte. Poiché i suoi vecchi amici erano molto pochi di numero, poiché quei pochi vivevano a distanza, e poiché i suoi parenti più stretti erano più in alto nel mondo di quanto non fosse lei, e si diceva da lei stessa che la guardassero dall'alto in basso, le visite fatte a Oxney Colne erano rare e lontane tra loro.

Ma ora, nel periodo di cui scrivo, una tale visita stava per essere fatta. Miss Le Smyrger aveva una sorella minore che aveva ereditato una proprietà nella parrocchia di Oxney Colne uguale a quella della signora che vi abitava; ma questa sorella minore aveva ereditato anche la bellezza e, di conseguenza, in gioventù aveva trovato svariati pretendenti, uno dei quali era diventato suo marito. Aveva sposato un uomo già allora benestante, ma ora ricco e quasi potente; un membro del Parlamento, un Lord di questo e quel consiglio, un uomo che aveva una casa a Eaton Square e un parco nel nord dell'Inghilterra; e in questo modo il suo corso di vita si era molto diviso da quello della nostra Miss Le Smyrger. Ma il Lord del consiglio governativo era stato benedetto con vari figli, e forse ora si pensava opportuno badare agli acri nel Devonshire della zia Penelope. La zia Penelope aveva il potere di lasciarli a chi voleva; e sebbene a Eaton Square si pensasse che dovesse, naturalmente, lasciarli a uno della famiglia, tuttavia un po' di frequentazione tra cugini avrebbe potuto rendere la cosa più certa. Non dirò che questa fosse l'unica causa di una tale visita, ma in quei giorni una visita doveva essere fatta dal Capitano Broughton a sua zia. Ora, il capitano John Broughton era il secondo figlio di Alfonso Broughton, di Clapham Park ed Eaton Square, membro del Parlamento e Lord del suddetto consiglio governativo.

E cosa intende fare con lui? chiese Patience Woolsworthy a Miss Le Smyrger quando quella signora venne a piedi dal Colne per dire che suo nipote John sarebbe arrivato la mattina seguente.

Farne? Beh, lo porterò qui a parlare con tuo padre.

Sarà troppo alla moda per questo, e papà non si preoccuperà di lui se scopre che non si interessa di Dartmoor.

Allora potrebbe innamorarsi di te, cara mia.

Beh, sì; c'è questa risorsa in ogni caso, e per amor tuo oso dire che sarei più cortese con lui di papà. Ma si stancherà presto di corteggiarmi, e cosa farai allora non riesco a immaginarlo.

Che Miss Woolsworthy non provasse alcun interesse per l'arrivo del Capitano non pretenderò di dirlo. L'avvento di qualsiasi estraneo con cui sarebbe stata chiamata a frequentarsi doveva essere motivo di interesse per lei in quel luogo appartato; e non era così assolutamente diversa dalle altre giovani signore che l'arrivo di un giovane non sposato sarebbe stato per lei uguale all'avvento di un patriarcale padre di famiglia. Nel dare quello sguardo alla vita di cui ho parlato, non aveva mai detto a se stessa di disprezzare quelle cose da cui le altre ragazze ricevevano l'eccitazione, le gioie e le delusioni della loro vita. Si era semplicemente data a intendere che ben poco di tali cose sarebbe capitato sulla sua strada, e che le spettava di vivere, di vivere felicemente se ciò fosse stato possibile, senza sperimentare il bisogno di esse. Aveva sentito, quando non c'era pensiero di alcuna visita del genere a Oxney Colne, che John Broughton era un uomo bello e intelligente, uno che pensava molto a se stesso e di cui gli altri pensavano molto; che si era parlato di un suo matrimonio con una grande ereditiera, matrimonio che, tuttavia, non aveva avuto luogo per mancanza di volontà da parte sua, e che era nel complesso un uomo di maggior rilievo nel mondo rispetto ai comuni capitani di comuni reggimenti.

Il capitano Broughton venne a Oxney Colne, vi rimase una quindicina di giorni (il periodo previsto per la sua visita programmata era stato fissato in tre o quattro giorni) e poi se ne andò. Prese la via del ritorno verso i suoi ritrovi londinesi, essendo il periodo dell'anno quello della fine delle vacanze di Pasqua; ma nel farlo disse a sua zia che sarebbe sicuramente tornato da lei in autunno.

E sicuramente sarò felice di vederti, John, se verrai con uno scopo preciso. Se non hai tale scopo, faresti meglio a stare lontano.

Verrò sicuramente, aveva risposto il Capitano, e poi aveva intrapreso il suo viaggio.

L'estate passò rapidamente e ben poco fu detto tra Miss Le Smyrger e Miss Woolsworthy riguardo al Capitano Broughton. Per molti aspetti, anzi, posso dire, per quanto riguarda tutte le questioni ordinarie, non ci potevano essere due donne più intime l'una dell'altra di quanto non fossero loro; e più di questo, avevano il coraggio ciascuna di parlare all'altra con assoluta verità riguardo alle cose che le riguardavano, un coraggio in cui le care amiche spesso falliscono. Ma, nonostante ciò, poco si diceva tra loro sul Capitano John Broughton. Tutto ciò che è stato detto può essere qui ripetuto.

John dice che tornerà qui ad agosto, disse Miss Le Smyrger mentre Patience sedeva con lei nel salotto di Oxney Colne, la mattina dopo la partenza di quel signore.

Me l'ha detto lui stesso, disse Patience; e mentre parlava i suoi occhi rotondi e scuri assunsero un'espressione di testardaggine più che ordinaria. Se Miss Le Smyrger avesse avuto intenzione di continuare la conversazione, cambiò idea guardando la sua compagna. Poi, come ho detto, l'estate passò e, verso la fine delle calde giornate di luglio, Miss Le Smyrger, seduta sulla stessa sedia nella stessa stanza, riprese la conversazione.

Ho ricevuto una lettera da John stamattina. Dice che sarà qui il tre.

Davvero?

È molto puntuale nel tempo che ha indicato.

Sì, immagino che sia un uomo puntuale, disse Patience.

Spero che sarai contenta di vederlo, disse Miss Le Smyrger.

Molto contenta di vederlo, disse Patience, con voce audace e chiara; e poi la conversazione fu di nuovo interrotta e non si disse nulla di più fino a dopo il secondo arrivo del Capitano Broughton nella parrocchia.

Erano passati quattro mesi dalla sua partenza e, durante quel periodo, Miss Woolsworthy aveva svolto tutti i suoi soliti doveri quotidiani nel loro corso abituale. Nessuno avrebbe potuto scoprire che fosse stata meno attenta alle faccende domestiche di quanto fosse sua abitudine, meno disposta ad andare tra i suoi poveri vicini o meno assidua nelle sue attenzioni verso il padre. Ma non per questo tra le menti di coloro che la circondavano mancava il sentimento che un grande cambiamento fosse avvenuto in lei. Sedeva durante le lunghe serate estive in un certo punto fuori dal frutteto del rettorato, in cima a un piccolo campo in pendenza in cui la loro solitaria mucca era sempre al pascolo, con un libro sulle ginocchia davanti a sé, ma raramente leggendo. Lì sedeva, con la bellissima vista che scendeva verso il fiume serpeggiante sotto di lei, guardando il sole al tramonto e pensando, pensando, pensando, pensando a qualcosa di cui non aveva mai parlato. Spesso Miss Le Smyrger la sorprendeva lì e a volte le passava accanto persino senza una parola; ma mai, mai una volta osò chiederle il motivo dei suoi pensieri. Ma ne conosceva bene il motivo. Nessuna confessione era necessaria per informarla che Patience Woolsworthy era innamorata di John Broughton; sì, innamorata, fino alla piena e totale perdita di tutto il suo cuore.

Una sera sedeva così finché il sole di luglio non fu calato e non si fu nascosto per la notte, quando suo padre la sorprese mentre tornava da una delle sue passeggiate sulla brughiera. Patty, disse, sei sempre seduta lì adesso. Non è tardi? Non avrai freddo?

No papà, disse lei, non avrò freddo.

Ma non verrai in casa? Mi manchi quando rientri così tardi che non c'è tempo per dire una parola prima di andare a letto.

Si alzò e lo seguì nel rettorato, e quando furono insieme nel soggiorno e la porta fu chiusa, si avvicinò a lui e lo baciò. Papà, disse, ti renderebbe molto infelice se io ti lasciassi?

Lasciarmi! disse lui, sorpreso dal tono serio e quasi solenne della sua voce. Intendi per sempre?

Se dovessi sposarmi, papà?

Oh, sposarti! No; quello non mi renderebbe infelice. Mi renderebbe molto felice, Patty, vederti sposata con un uomo che potresti amare; molto, molto felice; anche se i miei giorni sarebbero desolati senza di te.

È proprio questo, papà. Cosa faresti se io andassi via da te?

Cosa importerebbe, Patty? Sarei libero, almeno, da un carico che spesso preme pesante su di me ora. Cosa farai tu quando io ti lascerò? Ancora pochi anni e tutto sarà finito per me. Ma chi è, amore? Qualcuno ti ha detto qualcosa?

Era solo un'idea, papà. Non penso spesso a una cosa del genere; ma in quel momento l'ho pensato. E così il discorso fu lasciato cadere. Questo era accaduto prima che il giorno del secondo arrivo fosse stato assolutamente fissato e reso noto a Miss Woolsworthy.

E poi quel secondo arrivo ebbe luogo. Il lettore potrebbe aver compreso dalle parole con cui Miss Le Smyrger autorizzò suo nipote a fare la sua seconda visita a Oxney Colne che la passione di Miss Woolsworthy non era del tutto non autorizzata. Al Capitano Broughton era stato detto che non doveva venire se non con uno scopo preciso; e, essendogli stato detto ciò, persistette comunque nel venire. Non c'è dubbio che egli comprendesse bene lo scopo a cui la zia alludeva. Verrò sicuramente, aveva detto. E fedele alla parola data, ora era lì.

Patience conosceva esattamente l'ora in cui doveva arrivare alla stazione di Newton Abbot, e anche il tempo necessario per percorrere quelle dodici miglia in salita dalla stazione a Oxney. Non c'è bisogno di dire che non fece visita alla casa di Miss Le Smyrger quel pomeriggio; ma avrebbe potuto sapere qualcosa dell'avvicinarsi del Capitano Broughton senza andarci. La sua strada per il Colne passava davanti al cancello del rettorato, e se Patience si fosse seduta persino alla finestra della sua camera da letto, lo avrebbe dovuto vedere. Ma in una serata del genere non si sarebbe seduta alla finestra della sua camera da letto; non avrebbe fatto nulla che l'avrebbe costretta ad accusarsi di un desiderio irrequieto per l'arrivo del suo amante. Spettava a lui cercarla. Se avesse scelto di farlo, conosceva la strada per il rettorato.

Miss Le Smyrger, la buona, cara, onesta, cordiale Miss Le Smyrger, era in uno stato di febbre di ansia per conto della sua amica. Non che desiderasse che suo nipote sposasse Patience, o meglio che avesse nutrito un tale desiderio quando egli arrivò per la prima volta tra loro. Non era incline a fare da sensale e, inoltre, pensava, o aveva pensato tra sé, che quelli di Oxney Colne potessero cavarsela molto bene senza alcuna mescolanza da Eaton Square. Il suo piano di vita era stato che, quando il vecchio signor Woolsworthy fosse stato portato via da Dartmoor, Patience avrebbe vissuto con lei, e che, quando anche lei si fosse sbarazzata del suo fardello, allora Patience Woolsworthy sarebbe stata la damigella padrona di Oxney Colne, di Oxney Colne e della fattoria del signor Cloysey, a totale detrimento di tutti i Broughton. Tale era stato il suo piano prima che il nipote John fosse arrivato tra loro; un piano di cui non si doveva parlare fino all'avvento di quel giorno oscuro che avrebbe reso Patience orfana. Ma ora suo nipote era stato lì, e tutto doveva essere alterato. Il piano di Miss Le Smyrger avrebbe fornito una compagna per la sua vecchiaia; ma quello non era stato il suo obiettivo principale. Aveva pensato più a Patience che a se stessa, e ora sembrava che una prospettiva di una felicità superiore si stesse aprendo per la sua amica.

John, disse, non appena i primi saluti furono finiti, ricordi le ultime parole che ti ho detto prima che tu andassi via? Ora, per conto mio, ammiro molto la cordialità di Miss Le Smyrger, ma non penso molto alla sua discrezione. Sarebbe stato meglio, forse, se avesse lasciato che le cose seguissero il loro corso.

Non posso dire di sì, disse il Capitano. Allo stesso tempo il Capitano ricordava molto bene quali fossero state quelle ultime parole.

Sono così felice di vederti, così lieta di vederti, se, se, se, e poi si fermò, poiché con tutto il suo coraggio non osava quasi chiedere al nipote se fosse venuto lì con lo scopo espresso di chiedere a Miss Woolsworthy di sposarlo.

A dire la verità (poiché non c'è spazio per il mistero entro i limiti di questa breve storia), a dire, dico, in una parola la nuda e semplice verità, il Capitano Broughton aveva già posto quella domanda. Il giorno prima di lasciare Oxney Colne aveva proposto in termini stabiliti alla figlia del pastore e, in effetti, le parole, le parole calde e frequenti che in precedenza erano cadute come il miele più dolce nelle orecchie di Patience Woolsworthy, lo avevano reso imperativo. Quando un uomo in un posto come quello ha parlato a una ragazza d'amore giorno dopo giorno, non deve forse parlarne con uno scopo definito il giorno in cui la lascia? O se non lo fa, non deve forse sottomettersi a essere considerato falso, egoista e quasi fraudolento? Il Capitano Broughton, tuttavia, aveva posto la domanda onestamente e sinceramente. Lo aveva fatto onestamente e sinceramente, ma con parole, o forse semplicemente con un tono, che non erano bastati a soddisfare l'orgoglioso spirito della ragazza che amava. Lei a quel tempo aveva confessato a se stessa di amarlo con tutto il cuore; ma non aveva fatto una tale confessione a lui. A lui non aveva rivolto parola, non aveva concesso favore che qualsiasi amante potesse legittimamente considerare come un segno di amore ricambiato. Lo aveva ascoltato mentre parlava e gli aveva detto di tenere tali detti per i salotti dei suoi amici alla moda. Poi aveva parlato apertamente e aveva chiesto quella mano, non, forse, come un pretendente tremante di speranza, ma come un uomo ricco che sa di poter comandare ciò che desidera acquistare.

Ella avrebbe dovuto riflettere di più su questo, gli aveva detto infine. Se desideri davvero avermi come moglie, non ti costerà molto tornare qui una volta che il tempo per pensarci sarà passato. Con queste parole lo aveva congedato, ed egli era tornato di nuovo a Oxney Colne. Tuttavia, ella non volle mettersi alla finestra a cercarlo con lo sguardo, né indossare altro che il suo semplice abito campagnolo da mattina, né tralasciare alcuno dei suoi compiti quotidiani. Se egli voleva prenderla, doveva volerla così com'era realmente, nella sua schietta vita di campagna, ma doveva prenderla anche con il pieno rispetto di tutti quei privilegi che alle fanciulle è concesso pretendere dai propri amanti. Non doveva ridurre alcuna osservanza cerimoniosa per il fatto che lei fosse la figlia di un povero pastore di campagna che sarebbe giunta a lui senza uno scellino, mentre lui occupava una posizione elevata nel mondo. Le aveva chiesto di dargli tutto ciò che possedeva, e lei era pronta a dare tutto, senza risparmio. Ma il dono doveva essere valutato prima di poter essere offerto o ricevuto. Anche lui doveva darle altrettanto, e lei lo avrebbe accettato come qualcosa che non ha prezzo. Ma non avrebbe ammesso che ciò che le veniva offerto fosse in minima parte più prezioso a causa della sua posizione mondana.

Ella non volle fingere con se stessa di credere che lui sarebbe venuto da lei quel pomeriggio, e perciò si occupò della cucina e della casa, impartendo ordini alle sue due cameriere come se la giornata dovesse trascorrere come tutti gli altri giorni in quella casa. Solitamente cenavano alle quattro e, in quei mesi estivi, raramente si allontanava molto dalla casa prima di quell'ora. Alle quattro precise si sedette con suo padre e disse che dopo cena si sarebbe recata fino a Helpholme. Helpholme era una solitaria fattoria in un'altra parrocchia, al limitare della brughiera, e il signor Woolsworthy le chiese se dovesse accompagnarla.

Fallo, papà, disse, se non sei troppo stanco. Eppure aveva pensato a quanto fosse probabile incontrare John Broughton durante la sua passeggiata. E così fu stabilito; ma, proprio mentre la cena terminava, il signor Woolsworthy si ricordò.

Mio Dio, disse, come mi sta abbandonando la memoria! Gribbles, da Ivybridge, e il vecchio John Poulter, da Bovey, verranno a trovarmi qui per appuntamento. Non puoi rimandare Helpholme a domani?

Patience, tuttavia, non rimandava mai nulla e perciò alle sei, quando suo padre ebbe terminato il suo esiguo modico bicchiere di toddy, si allacciò il cappello e uscì per la sua passeggiata. Partì con passo svelto e non lasciò detto per quale via sarebbe andata. Mentre risaliva il viottolo che conduceva verso Oxney Colne, non volle nemmeno guardare se lui stesse venendo verso di lei; e quando lasciò la strada, varcando un gradino di pietra per imboccare un sentiero che si snodava prima tra i campi dell'altopiano e poi attraverso la brughiera verso Helpholme, non si voltò neppure una volta, né tese l'orecchio al suo passo in avvicinamento.

Fece la sua visita, trattenendosi per oltre un'ora con la vecchia madre inferma del fattore di Helpholme. Dio ti benedica, mia cara! disse la vecchia signora mentre lei se ne andava; e ti mandi qualcuno che renda luminoso e felice il tuo cammino attraverso il mondo. Queste parole rintonavano ancora nelle sue orecchie con tutto il loro significato quando vide John Broughton ad attenderla al primo gradino che doveva superare dopo aver lasciato il cortile del fattore.

Patty, disse lui, mentre le prendeva la mano e la stringeva tra le proprie, che caccia ho fatto per trovarti!

E chi ve l'ha chiesto, capitano Broughton? rispose lei sorridendo. Se il viaggio era troppo per le vostre povere forze londinesi, non potevate aspettare fino a domani mattina, quando mi avreste trovata al rettorato? Ma non ritrasse la mano da lui, né finse in alcun modo che egli non avesse il diritto di rivolgersi a lei come a un amante.

No, non potevo aspettare. Sono più ansioso di vedere coloro che amo di quanto sembri esserlo tu.

Come fate a sapere chi amo, o quanto possa essere ansiosa di vederli? C'è una vecchia lì che amo, e non ho dato alcun peso a questa camminata con l'obiettivo di vederla. E ora, ritraendo lentamente la mano, indicò la fattoria che aveva appena lasciato.

Patty, disse lui, dopo una pausa di un minuto, durante la quale lei lo aveva guardato dritto in volto con tutta la forza dei suoi occhi luminosi; sono arrivato oggi da Londra, direttamente qui a Oxney, e dalla casa di mia zia ho seguito le tue orme per farti quella sola domanda. Mi ami?

Che Ercole! disse lei, ridendo di nuovo. Volete dire davvero che avete lasciato Londra solo stamattina? Ma se dovrete aver passato cinque ore in una carrozza ferroviaria e due in una carrozza postale, senza parlare della camminata che ne è seguita. Dovreste aver più cura di voi stesso, capitano Broughton!

Si sarebbe arrabbiato con lei — poiché non amava essere preso in giro — se lei non avesse posato la mano sul suo braccio mentre parlava, e la morbidezza del suo tocco aveva riscattato l'offesa delle sue parole.

Tutto questo ho fatto, disse lui, per poter udire una sola parola da te.

Che una mia parola possa avere tale potere! Ma camminiamo, o mio padre ci scambierà per alcuni dei monoliti della brughiera. Come avete trovato vostra zia? Se solo sapeste le premure che hanno gravato sulle sue care spalle nell'ultima settimana, affinché la vostra altezza potesse avere a sufficienza da mangiare e da bere in queste desolate regioni semiaffamate.

Avrebbe potuto risparmiarsi tale ansia. Nessuno può curarsi meno di tali cose di quanto faccia io.

Eppure mi sembra di avervi sentito vantare del cuoco del vostro circolo. E poi di nuovo ci fu silenzio per un minuto o due.

Patty, disse lui, fermandosi di nuovo sul sentiero; rispondi alla mia domanda. Ho il diritto di esigere una risposta. Mi ami?

E se fosse? Se fossi stata così sciocca da permettere che le vostre perfezioni fossero troppe per il mio cuore debole? Cosa allora, capitano Broughton?

Non può essere che tu mi ami, altrimenti non scherzeresti ora.

Forse no, in verità, disse lei. Sembrava quasi che fosse risoluta a non cedere di un pollice nel suo umore. E poi ripresero a camminare.

Patty, disse ancora una volta, avrò una risposta da te stasera, questa sera; ora, durante questa passeggiata, o tornerò domani e non visiterò mai più questo luogo.

Oh, capitano Broughton, come potremmo mai riuscire a vivere senza di voi?

Molto bene, disse lui; fino alla fine di questa passeggiata posso sopportare tutto; e una parola detta allora riparerà ogni cosa.

Per tutto questo tempo sentì di trattarlo male. Sapeva di amarlo con tutto il cuore; che quasi l'avrebbe uccisa separarsi da lui; che aveva udito la sua rinnovata offerta con un'estasi di gioia. Riconosceva a se stessa che egli stava dando prova della sua devozione forte quanto chiunque potesse riceverne dal proprio amante. Eppure riusciva a stento a dire la parola che lui desiderava udire. Quella parola una volta detta, e sapeva che avrebbe dovuto soccombere al suo amore per sempre! Quella parola una volta detta, e non le sarebbe rimasto altro che viziarlo con la sua idolatria! Quella parola una volta detta, e avrebbe dovuto continuare a ripetergliela alle orecchie, finché forse lui non si sarebbe stancato di udirla! E ora lui l'aveva minacciata, e come avrebbe potuto pronunciarla dopo quello? Certamente non l'avrebbe pronunciata a meno che lui non glielo avesse chiesto di nuovo senza tale minaccia. E così camminarono ancora in silenzio.

Patty, disse alla fine. Per i cieli sopra di noi mi risponderai. Mi ami?

Ella ora si fermò, e quasi tremò mentre guardava il suo volto. Rimase un momento di fronte a lui, e poi, posando le due mani sulle sue spalle, gli rispose. Lo amo, lo amo, lo amo, disse, con tutto il mio cuore; con tutto il mio cuore, con tutto il mio cuore e la mia forza. E poi la sua testa ricadde sul suo petto.

Il capitano Broughton fu quasi tanto sorpreso quanto deliziato dal calore dell'ammissione fatta dalla fanciulla appassionata e dal cuore ardente che ora teneva tra le braccia. Lo aveva detto ora; le parole erano state pronunciate; e non le rimaneva altro che giurargli più e più volte con i suoi giuramenti più dolci, che quelle parole erano vere, vere come la sua anima. E dolcissima fu la passeggiata da lì fino al cancello del rettorato. Non parlò più della distanza del terreno o della lunghezza del suo viaggio giornaliero. Ma la fermava a ogni svolta per poter stringere il suo braccio più forte al proprio, per poter guardare nella luminosità dei suoi occhi e prolungare la sua ora di delizia. Non vi erano più scherni ora sulla sua lingua, né motteggi sui suoi sfarzi londinesi, né commenti ridanciani sui suoi arrivi e partenze. Con schietta onestà gli raccontò tutto: come lo avesse amato prima che il suo cuore fosse autorizzato a una tale passione; come, a forza di riflettere, avesse deciso che sarebbe stato imprudente accettarlo alla sua prima parola, e avesse pensato fosse meglio che lui tornasse a Londra e poi ci ripensasse; come si fosse quasi pentita del suo coraggio quando, durante quei lunghi giorni estivi, aveva temuto che lui la dimenticasse; e come il suo cuore avesse sussultato di gioia quando la sua vecchia amica le aveva detto che stava venendo.

Eppure, disse lui, non eri contenta di vedermi!

Oh, non ero contenta? Non potete comprendere i sentimenti di una fanciulla che ha vissuto reclusa come me. Contenta non è la parola adatta per la gioia che ho provato. Ma non era il vedervi che mi importava così tanto. Era la consapevolezza che eravate di nuovo vicino a me. Quasi vorrei ora non avervi visto fino a domani. Ma mentre parlava strinse il suo braccio, e quella carezza smentì le sue ultime parole.

No, non entrate stasera, disse, quando raggiunse il piccolo cancelletto che portava al rettorato. Davvero non lo farete. Non riuscirei a comportarmi in modo appropriato se lo faceste.

Ma io non voglio che tu ti comporti in modo appropriato.

Oh! Devo riservare questo per Londra, eh? Ma, nondimeno, capitano Broughton, non vi inviterò né a tè né a cena stasera.

Sicuramente posso stringere la mano a vostro padre.

Non stasera, non finché... John, posso dirglielo, non è vero? Devo dirglielo subito.

Certamente, disse lui.

E poi lo vedrete domani. Vediamo, a che ora vi chiederò di venire?

A colazione.

No, davvero. Che farebbe mai vostra zia con il suo tacchino arrosto e il pasticcio freddo? Io non ho pasticcio freddo per voi.

Odio il pasticcio freddo.

Che peccato! Ma, John, sarei costretta a lasciarvi subito dopo colazione. Venite giù, venite giù alle due o alle tre; e allora tornerò con voi da zia Penelope. Devo vederla domani. E così alla fine la questione fu risolta, e al felice capitano, mentre la lasciava, fu opposta ben poca resistenza nel tentativo di premere le labbra sulle sue.

Quando entrò nel salotto in cui sedeva suo padre, c'erano ancora Gribbles e Poulter a discutere qualche punto spinoso di folclore del Devon. Così Patience si tolse il cappello e si sedette, in attesa che se ne andassero. Dovette attendere per un'ora intera, e poi Gribbles e Poulter se ne andarono. Ma non era in questioni come questa che Patience Woolsworthy era impaziente. Poteva aspettare, e aspettare, e aspettare, frenando se stessa per settimane e mesi, mentre ciò che attendeva era ai suoi occhi un bene; ma non poteva frenare i suoi pensieri ardenti o le sue parole focose quando si discutevano cose che non riteneva fossero un bene.

Papà, disse, quando l'ultima parola prolungata di Gribbles fu pronunciata alla porta. Ricordate come vi ho chiesto l'altro giorno cosa avreste detto se vi avessi lasciato?

Sì, certamente, rispose lui, guardandola con stupore.

Sto per lasciarvi ora, disse. Caro, carissimo padre, come potrò allontanarmi da voi?

Lasciarmi, disse lui, pensando alla sua visita a Helpholme e a nient'altro.

Ora, c'era stata una storia su Helpholme. Quella vecchia signora inferma che viveva lì aveva un figlio robusto, che ora era il proprietario dei pascoli di Helpholme. Ma sebbene fosse proprietario di tutti quegli acri selvaggi e del bestiame che essi sostentavano, non era molto al di sopra dei fattori intorno a lui, né nei modi né nell'istruzione. Aveva i suoi meriti, tuttavia; poiché era onesto, benestante e modesto al tempo stesso. Come fosse nato un amore così forte, scaturito dalla gentilezza di vicinato, tra la nostra Patience e sua madre, non occorre qui raccontarlo; ma da esso era nato un altro amore, o un'ambizione che avrebbe potuto trasformarsi in amore. Il giovane, dopo aver molto riflettuto, non aveva osato parlare con la signorina Woolsworthy, ma aveva mandato un messaggio tramite la signorina Le Smyrger. Se vi fosse stata qualche speranza per lui, si sarebbe presentato come pretendente, in prova. Non doveva uno scellino al mondo e aveva denaro messo da parte, risparmiato. Non avrebbe chiesto al pastore uno scellino di dote. Tale era stato il tenore del suo messaggio, e la signorina Le Smyrger lo aveva consegnato fedelmente. Non ne ha intenzione, aveva detto Patience con voce severa. Davvero ne ha, mia cara. Puoi essere certa che è sincero, aveva risposto la signorina Le Smyrger; e non c'è uomo più onesto in queste parti.

Ditegli, disse Patience, senza prestare attenzione alla seconda parte del discorso della sua amica, che non può essere, fatelo comprendere, sapete, e ditegli anche che della faccenda non si parlerà più. La faccenda, in ogni caso, non era stata più menzionata, ma il giovane fattore rimaneva ancora scapolo, e a Helpholme mancava ancora una padrona. Ma tutto questo tornò alla mente del pastore quando sua figlia gli disse che stava per lasciarlo.

Sì, carissimo, disse lei; e mentre parlava, si inginocchiò ora alle sue ginocchia. Sono stata chiesta in sposa e mi sono donata.

Bene, amore mio, se sarai felice...

Spero di esserlo; penso di esserlo. Ma voi, papà?

Non sarai lontana da noi.

Oh, sì; a Londra.

A Londra.

Il capitano Broughton vive generalmente a Londra.

E il capitano Broughton vi ha chiesto di sposarlo?

Sì, papà, chi altri? Non è forse buono? Non lo amerete? Oh, papà, non dite che sbaglio ad amarlo!

Non le rivelò mai il suo errore, né le spiegò che non aveva ritenuto possibile che il figlio di alto rango del grande uomo di Londra si fosse innamorato della sua figlia senza dote; ma la abbracciò e le disse, con tutto il suo entusiasmo, che gioiva della sua gioia e che sarebbe stato felice nella sua felicità. La mia Patty, disse, ho sempre saputo che eri troppo buona per questa nostra vita qui. E così la serata trascorse nella notte, con molte lacrime ma pur sempre con molta felicità.

Il capitano Broughton, mentre tornava a Oxney Colne, decise che non avrebbe detto nulla in merito a sua zia fino al mattino successivo. Voleva riflettere su tutto, e rifletterci, se possibile, da solo. Aveva compiuto un passo nella vita, il più importante che a un uomo sia mai chiesto di compiere, e doveva riflettere se lo avesse compiuto o meno con saggezza.

L'hai vista? disse la signorina Le Smyrger, molto ansiosa, quando lui entrò nel salotto.

Intendete la signorina Woolsworthy, disse lui. Sì, l'ho vista. Poiché l'ho trovata fuori, ho fatto una lunga camminata e ho avuto modo di incontrarla. Sapete, zia, credo che andrò a letto; mi sono alzato alle cinque stamattina e da allora sono sempre stato in movimento.

La signorina Le Smyrger comprese che non avrebbe saputo nulla quella sera, così gli porse il candeliere e gli permise di andare nella sua stanza.

Ma il capitano Broughton non si ritirò immediatamente a letto, né quando lo fece fu in grado di dormire subito. Era stato saggio, questo passo che aveva compiuto? Non era un uomo che, nelle questioni mondane, avesse permesso alle cose di sistemarsi da sole, come accade a così tanti uomini. Si era formato delle opinioni proprie e aveva una teoria sulla vita. Il denaro per il denaro aveva dichiarato a se stesso essere cosa cattiva. Il denaro, come concomitante a cose che erano in se stesse buone, aveva dichiarato a se stesso essere cosa buona. Quel concomitante, in questa sua faccenda matrimoniale, lo aveva ora mancato. Ebbene; si era rassegnato a ciò e avrebbe sopportato la perdita. Aveva mezzi propri per vivere, sebbene non così estesi come sarebbe stato desiderabile. Che sarebbe stato bene per lui diventare un uomo sposato, guardando semplicemente a quello stato di vita in contrapposizione al suo stato attuale, lo aveva pienamente risolto. Su quel punto, quindi, non c'era nulla di cui pentirsi. Che Patience Woolsworthy fosse buona, affettuosa, intelligente e bella, ne era sufficientemente soddisfatto. Sarebbe stato strano davvero se non fosse stato così soddisfatto ora, visto che negli ultimi quattro mesi aveva dichiarato a se stesso quotidianamente che era così con molte fervide asserzioni interiori. Eppure, sebbene ripetesse ora di essere soddisfatto, non credo che ne fosse così pienamente soddisfatto come lo era stato per tutto il corso di quei quattro mesi. È triste dirlo, ma temo, temo che sia stato così. Quando hai il tuo giocattolo, quanto del piacere anticipato svanisce, specialmente se è stato vinto facilmente!

Non aveva detto a nessuno della sua famiglia quali fossero le sue intenzioni in questa seconda visita nel Devonshire, e ora doveva chiedersi se ne sarebbero stati soddisfatti. Cosa avrebbe detto sua sorella, lei che aveva sposato l'onorevole Augustus Gumbleton, bastone d'oro in attesa presso il Consiglio Privato di Sua Maestà? Avrebbe accolto Patience a braccia aperte, e l'avrebbe festeggiata a Londra? E poi, quanto Londra si sarebbe adattata a Patience, o Patience a Londra? Ci sarebbe stato molto da fare per lui nell'istruirla, e sarebbe stato bene che iniziasse la lezione senza perdita di tempo. Fin lì arrivò quella notte, ma quando venne il mattino fece un passo ulteriore e iniziò mentalmente a criticare i modi di lei verso di lui. Era stata molto dolce, quella calda, quella piena, quella pronta dichiarazione d'amore. Sì; era stata molto dolce; ma, ma; quando, dopo i suoi piccoli scherzi, lei confessò il suo amore, non era stata un po' troppo libera per l'eccellenza femminile? A un uomo piace sentirsi dire che è amato, ma difficilmente desidera che la ragazza che deve sposare si getti al suo collo!

Ahimè! sì; era così che argomentava tra sé mentre quella mattina sbrigava le incombenze della sua toeletta. "Allora era un bruto", direte voi, mia graziosa lettrice. Non ho mai detto che non fosse un bruto. Ma questo osservo, che molti di tali bruti si incontrano sui sentieri battuti della grande autostrada del mondo. Quando Patience Woolsworthy gli aveva risposto freddamente, ordinandogli di tornare a Londra e riflettere sul suo amore; mentre dal suo modo di fare sembrava che, almeno per il momento, non si curasse di lui; mentre lui era lontano da lei, e, perciò, la desiderava, il possesso delle sue grazie, del suo talento e della brillante onestà dei suoi intenti gli era parso una cosa sommamente desiderabile. Ora erano sue. Erano state, di fatto, sue fin dal primo momento. Il cuore di questa ragazza di campagna era caduto alla prima parola uscita dalla sua bocca. Non glielo aveva forse confessato? Era molto gentile, davvero molto gentile. La amava teneramente. Ma non si era forse svenduto troppo a buon mercato?

Non dico affatto che non fosse un bruto. Ma, bruto o meno, era un uomo onesto, e non ebbe il minimo pensiero, né allora, in quella mattina, né durante i giorni successivi in cui tali pensieri premevano più fitti sulla sua mente, di venir meno alla parola data. A colazione, quella mattina, raccontò tutto a Miss Le Smyrger, e quella signora, con intenzioni calorose e gentili, gli confidò il suo proposito riguardo alla sua proprietà. "Ho sempre considerato Patience come mia erede", disse, "e continuerò a farlo".

"Oh, davvero", disse il Capitano Broughton.

"Ma è un grande, grandissimo piacere per me pensare che lei restituirà la piccola proprietà alla figlia di mia sorella. Tu avrai quella di tua madre, e così tutto tornerà a unirsi".

"Ah!" disse il Capitano Broughton. Aveva le sue idee sulla proprietà, e non gli piaceva, nemmeno nelle circostanze attuali, sentire che sua zia si considerava libera di lasciare le terre a una persona che, per sangue, era del tutto estranea alla famiglia.

"Patience lo sa?" chiese.

"Non una parola", disse Miss Le Smyrger. E poi non si disse più nulla sull'argomento.

Quel pomeriggio andò giù e ricevette la benedizione e le congratulazioni del pastore con buona grazia. Patience disse molto poco in quell'occasione, e in verità fu assente per la maggior parte del colloquio. I due amanti si incamminarono poi verso Oxney Colne, e lì ci furono altre benedizioni e altre congratulazioni. "Tutto procedeva allegro come una campana a nozze", almeno per quanto riguardava Patience. Non era ancora caduta una parola da quella cara bocca, né era ancora apparso uno sguardo su quel bel volto, che tendesse in alcun modo a guastare la sua beatitudine. Il suo primo giorno di amore dichiarato fu un giorno del tutto felice, e quando pregò per lui, inginocchiata accanto al suo letto, non provò nel suo animo alcun timore che potesse turbare la sua gioia.

Sorvolerò molto rapidamente sui tre o quattro giorni successivi, limitandomi a dire che Patience non li trovò così piacevoli come quel primo giorno dopo il fidanzamento. C'era qualcosa nel modo di fare del suo amante, qualcosa che all'inizio non riusciva a definire, che a poco a poco sembrò urtare i suoi sentimenti. Lui era abbastanza affettuoso, cosa su cui lei non richiedeva molte dimostrazioni; ma, unita al suo affetto, sembrava esserci... lei faticava a suggerire a se stessa una parola dura, ma era possibile che lui stesse iniziando a pensare che lei non fosse abbastanza buona per lui? E poi si pose la domanda: era lei abbastanza buona per lui? Se c'era qualche dubbio in proposito, il matrimonio avrebbe dovuto essere rotto, anche se si fosse strappata il cuore dal petto nello sforzo. La verità, tuttavia, era questa: che lui aveva iniziato quell'istruzione che aveva già trovato così necessaria. Ora, se qualcuno avesse tentato di insegnare a Patience il tedesco o la matematica, con il libero consenso di quella giovane signora, credo che si sarebbe rivelata una scolara mite. Ma non era probabile che fosse mite quando si trovava di fronte a un precettore autoproclamato che le insegnava maniere e condotta senza il suo consenso.

Così andarono le cose per quattro o cinque giorni, e la sera del quinto giorno, il Capitano Broughton e sua zia presero il tè al vicariato. Non accadde nulla di speciale; ma poiché il pastore e Miss Le Smyrger insistettero per giocare a backgammon con devota perseveranza per tutta la serata, Broughton ebbe una buona occasione per dire una o due parole su quei cambiamenti che la vita a Londra avrebbe richiesto alla sua amata, e disse anche qualche parola, una sola lieve parola, riguardo al rango sociale più elevato a cui avrebbe elevato la sua sposa. Patience sopportò, poiché suo padre e Miss Le Smyrger erano nella stanza, sopportò bene, senza pronunciare sillaba di rabbia e sopportando, per il momento, il disprezzo implicito verso il vecchio vicariato. Poi la serata terminò e il Capitano Broughton riaccompagnò sua zia a Oxney Colne. "Patty", le disse suo padre prima di andare a letto, "mi sembra un giovane eccellente". "Caro papà", rispose lei, baciandolo. "E terribilmente innamorato", disse Mr. Woolsworthy. "Oh, non so", rispose lei, lasciandolo con il suo sorriso più dolce. Ma sebbene potesse così sorridere allo scherzo di suo padre, aveva già deciso che c'era ancora qualcosa da imparare sul suo futuro marito prima di potersi mettere del tutto nelle sue mani. Gli avrebbe chiesto se si ritenesse danneggiato da questo matrimonio proposto; e sebbene lui negasse un tale pensiero, lei avrebbe capito dal modo della sua negazione quali fossero i suoi veri sentimenti.

E anche lui, quella notte, durante la sua camminata silenziosa con Miss Le Smyrger, aveva intrattenuto pensieri simili. "Temo che sia ostinata", si era detto, e poi l'aveva quasi accusata di essere anche sorniona. "Se quello è il suo carattere, che vita di miseria mi aspetta!"

"Avete già fissato una data?" gli chiese sua zia mentre si avvicinavano a casa sua.

"No, non ancora; non so se mi convenga fissarla prima della mia partenza".

"Ma come, è stato solo l'altro giorno che avevi tanta fretta".

"Ah, sì, da allora ci ho pensato di più".

"Avrei immaginato che ciò dipendesse da ciò che pensa Patty", disse Miss Le Smyrger, difendendo i privilegi del suo sesso. "Si presume che il gentiluomo sia sempre pronto non appena la signora acconsenta".

"Sì, nei casi ordinari è così; ma quando una ragazza viene portata fuori dalla sua sfera..."

"La sua sfera! Lascia che ti avverta, mastro John, di non parlare a Patty della sua sfera".

"Zia Penelope, poiché Patience deve essere mia moglie e non vostra, devo pretendere il permesso di parlarle di argomenti che mi sembrino opportuni". E poi si separarono, non di buon umore l'uno con l'altra.

Il giorno seguente il Capitano Broughton e Miss Woolsworthy non si incontrarono fino a sera. Lei aveva detto, prima che quelle parole di malaugurio fossero uscite dalle labbra del suo amante, che probabilmente sarebbe stata a casa di Miss Le Smyrger la mattina seguente. Quelle parole di malaugurio uscirono dalle labbra del suo amante, e lei rimase a casa. Ciò non derivava da malumore, né tanto meno da rabbia, ma dalla convinzione che sarebbe stato bene riflettere molto prima di incontrarlo di nuovo. Nemmeno lui era ansioso di affrettare un incontro. Il suo pensiero, il suo pensiero vile, era questo: che lei sarebbe sicuramente venuta al Colne a cercarlo; ma lei non venne, e perciò la sera lui scese da lei e le chiese di passeggiare con lui.

Si allontanarono lungo il sentiero che portava a Helpholme, e poco fu detto tra loro finché non ebbero camminato insieme per circa un miglio. Patience, mentre percorreva il sentiero, ricordava quasi alla lettera le dolci parole che avevano salutato le sue orecchie quando era passata di lì con lui la sera del suo arrivo; ma lui non ricordava nulla di quella dolcezza, allora. Non si era comportato da asino durante questi ultimi sei mesi? Questo era il pensiero che occupava molto la sua mente.

"Patience", disse infine, avendo parlato finora solo una parola indifferente di tanto in tanto da quando avevano lasciato il vicariato, "Patience, spero che tu ti renda conto dell'importanza del passo che io e te stiamo per compiere?"

"Certamente", rispose lei: "che domanda strana da pormi!"

"Perché", disse lui, "a volte ne dubito quasi. Mi sembra come se tu pensassi di poterti trasferire da qui alla tua nuova casa senza più fatica di quando vai da casa fino al Colne".

"È inteso come un rimprovero, John?"

"No, non come un rimprovero, ma come un consiglio. Certamente non come un rimprovero".

"Ne sono lieta".

"Ma vorrei farti pensare a quanto sia grande il salto nel mondo che stai per compiere". Poi camminarono ancora per molti passi prima che lei gli rispondesse.

"Dimmi, allora, John", disse, quando ebbe abbastanza considerato quali parole pronunciare; e mentre parlava, un colore scuro e brillante le soffuse il viso, e i suoi occhi brillarono quasi di rabbia. "Quale salto intendi? Intendi un salto verso l'alto?"

"Beh, sì; spero che sarà così".

"In un certo senso, certamente, sarebbe un salto verso l'alto. Essere la moglie dell'uomo che amavo; avere il privilegio di tenere la sua felicità nelle mie mani; sapere che ero sua, la compagna che aveva scelto tra tutto il mondo; quello sarebbe, davvero, un salto verso l'alto; un salto quasi verso il cielo, se tutto ciò fosse vero. Ma se intendi verso l'alto in qualsiasi altro senso..."

"Stavo pensando alla scala sociale".

"Allora, Capitano Broughton, i vostri pensieri mi stavano facendo disonore".

"Facendovi disonore!"

"Sì, facendomi disonore. Che vostro padre sia, nella stima del mondo, un uomo più grande del mio è senza dubbio vero. Che voi, come uomo, siate più ricco di quanto io lo sia come donna è senza dubbio altrettanto vero. Ma voi fate disonore a me, e anche a voi stesso, se queste cose possono pesare su di voi ora".

"Patience, penso che tu possa a stento sapere quali parole mi stai dicendo".

"Perdonatemi, ma penso di saperlo. Nulla di ciò che potete darmi, nessun dono di quella natura, può pesare nulla contro ciò che io sto dando a voi. Se aveste tutte le ricchezze e il rango del più grande signore della terra, non conterebbe nulla su una tale bilancia. Se, come non ho dubitato, se in cambio del mio cuore mi avete dato il vostro, allora... allora... allora, mi avete ripagata pienamente. Ma quando sono in gioco doni come quelli, nient'altro può contare nemmeno come contrappeso".

"Non vi capisco bene", rispose lui, dopo una pausa. "Temo che siate un po' troppo altisonante". E poi, mentre la sera era ancora giovane, tornarono al vicariato quasi senza un'altra parola.

Il Capitano Broughton in quel momento aveva solo un altro giorno intero da restare a Oxney Colne. Il pomeriggio seguente sarebbe andato fino a Exeter, e da lì sarebbe tornato a Londra. Naturalmente c'era da aspettarsi che il giorno del matrimonio venisse fissato prima della sua partenza, e molto era stato detto al riguardo durante il primo giorno o due del suo fidanzamento. Allora lui aveva insistito per una data ravvicinata, e Patience, con la solita timidezza di una ragazza, aveva chiesto un po' di tempo. Ma ora non si diceva nulla sull'argomento; e come era probabile che una tale questione potesse essere risolta dopo una conversazione come quella che ho riferito? Quella sera, Miss Le Smyrger chiese se fosse stato fissato il giorno. "No", disse bruscamente il Capitano Broughton; "non è stato fissato nulla". "Ma sarà organizzato prima che tu parta". "Probabilmente no", disse lui; e poi l'argomento fu abbandonato per il momento.

"John", disse lei, poco prima di andare a letto, "se c'è qualcosa che non va tra te e Patience, ti scongiuro di dirmelo".

"Faresti meglio a chiederlo a lei", rispose lui. "Non posso dirti nulla".

La mattina seguente fu molto sorpreso di vedere Patience sul sentiero di ghiaia davanti al cancello di Miss Le Smyrger subito dopo colazione. Andò alla porta per aprirle, e lei, porgendogli la mano, gli disse che era venuta per parlargli. Non c'era esitazione nel suo modo di fare, né alcuno sguardo di rabbia sul suo volto. Ma c'era nel suo portamento e nella sua figura, nella sua voce e nel suo volto, una fermezza di intenti che lui non aveva mai visto prima, o che almeno non aveva mai riconosciuto.

"Certamente", disse lui. "Devo uscire con voi, o volete salire di sopra?"

"Possiamo sederci nel padiglione estivo", disse lei; e là si recarono entrambi.

"Capitano Broughton", disse lei, e iniziò il suo compito nel momento in cui furono entrambi seduti, "voi ed io ci siamo impegnati come marito e moglie, ma forse siamo stati troppo avventati".

"Come mai?" disse lui.

"Può darsi, e anzi dirò di più, è il caso che abbiamo fatto questo fidanzamento senza conoscere abbastanza il carattere l'uno dell'altra".

"Non l'ho pensato".

"Il tempo forse verrà in cui lo penserete, ma per il bene di tutto ciò che più valorizziamo, fate che venga prima che sia troppo tardi. Quale sarebbe il nostro destino, quanto terribile sarebbe la nostra miseria, se un tale pensiero dovesse venire a uno di noi dopo che abbiamo legato i nostri destini insieme".

C'era una solennità in lei mentre parlava così, che lo represse quasi, che per un certo tempo gli impedì di prendere quel tono di autorità che su un tale argomento avrebbe scelto di adottare. Ma si riprese. "Non credo che questo vi si addica", disse.

"Da chi altro dovrebbe venire? Chi altro può combattere la mia battaglia per me; e, John, chi altro può combattere quella stessa battaglia per vostro conto? Vi dico questo, che con la vostra mente rivolta verso di me come lo è al presente, non potreste darmi la vostra mano all'altare con parole sincere e una coscienza felice. Non è vero? Vi siete già per metà pentito del vostro patto. Non è così?"

Lui non le rispose; ma alzandosi dal posto camminò verso la parte anteriore del padiglione estivo, e rimase lì con la schiena voltata verso di lei. Non che volesse essere sgarbato, ma in verità non sapeva come risponderle. Si era per metà pentito del suo patto.

"John", disse lei, alzandosi e seguendolo in modo da poter mettere la mano sul suo braccio, "ero molto arrabbiata con voi".

"Arrabbiata con me!" disse lui, voltandosi bruscamente verso di lei.

"Sì, arrabbiata con voi. Volevate trattarmi come una bambina. Ma quel sentimento ora è svanito. Non sono più arrabbiata. Ecco la mia mano; la mano di un'amica. Lasciate che le parole che sono state dette tra noi siano come se non fossero state dette. Lasciate che entrambi siamo liberi".

"Lo dite sul serio?" chiese lui.

"Certamente lo dico sul serio". Mentre pronunciava queste parole i suoi occhi si riempirono di lacrime a dispetto di tutti gli sforzi che poteva fare per trattenerle; ma lui non la stava guardando, e i suoi sforzi erano stati sufficienti a impedire che qualsiasi singhiozzo fosse udibile.

"Con tutto il cuore", disse lui; ed era evidente dal suo tono che non pensava alla felicità di lei mentre parlava. Era vero che lei era stata arrabbiata con lui, arrabbiata, come lei stessa aveva dichiarato; ma nondimeno, in ciò che aveva detto e fatto, aveva pensato più alla felicità di lui che alla propria. Ora era di nuovo arrabbiata.

"Con tutto il vostro cuore, Capitano Broughton! Bene, così sia. Se con tutto il vostro cuore, allora la necessità è tanto maggiore. Voi partite domani. Diciamo addio ora?"

"Patience, non ho intenzione di farmi fare la predica".

"Certamente non da me. Diciamo addio ora?"

"Sì, se siete determinata".

"Sono determinata. Addio, Capitano Broughton. Avete tutti i miei auguri per la vostra felicità". E gli porse la mano.

"Patience!" disse lui. E la guardò con un cipiglio cupo, come se volesse sforzarsi di spaventarla per farla sottomettere. Se era così, avrebbe potuto risparmiarsi ogni simile tentativo.

"Addio, Capitano Broughton. Datemi la vostra mano, perché non posso restare". Lui le diede la mano, senza quasi sapere perché lo facesse. Lei la portò alle labbra e la baciò, e poi, lasciandolo, passò dal padiglione estivo attraverso il cancelletto, e dritta a casa verso il vicariato.

Per tutto quel giorno non disse parola a nessuno di ciò che era accaduto. Una volta tornata a casa, si occupò delle faccende domestiche come aveva fatto il giorno del suo arrivo. Quando si sedette a cena con suo padre, lui non osservò nulla che gli facesse pensare che fosse infelice, né durante la sera ci fu alcuna espressione sul suo volto, o alcun tono nella sua voce, che suscitasse la sua attenzione. La mattina seguente il Capitano Broughton passò al vicariato, e la domestica portò notizia alla sua padrona che lui era in salotto. Ma lei non volle vederlo. "Dio, signorina, non avrete mica litigato col vostro fidanzato?" disse la povera ragazza. "No, non litigato", disse lei; "ma dagli questo". Era un pezzetto di carta contenente una parola o due a matita. "È meglio che non ci incontriamo più. Dio vi benedica". E da quel giorno, ormai più di dieci anni fa, non si sono mai più incontrati.

"Papà", disse a suo padre quel pomeriggio, "caro papà, non essere arrabbiato con me. È tutto finito tra me e John Broughton. Carissimo, tu ed io non saremo separati".

Sarebbe inutile qui raccontare quanto grande fosse la sorpresa del vecchio e quanto sincero il suo dolore. Mentre gli veniva raccontata la storia, non fu dato motivo di rabbia verso nessuno. Non fu detta una parola contro il pretendente che in quel giorno era tornato a Londra con la ferma convinzione che ora almeno fosse sollevato dal suo fidanzamento. "Patty, mia cara bambina", disse, "che Dio conceda che sia per il meglio!"

"È per il meglio", rispose lei con fermezza. "Per questo posto sono adatta; e dubito molto di essere adatta per qualsiasi altro".

Quel giorno non vide Miss Le Smyrger, ma la mattina seguente, sapendo che il Capitano Broughton era partito, avendo sentito le ruote della carrozza passare davanti al cancello del vicariato mentre si dirigeva alla stazione, si incamminò verso il Colne.

"Ti ha detto tutto, immagino?" disse lei.

"Sì", disse Miss Le Smyrger. "E non lo vedrò mai più a meno che non ti chieda perdono in ginocchio. Gliel'ho detto. Non gli ho nemmeno dato la mano mentre se ne andava".

"Ma perché, mia cara, la colpa era più mia che sua".

"Capisco. Ho occhi in testa", disse la vecchia zitella. "L'ho osservato negli ultimi quattro o cinque giorni. Se avessi saputo tenere per te la verità e gli avessi ordinato di starti lontano, ora sarebbe ai tuoi piedi, a leccare la polvere dalle tue scarpe".

"Ma, cara amica, non voglio che un uomo lecchi la polvere dalle mie scarpe".

"Ah, sei una sciocca. Non conosci il valore della tua ricchezza".

"Vero; sono stata una sciocca. Sono stata una sciocca a pensare che chi proviene da una vita come quella che lui ha condotto potesse essere felice con una come me. Ora conosco la verità. Ho pagato cara la lezione, ma forse non troppo cara, visto che non sarà mai dimenticata".

Non fu detto molto altro sulla faccenda tra i nostri tre amici a Oxney Colne. Cosa si poteva dire, in effetti? La signorina Le Smyrger per un anno o due si aspettò ancora che suo nipote tornasse a reclamare la sua sposa; ma egli non lo fece mai, né vi fu alcuna corrispondenza tra loro. Patience Woolsworthy aveva imparato la lezione a caro prezzo. Aveva dato tutto il suo cuore a quell'uomo; e, sebbene si fosse comportata in modo che nessuno si accorgesse della violenza della lotta, tuttavia la battaglia nel suo petto era stata assai violenta. Non si disse mai di aver sbagliato; non rimpianse mai la sua perdita; eppure... eppure!... la perdita era molto difficile da sopportare. Anche lui l'aveva amata, ma non era capace di un amore tale da poter turbare seriamente la sua pace quotidiana. La pace quotidiana di lei era svanita per molti giorni a venire.

Suo padre è ancora in vita; ma ora c'è un curato nella parrocchia. Insieme a lui e alla signorina Le Smyrger, lei trascorre il suo tempo occupandosi degli affari parrocchiali. Ai propri occhi è una zitella dichiarata; e tale è anche la mia opinione. Il romanzo della sua vita si è concluso in quell'estate. Non siede più solitaria sul fianco della collina a pensare a quanto potrebbe fare per colui che ha amato davvero. Ma con un cuore grande ama molti e, senza alcun romanticismo, lavora sodo per alleggerire i fardelli di coloro che ama.

Quanto al capitano Broughton, tutto il mondo sa che sposò quella grande ereditiera a cui il suo nome era già stato accostato in precedenza, e che ora è un utile membro del Parlamento, che lavora nelle commissioni tre o quattro giorni alla settimana con uno zelo instancabile. A volte, non spesso, mentre pensa a Patience Woolsworthy, un sorriso gli attraversa il volto.

IL CORTEGGIAMENTO DI ANTHONY GARSTIN

Di Hubert Crackanthorpe

(Savoy, luglio 1896)

I

Una mandria di pecore ammassate, che scappavano selvaggiamente sulla ghiaia ardesiaca, emerse dalla nebbia plumbea che avvolgeva la cima del monte, e il fischio acuto di un pastore ruppe l'umida quiete dell'aria. E poco dopo apparve la figura di un uomo, che seguiva le pecore giù per il fianco della collina. Si fermò un momento per fischiare bruscamente ai suoi due cani, i quali, tirando indietro le orecchie, inseguirono le pecore a tutta velocità oltre la cresta; poi, con le mani affondate nelle tasche, avanzò con vigore. Una scia di fumo bianco proveniente da un treno in affanno strisciava silenziosamente in lontananza: le grandi, grigie e desolate ondulazioni della terra priva di alberi non mostravano alcun altro segno di vita.

Le pecore correvano in fila indiana lungo un minuscolo sentiero consumato fino alla trama tra l'erba bruna e grumosa: e, mentre l'uomo girava attorno al costone della montagna, una stretta valle si aprì sotto di lui: un rado mosaico di campi verdi e, qua e là, una fattoria imbiancata a calce, affiancata da un oscuro gruppo di alberi protettivi.

L'uomo camminava con un'andatura sciolta e oscillante. La sua figura era magra e angolosa: indossava un cappello di feltro nero logoro e scarponi goffi cerchiati di ferro: i suoi vestiti erano scialbi a causa della lunga esposizione alle intemperie. Aveva occhi piccoli e infossati, molto rugosi, e sopracciglia ispide striate di grigio. La sua bocca era ben rasata e, a causa della sua astrazione, contratta in linee dure e taciturne; sotto il mento spuntava una frangia incolta di capelli color sabbia.

Quando raggiunse il piede del monte, il crepuscolo stava già offuscando la distanza. Le pecore scapparono, con un fruscio rumoroso, attraverso un tratto pianeggiante e paludoso, ricoperto di giunchi, mentre i cani le dirigevano verso un varco in un muro basso e irregolare costruito con massi ammucchiati alla rinfusa. L'uomo chiuse il cancello dietro di loro e attese, fischiando in modo imperioso, richiamando i cani. Un momento dopo, gli animali riapparvero, rannicchiandosi mentre strisciavano tra le sbarre del cancello. Diede loro un calcio con disprezzo e, salendo su uno scalino di pietra a pochi metri più avanti sulla strada, scese in uno stretto vicolo.

Poco dopo, mentre passava davanti a una fila di finestre illuminate, udì una voce chiamarlo. Si fermò e scorse una figura curva, dalla barba bianca, che indossava abiti clericali, in piedi al cancello del giardino.

"Buonasera, Anthony. Una serata cruda, questa."

"Sì, signor Blencarn, è un po' pungente," rispose. "Ho appena finito di prendere alcuni agnelli dal monte. Spero che stia bene, e anche la signorina Rosa." Parlò brevemente, con una cordialità spontanea e rumorosa.

"Grazie, Anthony, grazie. Rosa è giù in chiesa, a suonare gli inni per domani. Come sta la signora Garstin?"

"Bene, grazie, signor Blencarn. È meravigliosamente attiva, la mamma."

"Bene, buonanotte a te, Anthony," disse il vecchio, facendo scattare il cancello.

"Buonanotte, signor Blencarn," rispose lui.

Pochi minuti dopo le luci tremolanti del villaggio apparvero in vista, e dall'interno della cupa forma della chiesa dalla torre quadrata, che si stagliava lungo la strada, le lente e solenni note dell'organo fluttuarono nell'aria serale. Anthony alleggerì il passo: poi si fermò, in ascolto; ma, accorgendosi poco dopo che un uomo stava anch'egli in ascolto sul ponte a pochi metri di distanza, riprese a camminare. Rallentando l'andatura, mentre si avvicinava, osservò la figura con attenzione; ma l'uomo non gli prestò alcuna attenzione, rimanendo con la schiena voltata, a fissare oltre il parapetto il torrente scuro e gorgogliante.

Anthony procedette faticosamente lungo la strada deserta del villaggio, oltre i quadrati scintillanti di oro rossastro che spuntavano da entrambi i lati dall'oscurità. Di tanto in tanto guardava furtivamente all'indietro. La strada dritta e aperta giaceva dietro di lui, scintillando debolmente: l'organo sembrava aver taciuto: la figura sul ponte aveva lasciato il parapetto e sembrava allontanarsi verso la chiesa. Anthony si fermò, osservandola finché non fu scomparsa nell'oscurità sotto gli alberi del cimitero. Poi, dopo un attimo di esitazione, lasciò la strada e risalì un prato di montagna verso la fattoria di sua madre.

Era una casa spoglia e oblunga. Davanti, un portico imbiancato a calce e un piccolo orto, racchiuso da una bassa ringhiera di ferro, erano vagamente distinguibili: dietro, il ripido fianco del monte incombeva come una mostruosa e misteriosa tenda appesa alla notte. Passò dietro al retro nel crepuscolo di un ampio cortile, acciottolato e parzialmente ricoperto d'erba, vagamente fiancheggiato dai contorni ombreggiati di lunghi edifici agricoli bassi. Tutto era avvolto nell'oscurità: da qualche parte sopra la testa un pipistrello sbatteva le ali, lanciando il suo strillo gracile.

All'interno, un fuoco di torba scoppiettante spargeva ombre danzanti sul pavimento di pietra liscia, tremolava tra le file fioche di prosciutti appesi al soffitto e sulle credenze a pannelli di quercia scura e luccicante. Una servetta, che stava apparecchiando la tavola per la cena, faceva tintinnare gli zoccoli dentro e fuori dalla cucina: la vecchia signora Garstin stava curva davanti al focolare, girando tremante alcune focaccine che cuocevano tra le braci.

Al rumore dei passi pesanti di Anthony nel corridoio, si alzò, dando un'occhiata tagliente all'orologio sopra la mensola del camino. Era una donna dalla corporatura robusta, eretta, quasi prestante, nonostante gli anni. Il suo volto era emaciato e giallastro; rughe profonde accentuavano la durezza dei suoi lineamenti. Indossava una cuffia da vedova nera sopra i capelli grigio ferro, occhiali con montatura d'oro e un grembiule sporco a scacchi.

"Sei molto in ritardo, Tony," osservò stizzita.

Lui si sciolse il fazzoletto di lana dal collo e, dopo averlo appeso metodicamente insieme al cappello dietro la porta, rispose:

"C'era una nebbia terribile sulla cima del monte, e quelle due cagne sono così insensate."

Lei gli afferrò la manica e, attraverso gli occhiali, scrutò sospettosa il suo viso.

"Non avrai mica incontrato Rosa Blencarn?"

"No, era in chiesa, a suonare gli inni, con Luke Stock che gironzolava intorno alla porta," replicò lui amaramente, respingendola con ruvida impazienza.

Lei si allontanò, annuendo sentenziosamente tra sé. Iniziarono la cena: nessuno dei due parlò: Anthony sedette mescolando lentamente il tè e fissando con malumore le fiamme: il bacon nel suo piatto rimase intatto. Di tanto in tanto sua madre, posando coltello e forchetta, lo guardava con palese asprezza, arricciando la sua bocca larga e sgraziata. Alla fine, posando bruscamente la tazza, sbottò:

"Mi meraviglia che tu non abbia più orgoglio, Tony. Per quanto tempo ancora hai intenzione di continuare a stare lì a struggerti e rimuginare come una pecora malata? Ti farai solo ammalare, e allora credo che sarai soddisfatto. Sì, ma mi meraviglia che tu non abbia più orgoglio."

Ma lui non rispose, rimanendo impassibile, come se non avesse sentito.

Poco dopo, quasi tra sé e sé, senza alzare gli occhi, mormorò:

"Luke andrà al Sud, lunedì."

"Beh, non vorrai mica prenderti i suoi avanzi, spero. Non si è arrivati a questo, vero? Non intendi far ridere di te tutta la parrocchia per una seconda volta?"

Lui arrossì cupamente e, chinandosi sul piatto, iniziò meccanicamente a mangiare.

"Al diavolo," sbottò un minuto dopo, "credi che mi importi del chiacchiericcio di cinquanta parrocchie? No, non a me," e, con una risata breve e cupa, abbatté pesantemente il pugno sul tavolo di quercia.

"Sei sciocco, Tony," sbottò la vecchia.

"Sciocco o no, ti dico questo, madre, che ho quarantasei anni suonati, e ci sono alcune cose che non starò a sentire. Rosa Blencarn è abbastanza carina per me."

"Sì, abbastanza carina... non ho pazienza con te. Abbastanza carina... agghindata coi suoi fronzoli, a flirtare con ogni scavezzacollo di Penrith. Abbastanza carina... questo è tutto ciò a cui pensi. È stata una brava nipote del parroco, quella creatura sciocca e sconsiderata, e ti farebbe una degna moglie, Tony Garstin, gran bel citrullo che non sei altro."

Spinse indietro la sedia e, facendo tintinnare frettolosamente le stoviglie, iniziò a sparecchiare.

"La casa è mia, il Signore sia lodato," continuò con voce alta e dura, "e finché mi darà vita, Tony, non vedrò Rosa Blencarn mettervi piede."

Anthony imprecò, senza rispondere, e tirò la sedia verso il focolare. Sua madre si affaccendava per la stanza dietro di lui. Dopo un po' chiese:

"Hai chiuso gli agnelli nel campo dietro?"

"No, sono nel fondo di Hullam," rispose lui bruscamente.

La porta si chiuse dietro di lei, e poco dopo poté sentirla muoversi al piano di sopra. Socchiudendo gli occhi in modo meditativo, riempì la pipa goffamente e, tirando fuori di tasca un giornale stropicciato, rimase seduto davanti al fuoco morente, leggendo e fumando con imperturbabile calma.

II

La musica risuonava nella chiesa scura e vuota. L'ultimo, plumbeo bagliore del giorno filtrava attraverso le finestre a ogiva e, oltre le file di panche scure, abitate solo da un mucchio di libri di preghiere, due candele vacillanti rivelavano le canne dell'organo e la figura oscillante della giovane ragazza.

Suonava con vigore. Una o due volte la melodia inciampò e lei la riprese con impazienza, chinandosi sulla tastiera, agitando vistosamente i polsi mentre toccava i registri. Era a capo scoperto (il cappello e il mantello giacevano accanto a lei su uno sgabello). Aveva capelli chiari e soffici, tagliati corti dietro la nuca; occhi grandi e rotondi, accentuati da una frangia di ciglia scure; guance ruvide e rubiconde, e una bocca rosea, carnosa e volubile. Era vestita in modo molto semplice, con un corpetto nero attillato, un po' logoro alle maniche. Le sue mani e il suo collo erano modellati in modo grossolano: la sua bellezza era vigorosa, letterale, incompiuta, per così dire.

Quando finalmente i ponderosi accordi dell'Amen sfumarono lentamente nel crepuscolo, arrossita, respirando un po' velocemente, si fermò, in ascolto del silenzio della chiesa. Poco dopo un ragazzino emerse da dietro l'organo.

"Buonasera, signorina Rosa," chiamò, trotterellando via lungo la navata.

"Buonanotte, Robert," rispose lei, distrattamente.

Dopo un po', con un gesto impaziente, come per scacciare un pensiero importuno dalla mente, si alzò bruscamente, si appuntò il cappello, si gettò il mantello sulle spalle, spense le candele e si fece strada attraverso la chiesa, verso la porta socchiusa. Mentre si affrettava lungo lo stretto sentiero che attraversava il cimitero, all'improvviso una figura balzò fuori dall'oscurità.

"Chi è?" gridò, con voce alta e spaventata.

Una risata inquieta di uomo le rispose.

"Sono solo io, Rosa. Non volevo spaventarti. Ti ho aspettata per quest'ultima ora."

Lei non rispose, ma accelerò il passo. Lui le camminava accanto.

"Parto lunedì, sai," continuò. E, poiché lei non disse nulla, "Non vuoi fermarti solo un minuto? Vorrei dirti due parole prima di andare, e domani devo arrivare a Scarsdale per tempo," insistette.

"Non voglio parlare con te: non voglio mai più vederti. Ti odio solo a vederti." Parlò con una raucedine veemente e concentrata.

"No, ma devi ascoltarmi. Non mi lascerò scoraggiare da discorsi stizziti."

E afferrandole il braccio, la costrinse a fermarsi.

"Lasciami, gran bestia," sbottò lei.

"Non ti terrò, se starai solo tranquilla. Volevo parlarti chiaramente, Rosa."

Si trovarono a una curva della strada, faccia a faccia, molto vicini. Dietro la sua figura massiccia si stendeva l'oscurità di un campo grigio e spettrale.

"Cosa hai da dirmi? Falla finita presto," disse lei con astio.

"È solo questo, Rosa," iniziò con ostinata gravità. "Voglio dirti che se ti dovesse capitare qualche guaio dopo che me ne sarò andato... sai a cosa mi riferisco... voglio dirti che sono pronto a fare la cosa giusta con te. Ho scritto su una busta il mio indirizzo a Londra. Luke Stock, presso Purcell and Co., Smithfield Market, Londra."

"Sei un uomo cattivo e peccatore. Odio solo vederti. Vorrei che fossi morto."

"Sì, ma credo che avresti dovuto pensarci prima. Hai cambiato registro considerevolmente da martedì. No, aspetta," aggiunse, mentre lei lottava per superarlo. "Ecco la busta."

Lei strappò il foglio e lo lacerò con passione, spargendo i frammenti sulla strada. Quando ebbe finito, lui esplose con rabbia:

"Maledetta, irragionevole sciocca."

"Lasciami passare, se non hai altro da dire," gridò lei.

"No, non mi separerò da te in questo modo. Sai parlare dolcemente quando vuoi." E afferrandola per le spalle, la costrinse contro il muro.

"Stai proprio bene, e non c'è errore, quando sei tutta in preda alla rabbia," rise bruscamente, abbassando il volto sul suo.

"Lasciami, lasciami, gran codardo," ansimò, sforzandosi di liberare le braccia.

Tenedola stretta, protestò:

"Andiamo, Rosa, non possiamo separarci da amici?"

"Separarci da amici, davvero," ribatté lei amaramente. "Amici con gente come te. Per chi mi hai preso? Lasciami andare a casa, ti dico. E piaccia a Dio che io non ti metta mai più gli occhi addosso. Odio vederti."

"Vattene allora," rispose lui, spingendola bruscamente di nuovo sulla strada. "Vattene, sciocca. Non puoi dire che non ti ho parlato chiaro, e, perbacco, non mi vedrai più tentennare in questo modo. Vattene: puoi benissimo cavartela da sola, visto che non sai tenere una lingua civile in bocca."

La ragazza, prendendo fiato, rimase come stordita, a guardare la figura che si allontanava; poi, scattando in avanti di corsa, scomparve su per la collina, nell'oscurità.

III

Il vecchio signor Blencarn concluse il suo sermone roca. La scarsa congregazione, che era rimasta seduta, impassibile e immobile nei loro rigidi abiti della domenica, si alzò a fatica, e il banco pieno di bambini della scuola, in coro clamoroso, intonò l'inno finale. Anthony stava vicino all'organo, contemplando distrattamente, mentre la rozza melodia risuonava attraverso la chiesa, l'abile manipolazione della tastiera da parte di Rosa. Le linee aspre del suo volto erano rilassate in una vacua, pensierosa mollezza, che invecchiava la sua espressione non poco: di tanto in tanto, come per riferimento, lanciava sguardi interrogativi al profilo della ragazza.

Pochi minuti dopo il servizio terminò, e la congregazione uscì lentamente lungo la navata. Un gruppo sgraziato di uomini rimase a bighellonare vicino alla porta della chiesa: uno di loro chiamò Anthony; ma, annuendo bruscamente, lui passò oltre e si allontanò lungo la strada, attraverso i grigi prati dell'altopiano, verso casa. Non appena ebbe superato la collina e non fu più visibile da sotto, svoltò bruscamente a sinistra, lungo una piccola conca paludosa, finché non ebbe raggiunto il sentiero che scendeva dal fianco del monte.

Si arrampicò su un muro robusto e coperto di muschio, e rimase in piedi, a guardare con aspettativa lungo la strada buia e in disuso; poi, dopo un attimo di esitazione, non vedendo nessuno, si sedette sotto il muro, su una lastra di pietra sporgente.

Sopra la testa pendeva un cielo cupo e trascinante. Un vento a raffiche spirava giù dal monte: enormi masse di grigio gelido, spogliate dell'ultima nebbia notturna. Alcune foglie morte fluttuavano sulle pietre e dal fianco del monte fluttuava il lamento querulo e tremante di molte pecore che belavano.

Poco dopo, scorse due figure che venivano verso di lui, arrampicandosi lentamente sulla collina. Sedette in attesa del loro arrivo, agitandosi con la barba color sabbia e macinando distrattamente il terreno sotto il tallone. Alla cresta si fermarono: affondando le mani in profondità nelle tasche, si avvicinò a loro con fare timido.

"Ah! Buongiorno a te, Anthony," chiamò il vecchio, con voce acuta e senza fiato. "'È una lunga salita, e le mie gambe non sono più quelle di una volta. C'è stato un tempo in cui non avrei fatto caso a un'intera giornata di cammino sui monti. Sì, sto diventando debole, Anthony, è questo che succede. E se Rosa qui non fosse la ragazza grande e forte che è, non so come il suo vecchio zio se la caverebbe;" e si voltò verso la ragazza con un sorriso orgoglioso e tremante.

"Vuole prendermi il braccio per un po', signor Blencarn? La signorina Rosa sarà stanca, probabilmente," chiese Anthony.

"No, signor Garstin, ma posso farcela benissimo," interruppe bruscamente la ragazza.

Anthony alzò lo sguardo su di lei mentre parlava. Indossava un cappello di paglia, guarnito con velluto cremisi, e una mantella nera bordata di pelliccia, che sembrava far risaltare potentemente il bel candore del suo collo. I suoi grandi occhi scuri erano fissi su di lui. Spostò i piedi con disagio e abbassò lo sguardo.

Lei agganciò il braccio dello zio al suo, e i tre si avviarono lentamente in avanti. Il vecchio signor Blencarn camminava con difficoltà, fermandosi a intervalli per riprendere fiato. Anthony, con gli occhi rivolti al suolo, ciondolava al suo fianco, calciando goffamente i ciottoli che giacevano sul suo cammino.

Quando raggiunsero il cancello del vicariato, il vecchio lo invitò a entrare.

"Non proprio ora, grazie, signor Blencarn. Ho quel gruppo di agnelli da controllare prima di pranzo. È una magnifica mattinata, questa," aggiunse, in modo inconcludente.

"Lo zio ha comprato un bel gruppo di Leghorn, martedì," osservò Rosa. Anthony incrociò il suo sguardo; c'era un'espressione grave e sommessa sul suo viso questa mattina, che la faceva sembrare più una donna e meno una ragazza.

"Sì, fagli vedere gli uccelli, Rosa. Sarei lieto di avere la sua opinione."

Il vecchio si voltò per zoppicare verso la casa, e Rosa, mentre sosteneva il suo braccio, chiamò di rimando da sopra la spalla:

"Non ci metterò un minuto, signor Garstin."

Anthony passeggiò fino al cortile dietro la casa e attese, guardando uno stormo di pollame bianco lucido che camminava con spavalderia, beccando con vivacità sull'acciottolato ricoperto d'erba.

"Sì, signorina Rosa, sono un bel gruppo," osservò, quando la ragazza lo raggiunse.

"Non è vero?" ribatté lei, spargendo una manciata di grano davanti a sé.

Gli uccelli scattarono attraverso il cortile con colli avidi e tesi. I due rimasero in piedi, fianco a fianco, a guardarli.

"Quanto ha dato per loro?" chiese Anthony.

"Cinquantacinque scellini."

"Sì," acconsentì lui, annuendo distrattamente.

"Il dottor Sanderson non ha visitato tuo padre ieri?" chiese, dopo un momento.

"È venuto in mattinata. Ha detto che non è affatto peggiorato."

"Sai, signorina Rosa, che ti penso ancora," iniziò bruscamente, senza alzare lo sguardo.

"Credo non serva a molto," rispose lei seccamente, spargendo un'altra manciata di grano verso gli uccelli. "Credo che non mi sposerò mai. Sono solo stanca di essere corteggiata..."

"Non ti stancherei con il corteggiamento," la interruppe lui.

Lei rise rumorosamente.

"Sei un tipo strano, e non c'è errore."

"Sono comunque all'altezza di Luke Stock," continuò ferocemente. "Non pensi a nient'altro che a metterti con lui... un giovanotto così turbolento e selvaggio come nessun altro."

La ragazza arrossì e si morse il labbro.

"Non so cosa intenda, signor Garstin. Mi sembra che lei sia fin troppo svelto nel trarre conclusioni."

"Forse riesco a vedere una cosa o due," ribatté ostinatamente.

"Luke Stock è andato a Londra, comunque."

"Sì, e un gran bel lavoro, secondo alcuni."

"Lei è solo geloso," esclamò con una risatina forzata. "È solo geloso di Luke Stock."

"No, ma non deve riempirsi la testa con queste sciocchezze. Sono troppo preso da te per provare gelosia," rispose gravemente.

Il sorriso svanì dal suo volto, mentre mormorava:

"Non riesco a capirla, signor Garstin."

«No, questo non puoi farlo. E suppongo sia naturale, considerato che sei poco più di una bambina e io sono quasi abbastanza vecchio da poter essere tuo padre», replicò lui, con schietta amarezza.

«Ma sai che a tua madre non vado a genio. Non sopporterebbe mai di vedermi a Hootsey.»

Lui rimase in silenzio per un momento, riflettendo con umore cupo.

«Dovrà solo farsene una ragione. Non vedo alcun motivo in quell'obiezione», dichiarò.

«No, signor Garstin, non può essere. Davvero non può essere affatto. Farebbe meglio a toglierselo dalla testa, una volta per tutte.»

«Dovrei farei meglio a togliermelo dalla testa, eh? Parli come una bambina!» sbottò lui con scherno. «Io intendo portarti ad amarmi, e non ti prenderò finché non lo farai. Continuerò semplicemente ad aspettarti e, segnati le mie parole, il mio giorno arriverà alla fine.»

Parlò a voce alta, con un tono lento e ostinato, e fece un passo improvviso verso di lei. Con un gemito lieve e spaventato, lei si ritrasse nell'ingresso del pollaio.

«Parli come un profeta. Mi metti un po' di paura.»

Lui rise severamente e si fermò, scrutandole il volto con aria riflessiva. Sembrò sul punto di continuare sulla stessa linea; invece, voltò bruscamente i tacchi e si allontanò a grandi passi attraverso il cancello del giardino.

IV

Per trecento anni c'era stato un Garstin a Hootsey: generazione dopo generazione aveva camminato sull'estesa distesa grigia dell'altopiano, in primavera sparpagliando le greggi sui pendii della collina e, al "ritorno", nei bui pomeriggi invernali, guidandole di nuovo a casa, lungo l'ampio sentiero che portava sopra il "dosso". Erano stati una stirpe di poche parole, che "se la cavavano da soli", come dice il proverbio; non in debito con nessuno, pieni di un orgoglio ostinato e scontroso, una stirpe retta e all'antica, testarda, longeva, rozza nel parlare, lenta nel decidere.

Anthony non aveva mai conosciuto suo padre, morto una notte, sulla cima della collina, lui e il suo pastore, inghiottiti dalla grande tempesta di neve del 1849. La gente aveva detto che era stato l'unico Garstin a non essere arrivato a vecchiaia.

Dopo la sua morte, Jake Atkinson, da Ribblehead nello Yorkshire, era venuto a vivere a Hootsey. Jake era un buon agricoltore, un abile negoziatore e molto esperto con le pecore, finché non si diede al bere e a scorrazzare ogni settimana con le ragazze di città su a Carlisle. Era un tipo corpulento, dalla voce profonda e generosa: quando arrivò la sua ora, sebbene morì con molta sofferenza, rimase festoso e conviviale fino alla fine. E per anni dopo, nella valle, il suo ricordo indugiò: gli uomini parlavano di lui con rimpianto, ricordando le sue battute, le sue imprese di forza e la sua pregiata razza di arieti Herdwicke. Ma si lasciò alle spalle una sfilza di debiti su a Carlisle, a Penrith e in quasi ogni città di mercato: debiti che da tempo fingeva di aver pagato con denaro che apparteneva a sua sorella. La vedova Garstin vendette i dodici arieti Herdwicke e nove acri di terra: nel giro di sei settimane aveva saldato ogni centesimo e per tredici mesi, la domenica, indossò il suo lutto con una cupezza muta e proibitiva: l'amaro pensiero che, a sua insaputa, Jake avesse agito in modo disonesto nelle questioni di denaro e che avesse concluso i suoi giorni nel peccato sfrenato, aveva inacidito il suo orgoglio, infondendole una rancorosa ostilità contro tutto il mondo. Perché era una donna molto orgogliosa, indipendente, che teneva la testa alta, come si diceva, come una Garstin nata e cresciuta; e Anthony, sebbene alcuni lo ritenessero silenzioso e di poco conto, iniziò ad assomigliarle man mano che diventava uomo.

Prese nelle sue mani la gestione della fattoria di Hootsey e mise il ragazzo a lavorare per lei insieme ai due servi della fattoria. Erano passati venticinque anni dalla morte dello zio Jake: c'erano capelli grigi nella sua barba fulva; ma lavorava ancora per sua madre, come faceva quando era un ragazzo in crescita.

E ora che i tempi erano diventati brutti (negli ultimi anni il prezzo del bestiame era calato costantemente; e i raccolti di fieno erano andati di male in peggio) la vedova Garstin non manteneva più alcun bracciante; ma viveva, lei e suo figlio, anno dopo anno, in modo stretto e parsimonioso.

Quella era stata la vita di Anthony Garstin: un tipo di faccenda noiosa e senza eventi, la lenta incrostazione di anni monotoni. E finché Rosa Blencarn non era venuta a tenere la casa per suo zio, non aveva mai pensato due volte al volto di una donna.

I Garstin erano sempre stati buoni frequentatori della chiesa e Anthony, per anni, aveva fatto il sagrestano. Fu una sera d'estate, su al vicariato, mentre stava controllando il conto delle offerte, che posò gli occhi su di lei per la prima volta. Era appena tornata da scuola a Leeds: indossava un abito bianco: sembrava, pensò, una signora di Londra.

Stava alla finestra, alta, dritta e regale, fissando sognante il crepuscolo estivo, mentre lui e suo zio erano seduti a sbrigare i loro affari. Quando si alzò per andarsene, lei lo guardò con rapida curiosità; lui si affrettò ad andare via, mormorando una timida buonanotte.

La volta successiva che la vide fu in chiesa la domenica. La osservò timidamente, con una discrezione esitante e reverenziale: la sua bellezza gli sembrava meravigliosa, distante, enigmatica. Nel pomeriggio, la giovane signora Forsyth, di Longscale, passò a prendere una tazza di tè con sua madre, e le due iniziarono a spettegolare su Rosa Blencarn, parlandone liberamente, con toni di acrimonioso disprezzo. Per molto tempo lui rimase in silenzio, aspirando dalla sua pipa; ma alla fine, quando sua madre concluse con: «Mi sembra proprio presuntuosa, piena di arie e maniere cittadine», nonostante se stesso, sbottò: «State solo sprecando il fiato con quel chiacchiericcio. Credo che la signorina Blencarn sia di una pasta diversa da quella di noi altri.» La giovane signora Forsyth ridacchiò smodatamente, e la settimana successiva si sparse la voce per la valle che "Tony Garstin era impazzito per la nipote del pastore".

Ma di tutto questo lui non sapeva nulla — rimanendo per conto suo, come era sua abitudine, ed essendo, inoltre, molto impegnato con la raccolta del fieno — finché un giorno, all'ora di pranzo, Henry Sisson chiese se avesse iniziato il suo corteggiamento; Jacob Sowerby gridò che Tony era stato troppo lento a mettersi al lavoro, poiché la ragazza era stata vista flirtare a Crosby Shaws con Curbison il banditore, e gli altri (ce n'erano una mezza dozzina che oziavano intorno al carro del fieno) scoppiarono in una fragorosa risata. Anthony arrossì cupamente, guardando esitante dall'uno all'altro; poi posò lentamente la sua lattina di birra e, all'improvviso, afferrando Jacob per il collo, lo fece oscillare pesantemente sull'erba. Cadde contro la ruota del carro, e quando si rialzò il sangue sgorgava da un brutto taglio sulla fronte. E d'allora in poi il corteggiamento di Tony Garstin fu lo scherzo comune di tutta la parrocchia.

Tuttavia, fino a quel momento, le aveva a malapena parlato, sebbene due volte l'avesse incrociata nel sentiero che portava al vicariato. Lei gli aveva rivolto un sorriso franco e amichevole; ma lui non aveva trovato la determinazione per fare più che sollevarsi il cappello. Lui e Henry Sisson accatastarono il fieno nel cortile dietro la casa; non si fece più menzione di Rosa Blencarn; ma per tutto il giorno Anthony, mentre era in ginocchio a coprire di paglia il pagliaio, rimuginava sulla strana dolcezza del suo volto, e sulla cima della collina, mentre arrancava dietro le pecore sull'erica secca e scricchiolante, e mentre procedeva a scossoni lungo la stretta strada traballante, guidando il suo carico di agnelli verso il mercato delle aste.

Così, mentre le settimane passavano, si accontentava di ruminazioni schiette e malinconiche sulla sua immagine indistinta. L'accusa di Jacob Sowerby e diverse allusioni simili lasciate cadere da sua madre lo lasciavano freddamente incredulo; la ragazza gli sembrava ancora del tutto distante; ma fin dal primo sguardo al suo volto aveva sviluppato una concezione solida e incrollabile della sua differenza dal resto del suo sesso.

Ma una sera, mentre passava davanti al vicariato scendendo dalle colline, lei lo chiamò e, con una familiarità infantile e confidenziale, gli chiese consiglio riguardo all'alimentazione del pollame. Nella sua impazienza di risponderle al meglio delle sue capacità, dimenticò il suo abituale imbarazzo e divenne, per un momento, quasi loquace e perfettamente a suo agio in sua presenza. Non appena il suo flusso di domande cessò, tuttavia, la percezione di ritorno del suo sorriso roseo ed esitante e dei suoi grandi occhi profondi che guardavano dritto nel suo volto lo turbarono stranamente e, arrossendo, si ricordò della lite nel campo di fieno e della storia di Crosby Shaws.

Dopo di ciò, il pollame divenne un legame tra loro — un legame che considerava con tutta serietà, ignaro ciecamente che ci fosse altro a farli incontrare, sentendosi solo intimorito da lei, a causa della sua istruzione, delle sue maniere cittadine, del suo modo di vestire signorile. E presto, iniziò a provare un solido, segreto orgoglio per la sua amichevole familiarità nei suoi confronti. Diverse volte alla settimana la incontrava nel sentiero e si intrattenevano un momento insieme; lei ammirava i suoi cani, sebbene lui le assicurasse sinceramente che non erano che poveri bastardi; e una volta, ridendo della sua compostezza, lo soprannominò "Signor Sagrestano".

Che la ragazza non piacesse nella valle lo sospettava, attribuendo bruscamente la sua impopolarità alla gelosia insensata delle donne. Di pettegolezzi su di lei non sentì più alcun accenno; ma istintivamente, e in parte per quella sua naturale e ruvida riservatezza, evitava di menzionare il suo nome, anche incidentalmente, a sua madre.

Ora, la domenica sera, spesso passeggiava fino al vicariato, ogni volta lasciando sua madre con la stessa goffa affettazione di indifferenza; e, al suo ritorno, divenendo vagamente consapevole di come lei si astenesse da qualsiasi commento sulla sua assenza e apparisse stranamente ignara dell'esistenza della nipote del pastore Blencarn.

Era sempre stata una donna dalla lingua acida; ma, mentre i giorni si accorciavano con l'avvicinarsi dei lunghi mesi invernali, gli sembrava diventare più irritabile che mai; a volte era quasi come se nutrisse verso di lui un risentimento cupo e latente. Era di fibra ostinata, tuttavia, temprata dalla lunga abitudine a un clima rigido e indisciplinato; rimuginava deliberatamente sulla faccenda, e quando, alla fine, dopo molto pensiero assiduo, gli balenò che lei risentiva della sua conoscenza con Rosa Blencarn, accettò la soluzione con un flemmatico sangue freddo e cambiò semplicemente il suo atteggiamento verso la ragazza, calcolando ogni giorno la probabilità di incontrarla e compiendo, in sua presenza, sforzi persistenti per abbattere, una volta per tutte, la barriera della propria timidezza. Era un uomo che non poteva essere guidato goffamente, tanto meno, si vantava, un uomo che poteva essere astutamente condotto.

Era vicino al periodo di Natale prima che arrivasse la crisi. Sua madre era appena tornata dal mercato di Penrith. Il carro a molle era nel cortile, il vecchio cavallo grigio fumava pesantemente nell'aria ferma e gelida.

«Credo che tu sia venuta in fretta. Il vecchio cavallo è troppo caldo», osservò bruscamente, mentre si dirigeva alla testa dell'animale.

Lei scese in fretta e, avvicinandosi al suo fianco, iniziò senza fiato:

«Saresti dovuto venire al mercato, Tony. Ci sono stati bei movimenti a Penrith oggi. Stavo aiutando Anna Forsyth a scegliere sei iarde di lenzuola a Dockroy, quando vediamo Rosa Blencarn uscire dal 'Bell and Bullock' in compagnia di Curbison e del giovane Joe Smethwick. Smethwick era ubriaco fradicio, e Curbison e la ragazza lo reggevano, per evitare che cadesse; e poi, dopo un po', lui mette il braccio intorno alla ragazza per tenersi in equilibrio, e in quel modo vanno via, su per la strada pubblica...»

Lui continuò a scaricare i pacchi e a portarli meccanicamente uno a uno in casa. Ogni volta che riappariva, lei era lì accanto al cavallo fumante, impegnata con il suo racconto.

«E sulla strada di casa abbiamo superato tutti e tre sul calesse di Curbison, con Smethwick che giaceva sul fondo, cantando canzoni sdolcinate. Stavano passando per il villaggio di Dunscale, e la gente è uscita correndo dalle case per vederli passare...»

Lui guidò il carro verso la stalla, lasciandola a gridare il resto dietro di lui attraverso il cortile.

Mezz'ora dopo entrò per la cena. Durante il pasto non passò una parola tra loro e, non appena ebbe finito, uscì a grandi passi dalla casa. Verso le nove tornò, accese la pipa e si sedette a fumarla davanti al fuoco della cucina.

«Dove sei stato, Tony?» chiese lei.

«Su al vicariato, a corteggiare», replicò lui con aria di sfida, con la pipa in bocca.

Erano passati dieci mesi da allora; da allora l'aveva aspettata con ostinazione. Quella sera si era messo in testa la ragazza, intendeva averla; e mentre sua madre lo scherniva, come faceva ora a ogni occasione, la sua pazienza rimaneva cupamente instancabile. Lei gli ricordava che la fattoria apparteneva a lei, che avrebbe dovuto aspettare fino alla sua morte prima di poter portare la svergognata a Hootsey: lui replicava che, non appena la ragazza lo avesse voluto, intendeva prendere un piccolo podere a Scarsdale. Allora lei cedeva e, per un po', lo rimproverava pietosamente per la sua vecchiaia e per il ricordo di tutti gli anni che lei e lui avevano trascorso insieme, e lui la consolava con una manifestazione di brusco ed evasivo rimorso.

Ma, ciò nonostante, l'indomani, i suoi pensieri tornavano a soffermarsi sull'ossessionante visione del volto della ragazza, mentre la sua rozza e credulona cavalleria, accesa dal ricordo della sua bellezza, soffocava i suoi dubbi riguardo alla condotta di lei.

Nel frattempo lei giocherellava con lui e si divertiva con gli uomini più giovani. Il suo vecchio zio si ammalò in primavera e riusciva a malapena a lasciare la casa. Lei dichiarava di trovare la vita nella valle intollerabilmente noiosa, di odiare la quiete del posto, di desiderare Leeds e l'eccitante trambusto delle strade; e la sera scriveva lunghe lettere alle amiche che aveva lasciato lì, descrivendo con petulante vivacità la sua tribù di ammiratori rustici. Al momento del raccolto tornò per una visita di quindici giorni agli amici; la sera prima della sua partenza promise ad Anthony di dargli la sua risposta al suo ritorno. Ma, invece, lo evitò, finse di aver promesso per scherzo e si legò a Luke Stock, un commerciante di bestiame di Wigton.

V

Erano passate tre settimane da quando aveva portato il suo gregge giù dalla collina.

Dopo cena lui e sua madre sedettero insieme in salotto: lo facevano ogni domenica pomeriggio, anno dopo anno, da quando ne avesse memoria.

Una fila di sedie in mogano, con sedili lucidi in crine di cavallo, era disposta intorno alla stanza. Una grande collezione di biglietti premio agricoli era appuntata sopra la parete; e, su una pesante credenza altamente lucidata, stavano diverse coppe d'argento. Un mucchio di trucioli dorati riempiva il caminetto inutilizzato: c'erano rose dai colori sgargianti lungo il caminetto e, su un tavolino vicino alla finestra, sotto una teca di vetro, un cesto dorato riempito di fiori finti. Ogni oggetto era disposto con una precisione scrupolosa: il tappeto e la tovaglia dal motivo rosso sul tavolo centrale erano molto sbiaditi. La stanza era immacolata e indossava, alla gelida luce del sole invernale, un'aria rigida e priva di comfort.

Nessuno dei due parlò, o sembrò consapevole della presenza dell'altro. La vecchia signora Garstin, avvolta in uno scialle di lana, sedeva a lavorare a maglia: Anthony sonnecchiava a tratti su una sedia dallo schienale rigido.

All'improvviso, in lontananza, una campana iniziò a rintoccare. Anthony si stropicciò gli occhi assonnato e, prendendo dal tavolo il suo cappello della domenica, uscì attraverso i campi oscuri. Poco dopo, raggiungendo un rozzo sedile di legno, costruito accanto al sentiero, si sedette e riaccese la pipa. L'aria era molto ferma; sotto di lui una nebbia bianca e velata pendeva attraverso la valle: i fianchi della collina, vagamente raggruppati, assomigliavano a masse ingombranti di ombra cupa; e, mentre guardava indietro, tre quadrati di oro scintillante rivelavano le finestre illuminate della chiesa dalla torre quadrata.

Sedeva a fumare; ponderando, con placida e reverenziale contemplazione, sul Potente Creatore del mondo — un mondo maestosamente e inevitabilmente ordinato; un mondo dove, sosteneva, ogni oggetto — ogni fessura nelle colline, il corso tortuoso di ogni torrente che precipita — possiede il suo scopo misterioso, il suo significato inevitabile...

Alla fine del campo due arieti stavano combattendo; ritirandosi, poi correndo l'uno verso l'altro e, saltando da terra, cozzando testa contro testa e corno contro corno. Anthony li osservava distrattamente, perseguendo le sue rozze meditazioni.

... E la successione di cattive stagioni, la lenta rovina degli agricoltori in tutto il paese, non erano che punizione inflitta per la malvagità accumulata del mondo. Nei tempi antichi Dio faceva piovere piaghe sulla terra: oggigiorno, nella Sua ira, rovinava i prodotti della terra, che, con le Sue mani, aveva plasmato e donato agli uomini.

Si alzò e continuò la sua passeggiata lungo il sentiero. Una moltitudine di conigli scappò su per la collina al suo avvicinarsi; e una grande nuvola di piviere, alzandosi dai giunchi, circondò sopra la testa, riempiendo l'aria con una profusione delle loro lamentele querule. All'improvviso udì un crepitio di pietre e percepì un numero di piccoli pezzi di ghiaia rimbalzare davanti a lui giù per il pendio erboso.

Una figura di donna si muoveva tra le rocce sopra di lui. Il momento successivo, dalla guarnizione di velluto cremisi sul suo cappello, l'aveva riconosciuta. Salì il pendio con passi balzanti, chiedendosi nel frattempo come mai si trovasse lì, che non fosse in chiesa a suonare l'organo al servizio pomeridiano.

Prima che lei si accorgesse del suo avvicinarsi, lui era accanto a lei.

«Pensavo che saresti stata in chiesa...» iniziò.

Lei sussultò: poi, riacquistando gradualmente la sua compostezza, rispose, sorridendo debolmente:

«Il signor Jenkinson, il nuovo maestro di scuola, voleva provare l'organo.»

Lui si avvicinò a lei impulsivamente: lei vide gli strani guizzi nei suoi occhi mentre si ritraeva sgomenta.

«No, ma non ti farò del male», disse. «Solo che credo che sia uno speciale giro di Provvidenza, incontrarti qui su. Credo che dovrai darmi una risposta chiara ora. Non puoi cincischiare all'infinito.»

Parlò quasi brutalmente; e lei rimase, bianca e ansimante, fissandolo con grandi occhi spaventati. Il sentiero delle pecore non era che un minuscolo tracciato sottile: il pendio di ghiaia su entrambi i lati era molto ripido: sotto di loro giaceva la valle; distante, senza vita, tutta sfocata dal crepuscolo serale. Si guardò intorno impotente in cerca di una via di fuga.

«Signorina Rosa», continuò, con voce roca, «non puoi arrivare a pensare a me? Pensa, ti sto aspettando da quasi due anni. Ti ho guardata legare, prima con questo giovane tizio, e poi con quello, finché a volte il mio cuore è pronto a scoppiare. Molti giorni, su in cima alla collina, il pensiero di te mi ha quasi fatto impazzire, e ho lasciato il mio lavoro di pastore solo per sedermi su un tumulo nella nebbia, a immaginare e rimuginare sul tuo volto. Molte sere ho iniziato ad andare su al vicariato, con la risoluzione di parlare chiaro con te; ma quando si arrivava al punto, una sorta di timidezza sembrava trattenermi, ero così spaventato di dispiacerti. So che non sono uno studioso, e forse pensi che io abbia modi rozzi. So che ti ho parlato bruscamente una o due volte ultimamente. Ma è solo perché sono così pazzo d'amore per te: a volte non posso farci niente...»

Aspettò, scrutando nel suo volto. Lei poteva vedere le gocce di sudore sopra le sue sopracciglia irsute: l'umidità si era posata sulla sua barba fulva: le sue dita callose stavano armeggiando con i bottoni della sua giacca nera della domenica.

Lei lottò per accennare un sorriso; ma il suo labbro inferiore tremò e i suoi grandi occhi scuri si riempirono lentamente di lacrime.

E lui continuò:

«Sei arrivata a significare proprio tutto per me. Se non vorrai me, non mi importa di nient'altro. Non posso parlarti a frasi: sono solo un uomo semplice, senza istruzione: non posso circuirti, con l'astuzia secondo la moda della gente di città. Ma posso amarti con tutte le mie forze, e vegliare su di te, e lavorare per te meglio di chiunque altro...»

Lei piangeva tra sé e sé, silenziosamente, mentre lui parlava. Lui non notò nulla, tuttavia: il crepuscolo nascondeva il suo volto.

«Non c'è nulla contro di me», insistette. «Sono un uomo valido quanto chiunque altro. Sì, un uomo valido quanto chiunque altro», ripeté con aria di sfida, alzando la voce.

«È impossibile, signor Garstin, è impossibile. È stato molto gentile con me...» aggiunse, con voce soffocata.

«Dannazione, non intendevo farti piangere, ragazza», esclamò, con un ammorbidimento del suo tono. «Non c'è nulla per cui tu debba piangere.»

Si accasciò sulle pietre, singhiozzando appassionatamente in una disperazione isterica e indifesa. Anthony rimase un momento immobile, fissandola con goffa perplessità: poi, avvicinandosi, le posò una mano sulla spalla e disse dolcemente:

«Su, ragazza, cos'è che non va? Ti puoi fidare di me.»

Lei scosse debolmente la testa.

«Sì, invece ti puoi fidare», asserì lui con fermezza. «Andiamo, cos'è?»

Senza curarsi di lui, lei continuò ad dondolarsi avanti e indietro, gemendo nella sua angoscia:

«Oh! Vorrei essere morta!... Vorrei poter morire!»

«Vorresti poter morire?» ripeté lui. «Ma insomma, cosa può esserci che ti tormenta a questo modo? Via, via, ragazza, smettila: tutto si sistemerà, qualunque cosa sia...»

«No, no», gemette lei. «Vorrei poter morire!... Vorrei poter morire!»

Le luci scintillavano nel villaggio sottostante; e oltre la valle l'oscurità stava avvolgendo le colline. La ragazza levò il viso dalle mani e lo guardò con un'espressione spaventata e smarrita.

«Devo tornare a casa: devo rincasare», mormorò.

«No, c'è qualcosa che non va, qualcosa di grosso.»

«No, non è nulla... non so... non sto bene... voglio dire, non è nulla... passerà... non deve pensare a niente.»

«No, non posso starmene a guardare mentre sei in tale angoscia.»

«Non è nulla, signor Garstin, davvero, non è nulla», ripeté lei.

«Sì, ma non posso crederci», obiettò lui ostinatamente.

Lei gli rivolse uno sguardo sfuggente, da creatura braccata.

«Mi lasci andare a casa... deve lasciarmi andare a casa.»

Fece un tremulo, pietoso tentativo di apparire ferma. Osservandola con attenzione, lui le sbarrò la strada: lei arrossì violentemente e distolse in fretta lo sguardo verso la valle.

«Se mi racconti il tuo tormento, forse posso aiutarti.»

«No, no, non è nulla... non è nulla.»

«Se mi racconti il tuo tormento, forse posso aiutarti», ripeté lui, con solenne e deliberata severità. Lei rabbrividì e tornò a guardare lontano, vagamente, oltre la valle.

«Non può fare nulla: non c'è nulla da fare», mormorò tristemente.

«C'è di mezzo un uomo», dichiarò lui.

«Mi lasci andare! Mi lasci andare!» supplicò lei disperatamente.

«Chi è che ti ha ridotto in questo stato?» La sua voce suonò alta e aspra.

«Nessuno, nessuno. Non posso dirglielo, signor Garstin... Non c'è nessuno», protestò lei debolmente. L'espressione bianca e contratta sul volto di lui la spaventò.

«Dio mio!» sbottò lui, afferrandola per il polso, «e mi hai preso per un emerito sciocco. Chi è, ti dico? Chi è l'uomo?»

«Mi sta facendo male. Mi lasci andare. Non posso dirglielo.»

«E sei affezionata a lui?»

«No, no. È un uomo malvagio, peccatore. Prego Dio di non doverlo mai più vedere. Gliel'ho detto.»

«Ma se ti ha messo nei guai, dovrà sposarti», insistette lui con brutale amarezza.

«Non lo farò. Lo odio!» gridò lei ferocemente.

«Ma è disposto a sposarti?»

«Non lo so... non mi importa... lo disse prima di andare via... Ma mi ucciderei piuttosto che vivere con lui.»

Lui lasciò cadere le mani e fece un passo indietro. Lei poteva solo scorgere la sua figura, come una nube cupa, stagliarsi davanti a lei. L'intero fianco della collina sembrava immobile, oscuro e solitario. Poco dopo, udì di nuovo la sua voce:

«Credo che ci sia una via d'uscita dal tuo tormento.»

Lei scosse la testa desolatamente.

«Non ce n'è. Sono una donna perduta.»

«E se prendessi me, invece?» disse lui ansiosamente.

«Io... non capisco...»

«Se sposassi me invece di Luke Stock?»

«Ma è impossibile... il... il...»

«Sì, il bambino. Lo so. Ma prenderò il bambino come fosse mio.»

Lei rimase in silenzio. Dopo un momento, udì la propria voce rispondere con un tono strano, lontano:

«Vuol dire che... che è pronto a sposarmi e ad adottare il bambino?»

«Sì», rispose lui con ostinazione.

«Ma la gente... sua madre...?»

«La gente non saprà nulla. Non sono affari loro. Il bambino passerà per mio. Accetti?»

«Sì», rispose lei, con voce bassa e rapida.

«Acconsenti a prendermi, se ti tiro fuori dai guai?»

«Sì», ripeté lei, con lo stesso tono.

Lo udì fare un lungo respiro.

«Ho detto che è stata la Provvidenza a farmi incontrare te quassù», esclamò, con un'esultanza a stento contenuta.

I denti di lei iniziarono a battere leggermente: sentiva che lui la stava scrutando, con curiosità, attraverso l'oscurità.

«E adesso», continuò lui con vivacità, «faresti meglio ad andare a casa. Dammi la mano, ti aiuterò a tenerti in equilibrio sulle pietre.»

La aiutò a scendere lungo la riva di ghiaia, esclamando: «Perbacco, sei gelata come una pietra.» Una o due volte lei scivolò: lui la sostenne, afferrandole rudemente le nocche. Le pietre rotolarono giù lungo i gradini, rumorosamente, scomparendo nella notte.

Poco dopo raggiunsero il sentiero erboso e, mentre scendevano silenziosamente verso le luci del villaggio, lui disse gravemente:

«Ho sempre pensato che il mio giorno sarebbe arrivato.»

Lei non rispose; e lui aggiunse con tono cupo:

«Ci sarà un bel da fare con la mamma per questa storia.»

L'accompagnò lungo lo stretto vicolo che passava davanti alla casa dello zio. Quando apparvero le finestre illuminate, si fermò.

«Buonanotte, ragazza», disse gentilmente. «Smetti di tormentarti.»

«Buonanotte, signor Garstin», rispose lei, con la stessa voce bassa e rapida con cui gli aveva dato la risposta lassù sul pendio.

«Siamo promessi sposi ora, non è vero?» sbottò lui timidamente.

Lei gli protese il viso e lui la baciò sulla guancia, goffamente.

VI

La mattina dopo era arrivata la gelata. Il cielo era ancora terso e scintillante: i campi imbiancati brillavano sotto la luce fredda del sole; qua e là, sulle vette alte e lontane, luccicavano delicate cappe di neve. Per tutta la settimana Anthony sarebbe stato impegnato ai piedi della collina, a costruire muri per ripararsi dall'arrivo delle tempeste invernali: il lavoro era pesante, poiché era solo, e la pietra doveva essere portata su dal fianco della montagna. Due o tre volte al giorno guidava il suo carro traballante e rumoroso lungo il sentiero che passava davanti al cancello del vicariato, fermandosi a ogni viaggio per lanciare uno sguardo furtivo alle finestre. Ma non vide alcun segno di Rosa Blencarn; e, in verità, non sentiva alcun desiderio di vederla: era cupamente esultante al ricordo del suo corteggiamento e alla consapevolezza che lei era sua. In lui ardeva un orgoglio ostinato: pensava agli altri che l'avevano corteggiata, e il mezzo con cui l'aveva vinta gli sembrava un bel colpo di astuzia.

E così si astenne dal farne parola; assaporando, mentre lavorava tutto solo, per tutto il giorno, la consapevolezza del suo trionfo segreto, e pregustando, con risatine interiori, lo stizzito chiacchiericcio delle amiche di sua madre. Prevedeva senza timore la sua amara opposizione: si sentiva forte; e il suo cuore si scaldava verso la ragazza. E quando, a intervalli, l'improvvisa realizzazione che, dopo tutto, l'avrebbe posseduta lo investiva, stringeva le pietre e le lanciava quasi ferocemente al loro posto.

Tutto intorno a lui i campi bianchi e vuoti sembravano dormire senza respiro. L'immobilità irrigidiva gli alberi spogli. L'aria gelida gli frustava il sangue: cantando vigorosamente tra sé e sé, lavorava con una risoluzione ostinata e instancabile, rimandando metodicamente, fino al completamento del muro, l'annuncio del suo fidanzamento.

A modo suo, riservato e solitario, era molto felice, passando in rassegna le sue prospettive future con una sicurezza semplice e ferma, e, con l'avvicinarsi del fine settimana, arrivando a ignorare l'irregolarità dell'intera faccenda: quasi a dare per scontato, nell'esaltazione del suo orgoglio, di averla vinta onestamente; e a scacciare, con imperturbabilità, ogni pensiero di Luke Stock, delle sue relazioni con lei, del bambino in arrivo che sarebbe passato per suo.

E c'erano momenti, anche, in cui, mentre si incamminava verso casa al crepuscolo, al termine della giornata di lavoro, il suo cuore si riempiva fino a traboccare di una rozza, superstiziosa gratitudine verso Dio in Cielo, che aveva esaudito i suoi desideri.

Verso le tre del pomeriggio di sabato terminò il tratto di muro. Tornò a casa, si lavò, si fece la barba, indossò il vestito della domenica; ed evitando la cucina, dove sua madre sedeva a lavorare a maglia accanto al focolare, si diresse verso il vicariato.

Fu Rosa ad aprirgli la porta. Nel riconoscerlo trasalì, e lui la seguì in sala da pranzo. Si sedette e iniziò, bruscamente:

«Sono venuto, signorina Rosa, per parlare con il signor Blencarn.»

Poi aggiunse, scrutandola attentamente:

«Hai un aspetto malato, ragazza.»

Il suo debole sorriso accentuò l'aspetto sciupato e pallido del suo viso.

«Credo che ti sia tormentata troppo», continuò lui gentilmente, «passando notti insonni, non è vero?»

Lei sorrise vagamente.

«Beh, ma vedi, sono venuto a sistemare tutta la faccenda per te. Forse pensavi che non fossi uomo di parola.»

«No, no, non è quello», protestò lei, «ma... ma...»

«Ma cosa, allora?»

«Non deve farlo, signor Garstin... devo solo sopportare il mio tormento nel miglior modo possibile...» sbottò lei.

«Pensi che ti prenda per carità? Non hai idea di che pasta sia fatto il mio amore per te. No, signorina Rosa, non puoi più tirarti indietro.»

«Ma lei non può farlo, signor Garstin. Sa che sua madre non mi vorrà a Hootsey... Non potrei vivere lì con sua madre... Preferirei sopportare il mio tormento da sola, come posso... La signora Garstin è così severa. Non potrei guardarla in faccia... Posso andare via da qualche parte... Potrei tenerlo nascosto a mio zio.»

Il suo colorito andava e veniva: stava davanti a lui, distogliendo lo sguardo, spenta, fuori dalla finestra.

«Ho intenzione di portarti a Hootsey. Non sono un ragazzino: credo di poter scegliere la mia sposa. La mamma ti accetterà alla fattoria, eccome: non hai bisogno di tormentarti su questo punto...»

«No, signor Garstin, davvero non lo farà, mai... So che non lo farà... Si è sempre messa contro di me, fin dall'inizio.»

«Sì, ma era diverso. La situazione è tutta cambiata ora», obiettò lui ostinatamente.

«Spporterà la mia vista ancora meno», disse la ragazza, esitando.

«La mamma ti accetterà a Hootsey... ti riceverà volentieri di sua spontanea volontà... di sua spontanea volontà, capisci? Garantisco io.»

Colpì il tavolo con il pugno con forza. Il suo tono determinato la intimorì: lei gli lanciò un'occhiata frettolosa, lottando contro la sua irresolutezza.

«So come gestire la mamma. E ora», concluse, cambiando tono, «tuo zio è da queste parti?»

«È al recinto, credo», rispose lei.

«Bene, farò un salto a scambiare due parole con lui.»

«Lei... lei non glielo dirà.»

«Via, via, niente storie strazianti, non temere, ragazza. Credo che se riesco a gestire la mamma, posso adattarmi al reverendo Blencarn.»

Si alzò e, avvicinandosi, le scrutò il viso.

«Devi far tornare le rose sulle tue guance», esclamò con una breve risata, «non posso portare un fantasma in chiesa.»

Lei sorrise tremante, e lui continuò, posandole affettuosamente una mano sulla spalla:

«No, stavo solo scherzando. Rose o non rose, sarai la più bella sposa di tutto il Cumberland. Ti aspetterò a Hullam lane, dopo la funzione, domani», aggiunse, dirigendosi verso la porta.

Dopo che se ne fu andato, lei corse furtiva alla porta sul retro. La sua figura in ritirata stava già risalendo il campo grigio dell'altopiano. Poco dopo, oltre lui, scorse suo zio, che usciva dal cancello del recinto. Corse attraverso il cortile dei polli e, salendo su una tinozza, rimase a guardare le due figure mentre si muovevano l'una verso l'altra lungo il crinale: Anthony che camminava vigorosamente, con le mani infilate in profondità nelle tasche; suo zio, con il cappello a tesa larga calato sul naso, che zoppicava, appoggiandosi rigidamente a un paio di bastoni. Si incontrarono; vide Anthony prendere il braccio dello zio: i due, voltandosi insieme, si allontanarono verso la collina.

Lei tornò in casa. Il cane di Anthony le si avvicinò, strisciando lungo il corridoio. Lei afferrò la testa dell'animale tra le mani e si chinò su di essa con carezze, in un impetuoso scoppio di affetto quasi isterico.

VII

I due uomini tornarono verso il vicariato. Al cancello del recinto si fermarono, e il vecchio concluse:

«Non avrei potuto desiderare un uomo migliore per lei, Anthony. Forse il Signore non sarà propenso a risparmiarmi ancora per molto. Dopo che me ne sarò andato, Rosa avrà tutto ciò che possiedo. Era l'unica figlia del mio povero fratello Isaac. Dopo che sua madre fu portata via, lui, pover'uomo, andò completamente a rotoli, e finché non è venuta qui ha vissuto per lo più tra estranei. È stata un'infanzia misera per lei, una miseria di infanzia. Ti prenderai cura di lei, Anthony, vero?... No, non avrei potuto desiderare un uomo migliore per lei, e ci metto la mia mano sopra.»

«Grazie, signor Blencarn, grazie», rispose Anthony con voce roca, stringendo la mano del vecchio.

E si incamminò lungo il vicolo verso casa.

Il suo cuore era pieno di una strana, rozza esaltazione. Sentiva con un orgoglio crescente che Dio gli aveva affidato questo grande compito: vegliare su di lei; compensarla, dieci volte tanto, per tutte quelle cure amorevoli che, nella sua infanzia, non aveva mai conosciuto. E insieme a una testarda fiducia in se stesso, sgorgò in lui una grande pietà per lei: una tenera pietà che, purificandosi con la sua passione, la faceva apparire ai suoi occhi, mentre rimuginava su quell'infanzia solitaria, ancora più distintamente bella, ancora più profondamente preziosa. Si figurava tremante, quasi incredulo, la loro vita matrimoniale: in inverno, il suo ritorno a casa all'imbrunire per trovarla ad attenderlo con un sorriso lieto e fiducioso; le loro serate, trascorse insieme, seduti in silenziosa felicità davanti ai ceppi ardenti; o, d'estate, il riposo di mezzogiorno nei campi di fieno quando, indossando forse un cappello a tesa larga fissato con un nastro rosso sotto il mento, avrebbe scorto lei, che gli portava il pranzo, attraversando l'altopiano.

Non era stata educata per essere la moglie di un fattore: era ancora solo una bambina, come aveva detto il vecchio pastore. Non avrebbe dovuto lavorare come le mogli degli altri uomini: si sarebbe vestita come una signora e, la domenica, in chiesa, avrebbe indossato bei cappelli, rimanendo, come era sempre stata, la bellezza di tutta la parrocchia.

E, nel frattempo, lui avrebbe coltivato la terra come mai aveva fatto prima, osservando le opportunità, facendo affari astuti, non spendendo nulla per sé, risparmiando ogni centesimo affinché lei potesse avere ciò che voleva... E, mentre camminava attraverso il villaggio, gli sembrò di prevedere un generale miglioramento delle prospettive, una moderazione della febbre della speculazione sulle pecore, una cessazione dell'insensato ingozzamento, anno dopo anno, dei grandi mercati invernali in tutto il Nord, un allentamento della concorrenza straniera seguito da una costante ripresa del prezzo del bestiame ingrassato: un periodo di prosperità finalmente in serbo per il fattore... E gli anni futuri apparvero aprirsi davanti a lui, distesi come una pianura scintillante e lontana, attraverso la quale, lui e lei, mano nella mano, erano chiamati a viaggiare insieme...

E poi, improvvisamente, mentre i suoi stivali ferrati sbattevano sul cortile acciottolato, si ricordò, con brutale determinazione, di sua madre e della lotta tempestosa che lo attendeva.

Aspettò che la cena fosse finita, finché sua madre si fu spostata dal tavolo al suo posto nell'angolo del camino. Per diversi minuti rimase a discutere con se stesso il metodo migliore per darle la notizia. Improvvisamente alzò lo sguardo su di lei: il suo lavoro a maglia era scivolato sulle sue ginocchia: era seduta, tutta raggomitolata sulla sedia, che annuiva per il sonno. Alla luce tremolante del fuoco di legna, sembrava logora e spezzata: provò una fitta di goffo rimorso. E poi ricordò lo sguardo pietoso e braccato negli occhi della ragazza, e le parole del vecchio uomo quando si erano separati al cancello del recinto, e sbottò:

«Temo che dovrò sposare Rosa Blencarn, dopo tutto.»

Lei sussultò e, sbattendo le palpebre, disse:

«Stavo solo schiacciando un pisolino. Cosa stavi dicendo, Tony?»

Lui esitò un momento, corrugando la fronte in linee rozze e ruvide, e giocherellando rumorosamente con la sua tazza da tè. Poco dopo ripeté:

«Temo che dovrò sposare Rosa Blencarn, dopo tutto.»

Lei si alzò rigidamente e, scendendo dal focolare, si avvicinò a lui.

«Forse non ho sentito bene, Tony.» Parlò in fretta, e sebbene fosse proprio accanto a lui, reggendosi con una mano sullo schienale della sua sedia, la sua voce suonava debole, quasi lontana.

«Guardami. Guardami in faccia», ordinò ferocemente.

Lui obbedì cupamente.

«Ora sputa il rospo. Che intendi, Tony?»

«Intendo quello che dico», ribatté ostinatamente, distogliendo lo sguardo.

«Cosa intendi per dire che devi sposarla?»

«Ti dico che intendo quello che dico», ripeté sbadatamente.

«Intendi dire che l'hai messa nei guai?»

Lui non disse nulla; ma rimase seduto a fissare stupidamente il pavimento.

«Guardami e rispondi», ordinò lei, afferrandolo per la spalla e scuotendolo.

Lui alzò il viso lentamente e incontrò il suo sguardo.

«Sì, è all'incirca così», rispose.

«Non sarà la verità. Sarà solo un pezzo di capriccioso inganno!» gridò lei.

«No, è la verità», rispose lui deliberatamente.

«Non lo giurerai?» insistette lei.

«Non vedo la necessità di giurare.»

«Allora non puoi giurarlo», sbottò lei trionfante.

Lui fece una pausa per un istante; poi disse tranquillamente:

«Sì, invece lo giurerò facilmente. Prendi il Libro.»

Lei sollevò la pesante Bibbia logora dalla mensola del camino e la posò davanti a lui sul tavolo. Lui vi appoggiò sopra il pugno grossolano.

«Di'», continuò lei con una tensione tremante, «di', giuro a te, madre, che è la verità, tutta la verità, e null'altro che la verità, che Dio mi aiuti.»

«Giuro a te, madre, è la verità, tutta la verità, e null'altro che la verità, che Dio mi aiuti», ripeté lui dopo di lei.

«Bacia il Libro», ordinò lei.

Lui sollevò la Bibbia alle labbra. Mentre la riponeva sul tavolo, scoppiò in una breve risata:

«Sei soddisfatta ora?»

Lei tornò all'angolo del camino senza una parola. I ceppi sul focolare sibilavano e scoppiettavano. Fuori, nell'oscurità, il vento si stava alzando, ululando tra gli abeti e oltre le finestre.

Dopo molto tempo lui si riscosse e, tirando fuori la pipa dalla tasca quasi con fermezza, procedette con calma a tagliare nel palmo della mano un pezzo di tabacco nero.

«Le pubblicazioni saranno domenica in chiesa», osservò bruscamente.

Lei non rispose.

Lui la guardò.

La sua bocca era serrata agli angoli: il suo viso aveva un aspetto strano, rigido. Sembrava, pensò, una figura di pietra.

«Non ti senti bene, mamma?» chiese.

Lei scosse la testa cupamente: poi, zoppicando nella stanza, iniziò a parlare con una voce stridula e stonata.

«Parlasti una volta di prendere una fattoria verso Scarsdale. Ma faresti meglio a restare qui. Non ti ostacolerò. Puoi avere la camera da letto grande sul davanti, e io mi sposterò in quella che era la stanza di mio fratello Jake. Sai che non ho mai avuto una buona opinione della ragazza, ma farò ciò che è giusto per lei, anche se dovessi spezzarmi lo spirito nel farlo. Accoglierò la ragazza qui: la sosterrò come si deve: forse finirò per trovarci del buono. Ma da questo giorno in avanti, Tony, non sei più figlio mio. Ti sei disonorato: mi hai teso una trappola, sì, teso una trappola, è questa la parola. Hai portato vergogna e amarezza sulla tua vecchia madre nella sua vecchiaia. Mi hai fatto disprezzare la tua stessa specie. Puoi restare qui, ma non toccherai mai un soldo dei miei soldi; ogni scellino andrà a tuo figlio, o ai figli di tuo figlio. Sì», continuò, alzando la voce, «sì, hai ottenuto ciò che volevi alla fine, e forse pensi di aver scelto una strada molto intelligente. Ma verrà il tempo in cui ti pentirai di questo giorno, quando mangerai la tua penitenza in polvere e cenere. Sì, il Signore ti punirà, Tony, ti castigherà a dovere. Imparerai che il matrimonio iniziato nel peccato non può finire che nel peccato. Sì», concluse, mentre raggiungeva la porta, sollevando la sua mano ossuta profeticamente, «sì, dopo che sarò morta e sepolta, ricordati le parole dell'apostolo: 'Poiché quelli che hanno peccato senza la legge, periranno anche senza la legge'.»

E sbatté la porta dietro di sé.

Tony rimase lì, immobile, con la mano ancora tesa verso la porta chiusa. Le parole della zia gli rimbombavano nelle orecchie con la pesantezza di una sentenza. Si passò la mano tra i capelli, con un gesto di pura stanchezza, e si lasciò cadere sulla poltrona, quella stessa poltrona dove aveva fantasticato su di lei, sulla donna dal vestito grigio, sulla donna che, in quel momento, sembrava essere diventata l'unica realtà in un mondo che stava andando in pezzi. La rabbia per l'irruzione della vecchia era svanita, sostituita da un senso di vuoto, di attesa sospesa. La vita, pensò, è davvero un libro strano; si apre con un giardino e si chiude, come diceva Wilde, con la Rivelazione. E lui, in quel momento, si sentiva come se il suo libro fosse arrivato a una pagina bianca, una di quelle che ti spaventano più di ogni altra perché non sai quale inchiostro vi verrà versato sopra. Si alzò, andò alla finestra e guardò fuori, nel buio del giardino, cercando di scorgere ancora l'ombra di lei, ma c'era solo l'oscurità e il fruscio del fiume, costante e indifferente, che continuava a scorrere verso mete che lui, con tutta la sua esperienza di viaggiatore, non avrebbe mai raggiunto.

Ebbene, passarono dieci giorni; a volte ci incontravamo a colazione, a volte a cena, altre volte pescavamo insieme o sedevamo nel frutteto in disordine a chiacchierare; lei non mi evitava né mi cercava. È la miscela più affascinante di bambina e donna che io abbia mai incontrato. È una creatura duplice. Ora, non l'ho mai riscontrato in un uomo. Quando è qui, senza ricevere lettere al mattino o andare in città, sembra una ragazza. Corre in giro con la sua veste grigia e la cuffietta, ride e sembra scrollarsi di dosso ogni pensiero come una bambina irresponsabile. È desiderosa di pescare, o di cogliere l'uva spina e mangiarla con delicatezza, o di sedere sotto gli alberi a parlare. Ma quando va in città - noto che ci va sempre quando riceve una lettera da un avvocato, non ci si può sbagliare sulla busta - torna a casa stanca e con un'aria smunta, una vecchia di trentacinque anni. Mi chiedo perché. Le occorre, persino con la sua elasticità di temperamento, quasi un giorno per tornare giovane. Odio quando va in città; è straordinario quanto mi manchi; non riesco a ricordare, quando è assente, che abbia detto nulla di particolarmente meraviglioso, eppure conversa tutto il tempo. Ha un modo aggraziato di riempire il luogo con se stessa, c'è una qualità divertente nella sua stessa presenza. Abbiamo avuto un pomeriggio piovoso; mi ha legato alcune mosche (non ne userò nessuna); osservavo i riflessi nei suoi capelli mentre si muoveva, sono piuttosto dorati in alcuni punti, e ha un minuscolo neo vicino all'orecchio sinistro e un altro sul polso sinistro. L'undicesimo giorno ricevette una lettera, ma non andò in città; rimase chiusa nella sua stanza tutto il giorno; per venti volte mi sentii in dovere di mandarle due righe, ma non ne avevo scusa. Sentii la padrona di casa dire, mentre passavo davanti alla finestra della cucina: "Povera cara! Mi dispiace perderla!" Perderla? Direi proprio di no. Con me è arrivata al punto che non m'importa affrontare alcun futuro senza di lei; eppure non so nulla di lei, nemmeno se sia una donna libera. Lo scoprirò la prossima volta che la vedrò. Di sera intravedo la sua veste nel frutteto e la seguo. Ci sediamo vicino al fiume. La sua mano sinistra giace senza guanto accanto a me nell'erba.

"Pensa, da quello che ha visto di me, che chiederei qualcosa per pura, impertinente curiosità?"

Lei trasale. "No, non lo penso!"

Le prendo la mano e tocco l'anello. "Mi dica, questo la lega a qualcuno?"

Sono consapevole di un ronzio nelle orecchie e di un confuso danzare di acqua, cielo e alberi, mentre attendo (mi sembra un'ora) la sua risposta. Ho provato la stessa sensazione una volta prima, quando fui trascinato in alcune rapide e la scampai per un pelo, ma di questo parleremo un'altra volta.

La voce trema.

"Non sono legalmente legata a nessuno, almeno; ma perché me lo chiede?" Mi guarda dritto in faccia mentre parla, con un tocco di alterigia che non avevo mai visto in lei prima.

Forse il grande sollievo che provo, il senso di gioia nel sapere che è libera, traspare dal mio volto, poiché il suo arrossisce e lei abbassa gli occhi, le labbra le tremano. Non la guardo più, ma posso vederla ugualmente. Dopo un po' dice:

"Avevo mezza intenzione di dirle qualcosa su di me questa sera, ora devo farlo. Entriamo. Scenderò in salotto dopo la sua cena." Lancia un lungo sguardo al fiume e alla locanda, come per fissare il luogo nella memoria; mi colpisce con un brivido il pensiero che nel suo sguardo vi sia un addio. I suoi occhi si posano su di me per un istante mentre si voltano, c'è uno sguardo triste nella loro chiarezza grigia. Fa dondolare i suoi guantini grigi in mano mentre torniamo indietro. Posso sentirla camminare su e giù al piano di sopra; quanto sarà stanca, e quanto lentamente passa il tempo. Sono in piedi a un lato della finestra quando entra; lei sta dall'altro, appoggiando la testa contro l'imposta con le mani giunte davanti a sé. Posso sentire il mio cuore battere e, immagino, il suo attraverso il silenzio. La suspense è terribile. Alla fine dice:

"È rimasto lontano dall'Inghilterra per molto tempo; non legge i giornali?"

"No." Una pausa. Credo che il mio cuore batta dentro la mia testa.

"Mi ha chiesto se fossi una donna libera. Non pretendo di fraintendere il motivo per cui me lo ha chiesto. Non sono una bella donna, non lo sono mai stata. Ma deve esserci qualcosa in me, c'è in alcune donne, una "femminilità essenziale" forse, che fa appello a tutti gli uomini. Ciò che leggo nei suoi occhi l'ho visto prima in quelli di molti uomini, ma davanti a Dio non ho mai cercato di suscitarlo. Oggi (con un singhiozzo), posso dire di essere libera, ieri mattina non potevo. Ieri mio marito ha vinto la causa e ha divorziato da me!" Chiude gli occhi e tira in dentro il labbro inferiore per smettere di farlo tremare. Vorrei prenderla tra le braccia, ma ho paura di farlo.

"Non le ho chiesto altro che se fosse libera!"

"No, ma temo che non afferri del tutto il significato. Non ho divorziato io da mio marito, è lui che ha divorziato da me, ha ottenuto un decreto nisi; capisce ora? (parla con difficoltà), sa cosa implica tutto questo?"

Non riesco più a sopportare il suo volto. Le prendo le mani, sono gelide, e le stringo forte.

"Sì, so cosa implica, cioè conosco la conclusione legale e sociale che se ne deve trarre, se è questo che intende. Ma non le ho mai chiesto quell'informazione. Non ho nulla a che fare con il suo passato. Lei non esisteva per me prima del giorno in cui ci siamo incontrati sul fiume. La prendo da quel giorno e le chiedo di sposarmi."

Sento che trema e le sue mani diventano improvvisamente calde. Gira la testa e mi guarda a lungo e con aria indagatrice, poi dice:

"Si sieda, voglio dire una cosa!"

Obbedisco, lei viene e si ferma accanto alla sedia. Non posso farci nulla, allungo il braccio, ma lei lo abbassa gentilmente.

"No, deve ascoltare senza toccarmi, tornerò alla finestra. Non voglio influenzarla minimamente con qualsiasi magnetismo personale io possieda. Voglio che ascolti: le ho detto che ha divorziato da me, il co-convenuto era un vecchio amico, un amico della mia infanzia, della mia giovinezza. È morto proprio dopo che era stata fatta la prima istanza, per fortuna mia. Avrebbe tenuto in considerazione il mio onore prima della mia felicità. Non ho difeso la causa, non era probabile... ah, se sapesse tutto! Ha provato le sue ragioni; dati avvocati astuti, testimoni compiacenti a cui fai comodo, e nessuna difesa, il divorzio è sempre raggiungibile persino in Inghilterra. Ma ricordi: figuro come adultera in ogni giornale di lingua inglese. Se compra i giornali della sera della scorsa settimana... ricorda il giorno in cui ero in città?" - Annuisco - "ne vedrà uno schizzo in quelli di quel giorno; qualcuno, forse lui, deve averlo dato; proveniva da una vecchia fotografia. Ne ho comprato uno a Victoria mentre uscivo; è divertente (con una risata isterica) comprare una caricatura della propria povera faccia a un'edicola. Eppure, nonostante ciò, mi sono sentita sollevata. Il punto per lei è che non ho opposto alcuna difesa al mondo e (con un sollevamento della testa) non farò alcuna scusa, alcuna spiegazione, alcuna smentita a lei, né ora né mai. Sono molto desolata e le sue attenzioni mi sono arrivate molto gradite, ma io non la amo. Forse potrei imparare a farlo (con un rossore improvviso), per quello che ha detto stanotte, ed è per questo che le dico di soppesare cosa significhi. Più avanti, quando il suo affetto per me diventerà un'abitudine, potrebbe risentirsi del mio passato. È da questo che vorrei salvarla."

Tendo le mani e lei le scosta, mi prende per la barba, mi volge il viso e lo scruta intensamente. Deve essere stata ingannata parecchio. La lascio fare come vuole, è il modo più saggio con le donne, ed è bello che lei mi tocchi in quel modo. Sembra soddisfatta. Si ferma appoggiata al bracciolo della sedia e dice:

"Devo prima imparare a pensare a me stessa come a una donna libera, sembra quasi sbagliato oggi parlare così; riesce a capire questo sentimento?"

Annuisco in segno di assenso.

"La prossima volta devo essere sicura, e lei deve esserne sicuro," posa le dita sulla mia bocca mentre sto per protestare, "S-sh! Avrà un anno per pensare. Se allora ripeterà ciò che ha detto oggi, le darò la mia risposta. Non deve cercare di trovarmi. Ho denaro. Se sarò viva, verrò qui da lei. Se sarò morta, le verrà comunicato. Nell'anno che intercorre mi considererò come appartenente a lei, e renderò conto, se vuole, di ogni ora. Non sarà influenzato da me in alcun modo e sarà in grado di rifletterci con calma. Se ci ripensa, non venga."

Sento che non servirebbe a nulla cercare di smuoverla, bacio semplicemente le sue mani e dico:

"Come vuole, cara donna, io sarò qui."

Non diciamo altro; lei si siede su uno sgabello con la testa contro il mio ginocchio, e io gliela accarezzo semplicemente. Quando gli orologi battono le dieci in tutta la casa, lei si alza e io mi alzo in piedi. Vedo che ha pianto in silenzio, povera piccola anima solitaria. La sollevo da terra e la bacio, e balbetto il mio dolore per perderla, e lei se n'è andata. La mattina dopo la cameriera mi portò una busta della signora, che era partita con il primo treno. Conteneva un guantino grigio; è per questo che lo porto sempre con me, e perché frequento la locanda e non la lascio mai per più di una settimana; perché siedo e sogno sulla vecchia sedia che ha sempre un fantasma della sua presenza; sogno della primavera che verrà con la mosca di maggio in volo, e della giovane estate quando danzano i moscerini e le trote diventano schizzinose; quando lei verrà da me attraverso l'erba del prato, attraverso la foschia argentea, come faceva prima; verrà con i suoi occhi grigi scintillanti per scambiare se stessa con il suo piccolo guantino grigio.

Già John aveva generalizzato l'accusa. «Spero che Cecilia lo tenga a distanza», aveva detto a Winifred, «se non altro perché un giorno non ne debba pagare le conseguenze.»

Si attardò deliberatamente nell'atrio per farsi un'impressione di quel bruto, che aveva iniziato a parlare ad alta voce con un amico tra scoppi di risa irritanti, di una franchezza speciosa. Golf, pesca, operette... ah, il Beota! Erano questi gli uomini che monopolizzavano le eteree divinità.

Ma questa brusca separazione dalla sua particolare divinità era sconcertante. Come rivederla? Doveva tornare a Oxford al mattino, le scrisse quella sera, ma se lei potesse in qualche modo lasciargli fare una visita durante la settimana, lui riuscirebbe a fare un salto di nuovo.

* * * * *

«Oh, mio caro poeta sognatore», gli scrisse a Oxford, «come hai potuto mandarmi una lettera da posare sulla tavola della colazione accanto al _Times_! Con una poesia dentro, poi. Fortunatamente mio marito aveva fretta di scendere in City e ha trascurato di leggere la mia corrispondenza. (Il mascalzone incivile», commentò John. «Ma che cosa ci si può aspettare da uno che picchia le donne?») Mai, mai scrivermi di nuovo a casa. Una lettera, presso la signora Best, Foley Street 8A, W.C., mi troverà sempre. È la madre della mia cameriera. E non devi venire nemmeno qui, mio caro bel sognatore, se non per i miei ricevimenti, e solo a intervalli giudiziosi. Passeggerò intorno allo stagno nei Kensington Gardens mercoledì prossimo alle quattro, a meno che la signora Best non mi porti una lettera in contrario. E ora grazie per la tua deliziosa poesia; non riconosco la mia umile persona in quei versi leggiadri, ma sarò sempre orgogliosa di pensare di averli ispirati. Sarà nel nuovo volume? Non sono mai stata stampata prima; sarà una sensazione nuova. Non posso ripagarti canto per canto, solo sentimento per sentimento. Oh, John Lefolle, perché non ci siamo incontrati quando avevo ancora i miei sogni di ragazza? Ora ho imparato a diffidare di tutti gli uomini... a temere il bruto sotto il cavaliere...»

* * * * *

La signora Best le portò effettivamente una lettera, ma non era per annullare l'appuntamento, solo per dire che non era sorpreso dal suo orrore per il sesso maschile, ma che doveva guardarsi dalle false generalizzazioni. La vita era ancora una cosa meravigliosa e bella... vedi poesia allegata. Stava contando i minuti fino a mercoledì pomeriggio. Era sicuramente un errore popolare quello che solo sessanta minuti compongono un'ora.

Questa riflessione cronometrica gli tornò in mente ancora più acutamente nell'ora in cui circumnavigava lo stagno nei Kensington Gardens. Aveva dimenticato? Il marito l'aveva chiusa a chiave? Cosa poteva essere successo? Sembravano seicento minuti, prima che, alle cinque e dieci, la vedesse venire verso di lui trotterellando con garbo. Il suo cervello si era ridotto a escogitare follemente problemi per i suoi allievi – se un uomo percorre due falcate di un piede e mezzo al secondo attorno a un lago di cinquanta acri, in quanti giri raggiungerà una signora che cammina a metà velocità e non c'è? – ma nel momento in cui il suo parasole rosa apparve all'orizzonte, tutta la sua lunga sofferenza svanì in una pace ineffabile e un senso di elevazione. Si affrettò, a capo scoperto, a stringere la sua piccola mano guantata. Aveva dimenticato la sua mancanza di puntualità, né lei gliela ricordò.

«Che dolce da parte tua venire fin qui», fu tutto ciò che disse, e fu una ricompensa sufficiente per le ore in treno e i seicento minuti tra bambinaie e carrozzine. Gli olmi erano nel loro splendore, gli uccelli cantavano vivacemente, l'acqua scintillava, il prato soleggiato si stendeva fresco e verde: era il momento più incantevole e fresco del pomeriggio. John imboccò istintivamente un viale alberato. Natura e Amore! Cosa poteva chiedere di più un poeta?

«No, non possiamo prendere il tè al Kiosk», protestò la signora Glamorys. «Naturalmente adoro tutto ciò che profuma di Parigi, ma è diventato così di moda. Ci sarà un mucchio di gente che mi conosce. Suppongo tu abbia dimenticato che siamo nel pieno della stagione. Conosco un posticino tranquillo nella High Street.» Lo condusse, non resistente ma confuso, verso il cancello e dentro una pasticceria. La conversazione languì lungo la strada.

«Tè», stava per ordinare alla graziosa cameriera.

«Gelati alla fragola», osservò dolcemente la signora Glamorys. «E alcune di quelle buone paste francesi.»

Il gelato gli restituì il morale, era davvero delizioso, ed era diventato così caldo e stanco, a girare attorno allo stagno. Decisamente Winifred era una persona pratica e lui un sognatore. Non osò toccare la pasticceria – essendo un genio – ma rimase incantato dalla gaiezza con cui Winifred infilava una pasta dopo l'altra nella sua bocca a bocciolo di rosa. Che creatura incantevole! Come copriva coraggiosamente la tragedia della sua vita!

Il pensiero lo fece sbirciare verso la sua fascia di velluto: era più larga che mai.

«Ti ha picchiata di nuovo!» mormorò furioso. I suoi occhi gioiosi si rattristarono, chinò la testa e le sue dita sbriciolarono la pasta. «Qual è il suo pretesto?» chiese, col sangue che gli bruciava.

«Gelosia», sussurrò lei.

Il suo sangue perse il calore, si fece gelido. Sentì i colpi del bullo sulla propria pelle, il suo romanzo diventare improvvisamente sordido. Ma recuperò il coraggio. Anche lui aveva i muscoli. «Ma pensavo che avesse appena mancato di vedermi baciarti la mano.»

Lei spalancò gli occhi. «Non eri tu, mio caro vecchio sognatore.»

Lui si sentì sollevato e turbato allo stesso tempo.

«Qualcun altro?» mormorò. In qualche modo la visione dell'attore gli tornò in mente.

Lei annuì. «Non è fortunato ad aver gettato lui stesso un depistaggio sulla pista? Non mi importava dei suoi colpi... tu eri al sicuro!» Poi, con uno dei suoi adorabili cambi di umore, «Sogno un altro gelato», esclamò con malinconia maliziosa.

«Avevo paura di confessare la mia stessa avidità», disse ridendo. Fece cenno alla cameriera. «Altri due.»

«Non abbiamo più fragole», fu la sua risposta inaspettata. «C'è stata una tale corsa oggi.»

Il volto di Winifred si oscurò. «Oh, sciocchezze!» fece il broncio. Per John il momento sembrò tragico.

«Non ne vuoi un altro tipo?» chiese. A lui piacevano tutti i tipi, ma non poteva certo mangiare un secondo gelato senza di lei.

Winifred rifletté. «Caffè?» chiese.

La cameriera se ne andò e tornò con una faccia cupa quanto quella di Winifred. «È stata una giornata così calda», disse in tono di scusa. «C'è solo un gelato nel locale ed è napoletano.»

«Bene, porti due napoletani», si azzardò John.

«Intendo dire che è rimasto solo un gelato napoletano.»

«Bene, porti quello. Non ne voglio davvero uno.»

Guardò la signora Glamorys divorare con garbo il gelato solitario, e provò un certo patetismo per quel rettangolo multicolore, qualcosa della tristezza struggente de "L'ultima rosa dell'estate". Sarebbe stato un grazioso trioletto serio-comico, pensava. Ma all'ultimo cucchiaino, la sua bellissima compagna gli scardinò le rime balzando in piedi all'improvviso.

«Cielo santo», gridò, «che tardi è!»

«Oh, non mi stai già lasciando!» disse. Un mondo di cose gli balenò in testa, cose che stava per dire... per organizzare. Non avevano detto nulla... nemmeno una parola sul loro amore; nulla se non paste e gelati.

«Poeta!» rise lei. «Hai dimenticato che abito a Hampstead?» Prese il parasole.

«Fammi salire su un hansom, o mio marito sarà furioso alla sua cena solitaria.»

Era così stordito da restare sorpreso quando la cameriera gli bloccò la partenza con il conto. Quando Winifred fu portata via, ricordò che avrebbe potuto, senza troppi rischi, dargli un passaggio fino a Paddington. Chiamò un altro hansom e prese il treno successivo per Oxford. Ma era troppo tardi per la sua cena in Hall.

III

Fu molto impegnato nei giorni seguenti e poté scambiare con lei solo un paio di lettere appassionate. Da qualche tempo la febbre degli esami imperversava e in ogni college poveri pazienti sedevano con asciugamani bagnati attorno alla testa. Alcuni, che avevano trascurato il loro tutor per tutto il trimestre, ora si sforzavano di assorbire la sua onniscienza in una sola seduta.

Il lunedì, John Lefolle stava dando bonariamente udienza speciale a uno zuccone muscoloso, cercando di spiegargli gli effetti politici delle Crociate, quando ci fu un bussare alla porta del salotto e il domestico fece entrare la signora Glamorys. Era vestita in modo incantevole di bianco e stava sulla porta aperta, sorridente: un'incarnazione dell'estate che lui stava trascurando. Si alzò, ma la lingua gli si paralizzò. Lo zuccone divenne improvvisamente importante, un simbolo del decoro che stava oltraggiando. La sua anima, strappata così bruscamente dalla storia al romanticismo, non riusciva a trovare l'emozione giusta. Perché questa imprudenza di Winifred? Era stata così attenta finora.

«Quante scarpe ci sono sulle tue scale!» disse lei allegramente.

Lui rise. L'incantesimo era spezzato. «Sì, il mucchio da pulire è piuttosto ingombrante», disse, «ma suppongo sia una specie di tradizione.»

«Credo di aver afferrato abbastanza bene la cosa ora, signore.» Lo zuccone si alzò e sorrise, e il suo tutor si rese conto di quanto poco lo zuccone avesse da imparare su certe cose. Gli fu quasi grato.

«Oh, bene, verrai a trovarmi di nuovo dopo pranzo, non è vero, se ti vengono in mente uno o due punti da chiarire», disse, sentendosi vagamente un bugiardo e generalmente colpevole. Ma quando, alla partenza dello zuccone, Winifred tese le braccia, tutto gli cadde di dosso tranne la sensazione di quel momento squisito. Le loro labbra si incontrarono per la prima volta, ma solo per un istante. Ebbe a malapena il tempo di rendersi conto che quella cosa meravigliosa era accaduta, prima che la creatura mobile fosse scattata verso le sue librerie e stesse esaminando un Tucidide capovolto.

«Che bravura conoscere il greco!» esclamò. «E lo parlate davvero con gli altri docenti?»

«No, non parliamo mai di lavoro», rise lui. «Ma, Winifred, cosa ti ha spinto a venire qui?»

«Non avevo mai visto Oxford. Non è bellissima?»

«Non c'è nulla di bello qui», disse, guardandosi attorno nel suo austero studio.

«No», ammise lei; «non c'è nulla che mi interessi qui», e aveva lasciato un altro bacio celestiale sulle sue labbra prima che se ne rendesse conto. «E ora devi portarmi a pranzo e sul fiume.»

Lui balbettò: «Ho... del lavoro».

Lei fece il broncio. «Ma non posso restare oltre domattina, e voglio tanto vedere tutti i tuoi celebri canottieri che si esercitano.»

«Non rimarrai per la notte?» esclamò lui.

«Sì, ci resto», e gli lanciò uno sguardo abbagliante.

Il suo cuore fece un balzo. «Dove?» mormorò.

«Oh, in qualche alberghetto squallido vicino alla stazione. Gli alberghi di lusso sono pieni.»

Fu contento di sapere che non era alloggiata in modo vistoso.

«Così tanta gente è già scesa per la Commem», disse. «Suppongo siano ansiosi di vedere i General ottenere le loro lauree. Ma non faremmo meglio ad andare da qualche parte a pranzare?»

Scesero la scala di pietra, oltre il battaglione di scarpe, e attraversarono il quad. Sentiva che tutte le finestre erano vive di occhi, ma lei insistette per restare ferma ad ammirare la loro pittoresca vegetazione di edera. Dopo pranzo prese in prestito, vergognandosi, il barchino dello zuccone. Le necessità del remare, che lo tenevano lontano da lei e richiedevano molto lavoro abile, ripristinarono gradualmente il suo rispetto per se stesso, e fu in grado di guardare negli occhi i canottieri non celebri che incontravano, tranne quando erano accompagnati dai loro genitori e sorelle, il che lo faceva sentire di nuovo sottilmente a disagio. Ma Winifred, piccante sotto il suo parasole rosa, era singolarmente a suo agio, rapita dalla mutevole bellezza del fiume, applaudendo con gioia infantile i fiori selvatici sulle rive o i riflessi increspati nell'acqua.

«Guarda, guarda!» gridò una volta, indicando il cielo. Lui fissò verso l'alto, aspettandosi almeno un pallone aerostatico. Ma era solo la "piccola nuvola rosea di Keats", spiegò lei. Non era colpa sua se lui non trovava l'escursione del tutto idilliaca.

«Che stupidità», rifletté lei, «tenere tutti quei bravi ragazzi chiusi a leggere lingue morte in un posto fatto per la vita e l'amore.»

«Temo che non disturbino le lingue morte tanto quanto pensi», la rassicurò, sorridendo. «E ci saranno molte storie d'amore durante la Commem.»

«Ne sono così felice. Suppongo ci siano molti fidanzamenti quella settimana.»

«Oh, sì, ma non ne va in porto nemmeno l'uno per cento.»

«Davvero? Oh, quanto sono incostanti gli uomini!»

Sembrava una petizione di principio, ma era così entusiasta della rivelazione implicita che lei non potesse nemmeno immaginare l'incostanza femminile, che si astenne dal richiamare la sua attenzione sulla sua logica inadeguata.

Così infantile e spensierata era davvero quel giorno che nulla la soddisfaceva se non assistere a un "Viva", che lui le aveva incautamente rivelato essere pubblico.

«Nessuno ci noterà», insistette lei con strana inconsapevolezza della sua bellezza. «Inoltre, non sanno che non sono tua sorella.»

«L'intelletto di Oxford è scettico», disse ridendo. «Coltiva il dubbio filosofico.»

Ma, facendo buon viso a cattivo gioco e assumendo un'aria fraterna, la portò nella camera di tortura, dove i candidati sedevano mestamente su una fila di sedie contro il muro, aspettando il loro turno per presentarsi davanti ai tre grandi inquisitori al tavolo. Fortunatamente, Winifred e lui erano gli unici spettatori; ma sfortunatamente irruppero proprio nel momento in cui il povero proprietario del barchino era sotto torchio. L'inquisitore centrale stava cercando di estorcergli informazioni su Becket, quasi suggerendogli le parole stesse, ma senza riuscire a penetrare la densità dello zuccone. John Lefolle respirò più liberamente quando vennero toccate le Crociate; ma, ahimè, divenne ben presto evidente che lo zuccone non aveva affatto "afferrato la cosa". Mentre lo zuccone usciva tristemente, evidentemente bocciato, John Lefolle soffrì più di lui. Fu così tormentato dalla coscienza che, quando ebbe accompagnato Winifred fino al suo albergo, rifiutò il suo invito a entrare, adducendo l'obbligatorietà del dovere e della cena in Hall. Ma non poté andarsene senza promettere di passare in serata.

La prospettiva di questa visita lo accompagnò per tutta la cena, allettante e terrificante allo stesso tempo. Certamente c'era uno scheletro al suo banchetto, mentre sedeva al tavolo alto, di fronte al Master. I venerabili ritratti attorno alla Hall sembravano rimproverare la sua volubilità romantica. Nella common-room, sorseggiò il suo porto a disagio, ascoltando come in trance la discussione sul Libero Arbitrio, che un eminente forestiero aveva suscitato. Quanto appariva accademico, rispetto alle passionali realtà della vita. Ma in qualche modo si ritrovò a soffermarsi sulla discussione accademica, rimandando le realtà della vita. Di tanto in tanto, era spinto a dare un'occhiata all'orologio; ma mormorando improvvisamente "È molto tardi", si ricompose e prese congedo dai suoi dotti confratelli. Ma per strada la vista di un ufficio telegrafico gli fece volgere i passi verso di esso, e quasi meccanicamente scrisse il messaggio: "Rimpianto trattenuto. Passerò domattina presto."

Quando passò al mattino, gli fu detto che era tornata a Londra la sera prima dopo aver ricevuto un telegramma. Si voltò con un amaro dolore di delusione e rimpianto.

IV

La loro corrispondenza successiva fu solo più amorosa. Il motivo per cui era fuggita dall'albergo, spiegò, era che non poteva sopportare la notte in quegli ambienti soffocanti. Si consolò con la speranza di vederla molto durante le lunghe vacanze. La vide una volta al suo ricevimento, ma questa volta il marito vagava per le due stanze. L'angolo accogliente era impossibile, e riuscirono solo a balbettare qualche reciproca espressione di tenerezza tra il brusio e il movimento, e a organizzare un appuntamento per la fine di luglio. Quando arrivò il giorno, ricevette una lettera straziante, in cui si affermava che il marito l'aveva portata via a Goodwood. In un post-scriptum lo informava che "Quicksilver era un affare sicuro". Molta corrispondenza passò senza che si realizzasse un altro incontro, e lui le prestò cinque sterline per pagare un debito d'onore contratto a causa dell'"assurda fiducia di suo marito in Quicksilver". Una settimana dopo questo marito appassionato di cavalli la portò a Brighton per le gare lì, e fin lì volò John Lefolle. Ma suo marito la pedinava, e lui poté solo sollevare il cappello verso di lei mentre si incrociavano sui Prati. A volte la vedeva seduta pensierosa su una sedia mentre il suo signore e aguzzino studiava un giornale sportivo rosa. Una tale vicinanza stuzzicante portò la loro corrispondenza attraverso l'ufficio postale di Hove a una febbre alta. La vita separati, sentivano, era impossibile, e, lontano dalle influenze rassicuranti della sua toga e del suo tocco, John Lefolle sognava di gettare tutto al vento. La sua reputazione letteraria gli aveva aperto una nuova carriera. I soli versi di Winifred avevano fruttato una bella somma, e sebbene avesse speso quella e altro in spedizioni di fiori e ninnoli per lei, sentiva che questa stravaganza si sarebbe estinta con la compagnia quotidiana, e le poesie provocate dal suo fascino avrebbero contribuito molto al loro mantenimento quotidiano. Sì, poteva lasciare l'Università. L'avrebbe salvata da questo bullo, da questo energumeno di gentiluomo. Avrebbero vissuto apertamente e nobilmente agli occhi del mondo. Di un poeta non ci si aspettava nemmeno che fosse convenzionale.

Lei, dal canto suo, non era meno ardente per il grande passo. Infuriava contro la legge del mondo, l'ingiustizia per cui la crudeltà di un marito non era motivo sufficiente per il divorzio. "Ma noi anime più raffinate dobbiamo prendere la legge nelle nostre mani", scrisse. "Dobbiamo insegnare alla società che l'etica di un'età barbara non è adatta al nostro secolo di illuminismo." Ma in qualche modo il tempo e il luogo effettivi della fuga non riuscivano mai a essere fissati. A settembre suo marito la trascinò in Scozia, a ottobre dietro i fagiani. Quando il giorno drammatico fu effettivamente fissato, Winifred scrisse con la posta successiva rimandandolo di una settimana. Persino i pochi incontri preliminari che pianificarono per i Kensington Gardens o Hampstead Heath raramente ebbero luogo. Viveva in un'atmosfera vorticosa di lettere espresse di scuse e telegrammi che trasformavano la situazione di ora in ora. Non che la sua passione diminuisse in alcun modo, o che la sua risoluzione romantica cambiasse realmente: era solo che la sua concezione di tempo, luogo e mezzi era vertiginosamente mutevole.

Ma dopo quasi sei mesi di palpitanti trattative con l'adorabile signora Glamorys, il poeta, in un momento di abbattimento, scrisse l'apoftegma in prosa: "Non serve a nulla cercare di cambiare una persona mutevole."

V

Ma alla fine lei lo stupì con uno schema della fuga, così dettagliato, persino riguardo alle cappelliere e al percorso notturno per Parigi via Dieppe, che non rimase ulteriore spazio per il dubbio nella sua anima inebriata, e fu anzi ancor più stupito quando, proprio mentre stava mettendo la sua borsa da viaggio nell'hansom, gli fu consegnato un telegramma che diceva: "Andata a Homburg. Segue lettera."

Rimase immobile per un momento sul marciapiede in totale distrazione. Che cosa significava? Gli aveva mancato di nuovo? O era semplicemente che aveva cambiato la città di rifugio da Parigi a Homburg? Stava per indicare la nuova stazione al vetturino, ma poi, "segue lettera". Sicuramente significava che doveva aspettarla. Perplesso e infelice, se ne stava lì con il telegramma accartocciato nel pugno. Che situazione ridicola! Si era spinto fino al punto di rompere con il mondo e il suo passato, e ora... rimaneva solo da soddisfare il vetturino!

Si rigirò febbrilmente tutta la notte, cercando di calmarsi, ma eccitandosi in realtà ancor di più con cento spiegazioni plausibili. Era ora arrivato a un tale punto di incertezza che fu stupito per la terza volta quando la "lettera" "seguì" puntualmente.

* * * * *

"Caro", diceva, "come ti ho spiegato nel mio telegramma, mio marito si è ammalato improvvisamente" – ("se solo l'avesse messo nel telegramma", gemette lui) – "ed è stato ordinato a Homburg. Naturalmente era impossibile lasciarlo in questa crisi, sia per ragioni pratiche che sentimentali. Tu stesso, tesoro, non vorresti che avessi aggravato la sua malattia con la mia fuga proprio in questo momento, e aver così forse la sua morte sulla coscienza." ("Tesoro, hai sempre ragione", disse lui, baciando la lettera.) "Possediamo le nostre anime in pazienza ancora un po'. Non c'è bisogno di dirti quanto sarà fastidioso trovarmi ad assisterlo a Homburg – persino fuori stagione – invece della prospettiva a cui guardavo con tutto il mio cuore e la mia anima. Ma cosa si può fare? Quanto è vero il proverbio francese: 'Non succede nulla se non l'inaspettato'! Scrivimi immediatamente Poste Restante, che io possa almeno consolarmi con le tue care parole."

L'inaspettato accadde davvero. Nonostante le bevute di Elizabeth-brunnen e le passeggiate sulla terrazza del Kurhaus, l'instancabile picchiatore di mogli soccombette al suo male. Il laconico telegramma di Winifred non dava alcuna indicazione dei suoi sentimenti. Egli inviò un telegramma di risposta esprimendo cordoglio per la sua disgrazia. Sebbene non potesse fingere di addolorarsi per questa improvvisa e provvidenziale soluzione del problema delle loro vite, provava comunque un sincero rammarico per il turbamento inevitabile legato a una morte, specialmente in terra straniera.

Non fu in grado di vederla finché il corpo del marito non fu riportato oltre il Mare del Nord e affidato al riposo verdeggiante del vecchio cimitero di Hampstead. La trovò pateticamente mutata: il volto pallido e spiritualizzato, e tutto in sottile armonia con lo squisito abito nero. Nel primo incontro, non osò affatto parlare del loro amore. Discussero dell'immortalità dell'anima, e lei citò George Herbert. Ma con il passare delle settimane la questione del loro futuro iniziò a farsi strada di nuovo sulle sue labbra.

"Non potremmo sposarci decorosamente prima di sei mesi", disse lei, quando fu messa decisamente di fronte al problema.

"Sei mesi!" esclamò lui.

"Beh, di certo non vorrai scandalizzare tutti", disse lei, facendo il broncio.

Dapprima ne fu scandalizzato egli stesso. Come! Colei che era stata pronta a scompigliare il mondo con una danza fantastica ora misurava i propri passi. Ma a una riflessione capì che la signora Glamorys aveva ancora una volta ragione. Poiché la Provvidenza era stata così benevola da salvarli, perché mai avrebbero dovuto opporsi? Un po' di pazienza, e una felicità irreprensibile si prospettava davanti a loro. Che non si illudesse sull'immenso sollievo che provava davvero nello scampare all'obbrobrio sociale. Dopotutto, un poeta poteva essere anticonformista nel suo lavoro: non aveva bisogno dello sfogo pratico richiesto a chi era meno dotato.

VI

Si incontrarono a malapena durante i sei mesi successivi; era, naturalmente, in questa grata reazione contro la loro sconsideratezza, diventato un periodo sacro, ancora più carico di commozione tremante rispetto ai periodi di fidanzamento di coloro che non si erano quasi scottati. Persino in sua presenza trovava un certo piacere nel combinare l'adorazione distante con la fiduciosa aspettativa della vicinanza, e così lei veniva restaurata alla santità che aveva rischiato con la sua precedente disinvoltura. E così tutto era per il meglio nel migliore dei mondi possibili.

Quando i sei mesi furono trascorsi, lui venne a reclamare la sua mano. Lei fu del tutto stupita. "Mi hai promesso di sposarmi allo scadere dei sei mesi", le ricordò lui.

"Di sicuro non sono già passati sei mesi", disse lei.

Lui la rimandò al calendario, ricordandole la data della morte del marito.

"Sei stranamente letterale per un poeta", disse lei. "Certo che ho detto sei mesi, ma sei mesi non significano ventisei settimane precise secondo l'orologio. Tutto ciò che intendevo era che doveva trascorrere un periodo decoroso. Ma anche a me sembra solo ieri che il povero Harold camminava al mio fianco nel parco del Kurhaus". Scoppiò in lacrime, e di fronte a esse lui non poté proseguire la discussione.

Gradualmente, dopo diversi incontri e lettere, fu concordato che avrebbero dovuto aspettare altri sei mesi.

"Ha ragione", rifletté di nuovo. "Abbiamo aspettato così tanto, tanto vale aspettare ancora un po' e non lasciare alla malizia alcun appiglio".

I secondi sei mesi gli parvero molto più lunghi dei primi. Il fascino dell'adorazione rispettosa aveva perso la sua novità, e ancora una volta il suo petto era tormentato da febbri irregolari che a stento riuscivano a placarsi persino con la conversione in sonetti. L'unico punto di riposo era quella stella fissa e splendente del matrimonio. Ancora ferito dal rimprovero di Winifred sulla sua letteralità non poetica, non intendeva costringerla a sposarlo esattamente allo scadere dei dodici mesi. Ma era determinato a non concederle un giorno di più di questa data esatta per, almeno, "fissare il giorno". Non il più puntiglioso sostenitore delle convenzioni, sentiva, avrebbe potuto negare che il debito verso la signora Grundy fosse stato pagato fino all'ultimo minuto.

La pubblicazione del suo nuovo volume — contenente le liriche per Winifred — era servita a colorare questi mesi di intollerabile attesa. Anche la reazione dei critici contro la sua poesia, quella rivolta convenzionale contro ogni secondo volume, quel grido da pappagallo di eccessiva lode proprio dalle gole che lo avevano lodato, sebbene lo ferisse e lo sconcertasse, era forse davvero d'aiuto. Ad ogni modo, la lunga attesa era finalmente finita. Si sentiva come Giacobbe dopo i suoi anni di servizio per Rachele.

Il mattino fatidico spuntò luminoso e azzurro e, mentre le torri di Oxford venivano lasciate alle spalle, ricordò quel lontano sabato in cui era andato per la prima volta a incontrare le luci letterarie di Londra nel salotto del suo editore. Quanto era più vecchio ora rispetto ad allora — eppure quanto più giovane! La malinconia nebulosa della giovinezza, le nubi della filosofia, erano svanite davanti a questa bellissima creatura di sole la cui radiosità tracciava una linea chiara per il suo futuro attraverso la confusione della vita.

Presso un fiorista nella High Street di Hampstead comprò un costoso bouquet di fiori bianchi, camminò con leggerezza verso la casa e suonò il campanello giubilante. Riusciva a stento a credere alle proprie orecchie quando la cameriera gli disse che la sua padrona non era in casa. Come osava la ragazza fissarlo così impassibilmente? Non sapeva forse per quale appuntamento — per quale missione — lui fosse venuto? Non aveva forse scritto alla sua padrona una settimana prima che si sarebbe presentato quel pomeriggio?

"Non in casa!" esclamò. "Ma quando tornerà?"

"Immagino non tarderà. È uscita un'ora fa e ha un appuntamento dalla sua sarta alle cinque".

"Sai in che direzione sia andata?"

"Oh, di solito cammina sull'Heath prima del tè".

Il mondo divenne improvvisamente di nuovo roseo. "Tornerò ancora", disse. Sì, una passeggiata in questa aria gloriosa — verso la brughiera — gli avrebbe fatto bene.

Mentre la porta si chiudeva ricordò che avrebbe potuto lasciare i fiori, ma non voleva suonare di nuovo, e inoltre era, forse, meglio che li presentasse di sua mano, piuttosto che farli trovare a lei sul tavolo dell'ingresso. Eppure, sembrava piuttosto imbarazzante andare in giro per le strade con un bouquet, e fu felice di imbattersi accidentalmente nel vecchio cimitero di Hampstead e di cercare una momentanea solitudine attraversando il suo viale di quiete lapidi nel cammino verso la brughiera.

Salendo i pochi gradini, si fermò ozioso per un momento sul limitare di questo verde "campo di Dio" per leggere una lapide perpendicolare su un muro, e il suo volto si allargò in un sorriso mentre seguiva l'assurdamente elaborata biografia di un ricco mercante autodidatta che aveva imparato a leggere; "Lettore, va' anche tu e fa' lo stesso", era il delizioso sproposito finale. Mentre si voltava, con il sorriso ancora indugiante sulle labbra, vide una figura aggraziata che trotterellava lungo lo sterrato sentiero del cimitero, e sebbene fosse in qualche modo sorpreso di trovarla ancora in nero, non c'era modo di confondere la signora Glamorys. Corse incontro a lui con un grido gioioso, che riempì i suoi occhi di lacrime felici.

"Che buono da parte tua ricordare!" disse lei, mentre prendeva il bouquet dalla sua mano che non opponeva resistenza, e tornava sui suoi passi. Lui la seguì meravigliato attraverso la strada irregolare verso uno stretto corridoio di tombe sulla sinistra. In un altro istante lei si era chinata davanti a una pietra bianca e lucente, e vi aveva deposto riverentemente il suo bouquet. Quando raggiunse il suo fianco, vide che i suoi fiori erano quasi perduti nella vasta massa di offerte floreali di cui la tomba del picchiatore di mogli era cosparsa.

"Che buono da parte tua ricordare l'anniversario", mormorò lei di nuovo.

"Come avrei potuto dimenticarlo?" balbettò lui, stupito. "Non è forse la fine dei terribili dodici mesi?"

La dolce gratitudine svanì dal suo volto. "Oh, è questo ciò a cui stavi pensando?"

"Cos'altro?" mormorò lui, pallido per le emozioni contrastanti.

"Cos'altro! Penso che la decenza esigesse che questo giorno, almeno, fosse sacro alla sua memoria. Oh, che bestie sono gli uomini!" E scoppiò in lacrime.

Il suo petto paziente si ribellò finalmente. "Tu hai detto che lui era la bestia!" ribatté lui, oltraggiato.

"È questa la tua cavalleria verso i morti? Oh, il mio povero Harold, il mio povero Harold!"

Per una volta le sue lacrime non riuscirono a spegnere la fiamma della sua rabbia. "Ma tu mi hai detto che ti picchiava", gridò lui.

"E se anche fosse, oso dire che me lo meritavo. Oh, mio caro, mio caro!" Lei posò il volto sulla pietra e singhiozzò.

John Lefolle rimase in piedi in un silenzio tormentato. Mentre guardava impotente la sua gola bianca gonfiarsi e abbassarsi con i singhiozzi, fu improvvisamente colpito dall'assenza della fascia di velluto nero — il lutto più vero che lei aveva indossato durante la vita del tanto compianto. Una debole cicatrice, percettibile solo al suo occhio consapevole, aggiunse sgomento al suo doloroso sconcerto.

Alla fine lei si alzò e camminò incerta in avanti. Lui la seguì in muta miseria. Dopo un momento o due si ritrovarono alla periferia della brughiera deserta. Com'era bello distendersi in quel paese collinare e coperto di ginestre! Il sole stava tramontando in grandi solchi ardenti d'oro e verde — un panorama da togliere il fiato. La bellezza e la pace della Natura penetrarono nell'anima del poeta.

"Perdonami, cara", implorò, prendendole la mano.

Lei la ritrasse bruscamente. "Non posso perdonarti. Ti sei mostrato nei tuoi veri colori".

La sua irragionevolezza lo fece arrabbiare di nuovo. "Cosa intendi? Sono venuto solo in conformità con il nostro accordo di lunga data. Mi hai rimandato abbastanza a lungo".

"È una fortuna che ti abbia rimandato abbastanza a lungo da scoprire cosa sei".

Lui boccheggiò. Pensò a tutti i mesi estenuanti di attesa, a tutta la lunga commedia di telegrammi e lettere espresse, ai flirt a distanza nell'angolo accogliente, alla sventata fuga a Parigi. "Allora non mi sposerai?"

"Non posso sposare un uomo che non amo né rispetto".

"Tu non mi ami!" Il suo bacio spontaneo nel suo sobrio studio di Oxford sembrò bruciare sulle sue labbra irritate.

"No, non ti ho mai amato".

La prese per le braccia e la voltò bruscamente. "Guardami in faccia e osa dire che non mi hai mai amato".

La sua memoria ronzava di frasi appassionate tratte dalle sue infinite lettere. Pungevano come uno sciame di api. Il tramonto era come una nebbia color sangue davanti ai suoi occhi.

"Non ti ho mai amato", disse lei ostinatamente.

"Tu...!" La sua presa sulle braccia di lei si strinse. La scosse.

"Mi stai facendo dei lividi", gridò lei.

La sua presa cadde dalle braccia di lei come se fossero state roventi. Era diventato un picchiatore di mogli.

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